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	<title>rred-blog &#187; romanzo</title>
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		<title>Chiuso per turno &#8211; finzioni</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 22:43:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I libri pubblicati da Round Robin, neonata casa editrice romana, sono belli da vedere e da toccare. Vediamo un po’ come se la cavano con i contenuti.
Mi sono trovato a leggere Chiuso per turno di Massimo Zanettini, giovane consulente informatico parmigiano che qui si cimenta con il suo primo romanzo. Che sia parmigiano lo capiamo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=3322&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-3323" title="chiuso per turno" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/10/chiuso-per-turno-blog.jpg?w=162&#038;h=231" alt="chiuso per turno" width="162" height="231" />I libri pubblicati da <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank">Round Robin</a>, neonata casa editrice romana, sono belli da vedere e da toccare. Vediamo un po’ come se la cavano con i contenuti.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi sono trovato a leggere <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731063" target="_blank"><strong>Chiuso per turno</strong></a> di Massimo Zanettini, giovane consulente informatico parmigiano che qui si cimenta con il suo primo romanzo. <span id="more-3322"></span>Che sia parmigiano lo capiamo piuttosto bene: storia ambientata a Parma con un protagonista che ama Parma e che con tutto quello che gli capita non smette mai di pensare e di riferirsi a Parma.</p>
<p style="text-align:justify;">Michelangelo gestisce un ristorante, è figlio di un cuoco e la sua famiglia è dedita alla ristorazione da generazioni. Manco a dirlo è un ciccione e la sua più grande paura è la frugalità. Ma, se tutti ci immaginiamo i ristoratori ciccioni come degli omaccioni bonaccioni e gioviali, amici di tutti, dei grossi orsi dal cuore d’oro, Michelangelo non è niente di tutto ciò. È fondamentalmente una persona sola. La sua bulimia alimentare cozza nettamente con la sua anoressia emotiva.</p>
<p style="text-align:justify;">La sua vita è scandita dai silenzi e le cose non dette. Incomunicabilità con il padre che muore lasciando un vuoto nella sua vita. Incomunicabilità con la madre che muore lasciando un vuoto nella sua vita. Incomunicabilità con la fidanzata Renata di cui non conosce i desideri più profondi, e che poi muore, manco a dirlo, lasciando un vuoto nella sua vita. Incomunicabilità che vuole essere scavalcata con un viaggio a Zanzibar consigliatogli da nientepopodimenoché&#8230; Sandokan! Roba da non crederci, ma sì, è proprio lui, la tigre di Mompracem, che si rivela essere una delle trovate meglio riuscite del romanzo, insieme a certi spunti d’ironia cui è impossibile sottrarre una risata. Fatto sta che, una volta in Africa, Michelangelo resta bloccato per cinque giorni in un villaggio sperduto nel bel mezzo del nulla. Paradossalmente le uniche persone con cui riesce ad entrare in contatto sono proprio gli indigeni di questo villaggio a migliaia di chilometri di distanza dalla sua cara vecchia Parma. Ma presto dovrà tornare a casa e non vi farà più ritorno.</p>
<p style="text-align:justify;">Ecco il punto. Questo è un romanzo che non porta da nessuna parte (se non a Parma). Ma forse è proprio lì che vuole arrivare; non a Parma, intendo, ma da nessuna parte. Ci sono una tensione e una speranza di fondo che non vengono mai soddisfatte, e così devono rimanere.</p>
<p style="text-align:justify;">Come quando sei con la tua ragazza, o con i tuoi amici, e senti parlare di un ristorante dalle parti di Parma dove cucinano da Dio, specialità anolini in brodo, e tu è da settimane che hai una voglia inspiegabile di anolini col brodo, perciò decidi all’istante di partire. Sali in macchina, è da pazzi, così senza organizzare nulla, ma prendi parti vai, guidi per ore e poi arrivi. Il ristorante è chiuso. Salta tutto, la tua giornata è rovinata. Potresti cercarne un altro aperto, ma non ne vale la pena, ti eri già costruito un castello di aspettative che certamente verrebbe disatteso. Non sarebbe la stessa cosa. Puoi tornare a casa, ma dopo tutto quello che hai fatto per arrivare fino a lì ti farebbe incazzare ancora di più. Allora stai dritto in piedi di fronte al ristorante ad osservare quel cartello che laconicamente sancisce la fine di tutto: “Chiuso per turno”. Potresti stare lì per ore ad osservarlo e immaginare come sarebbe stato quel bel piatto di anolini. E allora stai lì a fissarlo senza pensare a niente, tanto è andato tutto a puttane e tu non hai mica fretta.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Michele Marcon,<a href="http://www.finzionimagazine.it/pdf/finzioni5.pdf" target="_blank"> <em>finzioni</em> (pag. 15)</a></p>
Posted in our books Tagged: chiuso per turno, il mangione, massimo zanettini, Michelangelo Bricoli, narrativa, parma, romanzo, round robin <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/3322/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=3322&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Chiuso per turno, Zanettini &#8211; Liblog</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 22:56:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mettiamo subito le carte in tavola, Chiuso per turno è un bel romanzo. O meglio: questa tavola bisognerebbe apparecchiarla, imbandirla, visto come il romanzo ruota attorno alla cucina, al mangiare, al bere, e il titolo si riferisca proprio al turno di chiusura di un ristorante.
Ma non è tutto qui. Perché i protagonisti di questo esordio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=2789&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2790" title="chiuso per turno" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/09/chiuso-per-turno-blog.jpg?w=169&#038;h=242" alt="chiuso per turno" width="169" height="242" />Mettiamo subito le carte in tavola, <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731063" target="_blank"><strong>Chiuso per turno</strong></a> è un bel romanzo. O meglio: questa tavola bisognerebbe apparecchiarla, imbandirla, visto come il romanzo ruota attorno alla cucina, al mangiare, al bere, e il titolo si riferisca proprio al turno di chiusura di un ristorante.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma non è tutto qui. <span id="more-2789"></span>Perché i protagonisti di questo esordio narrativo di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=massimo_zanettini" target="_blank">Massimo Zanettini </a>non sono solo Michelangelo e il suo ristorante ereditato dal padre, non è solo la passione tutta emiliana per la buona tavola e il buon vivere in generale, tutt’altro: anche e soprattutto c’è un male di vivere celato a malapena dietro tortelli e brasati, una fatica dell’esistenza che si svela implacabile sotto i nostri occhi lungo il corso del racconto.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono anche Sandokan e Yanez, certo, c’è Parma, la Parma del Teatro Regio e delle trattorie, ma c’è anche l’Africa e ci sono perfino miraggi di un’altra vita possibile, ma tutto si sfalda e si accartoccia sotto il peso della vita e dell’incapacità di Michelangelo di affrontarla ad armi pari. Il romanzo, ormai vi sarà chiaro, non brilla per ottimismo, al nostro protagonista capitano una serie di sfighe da Oscar, e vi avviso, muore più gente qui in poco più di duecento pagine che in mille di un romanzo di Stephen King. Faccio per dire, badate, ma ci vado vicino.</p>
<p style="text-align:justify;">E pure Michelangelo è un personaggio che non brilla per simpatia eh, diciamo che come minimo non suscita ammirazione; eppure le sue vigliaccherie, le sue debolezze, riescono stranamente a suscitare una sorta di solidarietà che ci porta a fare il tifo fino alla fine. Fine che lascia un poco l’amaro in bocca ma che, come si suol dire, ci sta ampiamente.</p>
<p style="text-align:justify;">Rimane un retrogusto assai malinconico, proprio come quando Sandokan teneva fra le braccia la Perla di Labuan morente, quella bellissima Carole André, ma Zanettini scrive bene, il racconto pur fra alti e bassi ha i suoi momenti, ha passo e lunghezza adeguati e l’edizione di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank">Round Robin</a> è curata e di bel formato.</p>
<p style="text-align:justify;">Consigliato, naturalmente, con un Montepulciano d’Abruzzo come quello che fa compagnia a Michelangelo nel bel capitolo conclusivo.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">tomtraubert, <a href="http://liblog.blogdo.net/narrativa/chiuso-per-turno-zanettini/" target="_blank"><strong>Liblog</strong></a></p>
Posted in our books Tagged: chiuso per turno, cucina, cuoco, il mangione, massimo zanettini, Michelangelo Bricoli, narrativa, parma, romanzo <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/2789/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=2789&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Chiuso per turno: ci mancava anche Sandokan! &#8211; lettera.com</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 13:04:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Michelangelo vive per il cibo. La morte del padre, che con lui gestiva un ristorante in centro Parma, lo induce a riflettere su scelte e valori che fino a quel momento hanno ispirato la sua vita. Altre vicende drammatiche lo segneranno nel profondo fino alla constatazione che forse, di fronte alla paura del dolore, della [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=2294&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2295" title="chiuso per turno" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/07/chiuso-per-turno-blog.jpg?w=169&#038;h=242" alt="chiuso per turno" width="169" height="242" />Michelangelo vive per il cibo. La morte del padre, che con lui gestiva un ristorante in centro Parma, lo induce a riflettere su scelte e valori che fino a quel momento hanno ispirato la sua vita. Altre vicende drammatiche lo segneranno nel profondo fino alla constatazione che forse, di fronte alla paura del dolore, della solitudine, della morte, il benessere economico e il successo professionale non sono tutto. Sarà capace Michelangelo di rinunciare a quei piaceri della vita che da sempre rappresentano la sua filosofia esistenziale?</p>
<p style="text-align:justify;"><em>- Hai paura? &#8211; disse una voce maschile alla mia destra.<br />
Mi spaventai, tanto che per poco non finii fuori strada. Senza fermarmi, mi girai e vidi seduto al mio fianco Sandokan.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Leggo il primo capitolo di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731063/Chiuso+per+turno/" target="_blank"><strong>Chiuso per turno</strong></a> di Massimo Zanettini e mi dico che l&#8217;autore ha dei numeri. Il fatto è che mentre leggo vedo la scena di un film con Totò o, meglio ancora, con Massimo Troisi. Perché proprio Troisi? Perché mi sembra che, meglio di qualsiasi altro artista, riesca a coniugare malinconia e ironia, e non è una cosa da poco. Ma vediamo questa scena.<span id="more-2294"></span><br />
Funerale. Becchini che provano a infilare nell&#8217;avello la cassa che inesorabile sporge dieci centimetri. O la cassa è troppo lunga o la tomba troppo corta.<br />
&#8220;-Suo padre era un pezzo d&#8217;uomo./ Ecco di chi è la colpa./ &#8211; Sì, &#8211; confermai./ &#8211; Deve aver preso da lui, &#8211; giudicò alludendo alla mia corporatura.&#8221;<br />
Non possiamo fare a meno di sorridere vedendo i becchini che con l&#8217;ausilio di una scopa misurano l&#8217;interno della tomba prima di constatare che la cassa proprio non ci sta.<br />
Solo un sorriso però, non di più, perché sarebbe indelicato nei confronti di Michelangelo Bricoli, protagonista e voce narrante del romanzo. In definitiva si tratta sempre del funerale di suo padre.<br />
Nel prosieguo del romanzo altre morti, altri funerali, e il senso di vuoto, di solitudine che Michelangelo si porta con sé e che, pagina dopo pagina, cresce a dismisura. Tutto questo però ci viene narrato con un tono lieve, coerente con il personaggio che, amante della buona cucina e dei piaceri della vita, non sembrerebbe troppo incline all&#8217;introspezione, o almeno non lo è mai stato ma inevitabilmente lo diventerà.<br />
Spesso le vicende della vita ci cambiano, ci inducono a fare i conti con noi stessi, fino a chiederci se e dove abbiamo sbagliato, se e cosa potremmo/dovremmo modificare della nostra esistenza.<br />
&#8220;La mia è una famiglia di ristoratori da almeno quattro generazioni. Il mio bisnonno aveva un&#8217;osteria in un paese di montagna. Osteria &#8216;La lepre&#8217; si chiamava, per via della maestria della mia bisnonna nel fare la lepre in umido&#8230; Mio nonno imparò a cucinare dalla mia bisnonna, mio padre da mio nonno e io da mio padre&#8221;.<br />
Nel frattempo l&#8217;osteria in montagna è diventata un ristorante a Parma, a due passi dal Regio. Il cibo dunque, o meglio il mangiare, come una vera missione, vocazione iscritta nel codice genetico.<br />
&#8220;La ragione per cui mio padre chiamò il ristorante &#8216;Il mangione&#8217; è fin troppo ovvia: mio padre era obeso. Non amava il cibo. Lui viveva per il cibo&#8230; E io non mi posso dire diverso da lui,&#8221; &#8211; aggiunge dopo poche righe Michelangelo.<br />
Forse dovrebbe mangiare di meno, ridurre l&#8217;alcool, smettere di fumare, ma vale la pena privarsi di questi piaceri della vita? La paura di morire potrebbe essere un argomento convincente ma Michelangelo, in una autoanalisi impietosa, riconosce di essere troppo &#8220;debole di spirito&#8221;.<br />
In questa storia di provincia dove il cibo la fa da padrone, non manca la parentesi esotica, un viaggio in Africa che diventa ulteriore momento di rottura di un equilibrio difficile forse mai pienamente raggiunto. Non mancano nemmeno Sandokan, la Tigre della Malesia, e il suo fido luogotenente Janez de Gomena, che cercano di convincere Michelangelo a cambiare vita, a trovare un ideale più nobile del semplice mangiare. Manchiamo solo noi. Che cosa faremmo al posto di Michelangelo? Per fortuna che oggi è chiuso per turno.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Giancarlo Montalbini, <a href="http://www.lettera.com/libro.do?id=7304" target="_blank">lettera.com</a></p>
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		<title>“Interno con rivoluzione”: tra Garcia Marquez e Revolutionary road &#8211; City</title>
		<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/05/%e2%80%9cinterno-con-rivoluzione%e2%80%9d-tra-garcia-marquez-e-revolutionary-road-city/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2009 14:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Interno con rivoluzione, di Maria Laura Bufano (Round Robin editrice, pp 360, € 15), narra le vicende di due personaggi di differente origine geografica e sociale: Lidia, pugliese di famiglia laico-borghese, in parte di estrema destra, in parte antifascista; e Paolo, di famiglia proletaria lombarda, con padre fascista e madre comunista. La storia, inizialmente [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=2069&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2070" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/06/interno-con-rivoluzione.jpg?w=180&#038;h=259" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="180" height="259" /> <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank"><strong>Interno con rivoluzione</strong></a>, di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a> (Round Robin editrice, pp 360, € 15), narra le vicende di due personaggi di differente origine geografica e sociale: Lidia, pugliese di famiglia laico-borghese, in parte di estrema destra, in parte antifascista; e Paolo, di famiglia proletaria lombarda, con padre fascista e madre comunista. La storia, inizialmente giocata sull&#8217;inseguirsi e il crescere dei protagonisti è interamente affidata alla narrazione di lei e si svolge in un arco di tempo compreso fra il 1942 e la primavera del 1973. L&#8217;incontro nella città lombarda di F., il crescere delle rispettive personalità sullo sfondo della sezione del PCI e l&#8217;immersione nelle battaglie politico-sociali degli anni &#8216;60 e &#8216;70 forniscono l&#8217;ambiente e le motivazioni incidentali del romanzo. In questo orizzonte si svolgono le travolgenti, toccanti vicissitudini amorose dei due, le fughe, gli inseguimenti, le partenze, i ripensamenti, la nascita dei figli. Traspaiono insieme la forza, la sicurezza di Lidia, e l&#8217;aerea essenza di uomo moderno di Paolo, nuova figura di padre capace di curarsi dei figli piccoli senza timore dello scandalo che tali premure avrebbero potuto provocare nell&#8217;ambiente dell&#8217;epoca.<br />
<span id="more-2069"></span><br />
Il romanzo coinvolge il lettore e lo lascia senza scampo. Impossibile staccarsene. Pur con una studiata uniformità stilistica, un linguaggio semplice e netto come un&#8217;incisione nel legno, e un misurato equilibrio narrativo (le parti dedicate a Paolo e a Lidia si equivalgono) Maria Laura Bufano riesce a trasportarci dalle realtà (quasi) contadine (seppure benestanti) del nostro paese, come la Puglia degli anni &#8216;40, agli essenziali fermenti politici che animavano la sinistra del dopoguerra. Si respira con la stessa fedeltà l&#8217;aria da realismo magico della provincia pugliese &#8211; da cui il riferimento a Garcia Marquez &#8211; e l&#8217;arredamento essenziale dell&#8217;appartamento lombardo dei due: specchio della precarietà esistenziale e dei loro contrastanti impulsi vitali. Rapporto a due che richiama alla mente il Richard Yates di “Revolutionary Road”, riferimento forse lontano dalle letture dell&#8217;autrice ma che ci aiuta a illustrare la sapiente vastità della narrazione e la notevole capacità di ricostruire i punti di vista maschile e femminile, con una veridicità tanto intensa da risultare sconvolgente.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Spero che chi giunga alla fine del libro, concordi con me su un punto: protagonista della storia è Paolo, più che Lidia.</em><br />
<em>Ma lei, per farlo vivere in queste pagine, gli ha regalato pezzi di se stessa. […] La parola identità è per lei sopportabile, e persino cara in un solo significato: quando indica il prodigio che talvolta sorprende esseri umani, agli occhi del mondo distanti o addirittura contrapposti, nel momento in cui scoprono ampie zone di se stessi non solo somiglianti a quelle dell’altro, ma in tutto identiche.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Benedetto Grasso, <em><strong>City</strong></em> (Roma)<em><br />
</em></p>
Posted in our books Tagged: '68, '69, city, comunismo, femminismo, interno con rivoluzione, maria laura bufano, narrativa, politica, revolutionary road, romanzo <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/2069/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=2069&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Chiuso per turno di Massimo Zanettini &#8211; rivist@</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 13:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Chiuso per turno, romanzo d&#8217;esordio di Massimo Zanettini, ruota attorno alla figura di Michelangelo Bricoli, cuoco di un lussuoso e rinomanto ristorante nel centro dell&#8217;opulenta città di Parma. Michelangelo è un uomo come ce ne sono tanti, pavido, indolente, abitudinario. Il protagonista, che nella conduzione del &#8220;Mangione&#8221; succede al padre, vive del suo lavoro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=2065&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2066" title="chiuso per turno" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/06/chiuso-per-turno-blog.jpg?w=169&#038;h=242" alt="chiuso per turno" width="169" height="242" /> <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731063" target="_blank"><strong>Chiuso per turno</strong></a>, romanzo d&#8217;esordio di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=massimo_zanettini" target="_blank">Massimo Zanettini</a>, ruota attorno alla figura di Michelangelo Bricoli, cuoco di un lussuoso e rinomanto ristorante nel centro dell&#8217;opulenta città di Parma. Michelangelo è un uomo come ce ne sono tanti, pavido, indolente, abitudinario. Il protagonista, che nella conduzione del &#8220;Mangione&#8221; succede al padre, vive del suo lavoro di chef, del bip-bip di saluto della Mercedes, delle vacanze a Forte che &#8220;ci trovi tutta Parma&#8221;, e ha una passione smodata, indecente, per il cibo, maledizione di famiglia già pagata con la vita da suo padre (&#8220;La ragione per cui mio padre chiamò il ristorante &#8216;Il mangione&#8217; è fin troppo ovvia: mio padre era obeso. Non amava il cibo, lui viveva per il cibo&#8221;). A queste istanze sembra ridursi l&#8217;esistenza di Michelangelo, personaggio emblematico dell&#8217;evo moderno, fino a che la scossa della morte non tenta di strapparlo con violenza al quieto cortocircuito dell&#8217;abitudinarietà. Tre morti cadenzano il ritmo narrativo del romanzo. La prima, quella del padre, apre il libro. Sull&#8217;onda degli accadimenti emotivi Michelangelo, quarantenne, si lascia convincere dalla sua eterna fidanzata a partire finalmente per l&#8217;Africa. Tra la lotta contro la sua stessa natura, e una serie di surreali dialoghi con Sandokan, <span id="more-2065"></span>che, secondo le stesse parole dell&#8217;autore è &#8220;l&#8217;aspirazione di Michelangelo ad essere migliore, libero, temerario, selvaggio, esotico, profondo, generoso, feroce. Sandokan è l&#8217;eroe per antonomasia, il condottiero carismatico per cui la gente si farebbe ammazzare, il giustiziere implacabile, l&#8217;innamorato che abbandona tutto per la donna che ama. […] E Michelangelo nemmeno nei sogni più inconfessati aspira ad essere Sandokan, ma nemmeno Janez de Gomera. […] A lui basterebbe non essere ciò che è, ma non sa come fare, ecco perché interviene il più grande di tutti gli eroi.&#8221; Tra la lotta contro la sua natura e la possibilità di riscatto, si gioca la partita di &#8220;Chiuso per turno&#8221;, dicevamo.</p>
<p style="text-align:justify;">Il piacevole romanzo è intessuto anche di una fitta rete di nascosti riferimenti cinematografici che lo consolidano arricchendolo: da &#8220;Fantozzi&#8221; alla &#8220;Tragedia di un uomo ridicolo&#8221; di Bertolucci, a &#8220;La grande abbuffata&#8221; o &#8220;Amici Miei&#8221; di Monicelli, ma soprattutto, per ammissione dell&#8217;autore, &#8220;Spaghetti a Mezzanotte&#8221; di Martino. &#8220;Chiuso per turno&#8221; rappresenta una riuscita (amara) declinazione dell&#8217;esistenzialismo classico nella grassa Emilia contemporanea.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Tommasina Rodano, <a href="http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliCultura.aspx?id=5794" target="_blank">rivist@</a></p>
Posted in our books Tagged: africa, bologna, chiuso per turno, forte dei marmi, goutmet, janez de gomera, libri, massimo zanettini, Michelangelo Bricoli, musica classica, narrativa, obesità, parma, ristorante, romanzo, sandokan <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/2065/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=2065&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Forme della scrittura autobiografica. Tre esempi &#8211; Mille anni che sto qui</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 09:28:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo lo straordinario successo della parte della tesi di Wu-Ming-F dedicata a Interno con rivoluzione di Maria Laura Bufano, abbiamo chiesto allo stesso autore la possibilità di pubblicare anche la sezione in cui tratta di Mille anni che sto qui, di Mariolina Venezia.
 Dalla tesi Forme della scrittura autobiografica. Tre esempi con la quale Wu [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1816&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000080;">Dopo lo straordinario successo della <strong><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/04/25/forme-della-scrittura-autobiografica-tre-esempi-estratto-su-interno-con-rivoluzione/" target="_blank">parte della tesi di Wu-Ming-F</a></strong> dedicata a <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a></strong> di Maria Laura Bufano, abbiamo chiesto allo stesso autore la possibilità di pubblicare anche la sezione in cui tratta di <em>Mille anni che sto qui</em>, di Mariolina Venezia.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000080;"> Dalla tesi <em>Forme della scrittura autobiografica. Tre esempi</em> con la quale Wu Ming-F si è laureato in Scienze del testo, presso la facoltà di Scienze Umanistiche dell‘Università La Sapienza di Roma. Relatore della tesi il professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea Aldo Mastropasqua, correlatore il prof. Rocco Paternostro (Critica letteraria). Si avvertono i lettori che  data l’estesa trattazione tesistica (comprendente anche un corposo riassunto del romanzo), si consiglia la conoscenza del testo. Si sconsiglia altresì la lettura a chi avesse intenzione di leggere il romanzo di Mariolina Venezia e non l’avesse ancora fatto: vengono anticipati completamente trama e motivi.</span></p>
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<p style="text-align:center;"><strong>2.2 Mille anni che sto qui </strong></p>
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<p style="text-align:justify;"><em>Mille anni che sto</em> qui di Mariolina Venezia <strong>[1]</strong> &#8211; <span id="more-1816"></span>certamente il più noto tra i romanzi analizzati in questa tesi &#8211; ricostruisce, attraverso le travagliate vicende della famiglia Falcone, la storia di Grottole, nei pressi di Matera, dall’Unità d’Italia alla caduta del muro di Berlino. Le vicissitudini e la storia della famiglia lucana “cui il destino dona tutto e non risparmia niente” ricostruiscono in forma di quella che comunemente viene chiamata saga familiare le vicende dei Falcone distese su cinque generazioni e quasi centocinquant’anni, riproponendo di fatto e con esuberante prepotenza lo schema (seppure giocato tutto a posteriori, e non quindi attraverso stratificazione narrativa capace di crescere in fieri) di quelli che abbiamo visto essere i libri di famiglia.<br />
Il romanzo, pubblicato nel 2006 da Einaudi, si è aggiudicato l’anno successivo il prestigioso Premio Campiello.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong> Riassunto dell’opera</strong></p>
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<p style="text-align:center;">PRIMA PARTE</p>
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<p style="text-align:justify;">CAP 1 – Rocchino, accompagnato dalla sua scrofa, trova una sostanza untuosa che gorgheggia dal terreno, la assaggia: è olio d’oliva! Le donne del paese cominciano a raccoglierlo in tutti i modi, inzuppandovi gli scialli, le lenzuola, per poi spremerli a casa. Don Francesco Falcone si era sposato con donna Nina, che non amava, ma avendola sposata dovette cercare di farla rimanere incinta. Donna Nina morì di parto e pochi giorni dopo la nascita anche il mostro con testa di pesce che aveva partorito subì la stessa fine. Nelle sue terre don Francesco incontrò Concetta, una bracciante, una ragazza che stava fiorendo in quel momento, già vista in paese. La portò a casa sua, ebbero sette figli, di cui sei femmine, e alla fine, penultimo, il maschio. Il giorno della nascita di Oreste le urla di Concetta rompono i vasi di terracotta che contengono l’olio, ma don Francesco per la felicità dovuta alla nascita del figlio maschio fa cominciare una festa che durerà per giorni.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 2 &#8211; I preparativi per il matrimonio tra don Francesco e Concetta vanno avanti per un anno. Grande invidia provata per tutta la vita dalla secondogenita Albina nei confronti della primogenita Costanza, cui il padre permetteva di tutto. Fidanzamento di Albina il cui matrimonio si deve però tenere dopo quello della sorella maggiore, che intanto scappa con un prete di Salerno rubando tutta la rendita annuale della raccolta del grano. Intanto erano già iniziati i preparativi per la costruzione di un vero palazzo, don Francesco Falcone fa chiamare (Concetta era fortemente contraria a quest’ostentazione di benessere) un architetto da Napoli e tutte le sue manovalanze. Per la fuga di Costanza con il prete don Francesco disdice il matrimonio che non si farà più. Inizio delle sventure.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 3 – Il 13 settembre 1862 a Serra Fulminante arrivarono i briganti e ultimano lo scatafascio. Rocchino, uno dei figli di quelli della Rabbia è precettato per partire militare. Diserta l’esercito e in fuga attraverso i boschi incontra i briganti. Ascolta le parole di Carmine Crocco Donatelli &#8211; capo di tutti i briganti di Lucania &#8211; e si unisce a loro. Le disgrazie non vengono mai sole per Don Francesco che, ormai incupito, nasconde una fortuna in gioielli e ducati in barili che poi fa murare nella casa ancora incompiuta, per poi cacciare di corsa gli ultimi operai. Nessuno conosceva il nascondiglio dei barili tranne lui che non si fidava di alcuno. Sboccia tra don Francesco e Concetta l’amore con una forza che prima non aveva mai avuto. Nel 1864 concepiscono Angelica, certamente la più bella tra le loro figlie. Don Francesco non era schierato né con i briganti né con il governo. Quando i briganti per la prima volta andarono a chiedere del cibo alla loro casa a Concetta, per non contrariare nessuno, né i briganti, né le guardie piemontesi, venne l’idea di preparare tutto doppio, per far avvelenare dai gendarmi solo la metà che poi non sarebbe stata consegnata davvero ai briganti. Ma qualcosa andò storto: i briganti si accorsero grazie alla folle corsa del cane Saetta che le salsicce portate loro da Chetanella erano avvelenate e andarono a casa di don Francesco, lo legarono per i piedi al suo cavallo e lo trascinarono per tutto il paese e le campagne tra le urla di chi osservava. Don Francesco non riuscì a dire a Concetta il posto dove stavano nascosti i barili d’oro.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 4 &#8211; Si passa ai rapporti tra Vincenzo, maltrattato dalla moglie Albina e la loro figlia Candida, sempre sul punto di morire ma con nove vite come i gatti. Candida aveva la capacità, che poi trasmise a tutti i discendenti, di cambiare idea. Angelica continuava a non trovare marito, prima a causa delle intransigenze del fratello Oreste, poi delle sue.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 5 &#8211; A metà ottobre a Grottole c’era la fiera, dove per la prima volta Candida conobbe Colino. Colino era il figlio di Minguccio il Merciale, il mercante pugliese di stoffe che quando veniva in paese faceva andare male gli affari del padre, Vincenzo, anche lui gestore di una piccola merceria. Colino era il più bel ragazzo che si fosse visto a Grottole, tutte lo volevano ma nessuna riuscì a farlo suo. Candida era rachitica, lui assomigliava al Cristo della chiesa ma era di carne e ossa. Tra i due fu un colpo di fulmine. Vincenzo rifiutò categoricamente di concedere la mano della figlia al figlio del suo rivale: la segregò in casa. La prima volta che uscì Candida ebbe le mestruazioni e tornando a casa di notte vide lo zio Oreste con gli abiti di Angelica, travestito, intento a fotografarsi. Quella notte ad Albina venne una strana idea. Decise di concedersi dopo anni al marito, ormai malato di cuore, che durante l’atto consumato furiosamente morì con un’espressione beata stampata in volto. Il fidanzamento fu siglato appena finito il lutto stretto.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 6 &#8211; Avvengono contemporaneamente i matrimoni di Candida con Colino, di Angelica con un cieco &#8211; che non poteva distinguerne chiaramente l’età ormai avanzata (e che da parte sua, istruito da Candida, le raccontava di una vita da aviatore e della cecità rimediata in battaglia in Tripolitania, trama da romanzetto rosa che non poteva non stregare Angelica) – e un terzo matrimonio tra Lucrezia (la più pulita delle figlie di quelli della Rabbia che serviva abitualmente da Albina) e Giuseppe Amodio, figlio di Rocco, appena tornato dalla Merica per trovarsi una donna della sua terra, che in realtà la prima volta entrò in quella casa per conoscere Angelica&#8230; I matrimoni si celebrano lo stesso giorno, le spose vengono tutte e tre accompagnate all’altare da Oreste.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 7 &#8211; Il 14 maggio 1915 viene dichiarata l’entrata in guerra dell’Italia, a Grottole sembra una cosa lontanissima, ma le cartoline per l’arruolamento arrivano anche lì. Alcuni volevano fingersi invalidi per non partire, molti con l’illusione della paga da soldato e del congedo avrebbero fatto di tutto per partire. Colino immerso nell’amore per Candida, fece esplodere il nitrato ammonico combinandolo con quello di calcio, finendo per diventare quasi sordo &#8211; Candida non sarebbe sopravvissuta alla sua partenza – ma come da suo progetto, grazie alla sordità, viene congedato. Segue la storia di Oronzio, ubriaco cronico che decide di partire e fare così qualcosa di buono per la moglie e per i figli, morì nella prima battaglia sull’Isonzo. Con la pensione la moglie riuscì a crescere i figli e a benedire finalmente la memoria del padre. Dopo la guerra il paese si riempì di storpi, quasi a tutti riesce a provvedere Colino, che nel frattempo fece del negozio di tessuti una merceria capace di rifornire di qualunque cosa tutto il paese, prestando, senza interesse “da agosto a agosto”. Riuscì a mettere così da parte una piccola fortuna e a ricomprare la casa di don Francesco Falcone per Candida. Durante i lavori di risistemazione saltarono fuori i barili con i ducati ormai senza valore e i gioielli murati tanti anni prima da don Francesco. Concetta cominciò a indossare i suoi gioielli e Gioia, molti anni dopo, ebbe il privilegio di giocare ai pirati con ducati veri, che per ricordo vennero conservati in soffitta. Nel 1919 Giuseppe tornò dall’America dove era andato per liquidare la sua attività di barbiere a Nuova York. Aspettò prima di rientrare l’amnistia, ma già durante il viaggio in mare cominciò a stare male. Arrivato a Grottole vincolò i risparmi in banca a nome di suo figlio Rocco, che avrebbe potuto utilizzarli una volta raggiunta la maggiore età &#8211; aveva appena cinque anni &#8211; poi tornò a casa e in capo a tre giorni morì. Lucrezia giurò guerra al Padreterno.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 8 &#8211; Arrivo di Cicia, l’ostetrica ciociara, accolta nella casa padronale, ormai di Candida, nonostante il parere contrario di Oreste, Concetta e Albina. Candida, sempre attratta dalle novità, fa subito amicizia con Cicia, che le racconta di una capitale sognante e lontana. Un giorno Candida decide di andarla a vedere Roma. Ci va con Colino, vedono per prima cosa San Pietro e l’arroganza del Dio che doveva abitare quella casa non gli piacque, preferivano il loro Cristo rurale. Cicia salva la vita di Candida in occasione del parto di Alba, settimina, sua ultima gravidanza: in ospedale le tolgono l’utero. Mammalina cresce Alba che la madre non può allattare. Lucrezia intanto sacramenta contro l’impiegato della posta che non le lascia prendere i soldi lasciati dal marito a nome del figlio. Cresce Rocco come un signore, ma un signore non è, l’unico affetto dell’infanzia del bimbo è la sua scrofa.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 9 &#8211; Avvento del fascismo a Grottole. Oreste, ormai sessantenne, vi aderisce con passione. Comincia a fare il delatore dei compaesani e a prendersi vane e tardive vendette a volte inventando le accuse di sana pianta. Colino alla fine si iscrive al partito per non perdere del tutto i fornimenti. Continua anche un po’ l&#8217;attività sottobanco, di piccolo contrabbando, ma una notte viene avvisato che il giorno dopo sarebbe arrivato un controllo. Fatica tutta la notte per spostare i sacchi di grano dal magazzino. Qualche giorno dopo viene appesa sulla bacheca degli annunci una foto di Oreste vestito da donna. Non si saprà mai chi la affisse. Oreste che quel giorno vide il paese ricominciare a ridere di lui, arrivato in piazza davanti alla bacheca ne capisce il motivo e sparisce per sempre.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 10 &#8211; Racconto straziante di come Lucrezia, anche per procurarsi i soldi per la divisa scolastica e l’iscrizione ai balilla, fa uccidere davanti al figlio Rocco la scrofa da lui amata.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 11 &#8211; Rocco dalla morte della scrofa smette di parlare. Lucrezia gira tutte le fattucchiere della Basilicata per fargli togliere il malocchio. Alla fine ci riesce Zi Giuseppe, ad Albano, che facendo spogliare la madre innesca la gelosia del figlio che lo ferma urlando.</p>
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<p style="text-align:center;">SECONDA PARTE</p>
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<p style="text-align:justify;">CAP 12 &#8211; Albina 89 anni, Costanza 90. La maggiore va finalmente a trovare la sorella, non sfiorano nemmeno il motivo per il quale in un paese di tremila anime sono riuscite a non parlarsi e non incontrarsi per quasi un secolo. Albina crede di morire perché Costanza ha mostrato invidia del suo aspetto, in realtà a morire è Concetta, con tutti i gioielli e un abito nero preparato da anni che è riuscita a indossare apposta. Intanto Rocco e Mimmo vivono a pensione a Matera, vicino ai Sassi. Tutti e due in seminario, ma per motivi opposti, Mimmo per trovare una vocazione che non ha, Rocco per studiare ma evitando, nei piani della madre, di farsi prete, lui che la vocazione invece l’avrebbe. Mimmo bestemmiando mentre serve la messa rischia di farsi espellere dal seminario, poi viene definitivamente espulso quando la madre Candida saputo dai preti l’accaduto sbotta a ridere furiosamente. I due scoprono la letteratura e si avvicinano al materialismo storico (specialmente Mimmo), al comunismo, circostanza che lo salverà dal pentimento per la mancanza di fede.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 13 – Profilo di Alba: vera maniaca della pulizia, capace quasi di non mangiare, che prova il suo unico affetto per l’asina Filomena, col cui latte era stata tenuta in vita appena nata. Colino e Candida a causa di un furto nel magazzino si riempiono di debiti, il loro matrimonio era in parte basato sulle menzogne di Candida a Colino che in realtà non si rendeva conto del denaro necessario per mandare avanti la numerosa famiglia e del fatto che le coperte ricamate nottetempo da Candida fossero da lei ricamate a pagamento. Candida lavora di nascosto finché non riesce a pagare i debiti, tutti e due in realtà non temevano altro che la morte del coniuge, senza il quale sarebbero stati incapaci di vivere.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 14 &#8211; Partenza di Rocco per Reggio Emilia dove aveva vinto la cattedra, Lucrezia disperata come se fosse morto. Rocco aveva a cuore gli ultimi della classe, trattava con i loro genitori perché li mandassero a scuola, per non farsi fregare un domani dai datori di lavoro. Un giorno lo ferma una collega, Mara, e lo introduce in un bar nel cui retrobottega clandestinamente si ascolta Radio Milano dare notizie sulla situazione in Spagna. Rocco si sente morire: lo stavano iniziando al comunismo, da tutti a Grottole ritenuto più pericoloso del demonio stesso. Rocco crede all’utopia, si infervora per la terza e ultima volta nella sua vita (prima del comunismo i romanzi e la fede cattolica avevano occupato il suo cuore). Si innamora di Mara, la verginità la perse a 21 anni con una prostituta con cui spese tutti i risparmi lasciatigli dal padre, con l’inflazione e il crollo del ‘29 nel frattempo ormai svalutati. Durante la guerra Rocco viene stanziato a Pescara, dopo tre anni rivede Mara che cerca di convincerlo a partecipare alla lotta partigiana cui lei si stava unendo, ma Rocco preferisce non disertare. Non la rivedrà mai più.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 15 &#8211; Alba viene mandata da Candida al collegio femminile del Sacro cuore di Monopoli. Si adatta al freddo e apprezza la pulizia e l’odore di ammoniaca dei pavimenti il sabato mattina. Essendo inappetente non soffre la scarsità delle razioni, anzi passa parte delle sue a Maria, la sua prima robusta amica con cui condivide, in solitudine, gli anni delle medie. Al primo magistrale però viene cercata da Gioia, la nuova reginetta tra le ragazze, e senza averlo mai desiderato inizia a far parte del gruppo d’elite tra le studentesse. Alba e Gioia diventano inseparabili, Alba continua a passare il cibo a Maria ma ormai la loro amicizia è finita. Cresce con Gioia che la mette a parte dei suoi segreti, delle sue aspirazioni, delle sue riviste di Vogue, giunte apposta da Parigi. Un giorno Gioia si fidanza, il ragazzo viene a trovarla imprudentemente a Monopoli, lei fugge due ore dall’istituto e perde la verginità, racconta nei dettagli tutto ad Alba, che rimane, senza dirlo, abbastanza disgustata. Entro sera anche le suore vengono a conoscere tutto della faccenda e Gioia viene espulsa senza che di lei si sappia più nulla. La delatrice era Maria che sperava di poter recuperare così la vecchia amica, che più che continuare a passarle con disprezzo il cibo non fece.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 16 &#8211; Rocco e Mimmo fondano la sezione del Partito Comunista di Grottole. Mimmo si innamora di tutte le insegnanti dell’altitalia tenute a pensione da Candida, che poi regolarmente finiscono a letto con Vincenzo, il fratello. Candida non sopporta nessuno dei tre. Ad una festa organizzata da Mimmo per provarci con una di queste pensionanti Rocco si accorge che Alba si è fatta donna, ballano insieme un valzer, Rocco decide di chiederla in moglie.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 17 &#8211; La difficoltosa gravidanza di Alba la costringe a letto sin dal secondo mese. Viene quasi vietato anche a Rocco l’accesso alla stanza dove Alba riposa con Candida pronta ad accudirla. Gioia, la figlia, nacque due settimane prima del tempo, per il parto fu necessario l’aiuto di Clelia, la figlia di Cicia, la vecchia amica ciociara di Candida, alla sua prima prova da ostetrica. Gioia riporta un danno all’anca che la fa zoppicare per tutta la giovinezza, Alba ha finalmente un motivo per odiare la cognata (tenuta da sempre in palmo di mano da Candida Clelia finì nel frattempo per sposare Mimmo).</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 18 &#8211; Gioia cresce con un’inappetenza simile a quella della madre. Il nome lo scelse Alba in ricordo dell’amica scomparsa e come segno distintivo rispetto a tutti gli altri paesani. Nella valle del Basento viene scoperto il gas, c’è una prima industrializzazione che poi deluderà le aspettative. Clelia diventa sempre più stravagante e indispettisce le compaesane. Gioia è cagionevole di salute, le tolgono le tonsille. La nonna Candida le racconta tutte le storie, quella dei barili, quella dell’uomo che parte per mare, quella del nonno ricco e della nonna povera&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 19 &#8211; Rocco, Alba e Gioia si trasferiscono a Monopoli. Rocco e Alba scoprono una stagione di felicità inaspettata che vivono con qualche senso di colpa e con grande leggerezza. Rocco abbandona l’attività politica, le loro compagnie sono borghesi, Gioia cresce, entra nell’adolescenza. Rocco vuole dare un po’ di questa felicità a Lucrezia che però non ne gode, si siede dando le spalle alla finestra da cui si vede il mare. Alba un pomeriggio a passeggio con la figlia incontra Gioia, la sua amica del collegio di Monopoli cui la figlia, Gioia appunto, deve il nome.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 20 &#8211; 16 marzo 1978. Rapimento di Aldo Moro e morte di Colino. A Grottole tutto il paese rende omaggio alla salma, per anni i contadini continuarono a pagare i debiti a Candida, anche se avrebbero potuto farne a meno: nessuno avrebbe saputo decifrare gli appunti di Colino. Cataldo, uno dei figli, eredita il negozio. Ma non lo sa gestire, toglie molti dei prodotti e smette di fare credito, arriva al fallimento. Alba, Rocco e Gioia si trasferiscono a Matera, Gioia non perdonerà mai al padre questo trasferimento. In Rocco vanno via via spegnendosi tutti gli antichi ardori politici. Gioia comincia a frequentare i giovani che occupano le case disabitate dei sassi. Un giorno per mano di Alex, tra quelle case, perde la verginità. Il giorno del suo diciottesimo compleanno lascia un biglietto a casa in cui dice di andarsene, di non cercarla. Rocco la cerca per giorni, senza trovarla.</p>
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<p style="text-align:center;">TERZA PARTE</p>
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<p style="text-align:justify;">CAP 21 &#8211; Vita immaginata e non di Gioia, come avrebbe potuto essere con casa a Monopoli e figlia di nome Alba, cene immaginate da nonna Candida… e spezzoni di come invece è: figlia dei fiori che consegna senza conoscerne il contenuto misterioso di un pacco presso un appartamento della periferia romana. Vita on the road, droghe, attività di venditrice ambulante, notti insonni. Un giorno Gioia chiama il padre Rocco che la mattina dopo la va a prendere alla stazione Termini, invecchiato, più spaesato di lei. Poi il Dams a Bologna e la partenza per Parigi.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 22 – Storia di Spiros, che a Saliicco nel 1980 diserta l’esercito e per amore fugge a Parigi con Eleni, che svaligiata la cassaforte di famiglia lo aspettava per la fuga. Gioia a Parigi affitta un monolocale, è una delle poche a non rientrare in Italia, non torna anche per non rispondere ai giudici riguardo al grande processo di cui è uno degli imputati minori. Rocco inutilmente cercava di convincerla che invece sarebbe meglio presentarsi. Viene spesso scelta per la sua bellezza ai provini come attrice, ora che poteva essere chiunque non si sente più nessuno. Raggiugne un periodo di castità dopo una moltitudine di amori. A 11 anni dallo scoccare del nuovo millennio viene investita da un’auto e soccorsa dal conducente: Spiros. Reminiscenze di don Francesco Falcone nel corpo e negli atteggiamenti del greco. Comincia un amore forsennato tra i due, poi Spiros sparisce. Gioia deve cominciare un lavoro da attrice con un regista importante ma lui si ripresenta all’improvviso, la porta in Provenza, la sera lei nota che lui è coinvolto in un traffico illegale, passa una valigetta a qualcuno, lei appena se ne rende conto scappa via. Dopo anni lui le scriverà, lei orami abiterà a Roma, per ringraziarla, ma senza lasciare un indirizzo a cui rispondere.</p>
<p style="text-align:justify;">CAP 23 – Non è facile, dice la narratrice, raccontare questa storia a chi non conosce la valle del Basento. Cosa c’entri con lei, ossia con Gioia, non sa dirlo. Crollo del muro, sull’Espresso arrivano le prime testimonianze della realtà socialista. Il mondo di Rocco vacilla sin dalle fondamenta. È il 19 marzo 1989 quando Alba e Rocco scendono alla Gare de Lyon, vanno a riprendere loro figlia, la portano a Matera. Per la prima settimana Gioia non parla, la madre deve imboccarla come quando era piccola. Dopo una settimana Gioia se ne va. A Grottole la nonna Candida la accudisce amorevolmente. “Negli ultimi tempi Candida aveva cominciato a somigliare a sua madre Albina, e anche a sua nonna Concetta, che in gioventù erano tutte diverse l’una dall’altra ma andando avanti avevano iniziato a somigliarsi e arrivate verso la fine erano diventate identiche&#8221;<strong> [2].</strong> Candida fin dalla mattina raccontava alla nipote le solite tantissime vecchie storie, che piano piano cominciavano a comporsi insieme e a formare un unico grande racconto. Una mattina Gioia sentì che le erano tornate le forze, trovò la tavola del salone apparecchiata a festa dalla nonna che le chiese di farle indossare la veste nuova, prima di morire. Gioia sentì una felicità antica e una nuova tristezza farsi avanti chiaramente: vide dal treno la valle che aveva lasciato, contro cui aveva lottato, definitivamente cambiata. Lo sguardo ormai incapace di perdersi come un tempo. “Il nucleo rimasto intatto per secoli, o per millenni, si era frantumato nel giro di pochi anni, ma nessuno sembrava averci fatto caso. Lei che ci aveva scalciato contro, adesso si rammaricava della sua perdita e ne celebrava in silenzio un funerale senza lacrime” <strong>[3]</strong>.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>Analisi critica</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Partendo sempre dalle indicazioni di Lejeune nel caso di Mille anni che sto qui dobbiamo, ancor più decisamente che per <em>Interno con rivoluzione</em>, constatare che non siamo di fronte ad un’autobiografia, né, in senso stretto, a quello che il critico francese definisce ‘romanzo autobiografico’. L’autrice, Mariolina Venezia, in un’intervista risalente a prima della pubblicazione del romanzo lo definisce ‘storico’, e, come vedremo, il testo è punteggiato di riferimenti particolari alle vicende locali (della Lucania, come il capitolo riguardante il brigante Carmine Crocco Donatelli <strong>[4]</strong>), nazionali <strong>[5]</strong> e internazionali <strong>[6]</strong>: dall’unità d’Italia alla caduta del muro di Berlino, il tutto filtrato dalla particolarissima prospettiva di Grottole, piccolo centro dell’entroterra della Basilicata. Il romanzo, da più critici accostato a quelli di Gabriel Garcia Marquez, somiglia piuttosto ad una articolata saga familiare (riporto qui sotto tre stralci di recensione):</p>
<p style="text-align:justify;">Sappiamo bene da Garcia Marquez e da tanti altri illustri falsari di vite non-illustri che il romanzo storico entra (anzi: può entrare) nella cornice del romanzo familiare pseudo-genealogico come una chiave inchiostrata nella serratura delle pagine ancor vergini ma spregiudicatamente disponibili a farsi servitrici del passato umano. Ecco, la Venezia, bella bella, dal niente appare con un libro scoppiettante e lineare, anche se sommerso da una valanga di nomi di persona piú disordinati delle vicende familiari lucane di cui all’oggetto; arriva, l’autrice, a farci amare il capostipite Don Francesco Falcone e a metterci in bocca i nomi di Candida, Albina, Colino, Gioia, suoi successori e parenti acquisiti, solo per mostrarci, infine, alle ultime battute del bel romanzo einaudiano, tutta la labilità, l’incoerenza, lo sbandamento dei giorni nostri. Gioia, l’ultima protagonista di questa saga familiare, appunto, con un’accelerazione scrittoria ed un perdersi stilistico e ritmico nel pulviscolo dei pensieri e delle parole, segnala l’arrivo della narrazione alla fine degli anni Ottanta del Novecento. Ci lascia un pugno di sofferenza e di riprovazione per questi ultimi vent’anni, insomma <strong>[7]</strong>.<br />
È possibile che nel raccontare la storia di una famiglia, dall’Unità d’Italia alla caduta del muro di Berlino, ci si perda per strada come all’una di notte in un paese sconosciuto? Nel romanzo di Mariolina Venezia Mille anni che sto qui, questo non accade, perché la “millenaria” famiglia che “passa nel secolo” (1861-1989) non ti lascia mai solo, nemmeno quando i “suoi” se ne sono andati (quasi) tutti. Una famiglia nata all’ombra secca di una parola dura come pietra, liquida come olio: Sud <strong>[8]</strong>.<br />
“Mille anni che sto qui” non è un romanzo storico come potrebbe lasciare intendere l’evocazione delle gesta di Carmine Crocco Donatelli, generale dei briganti lucani, che per tre anni conduce contro 120 mila soldati piemontesi l’ultima “guerra contadina” dell’Occidente, oppure di Giuseppe Novello ucciso senza motivo dalla polizia mentre con centinaia di braccianti occupa le terre nel materano, o ancora dei cittadini di Berlino che festeggiano la libertà ritrovata dopo la caduta del muro. Al centro del romanzo c’è la crisi esistenziale di Gioia, una ragazza lucana che dopo aver vissuto la breve stagione del movimento del 1977 nelle piazze di Roma, Bologna e Firenze ripara a Parigi accusata di un reato minore. [...] Tutti gli eventi che riguardano lei e la sua famiglia scorrono nella mente di Gioia e segnano i suoi stessi tratti fisici come fotogrammi di un film. [...] E’ questa concezione della vita che fa dire ai contadini lucani: “Monnu è statu e monnu è”, “Mondo è stato e mondo è”, da non interpretare come rassegnata arrendevolezza ad una realtà immodificabile, ma come capacità di scorgere nei fatti della vita le linee e le cesure della lotta incessante per la libertà. Le quali non sono consumate dal tempo ma riemergono in fasi diverse della nostra esistenza come un fiume carsico <strong>[9]</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Saga familiare riletta prettamente al femminile, grazie al numero e al peso delle donne la cui presenza è predominante nel corso delle cinque generazioni della famiglia Falcone che attraversano il testo, e, soprattutto, grazie alle incursioni e al punto di vista della voce narrante, affidata a Gioia, ultima nata e principale protagonista del romanzo.</p>
<p style="text-align:justify;">Il testo, diviso in tre parti, non rispetta evidentemente le quattro condizioni richieste per riconoscere nello stesso un’autobiografia <strong>[10]</strong>, e, per circostanza di ideazione e realizzazione non è possibile nemmeno riconoscervi un vero libro di famiglia, eppure Mille anni che sto qui, sembra proprio incarnare perfettamente, e, diremmo, rilanciare, un modello nuovo di narrazione familiare italiana, ricostruendo una storia che prendendo spunto da racconti orali, per esplicita ammissione epigrafica della stessa autrice, vengono solo da questa rielaborati:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Le vicende e i personaggi raccontati in questo romanzo sono frutto della libera elaborazione della fantasia dell’autrice</em> <strong>[11]</strong>.</p>
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<p style="text-align:justify;">Anche l’inserimento dell’albero genealogico è un tipico espediente da narrazione familiare &#8211; anche se non prettamente tipico dei libri di famiglia – l’albero da una parte riveste il ruolo di mappa con cui orientarsi all’interno delle intricate vicende della famiglia Falcone, certo, ma al contempo sancisce un punto di contatto con la consuetudine delle saghe familiari, mostrando fin da subito la natura plurigenerazionale del romanzo, e la sentita urgenza di ricostruzione e rievocazione delle gesta di famiglia:</p>
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<p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1818" title="scansione_fede1" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/05/scansione_fede1.jpg?w=300&#038;h=260" alt="scansione_fede1" width="300" height="260" /></p>
<p style="text-align:justify;">L’albero genealogico è infatti dolcemente abbozzato a mano da Gioia (l’ultima nata) a Candida, sua nonna, protagonista della parte centrale del romanzo e più volte riconosciuta come narratrice orale dalla nipote:<br />
Negli ultimi tempi Candida aveva cominciato a somigliare a sua madre Albina, e anche a sua nonna Concetta, che in gioventù erano tutte diverse una dall’altra ma andando avanti avevano iniziato a somigliarsi e arrivate verso la fine erano diventate identiche, come se in prossimità della morte l’essenziale fosse loro affiorato sul viso. Trascorreva la giornata al suo capezzale, sferruzzando quella che sarebbe stata l’ultima delle sue fatiche. […] Fin dalla mattina, quando entrava nella camera di Gioia, iniziava a raccontare, come quella volta che da piccola le avevano tolto le tonsille. Lo zio Mimmo e le parolacce che aveva detto sull’altare, la nonna Concetta e quant’era buona coi poveri, quella signora di Milano, i barili di don Francesco… Storie che Gioia aveva sentito migliaia di volte, ma in quegli anni non ci aveva più pensato. Adesso, riascoltandole, le sembrava che si mettessero tutte insieme, come i disegni di quei centrini che all’inizio erano solo maglie piene e vuote, archi di catenelle, rombi e colonnine, ma poi a lavoro ultimato formavano un disegno più grande che non significava proprio niente, se non tutto il tempo e l’amore che erano stati messi per farlo <strong>[12]</strong>.<br />
Del resto questa versione del libro di famiglia al femminile, in cui la voce è prevalentemente quella delle donne, trova minore riscontro negli esemplari di libri familiari sino ad ora catalogati – per le donne era infatti sconsigliata quando non proprio interdetta la pratica della scrittura – ma è dotata di caratteristiche peculiari che la differenziano dalla consueta narrazione memoriale maschile. La ricostruzione che le donne fanno della vita familiare è infatti, come giustamente notano Cicchetti e Mordenti, diversa dall’accurata trascrizione notarile di ascendenza mercantile che ne fanno gli uomini (soprattutto nelle testimonianze più antiche). A proposito di un libro di famiglia vergato da mani femminili, quelle di Camilla Perotti Sizzo, gli autori de I libri di famiglia in Italia giustamente osservano:<br />
Successivamente apre sei sezioni distinte, una per ogni matrimonio dei figli e registra tra il 1783 e il 1808, l’intero secondo ciclo di riproduzione del gruppo familiare. Infine comincia il terzo ciclo aprendo un’ultima sezione per il matrimonio della nipotina Camilla [...] Da un lato non marca di marcare fortemente la propria individualità, scrivendo ‘io’, ‘mio figlio’ [...] raramente usa il plurale familiaris [...] né mancano in una simile scrittura “dati clinici e anamnestici” e tracce di uno specifico sapere legato alla riproduzione <strong>[13]</strong>.</p>
<p>E ancora, in generale, osservano:</p>
<p style="text-align:justify;">Se avessero potuto scrivere le donne che compaiono nei libri di famiglia probabilmente avrebbero scritto tutte così. [...] In realtà a saperli (e volerli) leggere in controluce i libri di famiglia ci parlano comunque di questo, anche in assenza della scrittura delle donne che, sia pure in silenzio, li abitano [...]. I libri di famiglia ci parlano anche del ‘corpo della famiglia’ cioè anzitutto del corpo della donna. [...] Il più grande degli interdetti, quello su cui forse si fonda la nostra letteratura &#8211; cioè l’interdetto verso il corpo e le sue funzioni, viene nel caso delle nostre scritture irreparabilmente violato, perché esse hanno al centro l’essenziale trinomio evocato da Elliot: “nascita, coito, morte” <strong>[14]</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Sfruttando pienamente gli studi di Cicchetti e Mordenti e utilizzandoli come lente in grado di fornire una valida chiave di lettura per il nostro romanzo, ci rendiamo conto di come (consapevolmente o inconsapevolmente non importa), questo rappresenti perfettamente l’apice storico-letterario del genere ‘libro di famiglia’. Apice che pur comprendendo in nuce tutti quelli che sono gli aspetti peculiari di una scrittura familiare (mancherebbe in questo caso la mano di diversi scriventi, ma la narratrice ricostruendo le antiche vicende della sua famiglia potrebbe essere l’iniziatrice di un libro di famiglia ancora da portare avanti), partorirebbe un esemplare sconfitto dall’unicità della mano scrivente ma non per questo offrirebbe una testimonianza meno valida del genere che ci interessa:</p>
<p style="text-align:justify;">Essi, che aspirano a ricevere integrazioni ed aggiunte, non possono prevedere una conclusione, semmai subiscono un’interruzione, che (appunto) li sconfigge, condannando allo scacco l’intenzione d’indefinita sopravvivenza tramite la famiglia (e la scrittura/lettura che l’accompagna e la lega attraverso e oltre il tempo della morte). […] Sia ben chiaro: tutto questo rappresenta solo lo specifico programma del libro, la sua intenzione, la quale non è smentita, ma appunto solo sconfitta, dall’eventuale presenza di una sola mano scrivente e dall’assenza di qualsiasi prosecutore scrittore/lettore, cioè dal fallimento del progetto del libro di famiglia <strong>[15]</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Il libro della Venezia quindi rappresenta l’ideale sublimazione e superamento del genere a cui ci riferiamo: gli eventi sensibili della vita dei familiari, legati al già ricordato trinomio eliotiano (nascita, coito, morte) consentono infatti alla narratrice di partecipare con piena emotività alla vita dei suoi personaggi e fanno di quello che potrebbe essere identificato come un libro di famiglia, un romanzo. Mille anni che sto qui, secondo quest’ottica infatti rappresenta perfettamente il passaggio dal libro di famiglia alla saga familiare, intesa in senso romanzesco.</p>
<p style="text-align:justify;">Seguire ancora un momento le indicazioni programmatiche di Cicchetti ci permetterà di renderci ancor meglio in grado di valutare compiutamente la perfetta permeabilità del romanzo della Venezia a questo genere di lettura. Ricordiamo la definizione che del libro di famiglia ci dà Cicchetti:</p>
<p style="text-align:justify;">Un libro di famiglia è un testo memoriale diaristico, plurale e plurigenerazionale, in cui la famiglia rappresenta tutti gli elementi del sistema comunicativo instaurato dal libro, costituisce cioè sia l’argomento (o contenuto) prevalente del messaggio testuale, sia il mittente che il destinatario della scrittura, sia infine il contesto e il canale della trasmissione <strong>[16]</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Mille anni che sto qui </em>rispetta i principali termini di questa definizione. È memoriale, capace cioè di conservare e trasmettere memoria di fatti realmente accaduti per esplicita ammissione dell’autrice, che più volte ha dichiarato candidamente di aver “preso spunto da fatti reali trasformati e dai racconti della nonna”. È diaristico in quanto punteggiato da precisi, seppur volutamente disomogenei, riferimenti temporali che puntellano lo svolgersi dei fatti grottolesi allo scorrere della storia d’Italia e d’Europa. È plurale <strong>[17]</strong> in quanto la plurigenerazionalità è assolutamente la marca fondamentale del romanzo in questione, anche se la forte impronta data dallo sguardo di Gioia alla ricostruzione delle sue vicende familiari (che la rendono viva, la definiscono, di cui lei, anche se contro la sua volontà, è parte) ne renderebbero complessa una continuazione ad opera di altri. E soprattutto è di famiglia in quanto è rappresentata l’evoluzione delle storie familiari e oltre a quelle vi è anche la testimonianza del diretto predecessore del libro di famiglia, il libro dei conti del mercante: il piccolo quaderno di appunti dove Colino segnava i prestiti e i crediti fatti ai compaesani e che solo lui era in grado di leggere:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Dava la merce a credito, con scadenze che andavano da agosto ad agosto, </em>[…] <em>segnando ogni cosa su un quaderno a quadretti con certi scarabocchi misteriosi che era l’unico a capire</em> <strong>[18]</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi a casa di Candida continuarono a bussare contadini che venivano a saldare i loro debiti, anche se avrebbero potuto farne a meno perché Colino li segnava in un modo che capiva solo lui</em> <strong>[19]</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Grazie a questa testimonianza in Mille anni che sto qui è ricostruita completamente quella che è la vicenda della narrazione familiare italiana, dalla genesi, il libro dei conti di Colino, allo sviluppo consueto (quello che possiamo rintracciare abbondantemente nelle prime due parti del libro, nella prima in special modo) alla sublimazione stessa del genere, il suo confluire nella saga e quindi nel romanzo, genere del dubbio e del confronto espresso dall’ultima protagonista, Gioa.<br />
Notevole anche segnalare ancora una volta come in questo, che a tutti gli effetti si candida ad essere il ‘romanzo del libro di famiglia’, sia affidato alle donne il compito della narrazione, gli uomini che possono avere forza e vitalità in veste di personaggi (dal capostipite Don Francesco Falcone, a Colino, a Rocco, padre di Gioia, a Spiros, suo amante greco esplicitamente collegato in chiusura di libro al mitico avo), non riescono ad andare oltre il livello di registrazione mercantesca testimoniato dal quaderno di Colino (registrazione per altro muta per gli altri, redatta con segni decifrabili solo dallo stesso autore), la narrazione invece, prima orale e poi scritta, è affidata esclusivamente alle donne. E con la narrazione alle donne è affidata anche l’esigenza di sopravvivenza nel tempo al di là della propria vita:</p>
<p style="text-align:justify;">La scrittura funzionale che i libri di famiglia istituiscono risponde ad un’esigenza ben più profonda e diffusa di quanto non sia la masserizia borghese del tempo: il tentativo di sopravvivere alla morte, facendo sopravvivere memoria di sé, nella propria discendenza, trasformando, una volta di più, un’angoscia in un linguaggio <strong>[20]</strong>.<br />
L’impresa romanzesca di Gioia, che semina segnali del suo futuro avvento (e della sua attiva e covante funzione narratrice) a partire da centinaia di pagine e di anni prima della sua nascita libresca completa proprio questo delicato passaggio che sublima il libro di famiglia in romanzo, colmando il distacco tra la narrazione privata orale e personaggio del dubbio immerso nella modernità:</p>
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<p style="text-align:justify;"><em>che andò a finire sull’arcuofolo in mezzo a tutte le altre cose che non si sapeva dove mettere, e fu ritrovato da Gioia molto tempo dopo, diventando a seconda dell’umore un mantello di regina, un sudario, oppure il mare</em> <strong>[21]</strong>. […]</p>
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<p style="text-align:justify;"><em>Ancora, più di mezzo secolo dopo, Gioia giocava coi cugini a cercarli negli angoli nascosti della casa, in certe giornate di pioggia o di vento</em><strong> [22]</strong>. […]</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Ma da qualche parte qualcosa voleva esistere. Lottava contro il freddo e l’oscurità. Non voleva essere un’altra cosa, una delle tante possibili. O quello o niente, si incaponì, e alla fine l’ebbe vinta. Era, anzi sarebbe stata, Gioia </em><strong>[23]</strong><em>. </em>[…]</p>
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</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em> I ducati furono messi in soffitta e conservati per ricordo. Molti anni più tardi Gioia, bambina, poté permettersi il lusso di giocare coi cugini al negozio o al tesoro usando ducati veri </em><strong>[24]</strong><em>. </em>[…]<em><br />
</em></p>
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</em></p>
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</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Un giorno, verso la fine dell’adolescenza, mentre si aggirava nei sogni dei suoi genitori in cerca di un’uscita, Gioia iniziò a capire che erano contenuti in sogni altrui sempre più grandi e più antichi, che la circondavano, e le sembrò di navigare verso un’America improbabile, in un mare che non finiva più </em><strong>[25]</strong><em>.</em></p>
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<p style="text-align:justify;">Pur ritenendo questo genere di analisi complessiva di <em>Mille anni che sto qui </em>concluso, mi riservo lo spazio per qualche ulteriore annotazione di carattere critico. Pur essendo il disegno del romanzo compiuto (e narrato) dall’ultima e, in ultima analisi, principale protagonista del romanzo, Gioia, ritengo che la terza parte, quella in cui appunto lei entra in scena e con lei l’epoca contemporanea, la meno avvincente: proprio nel ravvicinamento degli eventi, che cessano di essere storia e diventano di necessità attualità coinvolgente, il racconto si fa a volte confuso, troppo prosastico, cervellotico. Insomma su questi passaggi, i meno felici del bellissimo romanzo, mi sento di condividere le parole di Sozi, che parla di “inutile immersione nella paranoia ultimomoderna <strong>[26]</strong>”.</p>
<p style="text-align:justify;">Per il resto del romanzo, in special modo per le prima parte, è lecito prendere in prestito le parole che Italo Calvino utilizzò per un altro, anzi, l’altro (che Mille anni che sto qui arriva ad affiancare) romanzo della Lucania, <em>Cristo si è fermato a Eboli</em>:</p>
<p style="text-align:justify;">È da questo nucleo teorico che bisogna partire per esaminare l’opera di Levi direttamente legata alla testimonianza del nostro tempo. Perché testimoni del nostro tempo ce ne sono tanti, e la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della storia di fronte al mondo che vive nella storia <strong>[27]</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">E anche la Venezia è testimone di un diverso scorrere del secolo XX interno al medesimo secolo, di altri punti di vista, di un progredire altro e un integrarsi differente di un paese del sud al paese più grande, l’Italia, e di questa nei confronti del mondo, e da Grottole, anche l’esistenza, anche a metà ’900, di questo paese più grande e lontano, è intuita, sospettata ma vaga e indefinita quanto può esserlo la Merica. I racconti di Cicia, l’ostetrica ciociara a Candida, racconti della capitale, sono per Candida più credibili, o per lo meno più aderenti al suo immaginario, di quanto non sia stata una sua breve e reale visita nella Capitale:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Quella forestiera era una fonte inesauribile di informazioni su un mondo la cui effettiva esistenza era incerta, e proprio per questo non smetteva mai di affascinarla </em><strong>[28]</strong><em>.</em></p>
<p style="text-align:justify;">La Venezia fa di Grottole l’Aci Trezza del Novecento. Per cantarne infine il definitivo sgretolarsi, la fine dell’altro tempo. Le ultime pagine del romanzo si legano così circolarmente alle prime di Cristo si è fermato a Eboli, e la spirale dei luoghi e dei distacchi (una partenza e un arrivo) ci restituiscono una cruda, indimenticabile epopea privata lucana.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono arrivato a Gagliano un pomeriggio di agosto, portato in una piccola automobile sgangherata. Avevo le mani impedite, ed ero accompagnato da due robusti rappresentanti dello Stato, dalle bande rosse ai pantaloni e dalle facce inespressive. Ci venivo malvolentieri, preparato a veder tutto brutto, perché avevo dovuto lasciare, per un ordine improvviso, Grassano, dove abitavo prima, e dove avevo imparato a conoscere la Lucania. Era stato faticoso dapprincipio. Grassano, come tutti i paesi di qui, è bianco in cima ad un alto colle desolato, come una piccola Gerusalemme immaginaria nella solitudine di un deserto. Amavo salire in cima al paese, alla chiesa battuta dal vento, donde l’occhio spazia in ogni direzione su un orizzonte sterminato, identico in tutto il suo cerchio. Si è come in mezzo a un mare di terra biancastra, monotona e senz’alberi; bianchi e lontani i paesi, ciascuno in vetta al suo colle, Irsina, Craco, Montalbano, Salandra, Pisticci, Grottole, Ferrandino, le terre e le grotte dei briganti, fin laggiù dove c’è forse il mare, e Metaponto e Taranto <strong>[29]</strong>.</p>
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<p style="text-align:justify;">La campagna ondulata che aveva cullato la sua nostalgia &#8211; nostalgia di un dolore carissimo, di lacrime, di curiosità insoddisfatta, di prigionia &#8211; adesso aveva perso la verginità. La linea armoniosa delle colline uniformi, tutte di un solo colore, estate e inverno &#8211; giallo, verde, marrone, come i sentimenti che albergavano non più di uno alla volta nel cuore unilaterale degli abitanti di quella terra &#8211; era stata deflorata. Casematte di cemento, piloni, cartelli pubblicitari avevano introdotto angoli acuti e colori che lì non si erano mai visti. Non si capisce più niente &#8211; le tornava in mente la voce di Candida, che poi sfumava nel rumore del treno, mentre lei sentiva sgretolarsi il suo cuore come quel paesaggio dove l’occhio non si perdeva più se non per brevi tratti, urtava contro qualcosa e tornava indietro come un moscone impazzito sulle pareti di una stanza. Il nucleo rimasto intatto per secoli, o per millenni, si era frantumato nel giro di pochi anni, ma nessuno sembrava averci fatto caso. Lei che ci aveva scalciato contro, adesso si rammaricava della sua perdita e ne celebrava in silenzio un funerale senza lacrime<strong> [30]</strong>.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>Intervista a Mariolina Venezia</strong></p>
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<p style="text-align:justify;"><strong>Che tipo di rapporto ha con l’esperienza di vita che diventa letteratura proiettata e frazionata nella moltitudine dei personaggi? La scrittura per lei somiglia più a un infinito e differente provare a proiettarsi o a una ricostruzione di un passato comune?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Diciamo tutte e due le cose e anche altre. Per scrivere questo romanzo, la scrittura è durata sei anni (il che non vuol dire che sono stata sei anni a scrivere), c’è stato questo lasso di tempo &#8211; io cerco sempre di avere un certo tempo quando scrivo proprio per poter permettere una stratificazione di cose sulla stessa pagina, sullo stesso capitolo – e allora ci può essere certamente stato, che so, un mio proiettare su un personaggio una mia esperienza di vita che viene invece adattata a un certo personaggio che può essere anche molto diverso da me, oppure un mio sentimento che può essere attribuito a uno dei personaggi in quel preciso momento, o viceversa può esserci la trasposizione di qualcosa che è successo veramente a me o ad altri, sempre per la creazione di un personaggio, di una situazione, di un evento. E così anche il cercare di costruire &#8211; chiaramente il mio intento non è referenziale – cioè, non è che io cerco di raccontare una certa cosa che c’è nella realtà, al contrario cerco di usare tutti i mezzi di cui dispongo &#8211; quindi anche l’osservazione della realtà &#8211; per raccontare una storia che voglio raccontare che ha delle sue caratteristiche, ha dentro di sé qualcosa che io voglio dire o voglio esplorare.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Tema di questa tesi sono le forme della scrittura autobiografica ma a queste viene anche accostata la rinascita, in forme nuove &#8211; principalmente in forma di romanzo &#8211; di un antico genere di scritture: il libro di famiglia. Lei crede che in qualche modo lo spirito del libro di famiglia abbia lasciato un segno o, anche inconsapevolmente, sopravviva all’interno del suo testo?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Io non sapevo nemmeno dell’esistenza di questi libri di famiglia. (Spiego a Mariolina Venezia in poche parole di cosa si tratta). È interessante, poi io credo molto nell’inconscio collettivo e credo molto nel propagarsi delle cose attraverso vari canali, quindi probabilmente io mi sono rivolta ad esempi che sono vicini a me temporalmente, come per esempio le saghe di Garcia Marquez, di Isabelle Allende, però probabilmente c’è tutta una corrente che passa, che attraversa la storia della letteratura che è arrivata magari anche a me nonostante io non ne fossi consapevole.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>In una nota in epigrafe lei afferma che “le vicende e i personaggi raccontati in questo romanzo sono frutto della libera elaborazione della fantasia dell’autrice”, suggerendo in qualche modo che quest’opera di elaborazione, pur visibilissima, non ha potuto che intervenire traendo materia da fatti o racconti “veri”. In che misura Mille anni che sto qui è dunque considerabile una ricostruzione di vicende se non proprio di famiglia, di originale tradizione grottolese?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Diciamo che differenzierei due cose: da una parte le vicende di famiglia e dall’altra le tradizioni. Nel senso che nel costruire questa storia io ho cercato di avere una certa precisione di carattere documentario, per cui quando ho raccontato come si cucinava un piatto, come si faceva la fiera, come si usavano certi strumenti e così via, ho cercato di essere quanto più precisa possibile nella ricostruzione di quel mondo, perché volevo che avesse delle basi molto documentate. Detto questo non ho seguito assolutamente lo stesso criterio invece per quanto riguarda la storia, perché per quanto riguarda la storia io ho voluto usare una veridicità di sfondi di tradizioni per raccontare una storia di fantasia &#8211; che chiaramente sia alimentata anche di episodi veri &#8211; che siano stati però rimaneggiati, impastati, trasformati appunto per creare questa storia di fantasia. Anche perché, ecco, per me, forse posso dire anche questo, ciò che mi interessava quando ho scritto il mio romanzo non era neanche la saga familiare ma era l’idea, non so poi fino a che punto emerge in maniera chiara, che all’interno di ognuno di noi c’è una specie di paesaggio interiore che si compone grazie a tutto ciò che ci precede, cioè che tutto ciò che ci precede, le storie di quelli che ci precedono diventino in qualche modo la nostra psicologia. Non è che mi interessasse molto la saga, mi interessava far muovere certi personaggi che poi corrispondevano ad alcuni sentimenti, ad alcuni sentimenti e ad alcuni conflitti interiori.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Lei fa un po&#8217; di Grottole l’Aci Trezza del Novecento. Per cantarne il definitivo sgretolarsi, la fine dell’altro tempo nel nostro tempo. Le ultime pagine del romanzo si legano così circolarmente alle prime di Cristo si è fermato a Eboli, scrivendo Mille anni che sto qui, lei ha pensato al vecchio grande romanzo della Lucania?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Non proprio, poi anzi appunto in seguito &#8211; e questa cosa non mi è dispiaciuta &#8211; si è parlato per il mio romanzo di “fine del levismo”. Adesso non mi ricordo ma probabilmente io ho letto Cristo si è fermato a Eboli, non mi ricordo se l’avevo già letto e poi l’ho riletto oppure non l’avevo proprio mai letto, e poi l’ho riletto in quel periodo per avere un punto di riferimento. Però &#8211; come aveva trattato questa materia&#8230; perché dici le prime pagine? Me le ricordi come sono?</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Tra gli ultimissimi paragrafi suoi, e, mi pare, il primo di Cristo si è fermato a Eboli, ci sono delle cose talmente simili che sembrano quasi una citazione, fanno pensare proprio a quella che lei prima hai chiamato “fine del levismo”, perché da una parte c’è Gioia che in treno se ne va da Matera e vede il suo sguardo che ormai rimbalza contro oggetti estranei alla campagna come una mosca che non riesce a trovare l’uscita, e poi c’è una piccola descrizione di com’era la campagna prima dove l’occhio si poteva perdere in qualche modo, e Levi descrive un arrivo in questa campagna come era dove l’occhio si poteva effettivamente perdere. Proprio all’inizio, nel primo paragrafo.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">E infatti guarda è interessante perché spesso quando si va a fare la critica di un’opera letteraria, si è portati ad essere molto letterari, quindi magari tu pensi che sia una citazione, in realtà siccome io parlo della stessa campagna che probabilmente ha visto Levi, penso che possa averci provocato la stessa sensazione. Poi sai la realtà oggettiva è relativa però io sicuramente non ho pensato a Levi quando ho scritto quelle frasi, ho pensato al mio sentimento nel guardare quella campagna. Così come quando, faccio un esempio, hanno molto comparato il mio romanzo al realismo magico di Garcia Marquez, in realtà non è tanto quello, è semplicemente che quando descrivi una realtà simile è inevitabile che ci siano delle cose simili.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Alcuni hanno trovato la terza parte del libro, quella in cui compare come protagonista Gioia, la narratrice del romanzo, meno convincente delle precedenti. L’atmosfera di disgregazione in cui l’epoca contemporanea precipita il paese di Grottole, la Lucania intera e il finale del romanzo, sono probabilmente le meno avvincenti. Proprio nel ravvicinamento degli eventi, che diventano di coinvolgente attualità, il racconto si fa a volte troppo prosastico, cervellotico. Potrebbe dirci due parole riguardo a questo finale e in risposta a queste osservazioni?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">In realtà lì ci sono due cose da dire: da una parte hanno parzialmente ragione, nel senso che… tu hai letto il tascabile? Recentemente a ottobre o a novembre, è uscito il tascabile. Nel tascabile io ho fatto delle variazioni nell’ultima parte. Perché, cosa succede, l’ultima parte per me è la ragione per cui il libro esiste, ed è anche quella dove il libro fa uno scarto, perché quella che potrebbe sembrare a prima vista una saga familiare in realtà diventa qualcos’altro, diventa questo disagio interiore all’interno di un personaggio. Chiaramente questa cosa non è così semplice e così liscia, mentre la saga familiare viene letta dai lettori che sono già abituati a Garcia Marquez in maniera molto semplice, questa richiede uno sforzo maggiore. E quindi secondo me i lettori sono stati un po’ ostili a questa cosa. D’altronde i critici non l’hanno colta &#8211; anche perché forse non lo leggono tutto &#8211; hanno colto le cose più esteriori appunto, il realismo magico (che poi non è vero, eccetera). E quindi da una parte c’è questa effettiva difficoltà, perché per esempio io faccio molte sperimentazioni. Siccome ho lavorato molto sul tempo allora, che ne so, non solo cambio la sintassi, che nei primi capitoli è molto articolata, periodi lunghi etc, ma dopo diventa molto più concisa, con paratattica, periodi molto più brevi… E poi cambio proprio il punto di vista, quindi faccio dei salti temporali, cambio il punto di vista all’interno di una stessa frase, insomma ho sperimentato abbastanza. Questa cosa non è stata recepita molto bene dai lettori, anche perché secondo me, devo dire la verità, comunque ci voleva ancora un po’ di lavoro, perché era abbastanza difficile, e invece per una questione di pubblicazione mi è stata fatta un po’ di fretta, e quindi non ho potuto lavorare bene come avrei voluto, tanto che poi ho fatto degli interventi in questa nuova edizione. Ora non lo so, probabilmente avrebbero comunque avuto difficoltà con l’ultima parte, però io c’ho lavorato ancora.</p>
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<p style="text-align:center;">NOTE</p>
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<p style="text-align:justify;"><strong>[1]</strong> Mariolina Venezia, è nata a Grottole (Matera) nel 1961 e vive a Roma. Ha pubblicato tre libri di poesie in Francia. Collabora con varie riviste letterarie e lavora come sceneggiatrice per il cinema e la televisione. Nel 1998 ha pubblicato, per la casa editrice Theoria, la raccolta di racconti Altri miracoli (Tratto dal sito www.einaudi.it).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[2]</strong> Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, Torino, Einaudi, p. 240.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[3] </strong>Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit., p. 244.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[4] </strong>“Era il 1864. Da tre anni i briganti tenevano testa all’esercito piemontese ed erano diventati la speranza e il sogno dei pezzenti. Fra il 1861 e il 1863 il neonato stato italiano impiegò circa 120 000 soldati, cioè quasi metà dell’esercito nazionale appena costituito, in un massacro che nel resto d’Europa venne definito pari a quello degli indiani d’America: la lotta contro il brigantaggio nelle province meridionali. Il numero dei morti fu superiore a quello in tutte le guerre del Risorgimento messe insieme, ma nei libri di storia non ne restò quasi traccia”. Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit, p. 34.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[5] </strong>“Erano più o meno le tre di pomeriggio del 27 marzo 1861 quando a Grottole, in quella parte della Basilicata che si trova a circa cento chilometri all’interno delle coste pugliesi, si produsse un fenomeno che poi restò proverbiale. [...] Lo stesso giorno in cui Roma non ancora conquistata veniva designata capitale dell’Italia finalmente unita. [...] In quel pomeriggio di marzo del 1861 che la storia rese famoso per altri motivi, Concetta partoriva senza la levatrice [...] Era il tramonto quando, come tutte le sere, mentre a Torino il mastro artificiere fatto venire apposta da Napoli preparava i fuochi d’artificio, i contadini grottolesi tornarono dalle campagne, chi sul traino, chi sul mulo, chi attaccato alla coda del ciuccio, ma la maggior parte a piedi”. […]. “Il 24 maggio del 1915 venne dichiarata l’entrata in guerra dell’Italia. Nel resto d’Europa il conflitto era iniziato già da un anno, ma a Grottole sembrava una cosa lontanissima”. […] “Nel 1971, mentre Gioia giocava con le amichette nella masseria abbandonata vicino al mare, il presidente della Repubblica Giovanni Leone conferì l’onoreficenza di Cavalieri dell’Ordine di Vittorio Veneto ai reduci della prima guerra mondiale”. […] “Il 16 marzo del 1978 circolò la notizia che Aldo Moro era stato rapito. Gioia si trovava in quel momento sulle scale del Liceo Ginnasio E. Duni di Matera, per la ricreazione. Chiese di ripetere, non ci credeva. Anche gli altri pensarono a uno scherzo, invece era vero”. Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit, p. 204.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[6] </strong>“Nel mese di marzo del 1989 i giornali riportarono, come facevano già da un po’ di tempo, notizie dal mondo comunista che si stava disfacendo. L’Espresso pubblicò alcune lettere tratte dalle rubrica dei lettori della rivista sovietica Ogonjòk, una delle più lette nel periodo di Gorbaciov. C’era chi raccontava che la grande fame degli anni Trenta, in Ucraina, quella che aveva fatto strage di vecchi e bambini, era stata programmata da Stalin per costringere i contadini a lavorare nei kolchoz. […] A Parigi il 19 marzo 1989 faceva più caldo che a Matera”. Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit, p. 237.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[7] </strong>Sergio Sozi, Recensione del 3 novembre 2008, tratto dalla rassegna stampa di Mille Anni che sto qui presente del sito www.einaudi.it.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[8] </strong>Lidia Rivello, recensione pubblicata su literary n. 11/2007.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[9] </strong>Alfonso Pascale, Il frutto della storia siamo noi, è in ciò che abbiamo vissuto, dal sito www.alfonsopascale.it.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[10] </strong>1 &#8211; forma del linguaggio: racconto, in prosa; 2 &#8211; soggetto trattato: vita individuale, storia di una personalità; 3 &#8211; situazione dell’autore: identità dell’autore &#8211; il cui nome si riferisce a una persona reale &#8211; e del narratore; 4 &#8211; posizione del narratore: identità fra il narratore e il personaggio principale; visione retrospettiva del racconto.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[11] </strong>Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit., nota in epigrafe.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[12] </strong>Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit., p. 240.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[13] </strong>Cicchetti Angelo – Mordenti Raul, (1985), I libri di famiglia in Italia, cit., p. 29.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[14] </strong>Cicchetti Angelo – Mordenti Raul, (1985), I libri di famiglia in Italia, cit., p. 30.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[15] </strong>Cicchetti Angelo – Mordenti Raul, (1985), I libri di famiglia in Italia, cit., p. 20.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[16] </strong>Cicchetti Angelo – Mordenti Raul, (1985), ivi, p. 25.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[17] </strong>“Il libro di famiglia può anche essere, e dichiararsi ‘segreto’, ma non è ‘personale’ nel senso moderno e borghese del termine: se si tratta di una scrittura del sé occorre tuttavia tenere a mente che opera qui un sé collettivo, chi scrive (e legge) è sempre un ‘noi’ Cicchetti Angelo – Mordenti Raul, (1985), I libri di famiglia in Italia, cit., p. 28.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[18] </strong>Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit, p. 83.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[19] </strong>Mariolina Venezia, (2006), ivi, p. 201.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[20] </strong>Cicchetti Angelo – Mordenti Raul, (1985), I libri di famiglia in Italia, cit., p. 82.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[21] </strong>Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit., p. 34.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[22] </strong>Mariolina Venezia, (2006), ivi, p. 53.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[23] </strong>Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit, p. 77.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[24] </strong>Mariolina Venezia, (2006), ivi, p. 85.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[25] </strong>Mariolina Venezia, (2006), ivi, p. 131.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[26] </strong>Sergio Sozi, Recensione del 3 novembre 2008, tratto dalla rassegna stampa di Mille Anni che sto qui presente del sito www.einaudi.it.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[27] </strong>Italo Calvino, La compresenza dei tempi, in Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Leci, Torino, Einaudi, p. 4.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[28] </strong>Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit., p. 95.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[29] </strong>Carlo Levi, (1945), Cristo si è fermato a Eboli, Torino, Einaudi, p. 5.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[30] </strong>Mariolina Venezia, (2006), Mille anni che sto qui, cit., p. 244.</p>
<p style="text-align:justify;">
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		<title>Forme della scrittura autobiografica. Tre esempi &#8211; Interno con rivoluzione</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 09:20:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dalla tesi Forme della scrittura autobiografica. Tre esempi con la quale Wu Ming-F si è laureato in Scienze del testo, all&#8216;Università La Sapienza di Roma. Relatore della tesi il professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea Aldo Mastropasqua, correlatore il prof. Rocco Paternostro (Critica letteraria). Uno dei tre testi presi in esame da Wu Ming-F [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1702&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#800000;">Dalla tesi <em><strong>Forme della scrittura autobiografica</strong>. <strong>Tre esempi</strong></em> con la quale Wu Ming-F si è laureato in <strong>Scienze del testo</strong>, all<em>&#8216;<strong>Università La Sapienza</strong></em> di Roma. Relatore della tesi il professore di <em>Letteratura italiana moderna e contemporanea</em> Aldo Mastropasqua, correlatore il prof. Rocco Paternostro (Critica letteraria). Uno dei tre testi presi in esame da Wu Ming-F nella sua tesi è il nostro<strong> <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a></strong>. Pubblichiamo qui l&#8217;estratto di tesi che parla del romanzo. Si avvertono i lettori che  data l&#8217;estesa trattazione tesistica (comprendente anche un corposo riassunto del romanzo), si consiglia la conoscenza del testo. Si sconsiglia altresì la lettura a chi avesse intenzione di leggere il romanzo di Maria Laura Bufano e non l&#8217;avesse ancora fatto: vengono anticipati completamente trama e motivi. </span></p>
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<p style="text-align:center;"><strong>2.1 <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a></strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Mi preme riassumere brevemente in queste primissime pagine la storia della “scoperta” e della pubblicazione di I<em>nterno con rivoluzione</em>, che, in parte, mi riguardano direttamente. Ormai da un paio d’anni infatti lavoro come editor per la <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank"><em>Round Robin editrice</em></a></strong>, la piccola, audace casa editrice romana che, al momento della discussione di questa tesi, avrà pubblicato il romanzo d’esordio di Maria Laura Bufano. <span id="more-1702"></span>Il progetto iniziale della tesi – se fossi riuscito a laurearmi secondo le mie prime previsioni (in parte, bisogna ammettere, deliranti) – sarebbe stato infatti ben più azzardato: l’idea di partenza era quella di sviluppare un lavoro su due testi editi, gli altri due romanzi trattati, e uno in corso di pubblicazione, ma, di fatto, non ancora pubblicato: progetto alquanto provocatorio quello della trattazione tesistica, o più in generale della critica, di un’opera che in quanto non edita allo stato ontologico delle cose, di fatto, non esiste. Il naufragio della prospettiva borgesiana di questo lavoro lo rende, paradossalmente, più solido dal punto di vista scientifico: si parla infatti di tre romanzi tutti con egual diritto di cittadinanza nel mondo delle lettere. Ma l’acquisizione di questo diritto è costata cara a Interno con rivoluzione, che per bene tre volte – nonostante l’ammissione con il titolo di Pater alla finale dell’edizione 2001 del premio Calvino – ha visto sfumare in dirittura d’arrivo il momento dell’effettiva pubblicazione. Il testo dopo aver mancato l’edizione per un piccolo editore di Bari, per <em>Manni</em> e infine per <em>Edizioni associate</em>, è giunto nelle nostre mani per via indiretta e a distanza di tempo, quando ormai l’autrice forse non sperava più in una risposta positiva da parte di uno dei tanti editori cui aveva inviato in lettura le bozze. E la risposta positiva alla fine non è giunta da uno degli editori contattati, ma dalla giovane Round Robin, casa editrice che nel 2002 doveva del resto ancora vedere la luce. Pater – questo il titolo provvisorio allora assegnato al romanzo &#8211; era stato spedito nel 2002, tra le altre, alla casa editrice Empiria, dove allora lavorava come stagista addetto alla lettura, alla compilazione delle schede e al rifiuto (sic) delle bozze Davide Martirani <strong>[1]</strong>, anche lui futuro editor della <em>Round Robin editrice</em>. Martirani che al tempo della collaborazione con Empiria ebbe occasione di parlarmi piuttosto male di tutta la trentina di incartamenti di quart’ordine che gli toccò spulciare, schedare e rifiutare per conto del vecchio editore (ugual sorte toccava alle tornate di saggi pretestuosi, alle risme di “legnosi polizieschi pieni di luoghi comuni e frasi fatte”, o alle “raccolte di poesie minimaliste un po’ autocompiaciute e di corto respiro…”), giudicò degno di essere salvato dal mazzo dei dinieghi solo un testo, un lungo romanzo a carattere autobiografico (“un ottimo libro, di quelli che quando finiscono ti mancano i personaggi, e vorresti sapere che fine hanno fatto, e come stanno”), dal faticoso titolo: Pater. Diceva Martirani di essere anche entrato in contatto con la strana autrice “bergamasca” <strong>[2]</strong>, di averci fatto amicizia. Passati tre anni, una volta ritrovatici a collaborare come editor nella nuova casa editrice un giorno mi tornò in mente la storia di quel lungo romanzo, domandai a quel punto al mio amico cosa ne fosse stato di quel libro, se per caso fosse edito e se in caso contrario (come prontamente gli confermò l’autrice) fosse ancora possibile leggerne le bozze. Lui le aveva ancora, mi avvertì di “sopportare” la narrazione apparentemente troppo autoreferenziale delle prime cartelle, mi rassicurò che tutte quelle informazioni familiari sarebbero servite poi, poi se ne sarebbe apprezzata l’importanza nella costruzione psicologica dei personaggi principali e mi consegnò l’incartamento. Lessi furiosamente le centosettanta cartelle A4 che costituivano le bozze del romanzo. Poi mi feci dare l’indirizzo e-mail dell’autrice, a quel punto trasferitasi in Spagna, a Conil de la Frontera, e le scrissi. Copierò qui di seguito alcuni stralci delle entusiastiche lettere che io e Davide abbiamo spedito via e-mail alla signora Bufano, non per un semplice esercizio di autorappresentazione <strong>[3]</strong>, ma perché la fortissima impressione che il lungo romanzo della sessantacinquenne Maria Laura aveva esercitato su due lettori di quarant’anni più giovani è un modo efficacemente esplicativo e, a mio avviso, costruttivo, per entrare nell’abisso di vita e di politica in cui ci immerge Interno con rivoluzione, il primo dei romanzi analizzati in questa seconda parte della tesi.<br />
Dalla e-mail inviata da Martirani a Maria Laura Bufano il 9 marzo 2005:</p>
<p style="text-align:justify;">Gentile signora Bufano,<br />
mi scusi se mi permetto di scriverle questa mail, pur non conoscendola. Sono un ragazzo di 22 anni, laureato in lettere presso l’università di Roma, che ha trascorso un periodo come stagista presso la casa editrice Empiria. In quei due mesi la mia occupazione principale è stata la lettura e la valutazione dei manoscritti inediti che affollavano la nostra cassetta della posta quasi quotidianamente. Non ricordo con precisione il numero delle opere da me esaminate (fra romanzi, raccolte di poesie e di racconti, saggi etc), ma sicuramente si aggira intorno alla trentina. Avevo ricevuto direttive molto chiare: tendenzialmente non si pubblica niente di ciò che viene proposto (perchè la casa editrice è piccola e stenta a sopravvivere, perciò non può permettersi quasi mai di puntare sugli esordienti), ma bisogna controllare sempre la qualità delle opere, sia per rispetto verso gli autori che per evitare di rifiutare un eventuale (rarissimo) capolavoro.<br />
Forse le potrebbe venire in mente che affidare un compito così delicato ad un ragazzo del tutto inesperto non sia una cosa molto professionale, e che denoti scarso interesse dell’editore per le proposte che riceve dall’esterno. Non spetterebbe a me rispondere a questa domanda, ma credo che la sensibilità e la capacità di discernimento necessarie a dividere il grano dalla pula siano in gran parte una dote naturale, che l’esperienza può affinare ma non creare dal nulla. […]<br />
Dunque ho letto centinaia e centinaia di pagine, non sempre con piacere, e ho scritto decine di risposte agli autori, in cui spiegavo gentilmente il motivo per cui non potevamo prendere in considerazione le loro opere.<br />
Fra i primi romanzi che mi è capitato di leggere c’è stato proprio il suo Pater, in una tornata che comprendeva un legnoso poliziesco torinese, pieno di luoghi comuni e frasi fatte, e una raccolta di poesie minimaliste, un po’ autocompiaciute e di corto respiro.<br />
Il suo romanzo inizialmente mi aveva spaventato: la lunga descrizione delle due famiglie mi aveva fatto temere un eccesso di autoreferenzialità, una minuta analisi privata che poco interesse poteva suscitare in un estraneo. Però una cosa mi colpì subito, invitandomi a continuare con attenzione: il suo stile.<br />
Il libro è scritto in una prosa asciutta, che non è arida, ma tagliente. La sua non-verbosità, la sua mancanza totale di indulgenza verso qualsiasi forma di estetismo gratuito gli consente di tenere sempre il lettore ancorato alla storia, ai personaggi e ai loro sentimenti.<br />
Infatti, dopo una dozzina di pagine, il libro mi aveva conquistato completamente, tanto da decidere di portarlo a casa per leggerlo anche fuori dalle ore di lavoro.<br />
Dopo averlo finito, ho deciso senza indugio di “sponsorizzarlo”, cioè di farlo passare in lettura alla direttrice, introducendolo nel modo migliore possibile.<br />
Ovviamente lei non poteva leggerlo subito, perchè occupata dalla pubblicazione dei titoli del periodo di Natale, e dunque il mio periodo di stage si è concluso senza che io sapessi nulla del destino che sarebbe toccato al suo romanzo.<br />
Un mese fa sono tornato a Empiria, e ho colto l’occasione per informarmi: mi hanno detto che il libro è stato letto ma non accettato, e che dunque le è stata inviata una lettera di spiegazione del rifiuto.<br />
Da qui la mia decisione di scriverle, per dirle sostanzialmente questo: il suo è un ottimo libro, di quelli che quando finiscono ti mancano i personaggi (scusi l’anacoluto, ma ci voleva), e vorresti sapere che fine hanno fatto, e come stanno. Un libro in cui l’amore e la sofferenza suonano puri, perchè veicolati da una scrittura apparentemente distaccata (un po’ come in Primo Levi, se mi consente l’enorme paragone); un libro costruito intorno alla figura bellissima e dolente di Paolo (cosa che, a mio avviso, i giurati del premio Calvino hanno completamente trascurato), sempre pronto a mettersi in discussione e a punirsi per i suoi errori. Un libro con un finale folgorante, che ne svela il senso: quella specie di Weltschmerz che parte in sordina, nell’infanzia, si traduce nelle forme della lotta politica adulta, per poi tornare a ghignare, insensato ed invincibile, nella terza parte&#8230;<br />
Un libro, soprattutto, assolutamente superiore a gran parte di ciò che viene pubblicato normalmente, da Empiria come da tutte le maggiori case editrici.<br />
Quindi, per concludere, le volevo dire solo due parole: grazie, per ciò che il suo libro mi ha dato, e insista, lo mandi in giro, lo faccia leggere. Sono certo che otterrà il riconoscimento che merita. […]</p>
<p style="text-align:justify;">Dalla e-mail da me inviata a Maria Laura Bufano il 6 novembre 2007:</p>
<p style="text-align:justify;">Gentile signora Bufano,<br />
sono Wu Ming-F, uno studente di Scienze Umanistiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, che svolge uno stage presso la Round Robin editrice, una giovane ma dignitosa casa editrice romana. Mi occupo quasi di tutto, dalla correzione di bozze alla contabilità, ed essendomi trovato a leggere alcuni manoscritti giunti in redazione veramente imbarazzanti, mi sono ricordato che un paio di anni fa il mio amico Davide mi parlò di un bel libro che gli era capitato per le mani al tempo del suo stage, presso Empiria. Si tratta del suo Pater. L’ho finito di leggere da pochi giorni, aspettavo, per scriverle, che ne assaporasse la sostanza anche Stefano, il nostro comune amico (di Davide e mio), nonché direttore editoriale della Round Robin editrice. Per quanto riguarda me, io ho letto il libro &#8211; che mi pare per forma e vibrazioni essere un’opera prima nonché una dolorosa autobiografia &#8211; e non posso che ringraziarla di aver volto in parole le sue memorie. Secondo me il romanzo per forma, capacità di definizione e presentazione dei personaggi, per l’acutezza e la pulizia del punto di vista femminile &#8211; ma non femminista, per la solidità della prosa e la sua naturale tensione narrativa meriterebbe di essere nel catalogo Einaudi o in quello Adelphi. Fortunatamente questi editori non credo si prendano la briga di sfogliare tutte le opere prime di illustri sconosciuti che vengono loro inviate e allora spero che se un giorno lo vorranno accludere alla loro biblioteca dovranno venire a comprarlo da noi. Non le parlo di certezze ma mi pare di capire che, nonostante le difficoltà logistiche (la sua attuale residenza andalusa renderà difficoltosa, immagino, la sua presenza alle presentazioni, per esempio), il libro entro la fine del 2008 noi saremo in grado di pubblicarlo (per i contatti ufficiali le scriverà più avanti l’editore). Questa mia mail non serve in effetti a molto ma avevo piacere di salutarla e di comunicarle la mia ammirazione. […] Ho molto sofferto trovando tra le pieghe dei suoi ricordi, e di quelli di Paolo, momenti che mi è sembrato aver vissuto (specie tra quelli della fine della prima parte, quando i protagonisti attraversano la mia età), ho sofferto e sperato leggendo. Uno di quei libri che quando cominciano a mancare 50 pagine alla fine ti chiedi perché una narrazione dotata di un tale respiro stia già volgendo al termine. Non mi riesco a esprimere al meglio, […] le copio alcune righe dalla scheda di valutazione che ho scritto:</p>
<p style="text-align:justify;">Questo è un romanzo. In Italia non se ne vedono. Altra caratteristica che dovrebbe far trasalire qualunque editore. Il dispiegarsi delle vite dei personaggi – i fatti sono di evidente e vibrante ispirazione autobiografica – coinvolge il lettore fino alla sofferenza. L’alternarsi nella prima parte del punto di vista femminile e di quello maschile sono capaci di far provare rabbia, invidia, desiderio, nostalgia, fretta, frenesia, felicità, dolore. Si sente l’ambiente dell’Italia del dopoguerra come una cosa vera, comprensibile. Si legge l’inseguirsi degli amori e delle speranze dei due – all’inizio lontani, lei del sud lui del nord. Si ha voglia di litigare con questo o quel personaggio, con la voce narrante a volte, per certe scelte, per certe frasi, per il fatto che magari un uomo lì non avrebbe fatto così, non avrebbe detto così. È un fatto grandioso. La voce femminile esce incisiva e non presuntuosa, anche dal punto di vista politico. L’impegno sincero e consapevole non impedisce alla protagonista di non capire le pose assunte da certi compagni “compagni per modo di dire” e dal femminismo “completamente incapace di vedere aspetti della vita, che anzi calpesta”. Ci sono momenti in cui è facile riconoscersi, le storie d’amore sono tutte uguali, ma lì si soffre sinceramente, occorre fermarsi, rileggere e rigirarsi nel letto con le mani strette alle coperte. Le vite si ripetono. Il dolore è una dimensione dell’esistenza e qui soprattutto è in scena la vita, con tutte le sue meravigliose, prevedibili e infinite banalità, ricchezze, effimere caducità.</p>
<p style="text-align:justify;">Spero davvero che si possa arrivare alla pubblicazione di questo libro. Mi spenderei anche molto per una promozione che sarebbe necessariamente un po’ distante dai nostri standard. Naturalmente, questo glielo posso anticipare già da ora, qualche piccolo appunto mi permetterei di muoverlo. Il primo riguarda il titolo, molto impegnativo, faticoso direi: non so se i miei colleghi […] lo digeriranno. Io le consiglierei di cambiare anche i titoli dei singoli paragrafi, sono migliorabili. E infine le poesie sistemate all&#8217;inizio dei capitoli. Se ce le volesse tenere io mi permetterei di consigliarle di slegarsi dalla rima, in questi casi non serve, cerchi la musica nei singoli versi, in questi casi il suono sta nel senso <strong>[4]</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora, per consentire una migliore chiarezza argomentativa nelle successive fasi della trattazione propongo senza ulteriori indugi un riassunto dettagliato del romanzo in questione.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
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<p style="text-align:center;"><strong>2.1.1 Riassunto dell’opera</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Protagonisti del romanzo sono due personaggi di differente origine geografica e sociale: Lidia, pugliese di famiglia laico-borghese, in parte di estrema destra, in parte antifascista-crociana; e Paolo, di famiglia proletaria piemontese-lombarda, di padre fascista e madre comunista. La storia si svolge in un arco di tempo compreso fra il 1942 e la primavera del 1973.</p>
<p style="text-align:justify;">
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<p style="text-align:center;">PRIMA PARTE Io &#8211; Paolo</p>
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<p style="text-align:justify;">IO (Lidia) &#8211; Il padre di Lidia è un ufficiale che ha partecipato come volontario alla campagna etiopica, e quando Lidia nasce si trova in guerra in Africa Orientale, dove dopo qualche mese viene preso prigioniero dagli inglesi. La madre, molto giovane, è vissuta sempre nelle ex-colonie italiane, soprattutto in Eritrea, e ha conosciuto il futuro marito mentre questi era in licenza premio al termine della campagna etiopica.<br />
Lidia vive nei primi quattro anni con la madre, una sorella e un fratello di qualche anno più grandi, Isabella e Michele, quattro zie molto anziane e uno zio liberale e crociano &#8211; il fratello maggiore del padre &#8211; nella “casa grande”, in un paese dell’entroterra pugliese. Gli zii possiedono molta campagna, coltivata dai braccianti, non si soffrono le privazioni della guerra e del primo dopoguerra.<br />
Quando torna il padre dalla prigionia e il nucleo familiare si trasferisce in un appartamento in città, la felicità della primissima infanzia si dissolve e inizia un contrasto fra la bambina (che adora lo zio), e il padre, nervoso e rigido; contrasto che si protrarrà negli anni, fino all’età adulta della protagonista.<br />
Il padre e la madre hanno fra loro un rapporto turbolento, litigioso, passionale, che scandisce la vita dei figli. Pur non credenti, mandano le bambine in una scuola femminile di suore, perché ritengono che così siano protette dall’altro sesso e educate a “valori” perbene. Lidia riesce a evitare l’asilo, prima perché si ammala, poi perché rifiuta di andarci. I genitori non si occupano molto degli studi delle bambine, destinate nelle loro previsioni al matrimonio, mentre forzano Michele, per cui avevano progettato una carriera da medico, a bruciare le tappe. Nella casa degli zii, da cui Lidia e i fratelli vanno spesso, si allentano le tensioni accumulate nella famiglia nucleare. Le zie vanno ancora in campagna in carrozza, e raccontano ai nipoti episodi della propria infanzia ottocentesca. Dopo le elementari, Lidia, più ribelle di Isabella, ottiene di essere iscritta a una scuola media pubblica. La scuola diventa per lei sempre più un’occasione di fuga e di liberazione dalla famiglia. Negli anni del ginnasio e del liceo la ragazza matura le prime scelte politiche e si innamora di un giovanissimo, strano professore di lettere dalle idee progressiste. È però costretta a cambiare città e scuola a causa del trasferimento di suo padre. Vive i primi vani innamoramenti. In occasione di uno sciopero patriottico-studentesco per la questione altoatesina, Lidia rifiuta di partecipare e con un’amica scrive una lettera all’Espresso denunciando l’atteggiamento della presidenza del liceo, che ha favorito apertamente la manifestazione. La lettera viene pubblicata e nella piccola città del sud in cui vive la ragazza si scatena il pandemonio: le due studentesse vengono attaccate sul giornale locale come “marxiste che dormono in lenzuola di seta”. Quando il padre di Lidia è informato della vicenda, se la prende violentemente con la figlia e va a chiedere scusa alla vicepreside. Lidia, da quel momento sorvegliata continuamente, cade in una sorta di depressione e, mentre si trova ancora al liceo, accetta di fidanzarsi “ufficialmente” con un ragazzo perbene, Umberto, laureando in legge. Inizia quindi la frequenza dell’università in una condizione di passività e indifferenza. Dopo qualche tempo lascia d’improvviso il fidanzato, che resta stupefatto per la repentinità della decisione, e poco dopo si innamora di un ragazzo bellissimo, viziato, di destra, ufficiale di marina, che ha una visione della vita opposta alla sua. La storia finisce male e Lidia da quel momento ritorna a interessarsi della vita politica e decide di non legarsi a nessuno finché non sarà andata a vivere per conto proprio. Si concentra nello studio, recupera il tempo perduto e poco prima di laurearsi si iscrive al Partito comunista. Partecipa al movimento nell’Università. È il ’68. I genitori ora considerano assai più allarmante la sua militanza politica che il fatto che esca con dei ragazzi. Gli attriti familiari terminano con la partenza di Lidia, nell’ottobre del ’69, per una città lombarda, dove ha avuto la nomina per l’insegnamento in un liceo.</p>
<p style="text-align:justify;">PAOLO &#8211; Il padre di Paolo è fascista, lavora in una fabbrica di F., una città lombarda. La madre va a servire in case di signori. La famiglia abita al piano terra di un freddo fatiscente edificio del borgo storico. Paolo è l’ultimo di cinque figli, ha una sorella, Liliana, di tredici anni, e tre fratelli, Bruno, Franco e Giorgio. Nei primi anni di vita del bambino, c’è anche nella sua città l’occupazione tedesca e gli attacchi degli alleati. Il padre beve, è spesso violento con la moglie, e Liliana, quando lui torna a casa ubriaco, cerca di tenere i fratelli in silenzio, per evitare che si infuri. La madre di Paolo è presto costretta a lasciare il bambino a Liliana, per poter andare a lavorare nelle case signorili. Ma poi la ragazzina inizia a fare da badante ad un’anziana signora, la madre trova un posto fisso in casa di persone abbienti, e Paolo viene affidato a Bruno, che non va più a scuola. Intanto Franco e Giorgio frequentano le elementari in un istituto di suore, che li tengono “per carità”, in cambio di lavori che la madre fa per loro. La madre, purché le tengano i figli, finge anche di essere devota e si inginocchia nella cappella, mentre in realtà non crede in Dio ed è comunista. Paolo, ancora molto piccolo, assiste ad atti di violenza del padre nei confronti della madre, e crede di vedere un cane nero senza occhi, orecchie e coda che sta per entrare dalla finestra. Viene bombardata la fabbrica in cui lavora il padre di Paolo, che riesce a salvarsi. Quando Paolo ha quasi tre anni, Bruno trova lavoro e la madre chiede alle suore di prendere Paolo all’asilo. Una volta inserito il bambino viene picchiato dalle monache perché dice brutte parole, imparate da Bruno e dai suoi amici di strada. Resta violentemente affascinato da una bambina, ma la suora gli cambia posto allontanandolo da lei. In seconda elementare, Paolo viene cacciato dalle suore, perché è riuscito a incontrarsi nel cortile con una fanciulla, figlia di un dottore, che frequenta una classe femminile lontana dalla sua. È costretto ad andare alla scuola pubblica, resta per molte ore per strada, senza alcun controllo, e il pomeriggio, mentre la madre e i fratelli sono al lavoro, con degli amici fa scorribande nella città e negli immediati dintorni. Su una collina i ragazzini scoprono una dimora disabitata e ne fanno la loro “reggia” segreta. Dopo qualche tempo saranno costretti ad abbandonarla a causa degli operai e dei camion giunti per ristrutturarla. Intanto, dopo che Giorgio si è messo a cercar lavoro, la madre abbandona le suore e quando può, senza che il marito lo sappia, va alla sezione del Partito comunista. Racconta spesso ai figli storie della sua vita ed episodi della recente lotta partigiana. Riesce a portare qualche volta i bambini a scampagnate organizzate dall’Udi, ma il padre lo viene a sapere e reagisce violentemente. Paolo, nonostante la violenza del padre, ha un rapporto affettuoso con lui, che lo tratta meglio di quanto faccia con gli altri figli. Mentre il bambino frequenta la quarta elementare, il padre ha il primo episodio di delirium tremens. Dopo un po’, la madre e i fratelli si accorgono che anche Bruno ha preso a bere.<br />
Quando Paolo finisce le elementari, la madre, consigliata dalla vecchia maestra, decide che almeno questo figlio non abbandonerà la scuola. Il ragazzo viene iscritto all’avviamento professionale. Nella nuova scuola diventa ambizioso. Va bene soprattutto in matematica, frequenta, oltre i vecchi amici di strada, anche figli di famiglie “perbene”. Mentre Paolo è in terza, il padre muore di cirrosi.<br />
Dopo l’avviamento professionale Paolo viene iscritto dalla madre a ragioneria: farà due anni di scuola mattutina, poi si cercherà un lavoro e continuerà con le serali.<br />
La nuova esperienza scolastica è più difficile delle attese. Deluso e frustrato, il ragazzo non studia, va sempre peggio. Poi, dopo una reazione violenta della madre, che è stata informata dai professori del cattivo comportamento del figlio, pian piano si riprende e riesce a cavarsela. Vive le sue prime esperienze erotiche in casa di amici volgari. Prova al tempo stesso eccitazione e compassione per le ragazze che sottostanno alle loro prepotenze. Al termine del biennio di ragioneria, con l’aiuto di un ingegnere presso la cui famiglia la madre fa la domestica, Paolo trova un lavoro da impiegato presso una fabbrica di mobili. Con i guadagni di tutti, possono ora lasciare la vecchia casa fatiscente e andare in un nuovo appartamento. Paolo, che ha il compito di fare le buste paga dei lavoratori della piccola azienda, si accorge che viene dato loro meno di quanto gli spetta, si ribella e viene licenziato. La madre lo appoggia. Cerca un altro lavoro, viene assunto da un grossista di tinture, e poi in una grande azienda. Comprano la televisione, la lavatrice e il frigorifero. Paolo si iscrive alle scuole serali: professori demotivati, aule lasciate sporche dagli studenti della mattina, stanchezza infinita. Solo un prete, professore di religione, riesce a interessare e a interessarsi di quegli studenti, senza far differenza di fede. Paolo prende gusto a discutere con lui. Si innamora quindi di una ragazza bellissima e povera, Irene, considerata “facile” anche dai suoi fratelli. Suggestionato dai giudizi volgari che si danno su di lei, la tratta male e la lascia. Esce malconcio da questa vicenda e viene bocciato all’ultimo anno di ragioneria, alla scuola serale. Ripete la classe controvoglia, ma fa amicizia con un nuovo studente, Luigi, che lo inizia alla politica portandolo al Partito comunista. Terminano entrambi la scuola. La madre smette di lavorare, Paolo le consegna lo stipendio, con cui lei provvede a tutto. Trattiene per sé solo ciò che gli serve quando esce o per qualche viaggio. Conosce Marisa, ex-fidanzata di un uomo di estrema destra, e si innamora di lei che gioca a fare l’intellettuale. Ma dopo una breve relazione con Paolo lei ritorna col suo fidanzato. Intanto Bruno precipita nell’alcolismo. Paolo vorrebbe andare a vivere col suo amico Luigi, ma l’inaspettata e violenta reazione della madre lo blocca. Paolo passa spesso con Luigi le vacanze nei paesi dell’est.<br />
Il ’68 degli studenti è ormai alle spalle, si avvicina la stagione delle lotte operaie.</p>
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<p style="text-align:center;">SECONDA PARTE Io e Paolo</p>
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<p style="text-align:justify;">Lidia arriva a F. Trova casa, si presenta a scuola e poi, un pomeriggio, alla federazione del Partito comunista. Un anziano funzionario la riceve e telefona a Paolo per affidargliela. Così Lidia e Paolo si conoscono, lei fa la spaccona raccontandogli di sé, della sua uscita dalla casa dei genitori, delle sue “gesta”. Infine, dopo aver mangiato in un’osteria, vanno nella casa di Lidia, disadorna e priva di mobili. Passano la notte insieme in una piccola branda. Inizia così una convivenza appassionata e turbolenta, intrecciata con l’attività politica. Nella sezione a cui vanno Paolo e Lidia si parla del manifesto, la rivista pubblicata da un gruppo di intellettuali del Pci, comunisti radicalmente critici nei confronti della politica dell’Unione Sovietica &#8211; che nell’estate del ’68 ha stroncato con i carri armati “la primavera di Praga” &#8211; e attenti ai nuovi movimenti sorti in quegli anni. Lidia e Paolo, come la maggioranza dei compagni della loro sezione, simpatizzano per questo movimento interno al Pci. Paolo ha paura che qualcuno dei compagni gli rubi Lidia, la sola ragazza che frequenta la sezione, ma lei gli conferma di voler stare con lui. Paolo la porta a casa sua dopo una manifestazione, la presenta alla madre, e ai fratelli. La madre, anche se sospettosa, l’accetta, in parte suggestionata dal fatto che è una “professoressa”. Più tardi le racconterà di sé, delle sue esperienze, del duro lavoro, del matrimonio, delle tribolazioni. Nel novembre del ’69 vengono radiati dal Pci i fondatori del manifesto. Si comincia a pensare all’uscita dal partito e alla fondazione di un movimento esterno a esso. Intanto Lidia comincia ad avvertire il peso della presenza affettuosa, ma incombente, della famiglia di Paolo: i due vanno a mangiare quasi ogni giorno a casa della madre di lui. Paolo è diviso fra la compassione e l’affetto verso madre e sorella e la voglia di vivere con Lidia un rapporto libero dagli antichi vincoli affettivi. La crisi fra Paolo e Lidia esplode quando lui si prende una forte influenza. Lidia cerca di curarlo e nutrirlo &#8211; nella sua casa caotica e spoglia &#8211; continuando ad andare anche a scuola. Ma Paolo, quando gli passa la febbre, decide di tornare qualche giorno da sua madre: Lidia manifesta la sua disapprovazione per questa scelta che sente regressiva. Comunque la sera lei va a dormire con Poalo a casa della madre, ma il giorno seguente, insofferente di quella “schiavitù”, lo mette di fronte alla scelta di tornare con lei o rompere la relazione. Paolo, confuso e depresso, non riesce a staccarsi dalla casa materna. Lidia se ne va. Alcuni giorni dopo Paolo si sente in uno stato d’animo nuovo, va a trovarla e riprendono il loro rapporto. Lui la convince a comprare qualche mobile a rate. Anche dopo l’arrivo dei mobili la casa non risulta vivibile. Soprattutto Lidia se ne infischia dell’ordine domestico. Segue una nuova crisi. Lidia va al primo congresso del movimento politico del manifesto. La porta con la sua auto Silvio, un insegnante, che le parla della sua situazione, della moglie, della figlia. Lidia sente una forte attrazione per lui e capisce di essere ricambiata, ma nessuno ha il coraggio di prendere l’iniziativa. Al termine del congresso, sulla via del ritorno, Lidia si accorge che Silvio si è chiuso in sé, prova un’acuta nostalgia per il rapporto con Paolo e si fa lasciare a casa della madre di lui. Fanno l’amore, Paolo le propone di fare un figlio e lei dice di sì, a patto che si sposino. Sono d’accordo. Si sposano in comune dopo qualche settimana e arrivano per l’occasione anche i genitori di Lidia, che, intimiditi dalla determinazione e dall’indipendenza della figlia, sono singolarmente quieti e accondiscendenti su tutto. D’estate i giovani sposi fanno un viaggio in Romania. Lì Lidia conosce degli amici di Paolo, si accorge che alcune ragazze giovanissime lo corteggiano e prova una forte gelosia. Verso la fine dell’estate Lidia è finalmente incinta e successivamente verrà a sapere che i bambini sono due. Quello della gravidanza è un periodo felice, il marito si prende cura come un orso della compagna, la moglie continua a lavorare, ma sente svanire dalla sua mente la forza di polemizzare. I gemelli nascono un lunedì di Pasqua, in anticipo, nell’ospedale di un’altra città dove Lidia, Paolo e la madre di lui sono andati a trascorrere i giorni di festa. Dal momento della nascita dei figli, il rapporto fra i coniugi precipita. La madre di Paolo vorrebbe essere pienamente coinvolta nell’accudimento dei bambini e cerca di risparmiare fastidi al figlio, mentre Lidia vorrebbe vivere l’esperienza esclusivamente con Paolo. Quest’ultimo, avvertendo il crescere di una tremenda tensione, resta come stordito, paralizzato e diviso. Nell’ambiente circostante, anche in quello di sinistra, gli uomini non si occupano dei figli neonati: Paolo è tra i pochi che tenta di farlo, ma finisce col sentirsi in contraddizione e comincia a fuggire, a tornare a notte fonda, lasciando sola la moglie con i piccoli. Lei cerca inutilmente di parlargli. Una sosta nella solitudine di Lidia arriva quando i suoi genitori vengono a conoscere i nipoti trattenendosi per qualche giorno da lei. Non serve a sciogliere la situazione una breve vacanza in montagna, con la sorella di Lidia. Paolo, al ritorno, alterna atteggiamenti dolcissimi verso la moglie e i bambini a fughe improvvise. Diventano un tormento soprattutto i giorni di festa, in cui lui spesso sparisce. Durante le vacanze di Pasqua dell’anno successivo Paolo se ne va per conto proprio in Romania con il fratello Franco: hanno entrambi brevi storie con ragazze che incontrano durante il viaggio. D’un tratto Paolo decide di tornare a casa. Confessa alla moglie di essere partito col fratello e di aver avuto un’avventura. Lidia vive questa complicità tra fratelli come una congiura della famiglia di Paolo contro di lei. Trova l’annuncio dell’affitto di una casa di ringhiera, la prende e ci si trasferisce coi figli. L’attonito marito va spesso a trovarli e il rapporto fra i due pare rasserenarsi. Per contrasti con il padrone di casa Lidia deve ritornare nell’appartamento in cui ha lasciato il marito. All’inizio dell’estate Paolo, Lidia e i bambini vanno in vacanza in Yugoslavia. Tutti e quattro si prendono un’intossicazione, hanno la febbre alta. La preoccupazione per i figli spinge i due a imbarcarsi su un traghetto e ad andare in Puglia, dai genitori di Lidia. I bambini guariscono e Lidia, dopo tanto tempo, rivede le zie e lo zio, invecchiati moltissimo. Al ritorno a F. ricominciano le tensioni tra Paolo, Lidia e i familiari di lui. Paolo dopo molte fughe e ritorni affettuosi, decide inaspettatamente di partire ancora per la Romania, per andare a trovare Simona, la ragazza che aveva conosciuto durante il viaggio con Franco. Siamo alla fine d’agosto. Lidia, mentre Paolo è in viaggio, telefona a Silvio, si incontrano e iniziano una relazione non impegnativa. Intanto Paolo, in Romania, incontrando di nuovo Simona, si accorge che non gli importa nulla di lei e vorrebbe tornare al più presto dalla moglie e dai piccoli, ma cambia idea più volte: come per inerzia si ferma alcuni giorni. Quando ritorna a casa Lidia gli dice che vuole separarsi da lui. Paolo si dispera, trova una casa, la prepara per potervi tenere spesso i figli e vi si trasferisce. Nella separazione Paolo e Lidia riescono ad avere un rapporto sereno. Un giorno Paolo si trova a casa di Lidia per stare con i bambini, malati di varicella. Lei è andata a una gita scolastica e la sera, al suo ritorno, si accorge che Paolo non sta bene. Vorrebbe trattenerlo, ma lui se ne va a casa sua.</p>
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<p style="text-align:center;">TERZA PARTE Paolo</p>
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<p style="text-align:justify;">Paolo, giunto a casa sua, si mette subito a letto e si addormenta. Gli pare di svegliarsi. Prima di morire per un malore, vive un delirio triste e spaventoso.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>2.1.2 Analisi critica</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Seguendo le indicazioni sopra riassunte di Philippe Lejeune, non posso per Interno con rivoluzione che scegliere la definizione di ‘romanzo autobiografico’. Il testo è suddiviso in tre parti. Già dalla prima si può constatare di non essere di fronte ad un’autobiografia. Questa sezione è infatti caratterizzata da un’alternanza della voce narrante che cambia con l’alternarsi dei capitoli passando dalla prima alla terza persona (il titolo della prima parte del libro “Io / Paolo”, oltre a suggerire un potenziale auto/biografismo serve per sottolineare tali regolari scarti narrativi e, sempre per chiarire la duplicazione all’interno di questa prima parte, anche la numerazione dei capitoli è sempre doppia: ci sono due “1” due “2” etc). Già da questa prima parte, dicevo, è chiaro che il testo non rispetti evidentemente tutte e quattro le condizioni richieste per riconoscere nello stesso un’autobiografia (1 &#8211; forma del linguaggio: racconto, in prosa; 2 &#8211; soggetto trattato: vita individuale, storia di una personalità; 3 &#8211; situazione dell’autore: identità dell’autore &#8211; il cui nome si riferisce a una persona reale &#8211; e del narratore; 4 &#8211; posizione del narratore: identità fra il narratore e il personaggio principale; visione retrospettiva del racconto), vengono infatti disattese la seconda condizione, quella del soggetto trattato: non si parla infatti di una vita individuale, quanto piuttosto di due (isolando i capitoli di “Paolo” di questa prima parte ci troviamo anzi di fronte ad una vera e propria biografia); la terza e la quarta: per gran parte del testo non vi è identità tra autore e narratore (come già indicato nella metà della parte prima, nonché in tutta la terza), e il nome della narratrice, volendo anche isolare le parti in prima persona, non coincide con quello dell’autrice. Eppure il testo, e non solo per l’accorato e vivo tono di confessione, ricordo, ricostruzione individuale, sembra rispecchiare per grandi tratti la definizione generale di autobiografia che dà lo stesso Lejeune:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Racconto retrospettivo in prosa che una persona reale fa della propria esistenza, quando mette l’accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della sua personalità </em><strong>[5]</strong><em>.</em></p>
<p style="text-align:justify;">La stessa Maria Laura Bufano del resto mostra sin dall’epigrafe, costituita da una citazione tratta da Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz, una certa premura, quasi, potremmo dire, un’ansia, nel non voler dichiarare apertamente la natura autobiografica di ampie zone testuali (e, come avremo modo di osservare dettagliatamente, il suo atteggiamento è giustificato: Interno con rivoluzione non è infatti una semplice ricostruzione autobiografica, autoreferenziale della vita dell’autrice, quanto invece un vasto romanzo sapientemente costruito a partire dalla figura dei due protagonisti che attraversano una fase storica cruciale nella vita del nostro paese):</p>
<p style="text-align:justify;">E allora, quanto c’è di autobiografico, nelle mie storie, e quanta invenzione, invece?<br />
Tutto è autobiografia: se un giorno scrivessi una storia d’amore fra madre Teresa e Abba Eban, sarebbe di sicuro una storia autobiografica – benché non confessa. Il cattivo lettore nutre una costante ansia di sapere, subito e immediatamente, “che cosa è successo in realtà”.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>E tu, non domandare: che, sono proprio fatti veri? È così, lo scrittore? Domanda a te stesso. Delle cose tue. Quanto alle risposta, puoi serbarla tutta per te </em><strong>[6]</strong><em>.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Vero è anche che, come dice sempre Lejeune, il patto autobiografico è affidato alla presenza del nome dell’autore in copertina – “tutta l’esistenza di quel che si chiama autore è riassunta in questo nome: solo segno nel testo di indubbio fuori-testo”, e che “in molti casi, &#8211; specifica il critico &#8211; la presenza dell’autore si riduce solo al nome. Ma lo spazio riservato a questo […] è capitale: è legato per convenzione sociale, all’impegno di responsabilità di una <em>persona reale</em> <strong>[7]</strong>”, persona reale che si presuppone “presti” il proprio nome anche al narratore-protagonista del libro: in Interno con rivoluzione anche questo presupposto è disatteso: Lidia si chiama la voce narrante femminile e Maria Laura l’autrice: il nome è quindi diverso. Il cognome invece non viene indicato, o meglio non esplicitamente. C’è infatti nel secondo capitolo della prima parte di Lidia (capitolo intitolato A scuola dalle suore) il ricordo di un appello di classe, appello in cui le bambine venivano chiamate per cognome:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>La suora faceva ogni mattina l’appello: Arienzo, Baldassarre, <strong>Bufano</strong>, Conte, Ladisa, Mirabella, Tamma&#8230; </em><strong>[8]</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Bufano, lo stesso cognome dell’autrice, il segno nel testo di “indubbio fuori testo” quindi c’è: il cognome in copertina si rivela anche nella narrazione. Un’orma, per quanto velata, nascosta tra altri nomi, compare significativa. Tutta la prima parte del romanzo del resto rischia di apparire come eccessivamente autoreferenziale, i ricordi della vita di una donna messi in fila uno dietro all’altro: questo non è, lo rivela la stessa evidenza testuale: sommando le parti in prima persona (quelle di Lidia) e quelle in terza (i capitoli di Paolo), constatiamo un sostanziale equilibrio: sulle oltre 210 pagine della prima parte del romanzo la differenza tra i capitoli di Lidia e quelli di Paolo si attesta appena sulle 3069 battute: un paio di pagine (capitoli Lidia: 162.819 battute, capitoli Paolo: 165.888 battute <strong>[9]</strong>). Del resto lo stesso giro narrativo di questo primo pezzo di traiettoria delle due parabole diegetiche conferma lo studiato movimento legato all’alternanza dei racconti: i molti parallelismi fra le due storie, che le legano per somiglianza o per contrasto (come la condizione di ultimogeniti dei due protagonisti, il rapporto con le rispettive sorelle, la scuola delle monache, la frequentazione de “la casa grande” da parte di Lidia, la scoperta della “reggia” da parte di Paolo, etc) contribuiscono a creare la sensazione via via più sempre più coinvolgente di attrazione verso il centro, di precipitazione gravitazionale che attira le due eliche della galassia romanzesca sempre più rapidamente verso il suo nucleo, ossia l’incontro, nella seconda parte, e poi la conclusione. Eppure la sfasatura che fa della protagonista a tratti narratrice autobiografica a tratti narratrice onniscente &#8211; è lei la voce narrante anche delle vicende di Paolo – deve aver causato qualche turbamento nell’autrice, che, forse temendo un impatto apparentemente troppo autoreferenziale dei primi capitoli agli occhi del lettore, sin dalla brevissima introduzione cerca insieme di dichiarare il germe di duplicità &#8211; che è cifra di Interno con rivoluzione -, mostrando al contempo coscienza di quello che è uno dei principali tratti del romanzo contemporaneo da Proust in poi, in particolare dei romanzi di memorie o autobiografici. Tratto che è rappresentato dalla rifrazione dei ricordi e delle esperienze di vita proiettati su una molteplicità di personaggi, che incarnano così vari punti di vista propri dell’autore (la differenza rispetto al passato è che ora questo genere di procedimento è cosciente e spesso dichiarato):</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Spero che chi giunga alla fine del libro, concordi con me su un punto: protagonista della storia è Paolo, più che Lidia.<br />
Ma lei, per farlo vivere in queste pagine, gli ha regalato pezzi di se stessa, della sua esistenza vissuta o immaginata. Ciò non le è stato difficile, anzi le è venuto spontaneo. La parola identità è per lei sopportabile, e persino cara in un solo significato: quando indica il prodigio che talvolta sorprende esseri umani, agli occhi del mondo distanti o addirittura contrapposti, nel momento in cui scoprono ampie zone di se stessi non solo somiglianti a quelle dell’altro, ma in tutto identiche </em><strong>[10]</strong><em>.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Partendo da queste parole a questo punto è lecito domandarsi se o in quale misura “protagonista della storia sia Paolo più che Lidia”. Rimanendo ancorati alle evidenze narratologiche notiamo che mentre anche nella seconda parte – momento di incontro e di fusione delle singole vicende – pur essendo la narrazione completamente in prima persona (a raccontare è, naturalmente, sempre Lidia) si può riscontrare un sostanziale equilibrio per quanto riguarda la presenza nel racconto dei due protagonisti, nel terzo ed ultimo segmento questo non accade: il racconto che qui è invece completamente in terza persona narra attraverso visionarie, fosche, e sognanti immagini, le vicende conclusive della vita di Paolo. In questo senso, e anche perché è Lidia a narrare per tutto il romanzo, si potrebbe leggere – così come vorrebbe l’autrice &#8211; <em>Interno con rivoluzione </em>come la storia di Paolo, o, per lo meno, come la storia prevalentemente di Paolo.</p>
<p style="text-align:justify;">Conoscendo personalmente l’autrice riguardo a questo punto mi viene in realtà da domandarmi in quale misura abbia pesato nel definire programmaticamente Paolo protagonista principale di Interno con rivoluzione il timore di veder etichettato il romanzo come esempio di scrittura femminista. Circostanza del resto già verificatasi in occasione della partecipazione e dell’inclusione tra i finalisti della quattordicesima edizione del Premio Calvino – nel 2001 -, quando i giurati valutarono sotto quel segno il testo che allora non recava l’attuale, definitiva, introduzione, che pare fornire anche per questo una decisiva indicazione in tal senso <strong>[11]</strong>.<strong> </strong>E in questo caso mi permetto di sbilanciarmi decisamente in favore dell’autrice: l’impressione più forte e più viva che si ricava dalla lettura di questo libro è proprio la vitalità e lo scontro delle voci maschile e femminile. La purezza &#8211; se così possiamo dire &#8211; del punto di vista femminile è tale da spiazzare più di una volta il lettore uomo, da metterlo di fronte a un modo di intendere i rapporti interpersonali geneticamente diverso dal proprio, e tutto questo nonostante lo scorrere della vicenda sia interno alle dinamiche politiche dell’Italia degli anni ’60, interno alle correnti di partito, e in contatto anche coi movimenti femministi (contatto che però non modifica l’intonazione dell’anima che la narratrice trasmette alle parole). Pur raccontando le vicende di una donna sola in una sezione politica, il tono della voce narrante non subisce una inclinazione di segno femminista, inclinazione che la opacizzerebbe, appesantendola. Come esempio prendo una pagina della seconda parte del romanzo in cui Lidia, dopo una rottura con Paolo, annota su una pagina di diario commenti alternati a disegni, politica e vita:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Paolo aveva tante volte riso del mio modo di stare alle riunioni. Nella nuova sede non c’era più il tavolo grande con intorno le sedie, ma file di vecchie poltroncine comprate da un cinematografo che le aveva cambiate, e di fronte un tavolo stretto, su una pedana. Io non riuscivo a rimanere a lungo ferma: negli intervalli fra un intervento e l’altro, mi alzavo, avvicinavo questo o quello, chiedevo un parere, facevo un commento, poi tornavo dove ero seduta prima o cambiavo posto, e intanto fumavo e soffrivo nel dover attendere il mio turno per intervenire. Durante quel convegno, invece, me ne stetti seduta, in fondo, ondeggiante fra nostalgie e desideri di qualcosa di indefinito. Con un pezzo della mente seguivo i discorsi, con un altro pensavo alla mia vita. Ho riaperto a distanza di tanti anni la mia agenda di allora e ho trovato gli appunti di quel convegno inframmezzati da disegni e ghirigori.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Bisogni di comunismo. Non più partito-guida, partito-mediazione di interessi e di idee. Forza politica formata dall’incontro di nuovi soggetti sociali emersi in questi decenni, in questi anni. Una sagoma di testa di gatto. Bisogni di comunismo, sviluppo capitalistico insostenibile. Rivoluzione democratica possibile solo in sistemi a capitalismo avanzato. Un fiore con il gambo, le foglioline e il centro tondo. Socialismo e democrazia, coniugare socialismo e democrazia. Ruolo ambiguo dell’intellettuale di massa, ruolo ambiguo dello studente. Alleanza organica fra intellettuali e classe operaia. Bisogni di comunismo. Tramonto del modello togliattiano di partito. Irriformabilità dei regimi dell’Est. Una lumaca che striscia su una foglia. Sottosviluppo nel mondo, ipocrisia degli aiuti dell’occidente sviluppato. Aiuti dell’occidente sviluppato, accentuazione divario, apertura forbice. Programma per la scuola. Quattro ore di studio e quattro di lavoro. Scuola-parcheggio. Un serpentello che tira fuori la lingua biforcuta. Classe operaia cambia scuola, cambia cultura. Consigli. Consigli di fabbrica e consigli di zona. Superamento della divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Un porcospino che sta camminando. Democrazia e socialismo. Democrazia parlamentare e democrazia consiliare. Bisogni diffusi di comunismo in Occidente. Intellettuale collettivo, intellettuale gramsciano. Unione Sovietica e divisione internazionale del lavoro. Un uccello che vola disegnato senza sollevare la punta della penna dalla pagina. Sostegno sovietico alle borghesie nazionali del terzo mondo. Borghesie nazionali terzo mondo, società stratificate, ingiustizie sociali, regimi autoritari. Divisione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Intellettuale collettivo. Intellettuale gramsciano, operaio intellettuale. Un omino che si sta tuffando da un trampolino, con il costume da bagno a pois. Intellettuale organico. Cultura borghese, cultura dominante. Intervento della classe operaia nelle istituzioni culturali. Rivoluzione culturale cinese e rivoluzione culturale in Europa. Cina e India: differenze. Un coniglio che sta brucando un fiore. Rivoluzione maoista. Modello cinese. Irriformabilità dei regimi dell’Est. Movimento degli studenti. Movimento operaio: entra nella scuola e la trasforma. Diversità italiana. Una tartaruga che ha tirato fuori la testa. Famiglia, superamento dell’economia domestica basata sui consumi individuali. Una persona su un’auto in cui ce ne starebbero cinque. Trasmissione di valori borghesi. Socializzazione dei bisogni. Disoccupazione intellettuale. Un pesce a strisce. Ruolo ambiguo dello studente. Quattro ore di studio e quattro ore di lavoro. Un albero </em><strong>[12]</strong><em>. </em></p>
<p style="text-align:justify;">A questo punto non senza profitto ci si potrebbe fermare ad osservare il tipo di risposte che i due protagonisti danno a domande simili. La prima parte del libro sottolinea tra le innegabili differenze (geografico-sociali principalmente, lei di una famiglia laico-borghese del sud, lui di una proletaria del nord) la molteplicità delle somiglianze: e a queste premesse parallele i due protagonisti cercano invano di dare una risposta comune: le loro soluzioni, paradossalmente proprio nel momento in cui le storie finiscono per intrecciarsi, risultano differenti. Il tipo di domanda posto implicitamente dalle due vicende di vita dei protagonisti ha un sapore (inconsapevolmente?) esistenzialista. La struttura del romanzo, che segue cronologicamente i due protagonisti dalla nascita, certamente aiuta una progressione narrativa di tipo ‘formativo’. Ma già dal modo stesso di mettersi di fronte alla vita <strong>[13]</strong> si riscontrano delle differenze: mentre le scelte di rottura di Lidia appaiono decise e consapevoli, l’evoluzione di Paolo, più morbida, sembra sempre essere guidata, a tratti sostenuta, prima dalla madre, poi in qualche misura poggiata sulla stessa Lidia. Paolo ha una certamente una forte indipendenza – mostrata dalle numerose fughe nei paesi dell’est (quella del viaggiatore  <strong>[14]</strong> è per altro una delle incarnazioni segnalate ne <em>Il mito di Sisifo</em> da Camus per quanto riguarda la descrizione dell’uomo assurdo, dello spirito esistenzialista insomma), ma la sua figura di tenue uomo nuovo inconsapevolmente assurdo &#8211; per prendere parzialmente in prestito la definizione camusiana – finisce per svuotarsi verso la fine del romanzo quando pur accettando con infinita dedizione e dolcezza il ruolo di padre in un’epoca in cui gli uomini ancora non si occupavano di queste faccende allora ritenute esclusivamente femminili (in questo senso Paolo è precursore dell’uomo occidentale contemporaneo, ora all’inizio del XXI sec. questo genere di premure sono ormai comunemente considerate di competenza anche maschile), rimane solo a causa dell’ormai irrecuperabile distanza amorosa impostagli da Lidia. Paolo alla fine del romanzo è un personaggio solo e non può che morire, la sua rivoluzione si chiude come un cerchio, sebbene l’angolo di inclinazione sia ben più alto rispetto a quello che era quando partì il segno capace di tracciare la circonferenza. Il percorso di Paolo è presentato come unico, un altro personaggio partiva da premesse praticamente identiche, il fratello Bruno, con la madre e la sorella pronte ad accudirlo ma Bruno, al contrario di Paolo, si perde sull’irrecuperabile via dell’alcolismo, come il padre. Lidia invece è più compiutamente un personaggio di stampo esistenzialista (non credo che la definizione, per altro molto oscillante, sia del tutto corretta, né ritengo che l’autrice abbia scritto <em>Interno con rivoluzione</em> con questo intento, ma per comodità di giudizio critico sfrutto ancora una volta questo termine di paragone). Sin da ragazza sembra continuamente interrogarsi sul significato della vita, o meglio sul senso che abbia lo stare al mondo: nella prima parte per ben 5 volte si interroga sulla possibilità di “darsi la morte” <strong>[15]</strong>, la parola ‘suicidio’ da sola conta 4 occorrenze, l’ultima delle quali all’inizio della seconda parte nel corso del primo incontro con Paolo; da questo momento il rapporto con la vita di Lidia sembra risolversi in favore della piena accettazione di un destino, di un’esistenza, istanza, questa, di matrice puramente camusiana <strong>[16]</strong>. La continua rivolta di Lidia, verso la famiglia, nell’adesione al Partito comunista – nell’uscita dal Partito in favore del gruppo dissidente rappresentato dal nascente manifesto, verso i contrastanti amori giovanili, verso le continue irrequietudini di Paolo, verso la di lui famiglia sono segno di forza e sofferenza e soprattutto di piena e definitiva accettazione della vita, come dice ancora Camus:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Tale rivolta non è aspirazione, poiché è senza speranza, è la certezza di un destino schiacciante, meno la rassegnazione che dovrebbe accompagnarla. [...] Questa rivolta dà alla vita il suo valore. Diffusa per tutta un’esistenza, quella restituisce a questa la sua grandezza. Per un uomo senza paraocchi, non vi è spettacolo più bello di quello dell’intelligenza alle prese con una realtà che la supera </em><strong>[17]</strong><strong></strong><em>.</em></p>
<p style="text-align:justify;">La rivoluzione di Lidia è finalmente superata solo dalla nascita di una nuova famiglia, contro cui qualunque rivolta è impensabile. Il suo atteggiamento più esuberante, più prepotente – e non solo per il fatto di essere la narratrice di tutta la storia – si placa nel corpo della famiglia, nel corpo dei figli, momento nel quale culmina l’evoluzione di questo deciso personaggio femminile. La rivoluzione di Lidia che si risolve nella spirale della maternità le consente di rinunciare all’amore per Paolo, la rivolta sempre mobile trova il suo ultimo e definitivo oggetto di realizzazione, e l’istanza generatrice che c’è nel personaggio narratore è la stessa che è possibile scorgere nell’autrice: Interno con rivoluzione appare infatti in questo senso come suprema testimonianza della genesi familiare, come romanzo in cui nuovamente si incarna lo spirito e l’impulso di un nuovo, nascente libro di famiglia, raccontato da una donna.</p>
<p style="text-align:justify;">Passando all’ambientazione del romanzo è importante notare come lo stile asciutto della scrittura eviti quasi programmaticamente le descrizioni, in special modo quelle spaziali, lasciando addirittura senza nome le città in cui la storia si sviluppa: M. la città pugliese di Lidia e F. quella lombarda di Paolo. L’ambiente è formato soprattutto da persone: familiari, amici, o compagni politici. E la presenza della politica – pur fungendo più di una volta da centro propulsore delle vicende narrative (gli stessi spostamenti dei personaggi sono legati spesso a situazioni politiche, come lo spostamento per il viaggio al primo congresso nazionale del manifesto, per cui Lidia era delegata) – e pur essendo una viva testimonianza del modo di vivere la vita pubblica, di discuterne e di darle forma in un’epoca ormai socialmente e politicamente lontana (e dal punto di vista politico senza dubbio perduta, invidiabile), compare soprattutto a livello di scenario, palco nel quale si muovono i due protagonisti. Essendo in ogni caso la parabola politica dei due protagonisti socialisticamente esemplare viene da domandarsi se la Bufano non abbia tenuto in qualche considerazione le indicazioni generali del cosiddetto realismo socialista nell’ideazione del suo testo. Argomento per altro apertamente toccato da Silvio, un intellettuale compagno di sezione con cui Lidia intraprende una breve relazione durante una delle fughe di Paolo:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Rifiutava ogni forma di zdanovismo, non sopportava il realismo socialista. Ma un’alternativa a tutto questo, che non ricadesse nei vizi della cultura accademica, della letteratura come stolto privilegio, non riusciva proprio a vederla </em><strong>[18]</strong><em>. </em></p>
<p style="text-align:justify;">Parole che si avrebbe la tentazione di estendere all’interpretazione di tutto Interno con rivoluzione, che pur non possedendo la forma del romanzo classico puro &#8211; per via dello sfasamento del narratore – mette in scena un’istanza di formazione politica senza dubbio esemplare e che probabilmente sarebbe per questo passato anche al vaglio della durissima censura zdanovista sopra evocata. Sull’eventuale influenza diretta dei dettami del realismo socialista sarà utile il confronto in forma di intervista che seguirà questa parte, in cui mi riservo di porle tra le altre questa domanda. Concludo parlando del finale. La terza parte, costituita dal delirio visionario raccontato in terza persona da Lidia e che rappresenta la morte di Paolo può spiazzare per l’improvvisa e repentina variazione di tono. L’ambientazione cupa e surreale costituisce un deciso cambio di tono rispetto al resto del romanzo, la cui scrittura lineare e tagliente non concede nulla alla visione sognante, di qualunque segno. Quello che mi sento di dire è che la soluzione adottata dalla Bufano è coraggiosa e apprezzabile, il delirio della morte è così seguito con viva partecipazione da Lidia, che prova – e da narratrice onnisciente naturalmente riesce – a farcelo vivere, rinunciando in questo caso a una fredda descrizione di un corpo in un letto che estenuato dal male smette di vivere. La parentesi visionaria del resto si interrompe bruscamente con le ultimissime parole del romanzo, quando la fine si impone con la sordità di un colpo, lasciando tutti i lettori (anche a quelli che solo questo avrebbero voluto) con l’evidente, fatale rimbombo tipico delle domande impossibili:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>La risposta più importante, quella che darebbe un po’ di pace a chi è ancora all’inizio o a metà del cammino, non arriva mai, proprio mai. Il conto resta sempre e per sempre aperto. E ciò che si può dire d’ora in poi di lui ritorna a chi l’ha detto con l’evidenza di una palla battuta sul muro </em><strong>[19]</strong><em>.</em></p>
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<p style="text-align:center;"><strong> 2.1.3 Intervista a Maria Laura Bufano</strong></p>
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<p style="text-align:justify;"><strong><em>Interno con rivoluzione</em> è un romanzo. Ma forti si scorgono tratti autobiografici. Tu però sembri voler mettere in guardia il lettore, quasi scongiurare una sua interpretazione in questo senso sin dalla pagina introduttiva. La prima domanda è, perché? E poi, che rapporto hai tu con l’esperienza di vita che diventa letteratura proiettata e frazionata nella moltitudine dei personaggi, dei ricordi e dei punti di vista delle incarnazioni romanzesche?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Parto da qualche considerazione sulla memoria e le memorie. In questi anni il discorso sui doveri della memoria è diventato asfissiante, l’invito a ricordare si è fatto stereotipo, retorica, ma nel senso deteriore della parola: come tutti gli stereotipi, mantiene solo il valore dell’ossessiva ripetizione fine a se stessa, tende a smarrire per strada il suo contenuto, e soprattutto la sua genesi: il che è paradossale, trattandosi proprio di memoria. Io credo che nel considerare gli eventi del passato sia necessario attivare sguardi diversi. Per me, almeno, è necessario: per riuscire a vivere, se no mi ucciderei subito, la vita diventerebbe proprio insopportabile.<br />
La memoria delle tragedie, dei massacri, dei torti crudeli inflitti da esseri umani ad altri esseri umani, e da gruppi umani ad altri gruppi umani… questa memoria richiede uno sforzo continuo, logorante, a volte doloroso, e soprattutto che non finisce mai, di approssimazione all’oggettività, alla verità dei fatti. Non è una cosa che si possa raccattare pacificamente e distrattamente dal bordo della strada, come molti oggi credono di poter fare. E neppure con visite ad Auschwitz. Coincide in buona parte con la “grande storia”, che forse non verrebbe indagata se non fosse costellata di atrocità.<br />
Diverso il discorso per il passato individuale, per le felicità, le infelicità, e persino per gran parte dei drammi e delle tragedie di ordinarie esistenze. Forse riesco a spiegarmi con una metafora. La memoria individuale è come una pianta che ci cresce sull’omero sinistro (ai mancini, forse sul destro), e via via che si ingrandisce, si sporge dietro di noi. Diventa un albero con una miriade di foglie, caotico, pesante, che ci tira a terra, e se ne sta tra altri alberi di diverse dimensioni, i più grandi pieni di polvere e di rami rotti, trascinati da altri esseri più o meno umani, stanchissimi per questo peso. Cercare di sbrogliarlo per capire chi siamo non è possibile; raccontarlo neppure. Per quel che mi riguarda, ho preso un’ascia, con la mano destra, e ho cercato di tagliarlo più a fondo che ho potuto. Certo, non l’ho estirpato. Poi mi sono trascinata davanti tutta quella ramaglia. Ho staccato rametti, li ho puliti, curvati, intrecciati, lucidati, colorati. Di quello ch’è avanzato ho cercato di fare un bel falò. Il prodotto di tanto lavoro – forse dissennato, non so &#8211; è costituito da qualche cesta di forma il più possibile geometrica. La tensione verso una delimitazione formale è per me necessaria perché il pensiero si muova liberamente e non sia paralizzato dallo spavento… Amo abbastanza Elsa Morante, ma soprattutto l’ammiro perché è assolutamente intrepida, non ha paura di affidarsi all’eccesso, alla ridondanza, a una sorta di mimesi dell’esistenza, nel racconto di vite umane… Io non ne sarei proprio capace.<br />
I personaggi… certo, molti di loro – non tutti &#8211; hanno avuto origine da persone che ho conosciuto. Ma c’è stato un vai e vieni, nella mia mente: venivano, andavano, vengono, se ne vanno, ricompaiono, assumono nuove caratteristiche e comportamenti: qualche volta anche nei sogni. Le loro storie sono rametti lucidati, infine. Non per questo, le considero con indifferenza.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Perché ritieni che “protagonista del romanzo sia Paolo più che Lidia”, dipende solo da una reazione alle letture di stampo femminista che hanno fatto del tuo libro i giurati del Calvino o lo pensi veramente. A me pare che i protagonisti siano due e la struttura del testo sembra confermare questa ipostesi.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Ho scritto varie cose, non tantissime, ma neppure una sola. Ogni volta che mi sono messa a scrivere qualcosa di un po’ ampio, mi è successo dopo un’arrabbiatura profonda e lunga, che si è gonfiata e gonfiata nel tempo. Poi, oltre all’arrabbiatura, c’erano certamente altre cose, sensazioni, pensieri, emozioni diverse che chiedevano di prendere forma. Ma quello che legava tutto – mi sembra – era proprio la voglia di aggiustare pensieri storti – altrui, naturalmente – su cui non c’era stata possibilità di confronto e di discussione. Certo, una gran presunzione, la mia, non dico di no. Nel caso specifico, ricordo – ma può darsi che questo ricordo faccia parte dell’albero caotico di cui dicevo sopra: quindi non c’è da fidarsi – ricordo, dicevo, che era giunta al culmine un’arrabbiatura più che decennale. Gli esseri umani maschi mi parevano allora molto vulnerabili e infinitamente cari, ma anche tremendamente ricattatorî. E gli esseri umani del mio stesso sesso/genere straordinariamente ciechi dinanzi a questo ricatto. Avrei voluto che il movimento delle donne facesse manifestazioni furiose contro questa canagliata maschile di morire prima, di scapparsene dalla vita, lasciando le loro compagne a sbattersi con il dolore e le difficoltà… Invece niente. In un certo modo dar vita al personaggio di Paolo è stata la mia manifestazione di protesta, l’unica possibile: contro uomini e donne.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Di Silvio a un certo punto la narratrice afferma: “Rifiutava ogni forma di zdanovismo, non sopportava il realismo socialista. Ma un’alternativa a tutto questo, che non ricadesse nei vizi della cultura accademica, della letteratura come stolto privilegio, non riusciva proprio a vederla”. Giriamo la domanda a te: il tuo romanzo deve qualcosa alle indicazioni del cosiddetto realismo socialista?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Tra le letture della mia adolescenza e prima giovinezza, ci sono stati certamente Vasco Pratolini, Francesco Jovine, Carlo Levi (anche se a proposito di quest’ultimo si può parlare meno che per gli altri di “realismo socialista”: ma forse è difficile applicare a chiunque delle etichette). La storia di Silvio è, ma soltanto in parte, la mia. Quando mi laureai, mi si offrì subito la possibilità di lavorare nell’università. Caddi in una crisi profondissima: scrivere saggi perché li leggesse qualcuno interno al mondo accademico, o al massimo qualche laureando, e passare la vita a leggere saggi altrui e a riscrivere sui saggi altrui proprie considerazioni… Allora mi appariva così il mondo accademico. Forse esageravo, ero ingiusta. Sarebbe stato certamente velleitario presumere di rompere il circolo chiuso andandosene verso “la classe operaia”. Non credo di aver mai sofferto di quella malattia che allora si chiamava press’a poco populismo oppure operaismo. Però me ne andai a insegnare a scuola… facendo certamente all’inizio molte sciocchezze, poi diventando una bravissima insegnante.<br />
Silvio è nel romanzo un personaggio un po’ a metà. Non ha forza di sentimenti e immaginazione, e neppure il coraggio e la radicalità da kamikaze di Paolo. È un personaggio che non richiama nessuna persona da me conosciuta. È se mai un mio sdoppiamento, proprio mio, di Maria Laura, non di Lidia.<br />
Quanto al “realismo socialista”: no, non credo di essermi ispirata a quei modelli. Nel mio discorso – e in quello di Silvio – sulla cultura accademica, è adombrato il rifiuto di tutti i ricami che sono stati fatti – qualche volta con motivazioni serie, poi, il più delle volte in modo stereotipato – sulla crisi del romanzo. È questo un discorso che non posso affrontare qui. Quel ch’è certo è che questa “morte” che si attendeva non c’è stata. In Spagna c’è ora una fioritura di romanzi non di genere, che non esito a considerare grandi: per esempio El mundo di Juan José Millás. Ma il realismo socialista cui fa riferimento Silvio per me non è mai stata un’uscita, come pare sia per lui, pur se provvisoria. Il realismo socialista, anche se raccontava storie tristi, doveva essere a suo modo edificante. Non credo che questo possa dirsi di Interno con rivoluzione.<br />
Non posso parlare di “modelli”: sarebbe atrocemente presuntuoso, da parte mia. Però posso dire quali libri hanno reso la mia vita più bella. Soprattutto i grandi romanzi tra Ottocento e Novecento. Ne nomino solo qualcuno: Guerra e pace, più di ogni altro, un libro infinito. Alessandro Manzoni: mi è stato possibile amarlo moltissimo perché non sono cattolica e non lo sono mai stata davvero. È uno che dimostra l’amore per il suo paese (la futura “patria”, ai suoi tempi) dicendogliene di tutti i colori, raccontando con forza tutti i suoi mali. La sua visione tragica della storia umana, l’irrequietudine dei singoli, non diventano, di per sé, meno tragiche perché c’è un Dio, almeno su questa terra. Dopo si vedrà. Le sue prese di posizione laiche, limpide, legate al suo cristianesimo radicale, bisognerebbe ricordarle a tanti cristiani di oggi… E poi Zeno, i Buddenbrok, La famiglia Moskat, La marcia di Radezski… Anche, più recente, la trilogia di Mafhuz. O anche lo straordinario “romanzo”, di un candore assurdo, che è il Canzoniere di Saba. Non voglio assolutamente dire che pongo in relazione, neppure alla lontana, il mio libro con questi che ho nominato. Però la narrazione intensa, che cammina, si flette, prosegue per un pezzo in linea quasi retta, poi, dopo un lungo percorso, alla fine, può ritornare a saldarsi con la testa, come la coda di un gatto a ciambella, può essere un mondo grande. Trovi al suo interno spiegata la vita o raccontata l’assurdità che non si può spiegare.<br />
Ritorno al mio assai più modesto Interno con rivoluzione: almeno nelle mie intenzioni – poi so benissimo che è il lettore che deve giudicare – non è pienamente realista e non è neppure un “romanzo fantastico” (la malattia dei generi, una delle tante dei nostri anni e in particolare del nostro paese!). Lidia parla in prima persona, ma racconta Paolo come narratrice onnisciente: uno scarto evidente nella logica realistica e nelle “regole narratologiche”. Potrebbe intendersi come uno dei tanti giochi postmodernisti con cui l’autore evidenzia i “meccanismi” della sua costruzione. Nelle mie intenzioni non è questo: non è un gioco, è omaggio di una vita immaginata e raccontata, a un personaggio maschile, Paolo, confusionario, ma infine, credo, più simpatico (almeno per me lo è) di quello femminile. Una sorta di stilnovismo privato, zoppo, a cui manca, naturalmente, un Dio e un cielo, e perciò è disperato. La tremenda quotidianità che abbatte ogni grandezza. Però forse Paolo, a suo modo, resta grande.<br />
Dopo aver scritto questo testo, ho letto i romanzi brevi di Natalia Ginzburg, poco conosciuti e straordinari. Anche lei parla in prima persona e, con un atto di immedesimazione negli altrui destini che sembra del tutto naturale, fa anche la narratrice onnisciente. Non lo sapevo, ma questa scoperta mi ha confortata.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Tema di questa tesi sono le forme della scrittura autobiografica ma a queste viene anche accostata la rinascita, in forme nuove &#8211; principalmente in forma di romanzo &#8211; di un antico genere di scritture: il libro di famiglia. Tu credi che in qualche modo lo spirito del libro di famiglia abbia lasciato un segno o, anche inconsapevolmente, sopravviva all’interno del tuo testo, magari come istanza di romanzo generazionale (forma che non è esattamente quella del tuo libro, che però sembra presagire una simile possibilità)?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">La famiglia… beh, non mi è mai piaciuta questa parola e ciò che si porta dietro. In questo forse resto molto “vecchia”, molto sessantottina. Non credo che Interno con rivoluzione assomigli a quelle che molti chiamano “saghe familiari”. Sono se mai famiglie che si sgranano, che finiscono, non solo per il passare del tempo che cambia le cose, ma per una malattia interna alla compagine. Nel “libro di famiglia” ci deve essere, credo, almeno un filo di nostalgia per il mondo perduto. I rapporti fra figli e i genitori sono forze meravigliose e terribili. Quello tra zii o nonni e nipoti può essere, se si ha fortuna, molto dolce. Il rapporto fra due persone può essere di forte amore, odio, indifferenza etc. La famiglia però è un’altra cosa: è spesso un’insieme di convinzioni, apparenze, vincoli, obblighi, attese, che toglie libertà agli individui. Il “noi” è un pronome quanto meno pericoloso, a partire dal “noi” che si riferisce ai componenti di una famiglia. Il “noi” familiare può essere forse il più tremendo di tutti. Tutti o quasi tutti i personaggi della mia storia – delle mie storie – sono persone potenzialmente “buone”, dotate di una loro mitezza, che soffrono o sono deformate dalla costrizione e dalle mitologie familiari. Certo, non solo da queste, anche da qualcosa che non è definibile. Anche le zie di Lidia, sicuramente fra i personaggi più coesi e armonici del romanzo. In questo senso, ma solo in questo, il mio può essere considerato un “libro di famiglia”: un libro che critica – ma senza trovare altri esiti – la famiglia. Anche Lidia, dopo essersene baldamente andata dalla famiglia, in momenti di grande difficoltà recupera, anche se per poco, un’assurda speranza nella solidarietà familiare.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La scelta di non nominare le città, di descrivere poco i luoghi, è scelta di stile ma paradossalmente si concilia poco con l’attivismo politico di quegli anni per sua natura legato al territorio, da cosa dipende questa decisione?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">La scelta di non descrivere – o di descrivere solo ciò che serve alla narrazione – è, mi pare, coerente con questo tono, per così dire, antielegiaco. Quanto all’attivismo politico… certamente, quarant’anni fa l’attività politica era meno “globale”. Però ciò che già allora contraddistingueva la sinistra era la tensione al mondo: certo, con moltissime deformazioni, errori grossolani, semplificazioni. Ma anche con l’idea forte e a quel tempo abbastanza generalizzata &#8211; nella sinistra di tutte le sfumature &#8211; che la provenienza geografica non dovesse porre barriere fra le persone. Ciò non vuol dire che il localismo e anche la xenofobie non fossero in agguato: tutto ciò che è successo in tempi recenti nella mente della gente, anche di sinistra, anche di estrema sinistra, deve aver avuto un lungo tempo di incubazione. Ricordo che qualche anno fa – si era già, di sicuro, nel nuovo millennio – tornavo a Bergamo da Milano in treno. Era domenica. Alla stazione di Bergamo c’erano molti della Lega che avevano terminato da poco una manifestazione. Se non fosse stato per le bandiere con i loro simboli… sembrava di essere saltati dentro la conclusione di una manifestazione della sinistra dell’inizio degli anni settanta. Le stesse barbe, gli stessi capelli scompigliati, le stesse età mescolate, molti genitori giovani con bambini, quasi lo stesso stile nel vestire. I forsennati là non si vedevano. Salii sull’autobus di città per andare a casa. C’erano signore anziane che avevano assistito alla manifestazione, perfettamente uguali a quelle del tempo della mia giovinezza, che si raccontavano di quello che avrebbero cucinato – polenta, coniglio, etc. &#8211; per i giovani “guerrieri” che sarebbero arrivati a mangiare a casa loro. Pensai allora che se fossi stata giovane, mi sarei messa a studiare questa faccenda della continuità di linguaggi, di simboli, di comportamenti: qualcosa che è serpeggiato nascostamente, di cui non si aveva allora coscienza.</p>
<p style="text-align:justify;">Però, negli anni settanta, almeno nelle dichiarazioni, non erano accettate dalla sinistra le chiusure nel localismo, l’esclusione di chi arrivava dall’esterno. L’affidare al caso la scelta delle iniziali dei nomi delle due città, nel mio romanzo, ha questo antico significato di apertura.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Come ti poni di fronte all&#8217;accostamento a Camus e in generale a qualche istanza esistenzialista per quel che riguarda i tuoi personaggi? Io non classificherei il tuo romanzo come esistenzialista, e nemmeno storico, abbiamo detto che non può passare per autobiografismo vero e proprio, rimane in piedi forse proprio la narrazione di formazione realista/socialista. Che definizione daresti tu?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Non darei definizioni di genere. Detesto queste manie di classificazione in generi. Qui in Spagna mi pare che non ci sia, non così forte, almeno. Quelli che su giornali e riviste parlano de El mundo di Millás, cui ho accennato sopra, non si sognano di parlare di generi. Parla di infanzia, di strade conosciute, ma anche di un universo strano che si spalanca quando si guarda dalla finestrella di una specie di cantina… E di un quartiere in cui abitano, almeno agli occhi di certi personaggi, le anime dei morti. Con una forza che rende queste cose più reali della realtà che ci pare di vivere.<br />
Camus… uno scrittore che, non so davvero perché, ho conosciuto solo in tarda età: per merito di Davide Martirani e di mio figlio. Non so perché uno esclude dalle proprie letture, per decenni, senza una ragione, scrittori noti, importanti. Una sorta di incantesimo. È immenso, Camus.<br />
La collisione fra quello che chiamo, non in senso strettamente esistenzialista, “esistenziale” e quello che chiamo “politico” è stata forte, nella prima metà degli anni settanta. L’idea che i moti, i bisogni, i pensieri più profondi, le sofferenze di un individuo, non solo non fossero raccolti, ma spesso fossero in collisione con l’appartenenza politica, era molto viva in quegli anni: la questione era stata sollevata in gran parte dal movimento femminista, che al suo nascere era assai variegato, fatto di tante posizioni diverse, vivo.<br />
Lidia e, in modo certamente più drammatico, continuativo e autodistruttivo, Paolo, avvertono talvolta l’appartenenza politica come un involucro astratto. Tengo a precisare che, a mio parere, non tutto ciò che è astratto è brutto e cattivo. Il cosiddetto concreto può essere orrido. Nel caso specifico, però, quest’astrazione può sembrare gelida, burocratica, stupidamente e pur necessariamente dura, stritolante. Qualcosa che assomiglia al “noi” della famiglia, un’accetta che taglia o ignora quel che non rientra nei canoni, nella mitologia del gruppo. Questo è presente nel romanzo, non tanto sotto forma di colpe individuali di singoli personaggi, ma come oppressione iscritta nell’appartenenza politica, oltre che in una specifica tradizione di sinistra.<br />
Penso però, uscendo dal discorso sul romanzo, che, allo stato attuale delle cose del mondo, uno dei mezzi insostituibili per provocare cambiamenti di cui tanti hanno bisogno, stia nell’unirsi ad altri, sulla base di una relativa comunanza di propositi. Forse, se fossi giovane, ci proverei un’altra volta. Da una certa età in poi ho sentito come venir meno la legittimità di essere attiva politicamente: forse l’ossessione per la gerontocrazia che permea tutti gli aspetti della vita associata in Italia, o forse una stanchezza legata all’età, mi hanno reso impossibile una partecipazione attiva.<br />
Poi c’è sicuramente il pensiero individuale, la rivolta del singolo, che contano moltissimo e non si vedono.<br />
Certo, penso che sarebbe bello se quelle che si chiamano “forze politiche”, partiti, fossero permeabili ai pensieri, ai bisogni, alle rivolte dell’individuo: non per dare risposte, ma per scuotersi di dosso gli irrigidimenti. Certo, a furia di scossoni, rischierebbero di esserne distrutti. Non vedo al momento attuale alcuna via d’uscita a questo dilemma.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La terza parte del libro, il finale con la visione surreale della morte di Paolo, ha subito alcune critiche. Secondo te perché non è stato accettato questo scarto?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Mi dissero alcuni giurati del Comitato del premio “Calvino”, quando andai a Torino per partecipare alla festa della premiazione, che il finale era disomogeneo rispetto alla narrazione precedente, realistica. Credo di non assumere in genere posizioni rigide se qualcuno critica quel che scrivo o mi dà consigli. Però, nel caso specifico, ho mantenuto quel che avevo scritto. Sui limiti del realismo del mio romanzo ho già detto e non mi ripeto. Ma soprattutto: il tono surreale della parte finale non è così surreale ed è assolutamente legittimo, persino necessario. Come si può raccontare la morte di un ragazzo se non immaginando un suo delirio finale? Per essere più chiara… ricorro a un esempio di contrasto. Mi viene in mente il romanzo Un uomo di Oriana Fallaci. Si apre col funerale di Panagulis in un’Atene infuocata e affollatissima. Lui, Panagulis, che è stato nella prigione dei colonnelli al tempo della dittatura fascista in Grecia, viene rappresentato solo dopo come personaggio vivente, un uomo nevrotico (come d&#8217;altra parte molti personaggi maschili nella scrittura femminile); qui, in quest’inizio, è un corpo in una bara, non più una persona. Lei addolorata, saggia e grande. Questo è il racconto “realistico” di una morte. Il mio finale è proprio un’altra cosa: neppure l’opposto. Un’altra cosa. I funerali o le rappresentazioni di morti avvenute servono ai vivi, a raccontare il loro dolore, non aggiungono nulla all’immagine di chi se ne è andato. Penso di aver detto tutto.</p>
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<p style="text-align:center;">NOTE</p>
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<p style="text-align:justify;"><strong>[1]</strong> <strong>&gt;&gt;</strong> Davide Martirani, ha conseguito la laurea triennale in Scienze umanistiche nel 2004 con una tesi dal titolo “I concetti di oscurità e luce nell’opera di Carlo Michelstaedter”; la laurea specialistica in Lettere e Filosofia nel 2007 con una tesi dal titolo “Leopardi e Michelstaedter. Un dialogo”; al momento è ricercatore presso la Royal Holloway University of London e colllabora come editor alla <em>Round Robin editrice</em>.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[2] &gt;&gt;</strong> Maria Laura Bufano è nata a Bari nel 1942. Ha insegnato per diversi anni italiano e latino in un liceo scientifico di Bergamo. Nel 2001 Interno con rivoluzione è arrivato tra i finalisti del premio Calvino, e così pure, nel 2003, un suo secondo romanzo, tuttora inedito. Da due anni vive a Conil de la Frontera, un paese oceanico in Andalusia.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[3] &gt;&gt; </strong>Di certo a quel tempo non potevo avere idea che il futuro Interno con rivoluzione sarebbe diventato l’oggetto della mia tesi specialistica, né del resto poteva a quel tempo dirsi certo che l’avremmo pubblicato.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[4] &gt;&gt;</strong> Oltre alle tre poesie eliminate prima dell’inizio di ciascuna parte del romanzo e ai cambiamenti apportati sia il titolo del romanzo che i titoli dei capitoli e dei paragrafi, in fase di editing il testo non ha subito ulteriori cambiamenti.</p>
<p><strong>[5] &gt;&gt; </strong>Philippe Lejeune, (1986), Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, p. 12.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[6] &gt;&gt; </strong>Maria Laura Bufano (2008), Interno con rivoluzione, Roma, Round Robin, p. 7.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[7] &gt;&gt; </strong>Philippe Lejeune, (1986), Il patto autobiografico, cit., p. 22.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[8] &gt;&gt; </strong>Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 45.<strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[9] &gt;&gt;</strong> Il conteggio delle battute è stato calcolato includendo gli spazi.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[10] &gt;&gt;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 9.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[11] &gt;&gt;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 272.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[12] &gt;&gt;</strong> Riportiamo qui alcuni passaggi tratti dalle schede di lettura che i giurati del Premio Calvino fecero per il romanzo allora intitolato Pater: in particolare lo sbilanciamento della loro interpretazione sulla voce narrante femminile-femminista e sull’essenza della storia, a loro avviso soprattutto e decisamente ‘storia di Lidia’ devono aver messo in guardia l’autrice che ha cercato con la nuova introduzione al romanzo di offrire ai lettori un’importante indicazione: la storia ruota infatti intorno a due protagonisti, addirittura, dovendo scegliere, al centro, secondo la Bufano, più Paolo che Lidia. Copiamo qui di seguito parte delle sopra-citate schede di lettura dei giurati del Premio Calvino: “Questo romanzo racconta la storia di una donna, Lidia, partendo da una larga panoramica riguardante la sua famiglia e la vita condotta da bambina in Puglia, fino a concentrarsi sempre più sulle vicissitudini personali della protagonista, in un primo piano sempre più ravvicinato, man mano che lei cresce. In questo l’autrice ha saputo riprodurre con esattezza lo schema del romanzo classico, rispecchiandone le caratteristiche e costruendolo in maniera impeccabile. Le storie della protagonista si sviluppano lungo una serie di rapporti duali, che vedono sempre lei al centro delle vicende proposte. Si veda ad esempio, l’impegno profuso nell’attività di partito, lei e i suoi figli, lei e l’amore. Persino le storie riguardanti il suo amore Paolo, vengono filtrate attraverso gli occhi di questa donna forte, che sembra non abbattersi mai. Probabilmente questo modo di raccontare tutto attraverso lo sguardo a volte anche freddo della protagonista, avviene perché al centro c’è la sua vicenda, la sua sofferenza. Solo che l’autrice non lascia trapelare niente di tutto ciò, ma si limita raccontare con uno stile secco, quasi da documentario i fatti. Lidia è l’alter ego di Paolo [...]”. E ancora: “Scritto benissimo, il libro è la storia di una generazione, quella del sessantotto, ricostruita trent’anni dopo, da un punto di vista femminile &#8211; il che vuoi dire, per quella generazione che è anche, ma non solo, femminista. È la storia di un travaglio individuale e collettivo, di una generazione che si batteva con entusiasmo e senza risparmio di energie per cambiare il mondo e cominciava questo cambiamento dalla rottura degli schemi tradizionali e consolidati dei rapporti di genere, di classe, di lavoro. Pero è anche la storia di sofferenze personali e di cedimenti individuali irrimediabili, una storia senza idillio finale. Volutamente presentata come autobiografia &#8211; come indica l’alternarsi dei capitoli tra “Io” e “Paolo” – il libro è molto probabilmente tale, ma si presenta liberato dai residui autobiografici più limacciosi e sa diventare la storia di una generazione, anzi, delle donne di una generazione. Forse la terza parte, fulminea e onirica, avrebbe bisogno di un’ulteriore rielaborazione”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[13] &gt;&gt;</strong> Seppure forse non potrebbe essere diversamente, considerando che avvenendo le prime reazioni dei due in età adolescenziale non potrebbero che rappresentare impulsi di rottura: si pensi per esempio all’atteggiamento di Lidia nei confronti dell’oppressivo ambiente familiare. <strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[14] &gt;&gt;</strong> Cfr. Camus Albert (1947), Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, p. 60: “Nel percorrere in tal modo i secoli e gli spiriti, nel rappresentare l’uomo quale può essere e quale è, l’attore ritrova   Cfr. Camus Albert (1947), Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, p. 60: “Nel percorrere in tal modo i secoli e gli spiriti, nel rappresentare l’uomo quale può essere e quale è, l’attore ritrova quell’altro personaggio assurdo, che è il viaggiatore. Come questo, esaurisce qualche cosa e corre qua e là senza tregua. Egli è il viaggiatore del tempo e, quando si tratti dei migliori commedianti, il viaggiatore incessantemente perseguitato delle anime”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[15] &gt;&gt;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 60: “Nei momenti più cupi, cominciai a pensare che c’era comunque la possibilità di darmi la morte”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[16] &gt;&gt;</strong> Camus Albert (1947), Il mito di Sisifo, cit., p. 7: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. [...] Posso affrontare ora la nozione di suicidio. Si è già notato quale soluzione sia possibile darle. A questo punto, il problema è invertito. In precedenza, si trattava di sapere se la vita dovesse avere un senso per essere vissuta; appare qui, al contrario, che essa sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso. Vivere un’esperienza, un destino, è accettarlo pienamente”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[17] &gt;&gt;</strong> Camus Albert (1947), ivi, p. 51.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[18] &gt;&gt;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 269.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[19] &gt;&gt;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 358.</p>
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		<title>Cambiare il mondo? L&#8217;importante è provarci</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Apr 2009 09:43:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trenta anni di storia italiana, tra il dopoguerra e gli anni &#8216;70, attraverso le vite di Lidia e Paolo. Le ansie, le contraddizioni, le incertezze, gli amori e la passione politica di due ragazzi che diventano adulti su uno sfondo che forse per loro muta troppo rapidamente. O forse sono Lidia e Paolo che cambiano, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1635&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1636" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/04/interno-con-rivoluzione1.jpg?w=156&#038;h=225" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="156" height="225" />Trenta anni di storia italiana, tra il dopoguerra e gli anni &#8216;70, attraverso le vite di Lidia e Paolo. Le ansie, le contraddizioni, le incertezze, gli amori e la passione politica di due ragazzi che diventano adulti su uno sfondo che forse per loro muta troppo rapidamente. O forse sono Lidia e Paolo che cambiano, siamo noi che cambiamo e vediamo tutto da una prospettiva diversa.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Paolo guardò a terra. C&#8217;erano due grossi pesci che si contorcevano per smania d&#8217;acqua. &#8220;Chissà come gli brucia l&#8217;aria nel corpo &#8211; pensò. &#8211; E ora che sono fuori dall&#8217;acqua, non hanno neppure la forza di riconoscersi, di farsi compagnia nella morte. Ciascuno magari scambia l&#8217;altro per un sasso. </em><br />
<span id="more-1635"></span><br />
Si può condensare una vita in un libro? Qualcuno osserverà che è esattamente ciò che si fa nelle biografie e autobiografie. Ma biografia e autobiografia sono generi letterari particolari che obbediscono a regole tutte loro. Io parlavo di un vero e proprio romanzo.<br />
Maria Laura Bufano, nel suo Interno con rivoluzione, prova a condensare non una ma due vite, quella di Lidia e quella di Paolo.<br />
Non sarò certo io a dirvi se ci sia riuscita, per saperlo dovete leggere il libro.<br />
In questa sede proverò solo a sottolineare alcuni particolari interessanti e meritevoli, a mio avviso, di una riflessione più approfondita.<br />
Quanto è importante in un libro l&#8217;esergo, la breve o brevissima citazione, più o meno avulsa dal testo, che l&#8217;autore a volte ama inserire quale prima anticipazione della sua opera?<br />
Se l&#8217;autore ha buttato lì proprio quella frase tra le infinite possibilità, non possiamo pensare che la scelta sia stata casuale. Se il rimando non è immediato forse vale la pena chiedersi che ci sta a fare.<br />
Nel nostro caso si tratta di una citazione da Una storia d&#8217;amore e di tenebra di Amos Oz.<br />
<em>&#8220;E allora, quanto c&#8217;è di autobiografico, nelle mie storie, e quanto invenzione, invece? Tutto è autobiografia [...]&#8220;.</em><br />
Una dichiarazione spiazzante, soprattutto se ci hanno insegnato che lo scrittore crea i suoi personaggi che però poi, per essere narrativamente efficaci, devono muoversi con le loro gambe, parlare con la loro voce, autonomi e liberi a dispetto di chi ha dato loro vita. Forse vuol dire che lo scrittore è sempre immerso fino al collo nelle sue pagine, con il suo mondo emotivo, le sue esperienze, le sue speranze e le sue delusioni; lo scrittore c&#8217;è &#8211; non potrebbe essere altrimenti &#8211; ma il lettore non deve rendersene conto.<br />
Il passaggio successivo sembrerebbe quello di chiedersi quanto ci sia di Maria Laura Bufano nel personaggio di Lidia. La storia con Paolo, finzione o realtà?<br />
Attenzione ai passi falsi! La citazione da Amos Oz non era finita.<br />
<em>&#8220;[...] il cattivo lettore nutre una costante ansia di sapere, subito e immediatamente, che cosa è successo in realtà&#8221;.</em><br />
Il rischio di passare per cattivi lettori è alto, e d&#8217;altra parte quel far parlare Lidia in prima persona, sempre e solo lei, è una tentazione troppo forte, un sasso gettato nello stagno che disegna cerchi concentrici d&#8217;acqua cui non possiamo rimanere indifferenti.<br />
Proviamo a percorre un&#8217;altra strada, entrando magari nel romanzo, a partire dalla sua singolare struttura.<br />
Parte prima: <em>Io &#8211; Paolo</em><br />
Il trattino non è un trait d&#8217;union ma divide due esistenze separate, parallele, che non si sono ancora incontrate. A dare più forza al parallelismo la felice trovata di raddoppiare la numerazione dei capitoli, uno per ciascuno dei protagonisti. A ritmo alterno viviamo la vita di Lidia e Paolo, dalla nascita alla prima infanzia, le scuole elementari e le superiori, le prime esperienze affettive e di lavoro, gli amici, la politica. La passione politica è uno snodo importante per entrambi, e non potrebbe essere diversamente per chi ha vissuto gli anni &#8216;60 e &#8216;70 in prima linea.<br />
Parte seconda: <em>Io e Paolo.</em><br />
Il trattino di separazione è diventato una congiunzione. Le linee parallele, con buona pace dei matematici, si incontrano per costruire una vita insieme: l&#8217;amore, le crisi e i ricongiungimenti, i figli, ancora e sempre la passione politica, gli sbandamenti, la separazione.<br />
Parte terza: <em>Paolo</em>.<br />
Paolo è rimasto da solo. Lidia non c&#8217;è più, è scomparsa, o forse è Paolo che scompare nel suo diventare irraggiungibile.<br />
In fondo l&#8217;epilogo era già nella introduzione: &#8220;Protagonista della storia è Paolo più che Lidia. Ma lei, per farlo vivere in queste pagine, gli ha regalato pezzi di se stessa, della sua esistenza vissuta o immaginata&#8221;.<br />
Torniamo dunque alla dimensione autobiografica?<br />
Forse vale la pena di chiudere ritornando all&#8217;esergo che citava Amos Oz: <em>&#8220;E tu, non domandare: che, sono proprio fatti veri? E&#8217; così, la scrittura? Domanda a te stesso. Quanto alla risposta, puoi serbarla tutta per te&#8221;. </em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Giancarlo Montalbini su <a href="http://www.lettera.com/libro.do?id=7237" target="_blank">lettera.com</a></p>
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		<title>Interno con rivoluzione, su loop</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 07:59:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non è facile trovare un libro ambientato nel sessantotto con una struttura narrativa forte ed un intento letterario né banale né presuntuoso. Penso alla letteratura della militanza, ai romanzi che nascono tali ma spesso deviano assumendo la forma boriosa di saggi dal contenuto trito e ritrito.
In Interno con rivoluzione, Maria Laura Bufano ha un obiettivo: [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1604&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1605" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/04/interno-con-rivoluzione.jpg?w=163&#038;h=234" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="163" height="234" />Non è facile trovare un libro ambientato nel sessantotto con una struttura narrativa forte ed un intento letterario né banale né presuntuoso. Penso alla letteratura della militanza, ai romanzi che nascono tali ma spesso deviano assumendo la forma boriosa di saggi dal contenuto trito e ritrito.</p>
<p style="text-align:justify;">In <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a></strong>, <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a> ha un obiettivo: narrare la storia di Lidia e quella di Paolo. Tutto il resto è un contorno, certamente necessario a contestualizzare il romanzo, ma mai invadente. Per una volta, insomma, gli anni della rivoluzione non rubano la scena ai veri protagonisti, cioè a chi il cambiamento l&#8217;ha voluto, l&#8217;ha perseguito e, nel suo piccolo, l&#8217;ha anche ottenuto. Lidia e Paolo. Lei fiera e battagliera, figlia di una borghesia che ama vivere al di sopra delle proprie possibilità, si ribella ai genitori e dalla Puglia se ne va in un&#8217;innominata città del nord Italia ad insegnare in un liceo. Qui incontra Paolo, taciturno e remissivo, succube ancora inconsapevole dell&#8217;asfissiante amore della madre e della sorella. <span id="more-1604"></span>Durante una riunione del PCI, i due giovani s&#8217;incontrano e perdono la testa l&#8217;una per l&#8217;altro. Nasce un amore forsennato, fatto di lunghe pause e d&#8217;istanti intensissimi, coronato dalla nascita dei figli, destinato ad esaurirsi in una manciata d&#8217;anni.</p>
<p style="text-align:justify;">La copertina ed il titolo di Interno con rivoluzione vanno a braccetto: il rosso-rivolta fa da sfondo ad una foto in bianco e nero degli anni settanta che ritrae dei giovani al termine di un pranzo. I ragazzi sono immortalati di spalle ma i loro volti sono riflessi in uno specchio. La particolarità è che lo specchio rivela anche presenze nascoste, come in un gioco illusionistico. E questa foto, in effetti, un&#8217;illusione la racchiude: la stessa di quei ragazzi che avrebbero voluto cambiare il mondo. Così la &#8220;rivoluzione&#8221; che sta compiendosi fuori si riproduce all&#8217;&#8221;interno&#8221; del microcosmo familiare, innescando i medesimi rapporti di gioco-forza e tante contraddizioni.</p>
<p style="text-align:justify;">Interno con rivoluzione è intriso di autobiografismo, ma attenzione: &#8220;protagonista della storia è Paolo, più che Lidia&#8221;. Quasi un monito, un&#8217;avvertenza o piuttosto una svelata chiave di lettura. Ad ogni modo non si coglie nella narrazione una &#8220;disparità di trattamento&#8221; tra i due protagonisti. L&#8217;attenzione dell&#8217;autrice è salda sia nei confronti di Lidia, sia in quelli di Paolo; ed anche il registro linguistico è lineare, calibrato. Vi è una delicatezza nel modo di scrivere della Bufano che difficilmente si coglie in un&#8217;opera prima, anche se sarebbe ingiusto definire un&#8217;&#8221;esordiente&#8221; questa signora barese trapiantata in Spagna. Lo stile della Bufano è sorprendentemente maturo: curato ma privo di sterili orpelli, preciso ma non ridondante, piuttosto &#8220;asciutto&#8221;, semplice.</p>
<p style="text-align:justify;">Interno con rivoluzione sfiora il Premio Calvino nel 2001 ma arriva tra i finalisti. Sette anni più tardi approda sul galeone della <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank">Round Robin</a></strong> che ci crede e lo pubblica. C&#8217;è da augurarsi che al secondo romanzo di Maria Laura Bufano &#8211; anch&#8217;esso arrivato tra i finalisti del premio Calvino nel 2003- tocchi la stessa sorte.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">fonte <a href="http://www.looponline.info/rece1.php?id=37" target="_blank">loop</a></p>
Posted in our books Tagged: anni '60, anni '70, comunismo, femminismo, il manifesto, interno con rivoluzione, lidia, maria laura bufano, narrativa, paolo, PCI, premio calvino, romanzo <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1604/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1604&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Intervista a Massimo Zanettini</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 08:50:46 +0000</pubDate>
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		<guid isPermaLink="false">http://roundrobineditrice.wordpress.com/?p=1516</guid>
		<description><![CDATA[Iniziamo con le presentazioni: chi è Massimo Zanettini e qual è la sua formazione professionale? 

Sono un consulente informatico. La mia è quindi una formazione tecnica, anche se coltivo da anni una grande passione per la letteratura.



Massimo Zanettini, autore de Chiuso per turno, Round Robin Editrice. Parliamo di questo tuo romanzo d&#8217;esordio, soffermandoci anche sul [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1516&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1517" title="chiuso per turno" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/03/chiuso-per-turno-blog2.jpg?w=168&#038;h=238" alt="chiuso per turno" width="168" height="238" />Iniziamo con le presentazioni: chi è Massimo Zanettini e qual è la sua formazione professionale? </strong></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Sono un consulente informatico. La mia è quindi una formazione tecnica, anche se coltivo da anni una grande passione per la letteratura.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>Massimo Zanettini, autore de <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731063" target="_blank">Chiuso per turno</a>, <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank">Round Robin Editrice</a>. Parliamo di questo tuo romanzo d&#8217;esordio, soffermandoci anche sul titolo e sulla copertina&#8230; e sul suo protagonista <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' />  </strong></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Il protagonista di Chiuso per turno è un vorace cuoco emiliano: Michelangelo Bricoli. Proprio dal protagonista e dal contesto della storia che viene la copertina del libro, sapientemente progettata dai ragazzi della Round Robin (RR). L&#8217;oggetto raffigurato in copertina è divertente, tenero, fragile, un po&#8217; kitsch, e rappresenta molto bene credo le ambientazioni provinciali della storia.<span id="more-1516"></span><br />
Il titolo è invece farina del mio sacco, e l&#8217;idea mi è venuta per caso scrivendo il romanzo. In fin dei conti le vicende del romanzo si svolgono principalmente nei giorni di chiusura del ristorante di cui Michelangelo è proprietario.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>Com&#8217;è nato? Spieghiamo ai lettori il suo concepimento.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">L&#8217;idea di Chiuso per turno è nata per caso, partendo dall&#8217;immagine di un uomo enorme e obeso che divora cibo in un amplesso autodistruttivo ed edonista. Mi deve aver ispirato l&#8217;episodio Gli anni del declino del film Il senso della vita dei Monty Python, in cui un uomo enorme mangia fino ad esplodere. Quell&#8217;uomo mi fece venire in mente la società mercantile occidentale, col suo atteggiamento vorace.<br />
D&#8217;altro canto il protagonista di Chiuso per turno doveva riflettere i dubbi, le difficoltà della nostra cultura. Michelangelo, quello che poi è diventato il personaggio principale del romanzo, doveva risultare bloccato dal dualismo tra il desiderio di cambiare le cose e l&#8217;egoismo che gli impedisce di rinunciare ai sui privilegi. Nel tempo ho raccolto materiale, citazioni, riferimenti che fornissero lo zoccolo su cui poggia la storia che si è sviluppata da sola pagina dopo pagina.<br />
Luoghi o personaggi de &#8220;Chiuso per turno&#8221;. Come potremmo definirli?<br />
I luogo fisici in cui si sviluppa la storia di Chiuso per turno sono Parma e la Tanzania. La prima è una mecca della musica lirica e dell&#8217;industria alimentare, per citare lo stesso protagonista del libro: &#8220;la città più food oriented di tutta la food valley&#8221;. L&#8217;Africa invece è l&#8217;icona, forse usurata, ma ancora vivida nella fantasia della gente, della fame e dell&#8217;indigenza. Sono i luoghi rispettivamente della ricchezza e della povertà, della sazietà e della fame, del corpo e dello spirito, del pieno e del vuoto, soprattutto del pieno e del vuoto.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>Qual è il tuo rapporto con la scrittura, e quindi con i tuoi personaggi? </strong></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Faticoso… Alzarsi alle cinque e mezza di mattina per scrivere di un tizio che si ostina a fare quello che vuole, è davvero faticoso. Poi, per scrivere, tolgo tempo alla famiglia, energie al lavoro. Ma ne ho bisogno di scrivere per sentire che sto facendo qualcosa per me e per le persone che mi circondano.<br />
Parliamo della tua esperienza editoriale con Round Robin.<br />
Mi sto divertendo, nonostante l&#8217;ansia di prestazione che provo per le presentazioni e le interviste. I ragazzi della RR sono creativi, intelligenti, dotati, giovani, fanno un lavoro fresco, ma impegnato, esteticamente gradevole. Insomma è piacevole, anche se impegnativo, vedere un mondo che non conosco, ma che mi stimola intellettualmente.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>E&#8217; domenica, qualcuno bussa alla porta di casa tua; sei ancora in pigiama e pensi che sia un venditore ambulante, invece è un aspirante scrittore che vorrebbe qualche consiglio da te (sì, proprio da te! Poteva bussare alla porta di qualcun altro, ma lui ha letto il tuo libro, ne è rimasto entusiasta e ha voluto rivolgersi a te!). </strong></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">La domenica? L&#8217;unico giorno che la sveglia tace? Assonnato davanti ad una fetta di pane con burro e marmellata, gli direi che per scrivere bisogna acquisire uno stile, ma soprattutto un metodo di lavoro. Bisogna leggere, raccogliere materiale, e scrivere quasi quotidianamente. Quando si sono acquisiti stile e metodo, bisogna trovare una storia e un messaggio e scrivere un romanzo. C&#8217;è una parte di mestiere nella scrittura &#8211; che io solo intuisco, sia chiaro &#8211; che si impara, credo, solo con la pratica costante.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>Progetti futuri? </strong></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Sicuramente uno. Sto lavorando ad una storia dal taglio fumettistico, anche se raccontata con le parole e non con i disegni, in cui si parla di biciclette, di supereroi, di autovelox e soprattutto di speranza per il futuro. Vedremo cosa ne salterà fuori…</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">fonte: <a href="http://mmushroom.splinder.com/post/20071459/Intervista+a+Massimo+Zanettini" target="_blank">Mushroom&#8217;s blog</a></p>
Posted in our books Tagged: chiuso per turno, libri, massimo zanettini, Michelangelo Bricoli, narrativa, romanzo <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1516/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1516&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>sabato ore 18:00, Langhirano (PR)</title>
		<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/12/sabato-ore-1800-langhirano-pr/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 09:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[presso la libreria LIBERAMENTE, Via Mazzini 14
la Round Robin editrice presenterà
nel suo augusto paese
il migliore dei romanzi
di Massimo Zanettini
Chiuso per Turno*.



Interverranno, oltre all’autore:
Federico di Vita (editor)
Stefano Milani (giornalista)

[SABATO14Marzo18:00libreria LIBERAMENTEviaMazzini14LANGHIRANO]

a seguire:
PAROLE IN TAVOLA presenta Chiuso per turno.
Parole in Tavola, un progetto che vuole coniugare il piacere della lettura con quello della buona tavola, inaugura una serie [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1462&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">presso la libreria <strong><em>LIBERAMENTE</em></strong>, Via Mazzini 14</p>
<p style="text-align:center;">la <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank"><strong>Round Robin editrice</strong></a> presenterà</p>
<p style="text-align:center;">nel suo augusto paese<br />
il migliore dei romanzi<br />
di <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=massimo_zanettini" target="_blank">Massimo Zanettini</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731063" target="_blank">Chiuso per Turno</a>*</strong>.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1461 alignnone" title="chiuso per turno" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/03/chiuso-per-turno-blog1.jpg?w=180&#038;h=258" alt="chiuso per turno" width="180" height="258" /></p>
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:left;">Interverranno, oltre all’<strong>autore</strong>:<br />
<strong>Federico di Vita</strong> (editor)<br />
<strong>Stefano Milani</strong> (giornalista)</p>
<p style="text-align:left;">
<p style="text-align:right;">[SABATO14Marzo18:00libreria LIBERAMENTEviaMazzini14LANGHIRANO]</p>
<p style="text-align:center;"><span id="more-1462"></span></p>
<p style="text-align:center;"><strong>a seguire:</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>PAROLE IN TAVOLA</strong> presenta <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731063" target="_blank"><strong>Chiuso per turno</strong></a>.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Parole in Tavola</em>, un progetto che vuole coniugare il piacere della lettura con quello della buona tavola, inaugura una serie di appuntamenti presentando Chiuso per turno, presso la libreria Liberamente di Langhirano, sabato 14 marzo. L&#8217;appuntamento proseguirà con una chiacchierata con l&#8217;autore presso l&#8217;<strong>Afrodita Restaurant</strong> di via Roma 10/A a Langhirano (PR). I<strong>l menù sarà fisso e rigorosamente “a tema” con il libro</strong>.</p>
<p style="text-align:right;">Per informazioni e prenotazioni:<br />
info@librerialiberamente.it<br />
tel. 0521 864360</p>
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:left;">* é al momento l&#8217;unico, ma ciò non toglie che sia il migliore, e soprattutto, più in generale, che sia eccezionale&#8230;</p>
Posted in our books Tagged: chiuso per turno, langhirano, libri, massimo zanettini, Michelangelo Bricoli, narrativa, parma, presentazione, romanzo, round robin <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1462/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1462&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>sabato, nero su bianco, 18:30</title>
		<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/05/sabato-da-nero-su-bianco-alle-ore-1830/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 08:22:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#62; P.za San Cosimato &#62; Trastevere &#62; Roma
la Round Robin editrice sarà fiera
di rivelare
al mondo l&#8217;esordio fecondo
di Zanettini Massimo
Chiuso per Turno.

Interverranno, oltre all’autore:
Michele Tosto (talent scout letterario)
Federico di Vita (editor)
Stefano Milani (giornalista)

[SABATO7Marzo18:30 NEROSUBIANCOpzaSanCosimato11ROMA]
Posted in our books Tagged: chiuso per turno, massimo zanettini, Michelangelo Bricoli, narrativa, nero su bianco, parole in viaggio, presentazione, romanzo, round robin [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1359&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">&gt; P.za San Cosimato &gt; <strong>Trastevere</strong> &gt; Roma</p>
<p style="text-align:center;">la <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank">Round Robin editrice</a> sarà fiera</p>
<p style="text-align:center;">di <strong>rivelare</strong><br />
al <strong>mondo</strong> l&#8217;esordio fecondo<br />
di <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=massimo_zanettini" target="_blank">Zanettini Massimo</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731063" target="_blank">Chiuso per Turno</a></strong>.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1360" title="chiuso per turno" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2009/03/chiuso-per-turno-blog.jpg?w=180&#038;h=258" alt="chiuso per turno" width="180" height="258" /></p>
<p style="text-align:left;">Interverranno, oltre all’autore:<br />
<strong>Michele Tosto</strong> (talent scout letterario)<br />
<strong>Federico di Vita</strong> (editor)<br />
<strong>Stefano Milani </strong>(giornalista)</p>
<p style="text-align:left;">
<p style="text-align:right;">[SABATO7Marzo18:30 NEROSUBIANCOpzaSanCosimato11ROMA]</p>
Posted in our books Tagged: chiuso per turno, massimo zanettini, Michelangelo Bricoli, narrativa, nero su bianco, parole in viaggio, presentazione, romanzo, round robin <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1359/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1359&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Cronache da Siviglia</title>
		<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/10/12/cronache-da-siviglia/</link>
		<comments>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/10/12/cronache-da-siviglia/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 Oct 2008 22:29:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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Ecco come una storia semplice, il racconto di una vita comune può diventare la solida base di un romanzo vincente: ce lo mostra in queste sue Cronache da Siviglia Federico di Vita, un giovane studente romano che ha saputo convertire, con spontaneità e leggerezza, un viaggio Erasmus nella sua prima, riuscitissima, fatica letteraria.
In una cornice [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=470&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:right;">
<p style="text-align:justify;"><a href="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/10/copertina_cronachedasiviglia1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1276" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/10/cronache-da-siviglia3.jpg?w=180&#038;h=259" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="180" height="259" /><br />
</a></p>
<p style="text-align:justify;">Ecco come una storia semplice, il racconto di una vita comune può diventare la solida base di un romanzo vincente: ce lo mostra in queste sue <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731049" target="_blank"><em>Cronache da Siviglia</em></a></strong> <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=federico_di_vita" target="_blank">Federico di Vita</a>, un giovane studente romano che ha saputo convertire, con spontaneità e leggerezza, un viaggio Erasmus nella sua prima, riuscitissima, fatica letteraria.</p>
<p style="text-align:justify;">In una cornice luminosa e arabeggiante di vicoli e aranceti, di flamenco e mercatini (che, diciamocelo chiaramente, esercitano sempre un discreto fascino sul lettore&#8230;), l&#8217;autore orchestra un contrappunto delizioso di sguardi innocenti di bambino e riflessioni intime di uomo adulto, il tutto in un flusso di coscienza impazzito che, nel suo disordine, trova comunque una sua segreta organizzazione. L&#8217;intento dopotutto, e l&#8217;autore ce lo indica nella sua &#8220;micropostfazione&#8221; (!), era proprio questo: trovare il modo di mettere ordine ad una lunga serie di sgangherate mail che lui stesso aveva scritto ai suoi amici dalla Spagna. E l&#8217;ordine di Vita lo trova, regalando al lettore una carrellata di gustosi personaggi che danno vita ad episodi quando spassosi, quando commoventi.<span id="more-470"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Cronache da Siviglia è sì un libro per tutti, per chi ama il viaggio, per chi ama la compagnia, per chi ama il calcio! Ma lo è ancor di più per chi ama profondamente la letteratura, &#8220;la que da orden, la que organiza, la que da forma a la esistencia&#8221;, e questo amore trasuda da ogni pagina del testo, e lo è al punto tale da indurre il lettore a credere che il viaggio dell&#8217;autore sia anche un po&#8217; un viaggio alla ricerca della letteratura, o quanto meno di un luogo dove parole scritte a caso assumono, armonicamente disposte, una sagoma compiuta.<br />
Di Vita è riuscito nel suo tentativo: ha reso la forma al disordine ricorrendo ad un componimento di antica tradizione, e restituendocelo più che mai attuale e credibile.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Francesca Iannilli, <a href="http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliCultura.aspx?id=5294" target="_blank">rivist@</a>.</p>
Posted in our books Tagged: andalusia, cronache da siviglia, erasmus, federico di vita, letteratura di viaggio, libri, libro di viaggio, narrativa, Portogallo, racconto di viaggio, romanzo, round robin, Siviglia, viaggio <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/470/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/470/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/470/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/470/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/470/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/470/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/470/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/470/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/470/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/470/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=470&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;estate del cane nero</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Sep 2008 08:36:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Francesco Carofiglio
recensione di Francesca Iannilli


Il sopraggiungere della stagione estiva da sempre suggerisce una lettura non impegnativa, e soprattutto gradevole, che riempia il tedio delle ore di dolce far niente, non sottoponga ad un eccessivo sforzo le membra accaldate e, magari, rispolveri il ricordo di lontane estati adolescenziali&#8230; Sono proprio queste le caratteristiche fondamentali del [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=411&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di Francesco Carofiglio</p>
<p style="text-align:right;">recensione di Francesca Iannilli</p>
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:justify;"><a href="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/09/images1.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-412" title="images1" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/09/images1.jpeg?w=69&#038;h=108" alt="" width="69" height="108" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Il sopraggiungere della stagione estiva da sempre suggerisce una lettura non impegnativa, e soprattutto gradevole, che riempia il tedio delle ore di dolce far niente, non sottoponga ad un eccessivo sforzo le membra accaldate e, magari, rispolveri il ricordo di lontane estati adolescenziali&#8230; Sono proprio queste le caratteristiche fondamentali del piacevole romanzo di Francesco Carofiglio, L&#8217;estate del cane nero&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Leggi il resto su <a href="http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliCultura.aspx?id=5144" target="_blank">rivist@</a>.</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/roundrobineditrice.wordpress.com/411/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/roundrobineditrice.wordpress.com/411/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/411/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/411/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/411/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/411/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/411/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/411/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/411/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/411/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/411/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/411/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=411&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Battiti anomali</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Sep 2008 09:04:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Maurizio Piccirillo
recensione di Sara Dellabella


Si sciorinano all&#8217;interno di queste pagine storie di provincia, delle tristi vicende che si legano più alla monotonia che alla follia. Personaggi insoddisfatti che ad un certo punto della propria vita si danno al crimine, anche una sola volta per soddisfare l&#8217;impeto del cambiamento, per provare una brezza diversa. Singole [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=404&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di Maurizio Piccirillo</p>
<p style="text-align:right;">recensione di Sara Dellabella</p>
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:justify;"><a href="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/09/images.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-406" title="images" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/09/images.jpeg?w=74&#038;h=104" alt="" width="74" height="104" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Si sciorinano all&#8217;interno di queste pagine storie di provincia, delle tristi vicende che si legano più alla monotonia che alla follia. Personaggi insoddisfatti che ad un certo punto della propria vita si danno al crimine, anche una sola volta per soddisfare l&#8217;impeto del cambiamento, per provare una brezza diversa. Singole storie di uomini e donne che per qualche tratto ripercorrono i malesseri della società attuale, esasperandone i toni e le conseguenze&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Leggi il seguito su <a href="http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliCultura.aspx?id=5171" target="_blank">rivist@</a>.</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/roundrobineditrice.wordpress.com/404/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/roundrobineditrice.wordpress.com/404/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/404/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=404&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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