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	<title>rred-blog &#187; racconto</title>
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		<title>L’anima del commercio</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 22:14:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono giunto in città e decervella oggi, decervella domani, dopo aver tanto decervellato ecco cosa vi ho combinato! Provate a mettere il naso fuori di casa e le dita fuori dal naso, voi che siete menomale così perbene. Provate a portar a spasso i vostri piedi, non ve la spasserete assai! Non c’è più un’insegna [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=3555&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Sono giunto in città e decervella oggi, decervella domani, dopo aver tanto decervellato ecco cosa vi ho combinato! Provate a mettere il naso fuori di casa e le dita fuori dal naso, voi che siete menomale così perbene. Provate a portar a spasso i vostri piedi, non ve la spasserete assai! Non c’è più un’insegna intatta in città.</p>
<p style="text-align:justify;">
La MERCERIA è diventata una MARCERIA, e all’interno del negozio non ci son più fili, bottoni, stoffe, cerniere e quant’altro, al posto solo merce deperibile e pure in avanzato stato di decomposizione, una mela marcia, una bistecca marcia, un pomodoro marcio, insomma tutta roba marcia e un trionfo di vermi ciccioni. Uohpa uohpa (è il verso del verme ciccione). <span id="more-3555"></span>Nella SARTORIA le lettere si sono tutte mischiate e l’insegna ora dice TRA RASOI, e invece di aghi, fili e gessi, il povero signor Orlo si è trovato in una sorta di barberia con taglienti rasoi, di quelli di una volta con la lama ben affilata, in ogni angolo del suo negozio e da sarto ora deve tosar. E giù a decervellare come se piovessero fichi e uva passa. La PIZZERIA è diventata PAZZERIA e ci stanno infermieri pronti con la camicia di forza per chi si azzardasse a entrare e chiedere una Margherita, che sarebbe ben matto a pretendere una pizza in una pazzeria; si salva solo chi con prontezza di riflessi dice &#8220;Ma no, intendevo Margherita la matta&#8221;, &#8220;Ah ecco&#8221;. La GELATERIA è diventata LEGA REATI, un covo di una banda di malviventi, altro che cono al cioccolato, e la polizia che interviene un giorno sì e un giorno pure. Il punto è che magari il giorno dopo l&#8217;insegna dice PELATERIA e ci sono dentro solo calvi che vendono passata di pomodoro! La LATTERIA è BATTERIA piena di polli a ingrassare, ma se è GATTERIA è piena di micie pronte a farsi pelare, e se per caso diventa LATRERIA ci stan cani che non fanno che abbaiare. La GALLERIA è FALLERIA e non vi sto a dir che genere di manomissioni avvengono, e a furia di fallare tutti han le mani bucate, molto pulite e stese ad asciugare, ma a sbagliar si diventa ciechi. In FARMAZIA c’è la sorella malata di vostro padre, ma in TARMACIA ci son macilente tarme che bucano i maglioni ai medici. Andate in FUNICIPIO, troverete gli assessori legati. E la MACELLERIA mi è diventata MARCELLERIA e dentro si vendono tanti pezzi di marcello, il mio amico, in vetrina si vede il naso e dietro il bancone ecco che il marcellaio affetta con le sue guance rosse il culo di marcello, solo carne italiana garantita, filiera corta!</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Paolo Gentiluomo</p>
Posted in (p)Recensioni &amp; vanità Tagged: l'anima del commercio, lo smaltimento, paolo gentiluomo, racconto <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/3555/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=3555&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Nozioni di Marketing (le avventure di Barabànov e Mariputèn)</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 13:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
		<category><![CDATA[lo smaltimento]]></category>
		<category><![CDATA[paolo gentiluomo]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[1. l’esito dei corpi in stato di trasloco
-
Una estate per Barabànov non c’era stato mare, o quasi. Giusto un paio di volte c’era stato mare, che era già agosto, mare, e aveva stabilito che quell&#8217;agosto senza mare o quasi, quell&#8217;estate senza mare o quasi, doveva essere un deciso spartiacque della sua vita. Spartiacque vuol dire [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=3459&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><h6 style="text-align:center;">1. l’esito dei corpi in stato di trasloco</h6>
<p><span style="color:#ffffff;">-</span></p>
<p style="text-align:justify;">Una estate per Barabànov non c’era stato mare, o quasi. Giusto un paio di volte c’era stato mare, che era già agosto, mare, e aveva stabilito che quell&#8217;agosto senza mare o quasi, quell&#8217;estate senza mare o quasi, doveva essere un deciso spartiacque della sua vita. Spartiacque vuol dire una roba in mezzo che poi c’è un di qua e un di là, poteva essere tipo che decideva di non fare più mare d’ora in poi, e allora c’era un prima con mare anche se poco e c’era un dopo senza mare, niente niente.<span id="more-3459"></span><br />
Solo che capite bene che basta una volta che ci hai la debolezza di andare al mare e hai demolito in un attimo il tuo bel proposito mai più mare. Il prima si mescola col dopo, lo spartiacque non ha retto, la tua volontà non ha retto, ti senti un uomo di merda perché non hai rispettato la tua decisione, hai fatto mare, e fosse stato un bel mare. Magari un mare con spiaggia ingolfata di corpi e mare pieno di stronzi galleggianti. E tu per sto mare qui, che c’era il sole coperto, ci hai messo una vita per arrivarci e ti portano via la macchina, perdi un sandalo, ti urtica una medusa, per questo hai infranto lo spartiacque, hai mandato a scatafascio il prima e dopo.</p>
<p style="text-align:justify;">- Complimenti, non c’è che dire, dice Mariputèn. &#8211; Complimenti, cosa viviamo a fare al mare, traslochiamo in campagna.</p>
<p style="text-align:justify;">Avveniva che per l&#8217;ennesima volta Barabànov e Mariputèn cambiassero casa, avveniva per l&#8217;ennesima volta che Barabànov trasportasse le cose più inutili da un posto all&#8217;altro senza considerare la possibilità di liberarsene, approfittare di un trasloco per buttare via delle cose, cose nel vero senso generico della parola, se scrivi cose nel tema senza nemmeno leggere il resto metto due, così alle scuole medie la professoressa pucci che insegnava a Mariputèn che dice: &#8211; La tua stupida memoria si porta dietro le stesse cose inutili che ti porti dietro tu. Ti porti un mobile che serve per dispensa?, no, ti porti uno scatolone di piccole carabattole!, ti ricordi come si interviene in caso di urgente soccorso?, no, ti ricordi come si chiama la mia professoressa di italiano delle medie!, e chissà cosa ti serve di più adesso che il mobile è crollato sul corpo del tuo amico venuto a darci una mano? &#8211; Eh, lo schiaccia inesorabilmente, vero? Dice Barabànov.</p>
<p style="text-align:justify;">- Ed ecco a voi il mirabolante prodigio! Dice Barabànov. Da quando hanno cambiato casa ha messo su un’aria da profeta, a volte pare più un prestigiatore. Dato che Mariputèn non si cura troppo di lui, Barabànov predica all’amico bloccato sotto il mobile.</p>
<p style="text-align:justify;">- Dall’orrida corona del crocifisso si stacca una spina, acuta, lunga, e si conficca nella fronte dell’uomo che resta, con un dolore così straziante, che ne sviene. Così dice Barabànov configgendo nella fronte del dolente amico la più grossa spina prelevata dalla rosa mistica che gloria il suo giardino. Visto che lui non sviene, lo aiuta con una martellata. &#8211; La ferita, fattasi piaga deturpante, fetente, schifosa di vermi, durerà per tutta la vita, assicura Barabànov a Mariputèn che si stringe nelle spalle rassegnata.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ un boccone che è poco digeribile, sta lì come un’oca all’ingrasso senza scelta, piedi inchiodati al suolo e nel becco cibo spinto giù con un pistone. Mariputèn chiede all’amico di Barabànov: &#8211; Ma questi piedi inchiodati? Ce n’era bisogno? Poi riflette a voce alta: &#8211; Forse sarebbe fuggito. Ancora chiede: &#8211; E di questo imbuto, ce n’era bisogno? E riflette: &#8211; Forse avrebbe vomitato. Certo bisogna dire che in quanto a collaborazione&#8230; L’uomo con l’imbuto in bocca e i piedi inchiodati al suolo non riesce a rispondere nemmeno a gesti dato che ha le braccia legate (- Avrebbe potuto tentare di togliersi l’imbuto o schiodarsi i piedi, si era giustificato Barabànov).</p>
<p style="text-align:justify;">La passione per gli uccelli, gli uccelli soprattutto quelli con una grande apertura alare. Limpidamente maestosi nel volo. Le lame, le donne, abitare in campagna. Una casa alla fine di una strada. Si avvistano cerbiatti e cinghiali. E da lì prati e boschi scendono giù fino alla valle dove scorre il fiume. I ghiri demoliscono pian piano il tetto. Molare alcuni preziosi coltelli sì, ma pistole ad aria compressa? Barabànov non è il tipo da armi da fuoco. &#8211; Per i ghiri, dice. &#8211; Che male ti fanno, dice Mariputèn. &#8211; Eh, il tetto! &#8211; Hai visto i tuoi uccelli del cazzo, ci faranno morire tutti con la loro influenza del culo!, dice il loro amico incastrato sotto un mobile.</p>
<p style="text-align:justify;">- Questa volta non vale la pena di starsi a preoccupare per una mano in più o in meno, dice Barabànov, ti soffierò io il naso. Ma l’amico non è tanto turbato dall’assenza della propria mano, mozzata e poi caduta nel tentativo di fargliela crescere sotto l’ascella destra, quanto dal fiotto di sangue che sgorga inarrestabile dalla bocca. &#8211; E presto esaurirà le riserve interne lorde, assicura Mariputèn. Ecco, inghiotte, incapace di comunicazione, pur se gli occhi sono all’alba di una lacrimazione, parrebbe voler dire <em>sto bene</em>. Barabànov dice: &#8211; Forse ti sei confuso, non voglio alcuna gioia da te. E poi gli spara a bruciapelo colla pistola per i ghiri. Che dire. Mariputèn si limita a constatare che sia deceduto. Tagliandogli la gola con una delle preziose lame affilate di recente. Che bel tramonto si vede da qui!</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Paolo Gentiluomo</p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: lo smaltimento, paolo gentiluomo, racconto <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/3459/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=3459&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>La svolta</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 11:11:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
		<category><![CDATA[il cazzo]]></category>
		<category><![CDATA[il fauno]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[tommaso rodano]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi ho dato una bella svolta alla mia vita: sono andato a tagliare i capelli e ho portato a lavare la macchina.
E’ stato importante, sarebbe stato davvero un delitto se fosse rimasto, come ultimo ricordo (e di questi tempi non si sa mai, con tutti quei romeni che impazzano per le strade), l’immagine del mio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1651&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="western" style="text-align:justify;">Oggi ho dato una bella svolta alla mia vita: sono andato a tagliare i capelli e ho portato a lavare la macchina.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">E’ stato importante, sarebbe stato davvero un delitto se fosse rimasto, come ultimo ricordo (e di questi tempi non si sa mai, con tutti quei romeni che impazzano per le strade), l’immagine del mio volto incorniciato da quella zazzera inconcludente ed erratica.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">I miei capelli sono tornati, come direbbero, anzi come in effetti dicono quei due simpatici individui che parrebbero essere i miei genitori, ad avere un aspetto <em>civile</em>, che indica evidentemente un grado di anonimia dell’aspetto esteriore compatibile con i parametri estetici della brava gente di questo paese meraviglioso.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Ora che la mia testa non è più infestata di vorticosi boccoli dal discutibile impatto ambientale, i miei capelli si piazzano sul podio nella speciale classifica delle parti del corpo che creano un minore senso di imbarazzo nei confronti del mondo esterno.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Ma andiamo con ordine.<span id="more-1651"></span></p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Una considerazione preliminare che ritengo non si debba eludere al fine di fornire un’idea appropriata dell’aspetto fisico del sottoscritto: il mio corpo presenta uno squilibrio grottesco.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Le mie braccia hanno un diametro ridicolo, imbarazzante, che può essere racchiuso senza eccessive difficoltà tra l’indice ed il pollice della mano di un individuo qualsiasi; le mie cosce invece sono enormi, massicce, spropositate, elefantiache, al pari di questo culo che farebbe la fortuna di molte ballerine brasiliane.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Ne consegue una fisionomia buffa, decisamente poco aggraziata, pennellata ineffabilmente dal soprannome che un amico crudele ha trovato in un momento di ispirazione malvagia: il fauno.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Già, il fauno. Animale di mitologica bruttezza, parto della mente malata di qualche epico fanfarone.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Il mio aspetto faunesco consiste dunque nell’enorme ponderosità di ciò che è al di sotto del mio baricentro, e nell’anacronistica ristrettezza di quello che è sopra.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">In effetti, per essere completamente onesti, non è soltanto questo: il mio piede è scandalosamente piatto e liscio, come uno zoccolo, quasi, e le mie gambe sono storte, ma parecchio; curvano vertiginosamente verso l’interno, sembrano montate al contrario.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Come quelle di un fauno, verrebbe ormai facile dire.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Non sarebbe corretto tralasciare, inoltre, il contrasto tra la paffuta rotondità del mio volto, il nasone enorme, le orecchie solenni come quelle di una coppa prestigiosa, ed il taglio affilato e conciso dei miei occhi, eternamente socchiusi. In due parole la mia faccia sembra, ed in effetti raramente questa apparenza inganna, gonfia ed assonnata.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Non sorprende allora che anche dei capelli tutto sommato modesti come quelli che porto in testa, e che se non altro devo ringraziare per il fatto di rimanere, per ora, saldi al loro posto, siano in grado di salire sui gradini più alti di questo campionato dei poveri delle parti del mio corpo.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Mettiamoli al terzo posto, senza voler esagerare.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Basta poi un attimo rapido e sconfortate per rendermi conto che in realtà non esiste nessuna seconda posizione, ed un altrettanto rapido momento di soddisfazione per scartare la busta che nomina il campione, il premio poco ambito di padrone elegante ed incontrastato di questo disastroso organismo.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Il cazzo.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Il mio cazzo vince per distacco e semina lungo il percorso, irridente, i suoi improbabili avversari.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Non è squallido machismo da ragazzino in età puberale, o, peggio, cameratismo da frustrato, o una patetica rivendicazione di misogino incallito.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Non sto parlando nemmeno, in verità, di qualche sua trionfante virile apparenza; sto parlando della sua onestà. Il mio cazzo è onesto.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">E’ buono. Non è bello, perché non potrebbe esserlo, non fa parte della sua natura, ma è onesto.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Non è un pisello che si distingua particolarmente per le sue dimensioni, né in un senso né in un altro; certo non si becca più lo scherno e i risolini che gli ha riservato il triste periodo delle scuole medie, quando si trovava ad affrontare l’evidenza del ritardo dello sviluppo rispetto ai suoi colleghi di pari età.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">E’ onesto. Funziona, e svolge con abnegazione i compiti che gli spettano. Pende leggermente verso destra, ma non ne fa un dramma e non si appella a patetici vittimismi, come fanno gli ingrati compagni con i quali si trova a spartire questa terra arida.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Spontaneo e simpatico, me lo immagino erigersi stupito per venire a ritirare la statuetta che attesta il suo trionfo, e lanciarsi in generosi ed elaborati ringraziamenti.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Questo ho pensato, oggi che ho dato una svolta alla mia vita, andando a tagliare i capelli e portando a lavare la macchina.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">Della macchina sarà il caso di parlare un’altra volta.</p>
<p class="western" style="text-align:justify;">
<p class="western" style="text-align:justify;">
<p class="western" style="text-align:justify;">
<p class="western" style="text-align:justify;">
<p class="western" style="text-align:right;">Tommaso Rodano</p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: il cazzo, il fauno, la svolta, racconto, tommaso rodano <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1651/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1651&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il calzolaio</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Apr 2009 14:02:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Io son scarpolino, aggiusto le scarpe. Di gente che aggiusta le scarpe non ce ne più al giorno d’oggi. Se ne compra un paio nuovo ogni anno, e quelle vecchie si buttano via. Così tutti gli scarpolini hanno lasciato lì di fare sto mestiere. Ma io non lascio mica lì finché non crepo! Adesso sono [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1600&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Io son scarpolino, aggiusto le scarpe. Di gente che aggiusta le scarpe non ce ne più al giorno d’oggi. Se ne compra un paio nuovo ogni anno, e quelle vecchie si buttano via. Così tutti gli scarpolini hanno lasciato lì di fare sto mestiere. Ma io non lascio mica lì finché non crepo! Adesso sono in pensione, ma con 600.000 lire al mese, non ci campo, allora continuo a fare il mestiere che ho fatto per cinquant’anni, così per arrotondare la pensione. Ma più che altro lo faccio per passare il tempo. Da quando è morta la Fernanda, la mia povera moglie, la mattina è lunga come la quaresima. Mio figlio, che ha studiato da dottore, mi dice che dovrei leggere, tenermi informato. La fa facile lui, ma oramai mi son scordato di come si fa a leggere, e faccio una fatica dell’ostia, e non capisco mai quello che vogliono dire. Poi mi è calata la vista, e dopo un po’ mi bruciano gli occhi.<br />
Il pomeriggio però mi passa alla svelta anche se non lavoro, perché quando non vado a giocare a briscola al bar, suono la fisarmonica. Mi piace suonare la fisarmonica, soprattutto d’estate. Quando l’aria è calda come il brodo, dormo un po’. Poi quando vien più fresco, mi metto davanti a casa mia, all’ombra, e suono.<br />
Delle volte vengono delle persone a sentirmi, non perché sia tanto bravo, ma per stare in compagnia e sentire le canzoni di una volta.<span id="more-1600"></span><br />
Delle volte poi ci sono i miei nipoti, un maschio e una femmina, che sono ancora dei ragazzi piccoli, che stanno lì e giocano, e a me mi piace vederli correre e urlare. Adesso come adesso non sto male, però potrei stare meglio se ci fosse ancora la mia Fernanda. Poveretta, è morta che aveva sessant’anni.<br />
Era il 15 di luglio, il suo compleanno. Da un po’ lo festeggiavamo sempre, tutti gli anni. Venivano i nostri figli, i nipoti, le sue due sorelle. Più che per festeggiarla si faceva per riunirsi tutti, almeno una volta all’anno.<br />
La mattina, quel giorno, si alzò più presto del solito e mi preparò il caffelatte coi biscotti.<br />
Poi dopo, quando arrivò mia figlia, ancora zitella, che vive giù alla bassa con un uomo separato – un brav’uomo però –, mia nuora e mio figlio coi bambini, cominciò a fare da mangiare. Ricordo che fece i tortelli di zucca e quelli d’erbette, e il cotechino col purè. Io, aspettando mezzodì, facevo finta di leggere il giornale per far contento mio figlio. Intanto ascoltavo i bambini e le chiacchiere di quelle donne di là in cucina, e annusavo per aria e mi godevo il profumo della roba da mangiare.<br />
Stavo tranquillo come in paradiso quando mio figlio mi fa: “Allora papà, cosa dice il giornale?”<br />
“Ma&#8230; sempre le solite cose di politica”, faccio io.<br />
“Ho capito va&#8230; vai a prendere la fisarmonica e facci una suonata di quelle belle.”<br />
“Ma sì, va!”<br />
Così andai in camera e presi la fisarmonica. Poi mi sedetti su una seggiola in cucina e cominciai a suonare un tango, che a mio figlio ci piace il tango. Ma a chi non piace&#8230;<br />
I bambini cominciarono a ballare come si vede in televisione. Poi anche mio mio figlio fece ballare sua sorella, sua mamma e poi anche sua moglie che era un po’ vergognosa.<br />
Quando poi arrivò l’uomo di mia figlia si mise a ballare pure lui. E tutti ridevano e scherzavano. E c’era un bel profumo di roba da mangiare. E quando mi veniva sete e bevevo del vino, mio figlio, che è dottore, e di solito mi sgrida, mi sorrideva e mi lasciava fare. Così andò avanti finché non arrivarono le mie cognate e i loro mariti, ci mettemmo a tavola. Io mangiai quaranta tortelli, venti di zucca e venti d’erbetta, per non far torto a nessuno. Mangiai poi tanto cotechino e purè da star male. Non so poi quanto vino sarà passato per il mio bicchiere. Sarà stato bucato&#8230;<br />
Tutti mangiavano e bevevano a crepapelle, e tutti erano simpatici.<br />
Poi cominciai a raccontare le barzellette sporche sul duce, e tutti risero tanto. Tranne l’uomo di mia figlia che, secondo me, è un po’ missino, ma è un brav’uomo lo stesso.<br />
Poi, dopo aver preso il caffè e la grappa, le donne lavarono giù i piatti, e noi uomini guardammo le corse alla televisione. Io mi addormentai un pochino, perché a me le corse non mi piacciono mica tanto.<br />
Verso sera tutti se ne andarono e, io e Fernanda, restammo soli. Eravamo un po’ tristi, però ogni tanto ci scappava da ridere come a dei bambini, ripensando alle cose che ci erano successe quel giorno.<br />
“Son proprio contenta che siano venuti tutti”, disse mia moglie.<br />
“Allora, son contento anch’io!”<br />
Ci scappò da ridere. Ridevamo sempre quand’ero un po’ ubriaco.<br />
“Sai, oggi ho capito che abbiamo fatto un gran bel lavoro”, cominciò a dire Fernanda quando ebbe finito di ridere. “Guarda nostro figlio. È un dottore e s’è sposato con una brava donna, e ci ha due figli che fan voglia. Nostra figlia&#8230;”<br />
“Ci ha il moroso missino&#8230;”<br />
“Sì, però è un buon’uomo, e penso che la sposerà. Poi anche se è diviso da sua moglie, non ci ha figli, e è un gran lavoratore.”<br />
“Anche nostra figlia è una gran lavoratrice, e ha studiato anche.”<br />
“Giusto! Vedi che abbiamo fatto dei gran bei lavori?”<br />
“Giusto!”<br />
“Ti dico la verità, oggi son così contenta, che se morissi stanotte, non mi dispiacerebbe.”<br />
Quella notte, morì per davvero. Non so bene per cosa, mio figlio me l’ha detto, ma non me lo ricordo. So solo che la sera si addormentò, e la mattina non si svegliò. Io piansi come una vite tagliata. La chiamai, urlai, la baciai, l’accarezzai, le diedi tre o quattro scossoni, ma non ci fu niente da fare, non si sveglio mai più.<br />
Al funerale mi sforzai e riuscii a non piangere, persino quando la misero nell’avello. Ma la casa, quando tutti se ne andarono, era così vuota e grande, che mi rintanai in un angolo a piangere, e continua finché non mi addormentai.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">racconto di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=massimo_zanettini" target="_blank">Massimo Zanettini</a></p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: chiuso per turno, massimo zanettini, narrativa, racconto <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1600/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1600&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Uomo Atomico – Attacco a Elder Town</title>
		<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/19/luomo-atomico-%e2%80%93-attacco-a-elder-town/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 08:20:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[racconto di Massimo Zanettini
Parte prima 
Più veloce del suono, più potente della locomotiva, al servizio dell&#8217;umanità e del progresso, contro i nemici della sicurezza e del benessere: è l&#8217;Uomo Atomico. 

All&#8217;interno del loro cupo rifugio, nelle fogne di Elder Town, i nemici della sicurezza e del benessere, i Fratelli della Crisi, tramavano il ritorno e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1503&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">racconto di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=massimo_zanettini" target="_blank">Massimo Zanettini</a></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Parte prima </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Più veloce del suono, più potente della locomotiva, al servizio dell&#8217;umanità e del progresso, contro i nemici della sicurezza e del benessere: è l&#8217;Uomo Atomico. </em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">All&#8217;interno del loro cupo rifugio, nelle fogne di Elder Town, i nemici della sicurezza e del benessere, i Fratelli della Crisi, tramavano il ritorno e la loro vendetta contro le forze del bene. Un enorme Robot dall&#8217;aspetto mostruoso era circondato da decine di tecnici che, perfettamente coordinati, terminavano le operazioni di assemblaggio. -È straordinario, &#8211; disse Nopil, il capo della setta. -Questa volta la città sarà nostra, &#8211; rispose il viscido e più stretto suo collaboratore, Stag Flag. -Attaccheremo direttamente la città e una volta preso il municipio, con il sindaco in ostaggio, nessuno oserà ostacolarci. Elder Town sarà nostra! Una risata satanica interruppe per alcuni attimi il lavoro dei tecnici che guardarono intimoriti verso i due. Nel frattempo, al di sopra del manto stradale, nel suo appartamento nella prima periferia di Elder Town, un uomo di una settantina d&#8217;anni seduto su una poltrona di cuoio, tisana fumante lì accanto, leggeva. Un suono elettrico destò la sua attenzione. <span id="more-1503"></span>L&#8217;uomo alzò il sopracciglio destro e mosse leggermente il capo in modo da direzionare l&#8217;apparecchio acustico verso il suono. L&#8217;anziano signore chiuse quindi il libro e lo appoggiò sul tavolino davanti alla poltrona. Poi facendo leva sui braccioli provò ad alzarsi un paio di volte prima di trovare lo slancio giusto che gli permise di mettersi in piedi. Corse in direzione del suono e quando fu davanti alla scrivania, aprì un cassetto. Estrasse un telefono rosso senza ghiera. Ora si distingueva chiaramente il suono: era lo squillo elettrico del telefono. L&#8217;uomo si schiarì la voce e avvicinò la cornetta all&#8217;orecchio. -Sì? &#8211; disse. -Uomo Atomico, &#8211; rispose la voce all&#8217;altro capo, &#8211; i nemici della sicurezza e del benessere hanno un piano per sovvertire i nostri valori e sconvolgere il nostro stile di vita. -Maledetti Fratelli della Crisi! -Abbiamo bisogno di te. L&#8217;Uomo, ormai rassegnato alla pensione, abbassò la cornetta con fare virile con evidente soddisfazione. Con un&#8217;espressione di dolore si allungò fino a premere un tasto segreto sotto la scrivania. Appena il circuito fu chiuso, l&#8217;insospettabile libreria dietro di lui si aprì lasciando intravedere una stanza misteriosa. Oltre la soglia del passaggio segreto v&#8217;era un laboratorio pieno di luci intermittenti, di tastiere, di stampanti, e lettori di schede perforate. Al centro della stanza un manichino conservava una tuta elasticizzata su cui era riportata una enorme lettera “A” cerchiata con un pallino in alto a sinistra. L&#8217;Uomo Atomico, alla vista di quelle attrezzature avvenieristiche e vintage allo stesso tempo, sorrise di nuovo desideroso di metterle alla prova. Per prima cosa indossò la tuta, che, per quanto elasticizzata e contenitiva, faticava a vestire la pancia dell&#8217;Ormai Signore Di Una Certa Età Atomico. Ciò nonostante, quando anche il cappuccio fu perfettamente calzato sul canuto e stempiato capo, l&#8217;uomo sorrise una terza volta di piacere. Finalmente il Super Eroe poteva espletare tutte le pratiche che lo rendevano definitivamente l&#8217;Uomo Atomico. Premette alcuni tasti che misero in moto delle bobine, inserì delle schede perforate nell&#8217;apposito lettore, quindi entrò in una specie di cabina telefonica e chiuse la porta. Un fascio di luce verde lo investì donandogli tutti i poteri dell&#8217;Atomo. Pochi attimi più tardi era già in volo verso il municipio di Elder Town&#8230;</p>
<p style="text-align:right;"><em>To be continued&#8230;</em></p>
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:center;"><strong>[<a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/28/luomo-atomico-–-attacco-a-elder-town-2/" target="_blank">parte seconda</a>]</strong><em><br />
</em></p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: chiuso per turno, massimo zanettini, narrativa, racconto, uomo atomico <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1503/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1503&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>La fine del giorno</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 10:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho letto il tuo nome oggi, sul giornale. L’occhio ci è inciampato sopra mentre scorreva le pagine, e si è ritratto di colpo come un animale ferito. Ero seduto sull’erba, sotto l’acero rosso: intorno a me qualcuno andava in giro cercando di afferrare gli ultimi brandelli d’estate. Mi sono alzato in piedi, ho salito le [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1337&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Ho letto il tuo nome oggi, sul giornale. L’occhio ci è inciampato sopra mentre scorreva le pagine, e si è ritratto di colpo come un animale ferito. Ero seduto sull’erba, sotto l’acero rosso: intorno a me qualcuno andava in giro cercando di afferrare gli ultimi brandelli d’estate. Mi sono alzato in piedi, ho salito le scale di fianco al casino, salutando le papere grasse che starnazzavano al di là del cancello. Sono andato verso il laghetto. Ci ho girato intorno tre volte, camminando lentamente col giornale tra le mani e le mani dietro la schiena. Sull’acqua, che diventava sempre più scura, galleggiava qualche ramo secco. Quanto tempo è passato? Non ero più giovane, nemmeno allora, ma ancora abbastanza ingenuo da prendermi in giro da solo, credendo che l’amore per te avrebbe cambiato tutto, aggiustato tutto, una volta per sempre. Era una giornata come questa, piena di sole ma già con un piede sulla soglia rugginosa dell’autunno. <span id="more-1337"></span>Ci incontrammo per caso, nove anni fa, non era mai successo da quando avevi finito la scuola. Confessasti sorridendo di aver sempre odiato le mie lezioni, perché vedevi chiaramente che io fingevo, e che lo facevo per disperazione. Per la prima volta, mentre ti ascoltavo, sperimentai l’incredibile proprietà delle tue parole – che ora conosco bene – di aprire un varco, come una voragine nel lato destro del torace, portando dolorose promesse di rigenerazione. Quel giorno cominciò la nostra vita insieme, sommersa dalle foglie che cadevano già in abbondanza. Una sigaretta dopo l’altra, trascorremmo il pomeriggio a guardare bambini e cani rincorrersi sull’erba. Parlammo per ore, fino a guadagnarci il privilegio di restare in silenzio, sdraiati con le teste vicine. Di quello che accadde nell’anno successivo non saprei più cosa dire: ho l’impressione di aver distrutto ogni ricordo in una pozza di luce indistinta. Rimane la fine, il tuo viso tirato mentre mi dicevi che stavi partendo, che l’occasione era troppo buona, avresti suonato in America. Io che mi allontano con gli occhi sbarrati, senza vedere nulla, sperando di sentire dietro di me i tuoi passi, che non arrivano. Poi più niente, buio completo per non so quanto tempo, interrotto ogni tanto dal bagliore delle tue lettere, gettate nel fuoco senza essere aperte.<br />
E alla fine la convalescenza, il cieco impulso a sopravvivere, il ritorno ad un mondo deserto, un vuoto coperto di frasi, nascosto in una griglia di azioni, doveri, scadenze.<br />
Mi sono seduto sulla panchina di fronte al laghetto. Ho riaperto il giornale, fissando la tua foto, con quel sorriso aperto, generoso, e gli occhi che anche così immobili sembravano guizzare, incerti su dove posarsi.<br />
Per la prima volta torni a suonare nella tua città, a poche centinaia di metri dall’acero rosso, sotto cui ti piaceva sedere. Roma accoglie la figlia fortunata, concedendole l’ultimo concerto prima che arrivino le piogge, a spegnere il clamore incosciente dell’estate. Accanto a te, nella foto, un ciuffo di capelli biondi sopra il viso intimorito di una bambina, che si aggrappa disperatamente alla tua mano. Avrà meno di dieci anni.<br />
Ho aperto l’astuccio di metallo, ho visto la sigaretta rimasta lì da mesi, per darmi la forza di non fumare. L’ho accesa, aspirando forte il sapore del tabacco rimasto a seccare. E’ facile, guardando le cose dopo che sono successe, individuare un’azione, un singolo gesto capace da solo di determinare la distruzione della propria vita. Più difficile, e più amaro, è accorgersi improvvisamente di aver compromesso tutto per sempre semplicemente stando fermi.<br />
Ho alzato lo sguardo sui rami degli alberi, che si levavano verso il cielo come braccia tese. Spesso, quando gli uomini si diradano e le piante restano sole, ho l’impressione che preghino per noi, perché sanno quanto più deboli, stupidi e sfortunati siamo. Ma in fondo anche questa pace, questa serenità regale che sembra appartenere ad ogni cosa sulla terra, ad ogni specie vivente con l’eccezione del genere umano, è solo un’altra illusione, l’azzardo estremo tentato dal bisogno di sapere che esiste un posto, da qualche parte, dove le regole sono diverse; ciò che rimane del regno dei cieli.<br />
Lentamente, ho ripreso la via che porta all’uscita della villa, verso Monteverde. La sera era limpida, il cielo cominciava a coprirsi di stelle. Di nuovo, era autunno.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Davide Martirani</p>
<p style="text-align:right;">[racconto ispirato a <a href="http://www.myspace.com/versoest" target="_blank">La fine del giorno</a>, dei VersoEst]</p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: autunno, canzone, davide martirani, la fine del giorno, narrativa, racconto, versoest <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1337/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1337&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>La festa</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2009 09:14:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stamattina ho voglia di un toast, uno di quelli un po’ bruciacchiati che si vedono nei film americani; toast, burro (meglio se salato) succo d’arancia, uova strapazzate. Sento in bocca il pane sottile che si sbriciola, la viscosità del burro che impasta il boccone: arriverebbe poi l’aranciata a riequilibrare il tutto e le uova mi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1303&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Stamattina ho voglia di un toast, uno di quelli un po’ bruciacchiati che si vedono nei film americani; toast, burro (meglio se salato) succo d’arancia, uova strapazzate. Sento in bocca il pane sottile che si sbriciola, la viscosità del burro che impasta il boccone: arriverebbe poi l’aranciata a riequilibrare il tutto e le uova mi sazierebbero. Andrei al lavoro al massimo delle mie forze. Invece il caffè riempie già la mia tazzina. Lo bevo forzandomi: mi viene da vomitare come se ne avessi presi dieci a digiuno. Ho un buco nello stomaco. Le fette biscottate che stanno sul tavolo non sono per niente invitanti, così secche e faticose, insapori: non c’è miele in casa né marmellata. Niente. Ma che mangiamo a colazione? Mia moglie entra in cucina e mi sorride: è carina anche alle sette, beata lei. Non mi parla perché sa che di mattina non ho voglia di ascoltare né di rispondere, che sarò gentile con lei solo quando sarò uscito dal bagno rasato e pulito. Come fa a ricordarsi tutte queste cose? Intanto ho fame e anche freddo, mi sento i piedi gelati, totalmente estranei alle pantofole. Pantofole schifose che odio: sottili, deformate, a quadrettoni, da vecchio. Le butterei all’istante, ma non ho proprio voglia di prendere decisioni, di agire e sprecare energie. Striscio via dalla sedia e mi vado a lavare. <span id="more-1303"></span>Apro la doccia e la voglio bollente: l’acqua ci mette un po’a riscaldarsi ma aspetto con pazienza. Mi siedo sul cesso. Ho la sensazione che questo sia il bagno più umido del mondo. E forse neanche uno dei più belli. Piastrelle bianche, di scarsa qualità, qualche angolino saltato; lavandino scomodo, squadrato con rubinetteria della più degradata gradazione di grigio. La roba di Sibyl è allineata con decoro sull’unica mensolina esistente: c’è qualcosa di infantile. Non vede che fa schifo il bagno, tanto vale non impegnarsi così tanto nella disposizione dello smalto, del profumo, dei quattro trucchi che usa. Mi appoggio con la schiena al muro prima di risolvermi a spogliarmi. Il vapore arriva in mio soccorso velando  questo spettacolo. Il calore dell’acqua mi fa stare meglio, accetto che mi scorra addosso nella mia immobilità. Prendo a insaponarmi e la vita rifluisce nel corpo. Ora ho quasi voglia di fischiettare. Mi sciacquo con cura ed esco nel vapore. L’accappatoio è a portata di mano. Mi faccio la barba, sono già di buon umore. Mi vesto e scendo di nuovo in cucina per bere un ultimo caffè con Sibyl prima di andare al lavoro. Sibyl mangia uno yogurt appoggiata ai fornelli: perché non si siede? Dovremmo prendere l’abitudine di fare colazione seduti. La guardo, sa ancora di sonno, di cuscino sgualcito, di stanza chiusa, di notte. Parla sottovoce anche se nessuno ci sente: mi guarda con le braccia conserte, stretta nella vestaglia, mentre mi infilo il cappotto.  Le do un bacio veloce ed esco. Oggi voglio a tutti i costi incontrare Phoebe.<br />
Io sono il marito di Sibyl. Dico ‘marito’ perché tra le definizioni mendaci che si danno di chi vive da vent’anni con una donna senza sposarsi continua ad essere la mia preferita: non sono un ‘fidanzato’, condizione quanto mai transitoria, ridicola addirittura se unita all’espressione ‘a vita’, né voglio dirmi un ‘compagno’, epiteto che mi risulta troppo connotato politicamente. Tanto vale allora protestarsi ‘marito’: almeno ha il vantaggio di evitare inutili spiegazioni.<br />
Io amo Sibyl, l’ho amata dal primo momento in cui l’ho incontrata, l’ho desiderata e avuta, l’ho accolta nella mia casa permettendole che diventasse la nostra casa.<br />
Phoebe invece è tutta un’altra storia. Era l’amica di Sibyl. Per quanto tra loro intercorrano quasi dieci anni di differenza, la loro amicizia era sorta come un qualcosa di inevitabile ed era rimasta salda anche quando Phoebe era partita per Tokyo. Si erano costantemente sentite tramite chat e qualche volta, per le feste comandate o qualche disastro sentimentale di Phoebe, anche per telefono. Io non conoscevo personalmente Phoebe: queste cose le sapevo perché me le raccontava Sibyl. Non è mai capitato che io e Phoebe ci incontrassimo prima della sua partenza, fatto di cui non so dare spiegazione: direi che non è successo e basta. La mia conoscenza di Phoebe passava per Sibyl, mi accontentavo di ciò che mi veniva concesso di sapere senza chiedere altro: insomma non sono mai stato curioso di vederla. Forse perché pensare che quando io festeggiavo i miei diciotto anni lei ne aveva da poco compiuti tre, mi sembrava una risposta.<br />
Da che Phoebe era tornata, Sibyl l’aveva già incontrata un paio di volte: erano uscite nel pomeriggio ed erano rimaste insieme fino a tarda sera. Infilandosi accanto a me nel letto mi sussurrò che voleva fare una festa con i nostri amici, a casa nostra. La cosa mi diede subito inquietudine e il sonno, già compromesso, svanì del tutto, lasciandomi pensieroso girato su un fianco.<br />
La domenica successiva tutto era pronto in casa nostra: Sibyl aveva preparato ogni cosa con cura. Arrivarono Sylvia e Jordan, Therese, Alice e Stevy quasi contemporaneamente. Si erano messi tutti in salotto quando suonò ancora il campanello: mancavano all’appello Natan e Phoebe. Andai io. Incorniciata dall’arco della porta apparve la donna più bella che avessi visto in vita mia: ci rimasi senza fiato. Naturalmente era Phoebe. Davanti a me c’era una creatura infagottata in una sciarpa multicolore, con un cappello di lana bianco calato sulla fronte che sorrideva con gli occhi e con la bocca. Sentii i muscoli della mia faccia contrarsi e la bocca incresparsi in una smorfia di dolore, come se mi avessero sferrato un pugno senza motivo. Phoebe mi guardò per un attimo più attentamente, forse voleva capire se stessi male: precedetti qualsiasi sua domanda, mi presentai biascicando il mio nome come se in bocca avessi il sapore di un’erba amara e, aiutandola a sfilarsi il cappotto, la introdussi agli altri. Fu subito intrappolata in una rete di abbracci e baci, sorrisi e parole di bentornata. Senza il cappello mi colpirono i suoi capelli: corti. Anzi né corti né lunghi. Maledizione, io non so descrivere queste cose però so che davano un senso di rotondità e morbidezza al capo, era sbarazzina e rassicurante insieme. Chissà perché aveva deciso di recidere quei capelli?<br />
In breve capii mi piaceva da matti.<br />
Intanto la festa continuava nonostante me, reso distratto e inadatto a qualsiasi servizio. Sibyl non mi curò molto, si stava divertendo con gli altri e per gli altri. Phoebe non mi parlò quasi mai: mi passò un piatto con delle tartine che Alice stava preparando per tutti, non ebbi neanche il tempo di ringraziarla che un altro piatto incombeva per qualcun altro. Non c’erano momenti possibili per parlarle, ero quello che ne sapeva di meno e non ero nel luogo per recuperare quel tutto che con dolore volevo sapere. Ma perché? Magari era meglio non conoscere niente della sua vita di prima. Come se adesso esistesse un dopo anche per lei. Mi attraversò il pensiero di strapparle i vestiti di dosso. Pazzesco, proprio io che sono così magro, che ho questo naso semita, la barba un po’ brizzolata e gli occhiali. Sibyl mi sembrava un’estranea, non mi stava aiutando. Natan, arrivato per ultimo, mi si appiccicò dietro: nonostante gli sforzi non riuscivo a concentrarmi su di lui. Dovevo raccogliere le idee e andai in terrazzo a fumare. Come una pietra alla nuca mi arrivò la frase: -Scusa, hai da accendere?-. Phoebe. Phoebe. Incredibilmente Phoebe. Senza aggiungere una parola, con la sigaretta in bocca, cercai l’accendino e glielo passai. Accese, tirò, respirò e parlò: ¬-Hai visto che bel cielo? Mi mancava questo buio. Di notte poi non devo più immaginare le stelle. Nel buio senza aloni le stelle sono nitide. Posso contarle. Non può essere lo stesso cielo di Tokyo. E’ un altro affare per forza.- Gli occhi erano immensi. Volevo baciarla e mi spaventai all’idea, feci un passo indietro per allontanarmene. Non capivo se mi stesse dicendo la cosa più stupida del mondo o la più commovente. Non so, lo diceva con semplicità, neanche lei sapeva giudicarla. Abbozzai un sorriso e feci il gesto di rientrare. Spense anche lei la cicca, affrettandosi un po’.<br />
Il calore dell’appartamento mi accolse accertandomi che tutto stava andando bene.<br />
La festa continuò più o meno come prima, solo io, accanto a Natan, sedevo sul divano pensando disperatamente altrove.<br />
Come disse un tizio: ho una moglie, una macchina, una casa in città, una al mare e una nei sogni, sono sistemato, la mia vita è felice, amo la donna che non ho sposato. Ma Phoebe?<br />
Verso l’una gli invitati iniziarono ad andarsene: Phoebe parlava con Jordan mentre si infilava il cappotto e salutò tutti rapidamente e dopo un abbraccio a Sibyl si chiuse dietro la porta. Tirai un sospiro di sollievo.<br />
Sibyl decise che avrebbe pulito tutto l’indomani, aveva un po’ bevuto e senza tanto indugiare se ne andò a letto. Prima di salire in camera mi preoccupai di spegnere tutte le luci: la casa rimase buia, silenziosa e disordinata.<br />
Non riuscivo a chiudere occhio. Non mi era occorso indagarmi a lungo per comprendere che Phoebe mi piaceva. Ma cosa mi piaceva di lei e come aveva fatto, in quella manciata di secondi, a mettere in discussione la mia vita, era tutto da chiarire. Mi venne in mente il personaggio di un racconto: questo tizio si era fatto fare il bagno dalla moglie durante la prima notte di nozze e questo rito lo aveva accompagnato tutte le sere della sua vita, senza eccezioni; ora, questo tizio diceva che era come se avesse impiegato tutta la vita a scalare una montagna e avesse finalmente raggiunto una cima plausibile, sulla quale aveva trovato una donna e una sorgete d’acqua e bla bla bla&#8230; il punto della questione è la meta: la mia non mi sembrava più tanto plausibile. Su questi dubbi non so come riuscii ad addormentarmi.<br />
Stamattina in ufficio mi concentro su come rintracciare Phoebe. Non ho il suo numero, non ho niente. So solo una cosa: abita vicino ad un’autoscuola che conosco. Mi sento piuttosto imbarazzato all’idea, ma dovrò appostarmi. Non ho altre alternative visto che ho scartato l’ipotesi di frugare nel cellulare di Sibyl (maldestro come sono se ne accorgerebbe subito) e la possibilità di chiedere direttamente a Sibyl di Phoebe.<br />
Alle 17. 30 sono nei pressi di un tabacchino di fronte all’autoscuola: ad intuito ho eletto il portone accanto all’entrata dell’autoscuola il portone di Phoebe. Sarà vero? Ma soprattutto: come posso sapere che Phoebe uscirà o entrerà a casa adesso? Ho un moto di stizza, qualcosa dentro di me non acconsente a questa assurdità. Cristo, sono un idiota. Me ne vado a testa bassa e a passo svelto, sono incazzato contro di me. Assorto nei pensieri non sento subito la voce di Phoebe che mi chiama, per la seconda volta l’avverto solo quando mi è vicina ormai: -Ehi! Ciao, ho il fiatone, dove vai così di corsa?-. Invento all’istante: ¬-Ehi, ciao, che sorpresa…sono andato all’autoscuola per informarmi… per il rinnovo della patente di zia Ines. Sì, per zia Ines.- Phoebe mi guarda con in suoi occhi grandi, mi si scioglie il cuore, la vorrei stringere. Ora siamo io e lei. Parla con me, scherza con me, mi fa sentire un miracolato. Non è solo bella, è altro: è vita. Divento serio, scambio con lei altre quattro cavolate e me ne vado. Fuggo letteralmente. Ho paura di fronte all’enormità della mia scoperta: io non la voglio e basta.<br />
Io la voglio incinta.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Elisabetta Brozzi</p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: elisabetta brozzi, la festa, narrativa, racconto <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1303/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1303&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Diamoci del tu</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 23:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
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		<description><![CDATA[Visto che ci conosciamo già da un po&#8217; e che ci diamo ormai del tu, voglio essere sincero: sto molto faticando a terminare questo post.
Vorrei scrivere di qualcosa di attuale, che faccia riferimento agli argomenti di Chiuso per turno, e che racconti brevi vicende di persone che abbiano avuto il proprio quarto d&#8217;ora di celebrità. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1296&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Visto che ci conosciamo già da un po&#8217; e che ci diamo ormai del tu, voglio essere sincero: sto molto faticando a terminare questo post.<br />
Vorrei scrivere di qualcosa di attuale, che faccia riferimento agli argomenti di <em>Chiuso per turno</em>, e che racconti brevi vicende di persone che abbiano avuto il proprio quarto d&#8217;ora di celebrità. Il tutto coronato da una citazione.<br />
Ho tutti gli elementi:<br />
1.    La morte e la libertà di scelta sono argomenti trattati nel libro e sono di grande attualità.<br />
2.    Il personaggio, non ha avuto un quarto d&#8217;ora di celebrità e forse mai lo avrà, ma è una persona che ammiro e non mi posso far sfuggire l&#8217;occasione di parlarne.<br />
3.    Una citazione dal Don Giovanni di Mozart/Da Ponte, funzionale anche per introdurre la lirica, importante elemento di <em>Chiuso per turno.</em><br />
Quello che mi manca è il collante tra i tre fattori. O meglio nella mia testa il collante c&#8217;è. È più un legame poetico, spirituale, che logico. Ecco il perché di questo cappello, devo spiegare l&#8217;illogicità di quanto sto per scrivere: questo post è una specie di flusso di coscienza. E forse neanche questo.<span id="more-1296"></span><br />
Il personaggio è <em>al Meg</em> – da pronunciarsi con la e lunga e aperta. Ha circa un&#8217;ottantina d&#8217;anni e vive in un paese della bassa Bolognese. Ha una famiglia, una moglie e due figlie, una casa e una pesa pubblica ormai in disuso.<br />
Vicino a quella pesa pubblica ormai in disuso c&#8217;è un campo da bocce anch&#8217;esso in disuso. Una volta la pesa era un vero e proprio centro di aggregazione, dove si giocava o si facevano delle chiacchiere al ritorno dal lavoro nei campi o nelle fabbriche. In questo piccolo orto abbandonato dai più, sono oggi cresciuti dei frutti bizzarri: dei <em>Bacalà</em>. Un <em>Bacalà</em> è un aquilone, o comunque un oggetto che sfrutta la forza del vento per muoversi. Nell&#8217;orto <em>dal Meg </em>si agitano stravaganti anemometri ottenuti riciclando vari materiali: fili di ferro, rami, bottiglie di plastica, lamiere, cuscinetti, vecchi giocattoli scoloriti&#8230;<br />
Al centro di questo improduttivo parco eolico, oltre <em>al Meg</em> in persona, un mezzo busto <em>del Meg</em> in legno, con tanto di barba e capelli colorati di nero.<br />
E lui è libero come i suoi aquiloni, in mezzo a quelle piccole poesie semoventi accarezzate dalle brezze della bassa.<br />
E mentre il paese, per poca fantasia, ne parla come di un originale, di uno con la testa fra le nuvole, lui l&#8217;adorna con le sue poesie che non scrive, ma fa, assemblando rifiuti, giocando col vento.<br />
E mentre il prete lo critica perché non va a messa per giocare con gli aquiloni, lui intrattiene Dio con le danze dei suoi umili congegni.<br />
E mi chiedo: ma uno potrà vivere (o morire) come (e quando) cazzo gli pare?</p>
<p><em>Notte e giorno faticar<br />
per chi nulla sa gradir;<br />
piova e vento sopportar;<br />
mangiar male e mal dormir!<br />
Voglio fare il gentiluomo,<br />
e non voglio più servir.<br />
Oh, che caro gentiluomo!<br />
Vuol star dentro con la bella,<br />
ed io a far la sentinella!&#8230;<br />
Voglio fare il gentiluomo,<br />
e non voglio piú servir&#8230;</em></p>
<p>(Don Giovanni, Lorenzo da Ponte)</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Massimo Zanettini</p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: bologna, chiuso per turno, Da Ponte, massimo zanettini, mozart, musica lirica, narrativa, racconto <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1296/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1296&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Gradito agli dei</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 10:12:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
		<category><![CDATA[albàro]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Calvisi]]></category>
		<category><![CDATA[genova]]></category>
		<category><![CDATA[motonautica]]></category>
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		<description><![CDATA[C’era un tizio abbronzato e bello, devo ammetterlo. Aveva i capelli tipo Sandy Marton, portava l’orologio al polso destro e indossava una camicia soffice, appena sbottonata, e si vedevano i peli del petto. Questo per descrivere l’ambiente. Con la mia fidanzata siamo una coppia stramba, soltanto che lei non lo sa. Facciamo l’amore ogni sera, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1285&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">C’era un tizio abbronzato e bello, devo ammetterlo. Aveva i capelli tipo Sandy Marton, portava l’orologio al polso destro e indossava una camicia soffice, appena sbottonata, e si vedevano i peli del petto. Questo per descrivere l’ambiente. Con la mia fidanzata siamo una coppia stramba, soltanto che lei non lo sa. Facciamo l’amore ogni sera, ma il sesso non è importante. E poi le piace sciare, sicché San Valentino non lo abbiamo festeggiato. Lo festeggeremo stasera, forse, dopo essere stati a casa dei gemelli. Ad ogni modo ieri sono andato con una mia amica che si chiama Luisa, siamo stati a cena con dei suoi amici e delle amiche in un posto che si chiama <em>Motonautica</em>. La <em>Motonautica</em> si trova in corso Italia. Corso Italia si trova in riva al mare, nel quartiere genovese di Albàro. Albàro è come dire i Parioli a Roma, e il Lido d’Albàro, proprio vicino alla <em>Motonautica</em>, è citato anche dal gran lombardo nel <em>Pasticciaccio</em>. In Albàro ci sono nato, ma ora non ci abito più. Io non sono ricco, sono uno straccione. Alla <em>Motonautica</em> ieri sera ho dato il peggio di me. C’erano un sacco di ricchi di età diverse. Ce n’era uno con la faccia da ricco idiota, ed era piuttosto ubriaco. Tanto è vero che si è alzato dal tavolo, era il tavolo vicino al nostro, ed è caduto per terra. Anche questo per descrivere l’ambiente. Al mio tavolo medici, ingegneri, avvocati. I medici stavano andando a soccorrere il ricco con la faccia da idiota che è caduto dal tavolo. <span id="more-1285"></span>Io, uno straccione. Non ho programmi non sono preparato non contribuisco al miglioramento del mondo. E sono stanziale. E ho un lavoro precario che non si guadagna un cazzo e si conoscono dei ragazzi sbandati che ti viene voglia di abbracciarli e dirgli che la vita è così splendida da piangere. Io sono talmente attaccato alla vita che ho conosciuto il desiderio di morire. Ho lasciato la madre di mio figlio quando mio figlio aveva un anno poi me ne sono pentito e adesso mio figlio è quasi maggiorenne e mi racconta le sue storie e sua madre mi considera un fratello. Ho fornicato con donne sposate che ho amato al di là di ogni logica di ogni principio di autodifesa di ogni istinto di sopravvivenza, e difatti ne sono uscito distrutto. E in definitiva non mi sono mai impegnato in niente di concreto perché non ci sono mai riuscito. Ma ho capito che tutto ciò mi ha reso gradito agli dei.</p>
<p style="text-align:right;">Angelo Calvisi, dal blog del <a href="http://geometrasbagliato.wordpress.com/2009/02/15/gradito-agli-dei/" target="_blank">Geometra sbagliato</a></p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: albàro, Angelo Calvisi, genova, motonautica, narrativa, racconto, vita <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1285/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1285&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Buio</title>
		<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/02/09/buio/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 12:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
		<category><![CDATA[buio]]></category>
		<category><![CDATA[elisabetta brozzi]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Vattene! Lasciami stare qui, al buio. Non voglio vedere niente. Neanche il dolore che mi mangia dentro. Vattene ho detto: vattene. Allontanati dall’arco della porta, chiudila dietro di te, togliti da quella cornice di luce gialla. È il neon della cucina, lo so. Ti ho sempre detto che avremmo dovuto cambiarlo; non ho mai sopportato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1164&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Vattene! Lasciami stare qui, al buio. Non voglio vedere niente. Neanche il dolore che mi mangia dentro. Vattene ho detto: vattene. Allontanati dall’arco della porta, chiudila dietro di te, togliti da quella cornice di luce gialla. È il neon della cucina, lo so. Ti ho sempre detto che avremmo dovuto cambiarlo; non ho mai sopportato quella luce che stenta ad accendersi e poi esplode maleducata su quelle piastrelle vecchie e verdoline, sul tavolo con le gambe di metallo sottili. Sugli odori rimasti nell’aria. Non voglio vedere niente. Tu taci e mi guardi ma, nel buio che mi assorbe, non sono niente, neanche una sagoma. Non sai neanche dove io sia: se ditesa sulla tua parte di letto o accovacciata accanto al termosifone. Te lo voglio dire: sono accanto al termosifone. C’era più caldo fino a poco fa, ma ora l’hanno spento. È appena tiepido, come il tuo cuore duro. Allora rimani dove sei, se proprio non vuoi andartene; tanto con la faccia affondata sulle ginocchia, non ti vedo. Devo chiederti alcune cose. Ad esempio se mi lascerai la macchina. A me serve. Serve, capisci?! Come faccio a fare la spesa? Come faccio? Le mie braccia non sono abbastanza forti per sopportare il peso di quelle buste. La plastica mi taglia le dita. Tanto a te non può servire. E poi tu te la sai cavare. Io no. Io ho bisogno di tutto. Anzi, ora ho bisogno di una camomilla: puoi farmela, per favore? Sì, ecco, grazie. Ne ho bisogno. <span id="more-1164"></span>La scatola è nello sportello in alto a destra, quello rotto. Appena apri la vedi: metto la camomilla a portata di mano perché la bevo spesso. Mi fa bene, mi ricorda quando studiavo per l’esame di maturità, ne bevevo a litri. Bevevo solo camomilla, mangiavo solo pomodori verdissimi, bianchi direi. Era caldo, infuriava l’estate fuori dalla finestra: la sera i ragazzi uscivano con i motorini. Pensavo che alle due di notte col motorino fa freddo, anche a luglio. Non mi sbagliavo. È già pronta la camomilla? No, non è possibile accendere la luce: devi raggiungermi a tentoni, poi io ti allungherò una mano. Bene, ci sei: appoggia la tazza sul palmo della mia mano; non temere, la reggo. Sono gelata, non mi scotta. Ora vattene, non rimanere qui accanto. Dannazione ma questa non è camomilla… ti sei sbagliato! Non sono isterica: questa è una tisana. Ecco, ecco come sei: superficiale. Non ti importa di me, non capisci ciò di cui ho veramente bisogno, non mi ascolti. Ora non posso bere per placarmi: non è camomilla, è altro. Tua madre me lo diceva: «È sbadato, perde tutto». Tu hai perso me. Non sono più nulla. Sì, ricomincio con questa storia. Bravo esci. Lasciami sola. Non sono mai stata sola in vita mia: a casa c’era sempre qualcuno. Mia madre o mia nonna, sembrava si dessero il cambio. In casa mia qualcuno parlava sempre e se tacevano c’era la tv a parlare per tutti. Solo di notte il silenzio. Non come in questa casa d’affitto. Le finestre danno sulle rotaie del tram, quando passa vibra tutto e se il tram si ferma uno stridore acutissimo mi trafigge i timpani. Efi dice che sono troppo sensibile, lui ci si è abituato subito. Lui si abitua subito a tutto, anche a non avermi più. Già si è abituato. Ha deciso di andarsene, io non posso seguirlo. Rimarrò sola in questa città, ho una paura folle ma non posso seguirlo. Efi è di là, sento che armeggia in cucina, forse mi sta rifacendo la camomilla. Non dovrebbe farmela: gliene sarei grata e continuerei a volergli bene. Invece devo smettere di amarlo. Efi? Pensavo fossi uscito, invece sei ancora qui. Ancora per poco. Devi accendere la luce di questa camera perché devi prendere la valigia? No, io devo stare al buio. Non protestare, è così. La tua voce dolce tradisce impazienza, mi uccide. Mi sbaglio forse? Efi, tu non vedi l’ora di chiuderti dietro quella dannata porta, tirare un sospiro di sollievo e ricominciare senza di me. Tu sei pieno si speranza, non posso perdonarti. Io no, davanti a me c’è solo buio. Sì, prendi pure la tua roba: i tuoi vestiti sempre adeguati a tutto. I miei sempre sbagliati. Una volta mi dicesti che ero “imbarazzante”. Al mio paese sono la più elegante, mia madre si vanta molto del mio gusto. Con te mi sono sentita veramente “imbarazzante”. Di questo mi dovrei ricordare, non di quando mi chiamavi “scoiattolo”. O “vita”. Sì, mi alzo, accendi pure la luce. Ti aiuto a prendere tutto. La luce mi infastidisce come se mi fossi svegliata ora, mi difendo gli occhi piegando il viso su una spalla. Ti vedo, sei brutto con quella tua espressione patetica, falsa, impietosa. Ti aiuto, facciamo in fretta.</p>
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<p style="text-align:right;">racconto di Elisabetta Brozzi</p>
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Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: buio, elisabetta brozzi, narrativa, racconto <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/1164/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=1164&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 22:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
		<category><![CDATA[Le luci della Centrale Elettrica]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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		<description><![CDATA[Era Milano, ed era veleno, all’inizio.
Un tram affollato, io e Marco, scintille sui fili, e rotaie lucide riflettono immagini scolorite. Cielo color ghisa e chissà dove stavamo andando.
Poi scoppia qualcosa per strada, come un fuoco d’artificio, mi affaccio ed è una bomba, cazzo, c’è la guerra qui. C’è la guerra.
Scappiamo tutti in una nuvola di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=751&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Era Milano, ed era veleno, all’inizio.<br />
Un tram affollato, io e Marco, scintille sui fili, e rotaie lucide riflettono immagini scolorite. Cielo color ghisa e chissà dove stavamo andando.<br />
Poi scoppia qualcosa per strada, come un fuoco d’artificio, mi affaccio ed è una bomba, cazzo, c’è la guerra qui. C’è la guerra.<br />
Scappiamo tutti in una nuvola di polvere e mi sembra di essere solo, qualcuno viene colpito, credo, perché sento qualcosa che sibila vicino a me, alle mie spalle, e si arresta con un atterraggio morbido ed un rumore sordo. Come una freccia che centra il bersaglio, o un colpo di pistola silenziato.</p>
<p>[le piazze sono vuote<br />
le piazze sono mute]</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-751"></span>E poi di colpo sono lì, a casa tua.<br />
Affacciati su una terrazza enorme e Milano immensa sotto.<br />
Non ci sono più bombe, credo, il cielo è ancora grigio ma meno pesante, non ci crollerà sui capelli.<br />
La città è colorata, assurda, bellissima. Blocchi di palazzi verdi sono dinosauri mansueti e coccodrilli gonfiabili di cemento, palazzine gialle groviera, puzzle rossi sparsi nel mucchio.<br />
È una Disneyland postmoderna, si distende a vista d’occhio sotto il mio sguardo confuso. E’ immobile ma sembra ruotare su sé stessa.<br />
Qui capisco che è un sogno e che il cancello stellare sta per chiudersi, e ci rimango male.<br />
Perché casa tua è costruita su un albero, sul tronco di una quercia sfrondata alta come una collina e solida come una chiesa, e noi stiamo parlando da ore, ed io mi sto innamorando di te.<br />
Ti vorrei far sentire quella canzone de Le Luci della Centrale Elettrica, ché Milano non era veleno, ma non riesco a far partire il tuo strano i-pod, e viene ad aiutarmi mio fratello, ma è troppo tardi, sto per riaprire gli occhi.<br />
Faccio appena in tempo a baciarti, sotto un muro di mattoni, in piazza, a Monterado.</p>
<p style="text-align:justify;">E già non riesco a ricordare la tua faccia.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Racconto di Tommaso Rodano</p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: Le luci della Centrale Elettrica, Milano, racconto, sogno <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/751/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/751/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/751/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/751/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/751/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/751/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/751/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/751/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/751/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/751/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=751&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>jam session &#8211; 4</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2008 11:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Calvisi]]></category>
		<category><![CDATA[arcipelago]]></category>
		<category><![CDATA[federico di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Jam session]]></category>
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		<description><![CDATA[di Vita/Calvisi


&#8230;E così torno a te, mi proietto negli abissi del tempo. La mia pelle si è disfatta al sole, e mentre il mio scheletro biancheggia e digrigna, con la mia canna armata io resto qui: schiavo del tuo arcipelago…
****
&#8230;e frantumi dell&#8217;arcipelago erano anche le parole ormai, crinate, spezzettate, imbastardite, dimenate e perdute nella babele [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=464&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:right;">di Vita/Calvisi</p>
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:justify;"><em><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/10/02/jam-session-3/" target="_blank">&#8230;E così torno a te, mi proietto negli abissi del tempo. La mia pelle si è disfatta al sole, e mentre il mio scheletro biancheggia e digrigna, con la mia canna armata io resto qui: schiavo del tuo arcipelago…</a></em></p>
<p style="text-align:center;">****</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;e frantumi dell&#8217;arcipelago erano anche le parole ormai, crinate, spezzettate, imbastardite, dimenate e perdute nella babele della migrazione, suoni inauditi, bestemmie, sensi preclusi alla cognizione, fonemi baluginanti privi di significato, simboli accostati casualmente dai nuovi bambini quindicenni che non si raccapezzano più:!+=Ç @:D <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' />  °#ß€®-–_ Q€ƒ∂;,.:![][`´~¥‘‹LOL“«*§ .. eppure dell'ansia del disfacimento, e della furia per questa biblica partenza non percepisco nulla, riesco a godermi il pavimento di una novecentesca sontuosa magione, lastre di vetro sotto alle quali nuotano pesci e come in sogno rivedo mia sorella e mio padre nei mari greci, vivi perché abitati dalle creature che ci sfiorano le membra, e nel caos sento un fulgore, una serena ovatta di felicità, quindi lascio la canna, eccoti sei qua...<span id="more-464"></span></p>
<p style="text-align:center;">****</p>
<p style="text-align:justify;">&#8230;così l&#8217;aria del mattino ha restituito carne alle mie ossa. Sono nato un&#8217;altra volta, e lo stupore era consapevole, e la luce non mi faceva piangere. Se il mondo è reale, se anch&#8217;io sono reale, lascia che il mio corpo si intrecci nuovamente con il tuo. Ho pronunciato questa frase senza nemmeno rendermene conto, e allora mi hai preso la mano, vieni, hai sussurrato, e con dolcezza mi chiesto se avevo paura. Non ho paura di niente mentre sdraiati sulla pietra tu conti le mie vertebre, e dolcemente mi irridi. Dal tuo sguardo escono aquiloni come coriandoli nell&#8217;ora della festa. Ogni lettera è un germe, dice Octavio, la memoria rilancia la marea e nel mio sangue abitato dal mezzogiorno hai trovato anche te stessa, che mi persisti, proprio come la memoria, ma una memoria futura, come un gesto abituale che ti affida al tempo. Lo chiamo sogno. Un sogno che mi è vivo, e ancora sogno&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/10/29/jam-session-5/" target="_blank"><em>…to be cont…nue… contined…conti..con…</em></a></p>
Posted in racconti (e ultimi round) Tagged: amore, Angelo Calvisi, arcipelago, federico di vita, Jam session, parole, racconto, sogno <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/464/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/464/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/464/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/464/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/464/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/464/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/464/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/464/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/464/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/464/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=464&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Intervista ad Alessandro Salas</title>
		<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/07/15/intervista-ad-alessandro-salas/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Jul 2008 08:21:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[alessandro salas]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[schizoamore]]></category>
		<category><![CDATA[schizofrenia]]></category>

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		<description><![CDATA[
Schizoamore. Palpiti, ossessioni e travasi di cuore (Giulio Perrone editore) è il secondo libro dello scrittore siciliano Alessandro Salas. Dopo il romanzo di esordio Nella terra di nessuno c’erano tutti. Venti racconti assurdi sulle sfaccettature grottesche dell’amore. Venti casi clinici, l’amore come la schizofrenia con l’aggiunta del prefisso Schizo. Schizoamore quindi, una parola “spaventosa” capace [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=272&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/07/475_thumb.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-273" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/07/475_thumb.jpg?w=76&#038;h=120" alt="" width="76" height="120" /></a></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Schizoamore. Palpiti, ossessioni e travasi di cuore</em> (Giulio Perrone editore) è il secondo libro dello scrittore siciliano Alessandro Salas. Dopo il romanzo di esordio <em>Nella terra di nessuno c’erano tutti</em>. Venti racconti assurdi sulle sfaccettature grottesche dell’amore. Venti casi clinici, l’amore come la schizofrenia con l’aggiunta del prefisso Schizo. <em>Schizoamore</em> quindi, una parola “spaventosa” capace di rendere “la follia intrinseca di quell’emozione, l’assurdità e lo smarrimento”. Da qui la nostra intervista assurda.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Salve Salas, ho letto il suo libro, in un vagone della metropolitana, le dispiace?</strong><br />
No, non mi dispiace affatto. Anzi trovo che sia un libro, per così dire, da “asporto”, da leggere in treno, in bagno, in ascensore, dal dentista, in palestra, in farmacia, in motorino … L’utilizzo più bello (fatto vero) è stato quello di una mia amica che se l’era portato in treno mentre andava a manifestare a Vicenza contro la base Nato. A un certo punto si è trovata in mezzo a una carica e lo ha tirato contro un cellerino. Per la serie “ferisce più la penna…”<span id="more-272"></span><br />
<strong>Senta, partiamo dal primo racconto. Le piaceva la fisica a scuola? Perché proprio i “vasi comunicanti” e non, per esempio, la gabbia di Faraday ? </strong><br />
Sì, la fisica mi piaceva. Mi piace il fatto che in natura esistano regole immutabili ancorché inutili. Lo stesso principio dei vasi comunicanti è di un’inutilità sconcertante, eppure è ferreo. E’ la dimostrazione che alla base di tutto c’è l’ordine, ma è un ordine che non cambierà mai il caos che ci circonda. Non so bene quello che ho detto, ma ne sono  fermamente convinto.<br />
<strong>Come se la cava tra i fornelli? Ci sveli la ricetta della Donna Primigenia, come va cucinato lo Sprut?</strong><br />
Lo Sprut va prima blandito con paroline dolci. Appena inizia a fidarsi e si avvicina va tramortito con un colpo di clava alla base del cranio, scuoiato e messo a bollire per tre giorni con aggiunta di carote, peperoni e spezie a piacere. Quando è pronto va servito in tavola con un goccio di olio a crudo. Essendo una bestia primitiva molto resistente non è raro che una volta servito in tavola si svegli e scappi, per questo è bene legargli le zampe con delle funi. Un limone in bocca renderà la presentazione del piatto molto più raffinata.<br />
<strong>Quanto tempo impiega per rispondere al suo cellulare?</strong><br />
A volte anche due giorni.<br />
<strong>Sa che non le è concesso di parlare dell’esistenza della “storia più bella del mondo” e poi decidere di non raccontarla e tenersela tutta per sé? Si inventi pure una trama, ora, qui, ma ci dica cosa diavolo succede in “Cuor di Pupattola”.</strong><br />
In effetti è una storia bellissima ma molto complessa. Ci sono 216 personaggi, 96 dei quali si chiamano Adelmo, il che ingenera un po’ di confusione. Nelle prime pagine l’inventore della mortadella scopre il segreto del pistacchio ma si uccide portandoselo nella tomba. Suo figlio passerà tutta la vita a cercare di ricostruire la formula e per fare questo attraverserà i cinque continenti più un sesto che affiora una volta ogni cento anni al largo dell’isola di Ponza. Nel viaggio affronterà varie prove e conoscerà centinaia di persone che lo aiuteranno di volta in volta ad avvicinarsi al segreto della mortadella col pistacchio. Fondamentale sarà l’incontro con il trentaduesimo Adelmo su una nave mercantile che fa rotta verso le Antille. Il titolo, Cuor di Pupattola, si riferisce a una vicenda torbida che gli sconvolgerà l’esistenza, l’amore per una battona salernitana di nome Concetta, detta “la pupattola”. Ma non posso svelare di più, rovinerei tutta la suspance.<br />
<strong>Ho letto questo annuncio: “Laureato in psicologia. Esperienza con anziani e bambini no perditempo. Offre caricabatteria da auto di pantaloncino anticellulite dimagrante. Disponibilità immediata. Pagamento contanti. Alessandro”. Lei non ne sa niente?</strong><br />
No, non sono uso mettere annunci sui giornali. Tranne quella volta (fatto vero) che ho messo un annuncio su Porta Portese che così recitava: MOTOCICLETTA, 10 HP, TUTTA CROMATA, È TUA SE DICI SÌ. Ho pensato che se mi telefonava qualcuno e diceva SÌ, mi sarei sentito meno solo al mondo. Non ha chiamato nessuno.<br />
<strong>Un’ultima domanda, in seconda pagina si legge: “Dell’immagine in copertina non abbiamo rintracciato l’autore”, che fine ha fatto? </strong><br />
L’immagine in copertina è una foto amatoriale in bianco e nero che ho trovato su internet. Credo che a qualcuno si sia veramente sfondato il parabrezza in quello strano modo e abbia deciso di aggiungere la I e la U con pezzetti di carta. Mi è stato impossibile rintracciare l’autore della foto. Sono riuscito solo a risalire a un sito russo del quale ho capito ben poco. Se un giorno mi ritrovo il KGB sotto casa, ecco, avrò rintracciato finalmente l’autore della mia foto di copertina.</p>
<p style="text-align:right;">Intervista di Mauro de Clemente</p>
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		<title>dalla mano dell’angelo</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jul 2008 10:22:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Calvisi]]></category>
		<category><![CDATA[Il geometra sbagliato]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Fui sorpreso dall’improvvisa e violenta erezione mentre defecavo. Ero appena tornato dalla passeggiata domenicale con Camillo, il mio botolo, e veramente, veramente, non c’era motivo, no. Certo, in corso Italia avevo visto qualche bella signora, e a un certo punto mi parve addirittura di averne sentita una sussurrare lievemente il mio nome. Marco, Marco… Mi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=271&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Fui sorpreso dall’improvvisa e violenta erezione mentre defecavo. Ero appena tornato dalla passeggiata domenicale con Camillo, il mio botolo, e veramente, veramente, non c’era motivo, no. Certo, in corso Italia avevo visto qualche bella signora, e a un certo punto mi parve addirittura di averne sentita una sussurrare lievemente il mio nome. Marco, Marco… Mi ero sbagliato, è naturale, e la scarica di adrenalina che, sul momento, mi aveva attraversato, una volta giunto a casa faceva già parte del mio archivio mentale. Insomma, nessun motivo. Ma mentre mi apprestavo ad evacuare, voilà. Ascoltavo distrattamente la voce di mia moglie, che in cucina canticchiava preparando il pranzo, e il pene mi si fece di pietra. Provai a dargli due schiaffi, ma lui macché. Se ne stava col capino imbizzarrito, superbo, tracotante. E allora cominciai ad adoperarmi per la sua soddisfazione, e più mi adoperavo più il pensiero sfuggiva. Dove andasse, non so, ma andava, andava, interminabili spazi, sovrumani silenzi… Mi venne una tale nostalgia… E il cazzo non accennava a pacificarsi. Menavo, smenazzavo, e intanto decidevo di non aver mai amato mia moglie, mio figlio. Era il momento di cambiare vita. Uscii dalla toilette, salutai la famiglia, e con l’uccello di pietra nella mano, m’incamminai fiducioso per le strade del mondo.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Racconto di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=angelo_calvisi" target="_blank">Angeo Calvisi</a>, autore de <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731001" target="_blank">Il geometra sbagliato</a>.</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/roundrobineditrice.wordpress.com/271/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/roundrobineditrice.wordpress.com/271/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/roundrobineditrice.wordpress.com/271/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/roundrobineditrice.wordpress.com/271/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/roundrobineditrice.wordpress.com/271/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/roundrobineditrice.wordpress.com/271/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/roundrobineditrice.wordpress.com/271/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/roundrobineditrice.wordpress.com/271/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/roundrobineditrice.wordpress.com/271/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/roundrobineditrice.wordpress.com/271/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/roundrobineditrice.wordpress.com/271/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/roundrobineditrice.wordpress.com/271/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=271&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Lo squarcio</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 09:38:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Stiamo, io e Phoebe, in camera mia. Ridiamo di cose cretine: abbiamo bevuto a cena, e ora ogni cosa ci scatena il riso e non ci tratteniamo. Phoebe appena varcata la soglia della stanza si è buttata all’indietro sul letto e ha cominciato a ridere. Io per un po’ l’ho guardata divertito  dallo stipite della [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=255&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Stiamo, io e Phoebe, in camera mia. Ridiamo di cose cretine: abbiamo bevuto a cena, e ora ogni cosa ci scatena il riso e non ci tratteniamo. Phoebe appena varcata la soglia della stanza si è buttata all’indietro sul letto e ha cominciato a ridere. Io per un po’ l’ho guardata divertito  dallo stipite della porta. Addirittura mi fanno male i muscoli della faccia: sento come due solchi scalare gli angoli della bocca fino al naso. Di sotto ci sono i miei. Eravamo a cena tutti insieme, poi mia madre non ha voluto che Pohebe la aiutasse a sparecchiare, così siamo saliti di sopra. Phoebe è ancora sul letto e io seduto in terra: iniziamo a calmarci solo quando le ricordo che alle 11 abbiamo appuntamento con gli altri. Phoebe si impigrisce, finge di essere morta. Ho trovato accanto a me un libro e inizio a sfogliarlo perché all’improvviso mi interessa: ho la vista non molto chiara e strizzo gli occhi, mi fa anche un po’ male la testa. Non voglio che Phoebe pensi che sia ubriaco, concentro i miei sforzi nel contegno della lettura. Phoebe mi chiede di controllare la sua posta dal mio computer e scende dal letto: non le rispondo neanche perché ora sento freddo e dovrei andare in bagno, ma non voglio lasciarla sola. <span id="more-255"></span>Phoebe si stiracchia e dice altre due scemenze sbadigliando e ridendo insieme. Evito di fumare altrimenti il mio intestino sarà intrattenibile. Ad un tratto si fa silenzio e nella stanza avverto un’ atmosfera anomala. Ancora ho freddo. Un pensiero mi fa tornare lucido immediatamente: la voce rotta di Phoebe che cerca di articolare delle domande mi fa capire che il peggio è arrivato. Phoebe ha letto quello che non doveva, la mia corrispondenza con Isabelle. O ancor peggio la chat in cui mi sono masturbato. Cristo santo. Le sua urla mi raggiungono sul pavimento, mi scanso come se dovessi evitare dei colpi. Phoebe è fuori di sé, chiede ferocemente chi sia questa puttana, è incontenibile. Non l’ho mai vista così, non so da dove iniziare: cerco di chiarire come posso, non tutto si può spiegare e devo inventare subito, immediatamente chi è, da quanto tempo la conosco, dove l’ho incontrata. Mi viene da piangere di fronte alla sua rabbia. Phoebe urla a tutta gola che sono uno stronzo e un porco di merda e le parole le escono grattate, quasi rauche. Piange. Come mi avvicino mi respinge, la testa mi gira, e nel caos una parola mi si fissa nella testa: “anapesto”, magari se gliela urlo in faccia smette. Invece devo continuare nel tentativo di calmarla; i miei sicuramente staranno a sentire ammutoliti. Conoscono Phoebe da cinque anni ormai, le vogliono un gran bene e il nostro rapporto è stato sempre molto tranquillo, veramente sereno. Credo che non stiano capendo. Per un attimo penso a come faremo a scendere, a come Phoebe andrà a casa: ma è un pensiero che non voglio affrontare perché non voglio proprio che se ne vada. Phoebe rievoca confusamente il passato: quando ho preso l’aereo per raggiungerla in Germania e per la paura del volo ho stretto tutto il tempo la mano grassa –me lo ricordo anche adesso- della mia vicina, una signora di Treviso molto comprensiva. Non avevo mai volato prima e l’avevo fatto solo per lei. Mi scaglia addosso parole che pesano come macigni: urla concetti come amore, rabbia, dolore e mi sembra di sentirle per la prima volta adesso.  Mi sembra che questo sia l’unico modo di pronunciarle, sbaglia chi le sussurra. Ma Phoebe è disperata e lo sono anch’io: mi dice falso, mi dice che niente sarà più come prima, che ho rovinato ogni cosa. Capisco il significato della parola “lacerato” perché lo sento in me e lo vedo in lei, ma è una conquista inutile. Irrimediabilità. Frantumi. Ma Phoebe è malvagia con se stessa e impietosa verso di me: vuole sapere chi è Isabelle, chi è questa troia con cui ho avuto questa corrispondenza da scadente film porno.  Non posso confessarle che conosco Isabelle da tanto tempo, che la sua bellezza mi violenta ogni volta che solo la penso, che non posso averla perché non la amo ma che mi piace tanto. Non posso dirle che Isabelle non chiede niente e si concede a me come si concede la natura, senza spiegazioni e pericolosamente. Lei non capirebbe la sua autenticità, la sua ingenuità. Phoebe continua a piangere e a strillare, è impazzita: dice che anche lei potrebbe scrivere quelle stesse cose per il mio piacere, che anche lei potrebbe comportarsi da puttana per me. Non capisce l’assurdità, la contraddizione: Isabelle non è mai sporca. Cerco di calmarla e grido anche io: devo andare per approssimazioni quindi le do ragione: Isabelle è un’intrigante, poco di buono, linfomane, troiesca sempre anche quando ti dice buongiorno, Isabelle è lurida, Isabelle è perversa, Isabelle è cattiva. Scusa Isabelle ti prego, perdonami e capisci: non te lo meriti ma non ho scelta. Phoebe si calma un po’ e iniziamo a parlare di noi di quello che non sarà più: riesco solo ora a guardarla in faccia e vedo gli occhi cerchiati del nero del rimmel scolato; mi pare una cosa piccola e stropicciata la sua faccia, con chiazze rosse. Nello sguardo lampeggia una ferocia pronta a scagliarsi. Così ho ridotto la sola donna che amo. Prendo la situazione in mano e imploro di essere ascoltato. Tutti i discorsi sono confusi, interrotti dalle lacrime: anche la stanza mi pare deformata. Le sue spalle magrissime, quelle che ho accarezzato per intere notti, ora sono squassate dai singhiozzi: Phoebe mi odia per aver tradito la fiducia, l’amore, per averle messo davanti un mondo che lei non sospettava esistesse. Per lei senza amore non si dà neanche una carezza, ho distrutto la sua ingenuità. Piange lentamente e senza interruzioni ora: poi d’improvviso scatta. La vuole vedere, vuole vedere Isabelle. Rido isterico: Isabelle è mia. Dico che è impossibile, che non accetterò mai. La sua reazione è inaudita, urla come non mai. Mi spavento e corro alla libreria: dentro alla Certosa di Parma ho una foto di Isabelle. Gliela metto nelle mani. Mi guarda con una specie di fiera soddisfazione, non piange più e mi sembra completamente pazza. Non dice una parola e si mette a guardare la foto, ogni tanto è scossa da un singulto: c’è Isabelle al centro con un cappotto rosso e una sciapa lunghissima e multicolore che tocca quasi per terra, è leggermente piegata in avanti,  e i capelli bruni le scendono sulle spalle, ha un sorriso che illumina gli oggetti; sullo sfondo passa un autobus, il 7 sbarrato. Phoebe mi guarda, ricomincia a piangere: -E’ talmente bella che non ti perdonerò mai.-</p>
<p style="text-align:right;">racconto di Elisabetta Brozzi</p>
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		<title>L’arte di tagliare la carta</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 10:19:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
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		<description><![CDATA[Guardò passare l’ultima della giornata: era di cuoio nero con il manico d’osso e cerniere cromate. Valigetta da piani alti, cuciture eseguite con amorevole cura, quasi invisibili. Lo schermo era luminoso ed eccessivamente bianco e del tutto privo d’odore, come i fogli dentro i computer; la valigetta somigliava ad un disegno infantile, tutto contorni e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=247&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Guardò passare l’ultima della giornata: era di cuoio nero con il manico d’osso e cerniere cromate. Valigetta da piani alti, cuciture eseguite con amorevole cura, quasi invisibili. Lo schermo era luminoso ed eccessivamente bianco e del tutto privo d’odore, come i fogli dentro i computer; la valigetta somigliava ad un disegno infantile, tutto contorni e colori sbagliati. Erano perfettamente visibili all’interno il portatile, un paio di telefoni cellulari, le penne stilografiche, i libri. Li riconobbe. Il titolo sul dorso non poteva essere letto dalla macchina per radiografie nell’ingresso dell’Azienda, come la marca delle penne o la tinta del loro inchiostro. Pensò ai finti libri e ai televisori e ai frutti di cera usati nei negozi d’arredamento per simulare la vita mentre la valigetta scivolava oltre lo schermo. <span id="more-247"></span>Notò la sagoma d’una grossa cucitrice, si chiese perché i dirigenti sentissero l’impulso irrefrenabile di sottrarre cancelleria. Spense lo schermo: la stanza della sorveglianza era deserta e buia, odorava di brodo vegetale e polvere, l’interfono russava. Tenne gli occhi chiusi finché lo sfarfallio baluginante del monitor smise di danzargli sulla retina, stese i piedi sotto il tavolo e li infilò nei mocassini. Di solito immaginava un mondo popolato d’oggetti interamente bianchi in cui tutti sapevano perfettamente cosa fare. Lui aveva una divisa bianca, un mazzo di fogli bianchi e un bianco megafono in mano ed era un po’ a disagio.<br />
Tornò a casa a piedi. L’asfalto espirava il calore del giorno e una leggera foschia di vapore asmatico galleggiava intorno ai lampioni che si accendevano uno dopo l’altro. Il catrame scorreva liquido nella luce obliqua del tramonto, c’era qualcosa di profondamente sapiente e semplice, una coreografia perfetta: odore di cotolette taglienti e sigle di chiusura dei telegiornali che planavano in cerchi regolari come lucciole. Strinse le spalle, scosso dai brividi residui dell’aria condizionata. Aveva spalle troppo larghe per un corpo spropositatamente magro e lungo: assunse una forma curiosamente convessa.</p>
<p style="text-align:justify;">A casa la moglie e suo figlio erano assolutamente immobili davanti alla televisione che trasmetteva un documentario sui leoni marini. Lei lo salutò senza staccare gli occhi dallo schermo e i grossi mammiferi seguitarono a rotolarsi indolenti tra le alghe secche, roteando i grandi occhi lucidi; il bambino approfittò per allungare una mano sulla ciotola dei popcorn al caramello. Da quando era nato Angelica viveva con il figlio una simbiosi molliccia da cui lui, per fortuna, era del tutto escluso. Sul tavolo della cucina giaceva un quarto di frittata con le zucchine sotto un piatto coperto di minuscole gocce d’acqua e la lampadina a basso consumo iniziava a scaldarsi accendendo la stanza come in un telefilm di marziani; la finestra spalancata incorniciava un immenso condominio coperto da opache luci violette e intermittenti contro l’oscurità lontana, sorprendentemente turchese. C’era l’eco di troppi televisori sintonizzati su canali differenti, un brusio uniforme e un’impalpabile tensione elettrica nell’aria. In fondo al corridoio la porta del bagno era spalancata: mentre chiudeva il portoncino blindato dell’ingresso lui vide Angelica e suo figlio lavarsi i denti con le ingombranti pance schiacciate contro il bordo del lavandino.<br />
Abitavano in una villetta rivestita di piccoli mattoni rossi con una palizzata di plastica che cingeva un minuscolo giardino spruzzato di asfittiche primule gialle e viola e una piccola corsia di cemento, dietro il pesante cancello, per posteggiare l’auto. Lungo la via erano allineate numerose piccole ville identiche. Erano state costruite su un promontorio d’erba dura e gialla che l’agenzia immobiliare definiva orgogliosamente campagna: al riparo dal caos della città e non così distante da sprofondare nell’isolamento deprimente della provincia. La luna faceva le colline brulle d’un grigio sinistro come lunghe onde pietrificate, nel fondo d’inchiostro della vallata s’accendevano le luci delle cave di tufo, di notte il cielo era color miele sull’orizzonte. I lampioni, radi e sulfurei, erano aureolati di zanzare e gli inquilini tornavano presto e raramente uscivano la sera e molte case avevano già le finestre cieche per le ferie estive. Se non fosse stata l’ultima in fondo alla strada lui avrebbe fatto fatica a trovare casa sua.<br />
Il cane trotterellava diligente a poca distanza dai suoi piedi: se decideva di fermarsi teneva le orecchie dritte e vibranti come antenne radar, attento che il padrone non s’allontanasse più di cinque passi. La strada dietro alle loro spalle era costellata di piccole e regolari pozzanghere gialle. Angelica lo avevano chiamato Dalì in un momento di arroganza estetica e somigliava ad un piccolo blocco d’argilla nera: le zampe, il muso, la punta delle orecchie erano impercettibili protuberanze abbozzate nella creta da qualcuno che poi si era dimenticato di finire. Lui non rientrò dal portoncino blindato e prese la stretta scala che scendeva lungo il muro laterale della villetta per sollevare di un metro la saracinesca del garage. Concentrò tutta la sua attenzione sui movimenti da compiere per entrare senza fare rumore, li considerò uno per volta come atti irripetibili, uno distinto dall’altro per non farsi prendere dall’impazienza e sovrapporli: sfiorò con la nuca la saracinesca che scampanò nel buio. Angelica non era dotata di sufficiente pazienza per infilare la macchina in garage e la stanza era rimasta bianca e vuota: lui sedette davanti al tavolo, raccolse un paio di grosse forbici da sarto che brillarono nella penombra e iniziò a lavorare, lasciando cadere a terra riccioli e lunghe losanghe di carta. Dalì si arrampicò sul vecchio condizionatore rotto, infilò il muso appuntito tra le zampette tozze e stette ad osservare attentamente il padrone sforbiciare: i minuscoli occhi nerissimi diventarono opachi, lentamente, ciondolando la testa, s’addormentò assumendo un’espressione poco intelligente. Lui ritagliava senza seguire un disegno. Raramente calava troppo rapidamente la lama e decapitava una figura o gli amputava un piede: accadeva per una perturbazione inaspettata, un tuono o una finestra che sbatte. Allora si fermava, raccoglieva delicatamente la figura nel palmo e andava ad inginocchiarsi accanto al cestino della spazzatura, fischiettando il Silenzio. La figura scivolava inghiottita dalle pieghe del sacco di plastica nera come in un funerale d’alto mare.<br />
Ritagliò la sagoma di suo figlio, somigliava ad Alfred Hitchchock che attraversa sarcastico i caldi pomeriggi estivi. Smussò la pancia prominente e raddrizzò le gambe tozze e storte. Aveva ricavato il grande teatro di carta da uno scatolone cui aveva rimosso una parete: sopra aveva feritoie per muovere le figure, montate su cannucce da bibita, sul fondo dei fogli colorati servivano da scenografia. Mise suo figlio sulla scena accanto ad Angelica. Con un grosso pennarello disegnò sulle figure larghi sorrisi; in fondo inserì un foglio con disegnato un prato e un enorme sole tutto raggi. Manovrando le cannucce avvicinò le figure, le sollevò facendole saltare e correre sul prato, in cielo volava un grande aquilone colorato. Cambiò sfondo: rappresentava l’ingresso dell’Azienda. Ritagliò la figura della donna dallo sguardo precocemente triste che rispondeva al telefono nell’atrio. Non poteva dirsi bella, pur essendo dotata di un’insondabile grazia: la mise dietro una scrivania che la nascondeva quasi interamente. Dalla quinta opposta spuntò un giovane fattorino che sorrideva, saltellava verso la scrivania e stringeva tra le braccia un colossale mazzo di rose bianche.</p>
<p style="text-align:justify;">L’Azienda era un alto palazzo triangolare nero e sottile che si specchiava in un placido laghetto artificiale, cinto da collinette innaturalmente verdi su cui i ragazzini passavano le mattinate a dormire e a toccarsi sotto il sole quando disertavano le lezioni. Dentro molti si smarrivano nel dedalo di corridoi stretti e dovevano essere ricondotti all’esterno da segretarie occhialute dalle guance cascanti che poi sparivano cupe e rassegnate, riassorbite dal cemento armato. Sul pavimento di linoleum tortora le suole di gomma tracciavano lunghe traiettorie nere come tratti di matita di giocatori sperduti nella settimana enigmistica. Ai piani alti la continua successione di porte grigie e chiuse diradava, le targhette erano più fitte di qualifiche indecifrabili. Molti finivano per dimenticare lo scopo della propria visita. Improvvise, s’aprivano nel cemento enormi finestre: gli addetti alla pulizia scivolavano silenziosamente sulla superficie esterna dei vetri come enormi ragni neri contro il sole bianco.<br />
Arrivò leggermente in anticipo per salire al tredicesimo piano con le scale antincendio, un piccolo lusso. Nell’atrio una giovane donna sedeva dietro la monumentale scrivania grigia e alzò rapidamente lo sguardo al suo passaggio: lui infilò le scale sentendo sulle grosse spalle il vago calore di un sorriso immotivato. Ad ogni piano la vita abbandonava i brevi scorci d’ufficio: solo piante tenute insieme da stecche di plastica verde e una pioggia di foglioline gialle sul pavimento. Ebbe l’impressione di scendere invece che di salire, le tende spesse e sporche ispessivano l’ombra. Nel suo ufficio al tredicesimo piano accese i monitor di controllo, allargò il cinturone della divisa da guardia giurata e sedette. Tre istantanee grigie di qualcuna delle trentatre telecamere dell’Azienda transitarono negli schermi per tre secondi, subito sostituite da altre tre: un parcheggio sotterraneo deserto, un ascensore vuoto, un corridoio di scaffali pieni di carta. Lui preferiva lo schermo lattiginoso collegato alla macchina dell’atrio che radiografava tutti gli oggetti in entrata nell’Azienda, con il grande bottone rosso dell’allarme accanto. Le finestre del suo ufficio erano nere e sporche e lui non usciva mai durante il turno.<br />
Alle quattro del pomeriggio telefonò a casa: contò sedici squilli prima di riagganciare. Immaginò Angelica seduta su un prato, si era tolta le scarpe e portava grandi e buffi occhiali da sole gialli e le maniche rivoltate sulle spalle morbide e arrossate dal sole. Suo figlio correva dietro un grande aquilone e inciampava nel cane. I suoi interventi erano deflagrazioni subacquee di minuscole felicità embrionali e silenziose: non le faceva neanche veramente esplodere, si guardava solo attorno senza parlare lasciando che tutto quel flusso scorresse attraverso di lui. Nel teatro di carta le figure si venivano incontro timide, contro il cielo azzurro solcato da rondini come grandi “v” nere. La porta del bagno nello schermo di controllo si trasformò nel tetto immenso e deserto dell’Azienda, bianco come un foglio di carta.<br />
Il fucile attraversò lo schermo bianco e il contorno scarlatto era perfettamente visibile dentro la grossa borsa sportiva con le pallottole impilate sotto il calcio come supposte viola. Fu come aspettare per tutta la notte una stella cadente che poi dura troppo poco e non si è sicuri d’averla vista sul serio. Schiacciò il pulsante dell’allarme, aspettò che l’Azienda iniziasse a tremare e lanciare lampi rossi ma nella stanza rimase inalterato il ronzio del condizionatore. Uscì e corse verso le scale, i suoi occhi s’allagarono di pagliuzze dorate e alluminio: non era preparato, controllava ogni angolo remoto dell’Azienda e le sue ombre ma non questo. Galleggiava su un oceano arancione di marmellata, sul fondo stavano piccoli uomini rannicchiati nell’ambra: cercò nel vuoto la balaustra delle scale e batté violentemente la testa contro qualcosa di viscido e metallico. Nell’atrio l’uomo con la borsa sportiva riteneva di avere un grosso debito con l’Azienda e prima che il poliziotto gli infilasse un proiettile dietro l’orecchio uccise due persone con la sua carabina per cinghiali: una segretaria e un fattorino.</p>
<p style="text-align:justify;">Dalì protestò per l’insolita esclusione aggrappandosi con le unghie alla porta chiusa del garage. Lui era sceso molto prima del solito: il suo lavoro, pensava, era dare senso ad uno scarto. Come se avesse comprato un mobile in scatola di montaggio e dopo aver seguito attentamente le istruzioni un pezzo inspiegabile fosse rimasto sul pavimento, rosso a segnalare disperatamente la sua insostituibilità: avrebbe spiato la credenza uniformarsi alla banalità quotidiana, certo che presto si sarebbe sbriciolata. Non faceva nulla: la corrente scorreva attraverso di lui ma non la stringeva per il terrore di esserne fulminato. Tagliò le teste alle figure e si stupì di non provare dolore. Il pavimento desertico si riempì di rassegnati ritagli dagli angoli affilati: fu come stare a guardare uomini e donne alzarsi faticosamente, scrollarsi la polvere bianca di dosso e vagare a caso tra le macerie e il fumo con i volti incipriati, guardandosi negli occhi di sfuggita come piccoli cani spaventati. Ritagliò se stesso e si mise al centro del teatro; provò un paio d’attacchi diversi prima d’iniziare.<br />
- Mi è sempre piaciuto guardare e con il tempo sono diventato trasparente. C’è molto da decifrare: come reggete la testa con la mano mentre leggete, tra quali dita tenete la penna, quei patetici appuntamenti che vi date per bere qualcosa insieme se v’incontrate per caso dopo anni. Le vostre traiettorie prevedibili evitano i vuoti d’aria: vi abituate alle briciole e fingete di provarci gusto. Non vi è bastato camminare, avete voluto correre per scoprire che alla fine non c’è nulla. Allora adesso calerò le carte tutte insieme, sul tavolo in mucchi e poi altre diverse ancora e prendo, lascio e accumulo, impreco e rido e voi guardate preoccupati il mazzo che finisce e sapete di avere meno tempo per capire le regole del gioco.<br />
Prese le forbici e iniziò a lavorare.</p>
<p style="text-align:justify;">La memoria dell’Azienda era una palla di gomma elastica da schiacciare tra le dita. Nell’ingresso un ragazzo dai capelli lunghi e sporchi sedeva dietro la grande scrivania e batteva ritmicamente una mano sulla coscia dondolando la testa, nascondeva sotto il tavolo i pantaloni corti. Mentre saliva le scale verso il tredicesimo piano lui già poteva sentire il sangue caldo scorrere attraverso le vene d’acciaio del palazzo: gli angoli si stavano stendendo. Sprofondò soddisfatto nella sua poltrona e tolse le scarpe: nei monitor gli impiegati strisciavano lentamente nei corridoi con le spalle attaccate alla parete e occhi enormi; arrivarono alla macchina del caffé e si guardarono a lungo senza parlare prima di tuffarsi nel centro della stanza, l’uno nell’altro. Nello schermo bianco passò qualcosa di molto normale. Lo riconobbe ma non seppe dargli un nome. Cercò di restare calmo. Qualcos’altro di bianco stava passando, la sua mente non produsse alcun rumore. La macchina del caffé impiegò meno di un minuto per risucchiare tutta l’Azienda. Lui aprì la porta della sua stanza e il palazzo si srotolò come un foglio di carta. La città rotolava intorno in pezzi nervosi, come carta bruciata: la vide ruotare su se stessa con lo spessore di un foglio, mostrare per un istante due facce identiche prima di sparire. Era nel bianco senza angoli ma non aveva paura: non aveva paura della luce vuota, semmai del buio pieno e se non c’erano mani e volti non poteva esserci pericolo.  Dalì arrivò trotterellando da quello che nel nulla era un luogo considerevolmente distante; per una cane della sua taglia aveva una voce molto profonda.<br />
- Hai perso il contatto, eh? &#8211; disse.<br />
- Volevo solo dare una mano, ma credo ho tirato giù tutto &#8211; rispose lui, stizzito.<br />
- L’albero che cade fa rumore se non c’è nessuno ad ascoltare? -<br />
Lui si grattò il mento, si sentì un po’ in colpa per il casino che aveva combinato. Prese fiato.<br />
- I saldi non si cambiano &#8211; provò a dire, ma dalla bocca gli uscì solo un grosso asterisco grigio che rotolò via. Dalì lo riportò scodinzolando.<br />
- Chi gioca da solo &#8211; spiegò il cane &#8211; finisce a collezionare sottobicchieri, si nutre d’aperitivi e alla fine dimentica tutto. Capito? -<br />
- No -<br />
Dalì alzò gli occhi al cielo.<br />
- Mettiamola così, hai scoperto che puoi cambiare le regole anche mentre la carta scende dalla tua mano alla superficie del tavolo.<br />
- Immagino di si &#8211; rispose lui e continuò a chiedersi perché Dalì avesse tutto a un tratto tolto i nomi alle cose.<br />
- Vuoi un mondo nuovo? &#8211; lo interruppe il cane &#8211; fai pure, qui non c’è niente. Inizia inventando nuove regole.<br />
Lui si girò di scatto, arrabbiato<br />
- Più o meno come fai tu! &#8211; gridò.<br />
Dalì s’illuminò attorno ad un enorme sorriso sdentato.<br />
- Ma io posso barare.</p>
<p style="text-align:right;">racconto di Valerio di Paola</p>
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		<title>Retorno 201</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 09:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[guillermo arriaga]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[retorno 201]]></category>

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		<description><![CDATA[di Guillermo Arriaga
recensione di Francesca Iannilli

Dallo sceneggiature di pellicole importanti quali Amores perros, 21 grammi e Babel, ecco una raccolta di racconti frutto dei suoi tormenti giovanili.
Lo scenario delle vicende è sempre lo stesso: il Retorno messicano, una strada a doppio senso che conduce ad una serie di grandi condomini, lungo la quale si consumano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=243&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di Guillermo Arriaga</p>
<p style="text-align:right;">recensione di Francesca Iannilli</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/06/images1.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-244" src="http://roundrobineditrice.files.wordpress.com/2008/06/images1.jpeg?w=77&#038;h=116" alt="" width="77" height="116" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Dallo sceneggiature di pellicole importanti quali <em>Amores perros</em>, <em>21 grammi</em> e <em>Babel</em>, ecco una raccolta di racconti frutto dei suoi tormenti giovanili.<br />
Lo scenario delle vicende è sempre lo stesso: il Retorno messicano, una strada a doppio senso che conduce ad una serie di grandi condomini, lungo la quale si consumano episodi di vita segnati da un unico filo conduttore: la violenza&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">Leggi il resto su <a href="http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliCultura.aspx?id=5061" target="_blank">rivist@</a>.</p>
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		<title> Certo non sai </title>
		<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/06/23/certo-non-sai/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jun 2008 08:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti (e ultimi round)]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa breve notte lenta si frantuma
ed il nuovo giorno piano sta arrivando,
già sull’est albeggia, non c’è più la luna;
sveglia ti alzi e chiedi: “Cosa stai guardando?”
(F. Guccini)
Stamattina ho trovato lo sportello della macchina aperto. In realtà sono entrati dal portellone posteriore. Hanno rubato altoparlanti e autoradio. Un lavoro pulito si direbbe. Poi sono usciti comodamente [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=236&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:right;">Questa breve notte lenta si frantuma<br />
ed il nuovo giorno piano sta arrivando,<br />
già sull’est albeggia, non c’è più la luna;<br />
sveglia ti alzi e chiedi: “Cosa stai guardando?”<br />
(F. Guccini)</p>
<p style="text-align:justify;">Stamattina ho trovato lo sportello della macchina aperto. In realtà sono entrati dal portellone posteriore. Hanno rubato altoparlanti e autoradio. Un lavoro pulito si direbbe. Poi sono usciti comodamente dallo sportello lato guidatore. Dentro al cruscotto c’erano una decina di cd. Roba che mi piace ascoltare in macchina: Guccini, De Andrè, De Gregori e alcuni rock blues anni ’70. Hanno preso pure quelli. “Un ladro dal buon gusto”, è la prima cosa che ho pensato. La seconda è stato ridere e pensare immediatamente che stavo ridendo. La terza deve esser stata una bestemmia o una imprecazione qualsiasi, non lo ricordo.<span id="more-236"></span><br />
Che diavolo se ne fa un ladro di un’autoradio da quattro soldi e dieci cd falsi? Continuo a chiedermelo. Già, perché l’autoradio l’avevo comprata d’occasione in un supermercato: 49 euro senza marca né garanzia e i cd me li ero masterizzarti, con le copertine fotocopiate e il titolo scritto a pennarello. Gli originali li tengo a casa, specie d’estate quando fa caldo e in macchina si muore. Mi viene da pensare che i cd ne soffrano come me.<br />
Ho portato la macchina dal carrozziere. Pino. È il meccanico/carrozziere amico del padre di Sofia. È anche l’unico che conosco. Dice che hanno fatto un lavoro di fino e che certo ho avuto una gran bella sfiga a dimenticare di inserire l’antifurto la stessa notte che scordo l’autoradio in macchina. Io aggiungo che due settimane fa mi hanno rubato anche la bicicletta e che se la fortuna è cieca la sfiga ci vede benissimo. Ridiamo. Secondo lui deve trattarsi di un drogato di zona, gente senza scrupoli e che devo ringraziare che non hanno distrutto il vetro. Gente che ascolta Guccini, aggiungo io. Non credo lui mi abbia capito.<br />
Per la riparazione fanno 110 euro “giusto perché ti manda Giancarlo”. Pago e me ne torno a casa. Il buongiorno si vede dal mattino.</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p style="text-align:justify;">Cerco di ricordarmi perché avevo parcheggiato così fuori mano ieri sera, a giudicare dai posti vuoti che si vedono stamattina. Come non chiedermi, inoltre, perché mai finisco a riflettere sempre il giorno dopo?  Il parcheggio, l’antifurto, la radio, quella scema di Eleonora e le sue tette enormi.<br />
Dovrei chiamare Sofia. Raccontarle della macchina e del furto ma quando squilla il telefono non rispondo.<br />
Ieri sera, ieri sera. Dovevo restare a guardare quel film in bianco e nero sulla rivoluzione messicana. Bere quella dannatissima birra che avevo tenuto in fresco per l’occasione, mangiare quei due merdosissimi hamburger di Mac Donald. E invece chiamano al citofono. Rispondo ed è Francesco. Dice “dai che è tanto che rimandiamo questa birra”. Non ne avevo voglia, lo giuro. Ero già in pantofole, con i pantaloni della tuta ed una t-shirt. Non ne avevo voglia. Ma lui insiste. Dice che c’è da festeggiare non ricordo cosa e che poi c’è anche Eleonora e Filippo “non essere sempre il solito disfattista!” e dai giù con il coro di “dai! dai!”.<br />
Ho accettato più per l’ispirazione, degnamente ricompensata, del decolleté di Eleonora che per compensare le promesse fino allora non mantenute. Li ho trovati sotto casa. Tutti e tre, mentre Francesco raccontava una storia pazzesca – che peraltro non ricordo – di quando eravamo piccoli e lui mi ha salvato la vita. Accompagno il portone mentre si chiude e gli dico “è la volta del drago o quella dell’orso polare?”. Ridono in coro. Poi mi salutano.<br />
Filippo lo conosco appena. È sempre molto elegante, sarà anche per via del lavoro che fa. Rappresentante o dirigente, una delle due. È un tipo alto, robusto, cintura nera di una qualche arte marziale. Eleonora invece è splendida. Lui chiaramente è il suo ragazzo. Conosciuti soltanto da un anno. Insieme da una settimana dopo. Matrimonio in via di definizione. Figli? Non meno di tre. Un maschio e due femmine. Forse il contrario. Lui guadagna 2000 euro al mese, che è più del doppio del mio stipendio: è quanto so e quanto mi basta sapere di lui. Per il resto non c’è molto da discutere. Vacanze al mare, un anno sì e l’altro pure. Sabato discoteca. Domenica shopping. Palestra poi palestra e per finire palestra.<br />
Lei no. Lei è diversa ed è per questo che non capisco perché stiano insieme. Cosa possa legare un energumeno tale ad una donna così intelligente e gentile e bella. Senza dubbio bella.</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p style="text-align:justify;">Saliamo in macchina. Questo è il problema. Il primo grande problema è salire in macchina. Già, perché siamo con la macchina di Francesco, quindi lui guida. Eleonora è una donna ed in quanto tale non sceglierebbe mai il sedile al fianco del guidatore. Restiamo io e lui. Devo quindi fare presto, arrivare alla portiera prima di lui, aprire e fare accomodare i signori sui sedili posteriori. In modo tale da togliermi dall’imbarazzo di stare accanto a lui o peggio accanto a lei.<br />
Non so come, però lui giunge prima di me alla meta/portiera. La spalanca e mi prega di accomodarmi ché le sue gambe sono troppo lunghe per i posti posteriori. Penso “coglione” poi però accondiscendo. Lei è già seduta alle spalle di Francesco. Questo il primo naturale passo verso l’apocalisse.<br />
Partiamo. La radio suona un disco dei Dinosaur Junior. Loro due parlano di motori, credo. C’è quella confusione tipica degli abitacoli delle automobili per cui chi sta avanti non sente chi sta dietro e viceversa. Francesco gira per via Cavour. Io ancora non ho detto una parola ma ho lanciato due occhiate furtive e ree dentro la sua scollatura mozzafiato che rivela la sagoma morbida e lieve di due seni perfetti. Poi è lei a rompere il ghiaccio. “Ci sei già stato alla mostra di Antonello da Messina?”. Cerco all’interno delle mie spicciole reminescenze di storia dell’arte qualcosa di brillante da dire. Non mi viene nulla. La butto allora sullo scherzo: “il cavallo?”. Battuta infelice per due motivi: primo perché a prima vista il suo ragazzo sarà certo il tipo d’averla costretta a vedere milioni di volte “Febbre da cavallo”, secondo perché conquisto un semplice e sonante “ah ah. Non crederai davvero d’essere il primo a rifilarmi questa squallida battuta!?”<br />
Ripiego costringendo le mie meningi a tirar fuori i nomi di almeno un paio di quadri “Antonello da Messina: San Girolamo Penitente, il Salvator Mundi… non ci sono ancora andato. Vorrei però.”<br />
“Per un istante” risponde lei “ho pensato che non lo conoscessi neanche tu”. Intraprendiamo una discussione sull’importanza dell’influenza fiamminga nella pittura di Antonello da Messina e di come senza dubbio possa esser definito una dei maggiori artisti del Rinascimento. Lei conduce il discorso. Io aggiungo dei condimenti assolutamente inutili per sviare il discordo lontano dall’inconsistenza dei miei ricordi e l’evanescenza della mia cultura wikipediana. Riesco addirittura a chiederle – ridendo a squarcia gola dentro per la puttanata che le sto propinando – “se anche lui ha dipinto una Madonna col bambino oppure no?”. Poi azzardo: “tu ci sei già andata a vederla?”. Mi risponde di no e le controbatto che me ne meraviglio. Mi spiega che con Filippo è già difficile trovare il tempo per vedersi, figuriamoci poi andare insieme ad una mostra di pittura. Silenzio. Qualche istante di pausa. Poi d’un tratto. “ci verresti con me?”<br />
Balbetto qualcosa di incomprensibile, poi di nuovo lei “domani hai da fare?”. In realtà avrei promesso a Sofia di accompagnarla in centro per dei giri, penso ma automaticamente rispondo “va bene, ci vengo. A che ora?”. Non ho ancora finito di pronunciare le parole che già mi pento d’averlo fatto. Lei intanto sta richiamando l’attenzione di Filippo per annunciargli che ha appena trovato un accompagnatore per la mostra che tanto voleva vedere. “Filippo ma perché non vieni anche tu?” mi avvicino e dico. Ipocrita e arrivista. Lui si volta e aggiunge “io ad una mostra di quadri? Ma se non ho nemmeno il tempo per guardare le partite su Sky!? Vai vai e divertitevi.”<br />
Francesco intanto ha percorso tutta via dell’Amba Aradam e sta per imboccare la Colombo.<br />
Mi chiedo quale motivo può spingere quattro individui fino all’Eur per una birra.</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p style="text-align:justify;">Torniamo alla macchina e ormai senza troppi panegirici riconquistiamo le posizioni dell’andata.<br />
Siamo più cheti. Lievemente annebbiate e confusi dall’alcool.<br />
Lei fissa l’asfalto e le strisce che scorrono sotto il finestrino. Io tento di pensare ad una scusa plausibile da rifilare a Sofia. I due ai sedili anteriori continuano discorsi per me incomprensibili.<br />
Giungiamo a piazzale delle Provincie, Francesco accosta. Filippo balza giù e solleva il sedile per far scendere noi due che siamo ancora dietro. Il problema a questo punto è che so bene che Eleonora abita proprio da queste parti, vicino alla stazione Tiburtina mentre Francesco e Filippo sono vicini di casa pure loro, ma del Pigneto. Piazzale delle Procincie è esattamente a metà tra casa mia che è a piazza Bologna e quella di Eleonora. Per par condicio quindi, ci si saluta qui e i due se ne vanno verso casa loro. Così pure stavolta. Io saluto, Francesco con una pacca sulla spalla e Filippo con una streatta energica di mano. “Alla prossima!”. Eleonora rifila un bacio furtivo al suo ragazzo che sparisce nell’abitacolo dell’automobile. Senza che io me ne accorga la macchina fa mezza rotonda ed è già fuori dalla percezione dei nostri occhi. Restiamo soli. Mi offro di accompagnarla a casa che la Tiburtina è un posto pericoloso. Lei insiste perché non vada, alla fine però vinco io e ci avviamo. Non parliamo, non so perché. Io sono stanco e non ho nemmeno molto da dire. Lei però prende a chiedermi di Francesco, del tempo che ci conosciamo ed io senza crederci troppo ricambio con domande ingenue (delle quali conosco bene la risposta) sul suo ragazzo. In breve comincia a raccontarmi di lui del loro triste rapporto che lei definisce “speciale” inflazionando ancora di più un termine privo di senso. Non la incalzo però. A pensarci bene non me ne frega niente. Arriviamo sotto casa sua e si consuma il più banale dei rituali: “ti va di salire?”. Dovrei dire di no. Sono certo che la mia voce sta per dire un “no” deciso e invece viene fuori un secco “certo” che sono sicuro non è stato vibrato dalle mie corde vocali. Maledizione. Il resto viene da sé, troppo banalmente da sé. Saliamo in camera sua senza svegliare la coinquilina abruzzese. Ci fermiamo a chiacchierare qualche minuto in cucina. Mi prepara un tè. Si siede a berlo proprio vicino a me. Troppo vicino. Faccio appena in tempo a sorseggiarne una goccia, a riporre la tazza bollente sulla tovaglia di plastica a fiori. Mi volto a guardarla ed è troppo vicina per evitare e resistere dal baciala. Lo faccio e ne pago le conseguenze. Il resto lo finiamo nella sua camera, a letto.<br />
Scopiamo e non lo faccio per me, non lo faccio per lei, lo faccio per quel coglione di Filippo, per dare a questa stronza la possibilità di lasciarlo o peggio di starsene con lui sapendolo cornuto.</p>
<p style="text-align:right;">racconto di Michele Tosto</p>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2008 10:14:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Entra, entra, ti stavo aspettando. Scusa i colori, sono molto forti, molto molto forti”.
La testa reclina sul braccio sinistro, il braccio posato sul tavolo, una maglia a righe. La fiamma dei capelli rossi a scomparire il viso, mi aspetta così, con un bicchiere.
“Vieni vieni, ma fermo, io sono immobile. Vieni, guarda, di qua c’è un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=63&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">“Entra, entra, ti stavo aspettando. Scusa i colori, sono molto forti, molto molto forti”.<br />
La testa reclina sul braccio sinistro, il braccio posato sul tavolo, una maglia a righe. La fiamma dei capelli rossi a scomparire il viso, mi aspetta così, con un bicchiere.<br />
“Vieni vieni, ma fermo, io sono immobile. Vieni, guarda, di qua c’è un cumulo di fieno, una capanna, un prato”.<br />
“È l’Inghilterra?”<br />
“È l’Inghilterra&#8230; non è l’Inghilterra: è un compromiso. Comunque entra, passa di qua”.<br />
Ora siamo in un bar, c’è una boccetta di vetro con un tappo rosso sul bancone, fa un guizzo di luce: olio agliato.<br />
“Posso prenderne? No?”<br />
“Non c’è”.<br />
“È finito?”.<br />
“Non c’è nessuna boccetta sul bancone. Nessun bancone e nessuna maglia a righe”.<span id="more-63"></span><br />
Mi ritrovo dove ballano il flamenco. C’è una finestra dentro una casa e dentro un uomo, un ragazzo, porge qualcosa che non prendo. Una pianola e delle carte, una è un quattro di bastoni.<br />
“Perché sei qui?”.<br />
“Vorrei leggerti il racconto per Andrea, ma forse è meglio un’altra volta&#8230;”.<br />
“Ti sembra questo il luogo? Non va bene, qui non va bene, non si vede nulla”.<br />
C’è poca luce, è vero. E tutto è poco definito, certe volte. Sul tavolo resta del cibo, triangoli gialli, forse pezzi di tortilla. Fuori c’è una spiaggia con una ragazza: fa una capriola, ride. È la sua amica Deborah, sta bene anche se ha freddo, è delicata come uno specchio. Vedo un lampadario. Faccio su e giù tra una scacchiera di alberi dentro ad un piazzale muovendo solo un dito.<br />
“Ehmmmm&#8230; vedi&#8230; è un compromiso&#8230; anche questo però&#8230;”.<br />
“Parli bene, ma non è italiano compromiso: è spagnolo”.<br />
Inclina la testa, mi fissa un po’, porta un dito alla tempia: “Compromesso. Lo vedi, c’era”.<br />
“Non è proprio uguale&#8230; ma sì sì&#8230; c’era”.<br />
“Vieni qua&#8230; che ci fai con la conchiglia?”.<br />
“È per il racconto&#8230; ma non mi fai parlare&#8230;”.<br />
“Sto ferma, parla, parla&#8230;”.<br />
No, sta ferma non parla ma si muove: “dove vai?”.<br />
Mentre li sposta capisco che qui si trovano senza confondersi tutti i luoghi della terra. Basta aspettare, o tornare, penserà lei a plasmarli. È il posto della sua fantasia? Non lo so. Ora c’è una scalinata in Vaticano, un balcone, è sufficiente una leggerissima pressione. Sotto al balcone c’e un piccione messo in croce sopra ai sampietrini, a Roma. Poi siamo sotto alle gocce di luce filtrate da una tenda di un mercato marocchino.<br />
“Guarda di qua&#8230; guarda di qua, sto qua!”.<br />
È ferma con le braccia aperte e il suo caschetto biondo gonfiato dal vento, fa mezzo sorriso, è su un terrazzo.<br />
“Vòltati. Aspetta, aspetta, aspetta&#8230;”.<br />
“Posso toccarti?”.<br />
“Ahhh! Lascia stare, qui non puoi toccarmi, lascia stare”.<br />
E basta lo scorrere leggero di due dita che svanisce nel vetro dei riflessi sopra a un lago da cui affiora un carrello rovesciato, o in un bosco di mangrovie, dove in fondo, tra le radici, si scorge una tenda, azzurra. Torna l’altra donna, la stessa di prima, ride, ha un’aureola nel cielo di capelli, sorride ancora, non parla: colora un foglio, si volta. Siede sotto a un portone.<br />
“Te la ricordi?”<br />
“Sì che me la ricordo, ma non serve dire a tutti il nome, salutala”.<br />
Poggia la schiena a un palo di legno, sempre con la maglia a righe, guarda per terra le ombre in bianco e nero. Ci sono riflessi sull’acqua, crisi di fragole verdi, fitte vegetazioni. Tra il continuo scorrere dei luoghi una ragazza ha un orologio al posto della testa, si vede una cassetta dal nastro arricciato, un casco di banane su una tovaglia bianca e rossa, basta aspettare, basta aspettare. Cambiano i bordi, si aggiungono sfumature, si levano sfumature, a volte cambiano di nuovo i bordi. Meglio più seppia, più chiare, meglio senza il bianco. E adesso c’è tanta luce gialla e il tramonto sui tetti di Siviglia:<br />
“È ora l’altra volta: dai, leggimi ‘sta storia”.</p>
<p style="text-align:justify;">Una mattina la incontrai per caso, a Santo Stefano Rotondo. Erano passati anni. She walks in beauty, like the night, col suo seguito di mamma tra le ali. Come un’onda azzurra mi cresceva in petto. La bambina le tirava la gonna con qualcosa in mano. Lei mi guidava nel cerchio di colonne, e poi dentro a un altro cerchio, come una chiocciola. La piccola ci seguiva, cercava di chiamarci&#8230; io mi perdevo nel fascio blu che usciva dai suoi occhi mentre mi parlava dei dipinti. Un taglio di luce sul marmo faceva pensare al mare. “Guarda le lettere sugli affreschi, sotto c’è la didascalia, non è latino&#8230;”. Viola, la bambina, mi spostò con una mano e una volta tra di noi aprì la sua: “Mamma, &#8211; disse &#8211; mi hanno portato una conchiglia che dentro si sente il rumore del mare, ho il cuore pieno d’acqua&#8230;”. Da un paio d’anni erano rimaste sole, della bambina proprio non sapevo. Avevo altri progetti ma rimanemmo a Roma.</p>
<p style="text-align:right;">Federico di Vita</p>
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		<title> Il buio </title>
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		<pubDate>Sat, 26 Apr 2008 16:58:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Facevano dieci anni dal giorno in cui l&#8217;avevo buttato fuori casa, stanca del suo comportamento  da screanzato. Per dieci anni avevo cresciuto da sola i nostri figli. Tante volte mi ero agitata per loro, gli avevo lavato le ginocchia sbucciate, e intanto le loro braccia si facevano forti. Frugandoli, nell&#8217;ora del sonno, all&#8217;attaccatura dei [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=51&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Facevano dieci anni dal giorno in cui l&#8217;avevo buttato fuori casa, stanca del suo comportamento  da screanzato. Per dieci anni avevo cresciuto da sola i nostri figli. Tante volte mi ero agitata per loro, gli avevo lavato le ginocchia sbucciate, e intanto le loro braccia si facevano forti. Frugandoli, nell&#8217;ora del sonno, all&#8217;attaccatura dei capelli, mi accorgevo che la fioritura degli esili peluzzi della prima età pian piano si irrobustiva. Dieci anni a domandarmi se li trattavo troppo da grandi o troppo da piccoli.<br />
In momenti di grazia desideravo molto farglieli vedere: eravamo una coppia confusionaria, forse neppure una coppia, ma guarda che cosa siamo stati capaci di fare! Chissà perché, questo pensiero si dissolveva ogni volta, prima che potesse diventare progetto.<span id="more-51"></span><br />
E&#8217; passato, così, tanto tempo. Nel decimo anniversario del nostro distacco, però, il desiderio si è fatto da solo decisione, con naturalezza. L&#8217;ho detto ai figli: l&#8217;avrei chiamato. Ma non si illudessero troppo: forse non sarebbe voluto venire. La solita paura che potessero inutilmente soffrire mi ha indotto a frenarli nella speranza, pur se in fondo ero convinta che sarebbe accorso. Anche lui doveva aver atteso questo momento con un&#8217;ansia gioiosa e dolente.<br />
Ormai la decisione era presa: si trattava solo di sapere dove fosse, dove potessi cercarlo. M&#8217;era giunta notizia &#8211; non ricordavo quando né da chi &#8211; che viveva da tempo con un&#8217;altra donna. M&#8217;era parso ovvio: da solo non sarebbe riuscito a farcela. Lei doveva aver avuto molta più pazienza di me: o forse, rassegnazione. Chissà se si era un po&#8217; incivilito, con gli anni.<br />
Ho chiesto a mio figlio maggiore di informarsi presso il fratello o la sorella di lui: lo avevano sempre appoggiato in tutte le sciocchezze che combinava e dovevano sicuramente conoscere il numero di telefono della donna con cui viveva. L&#8217;hanno dato a mio figlio e così ne sono venuta in possesso anch&#8217;io.<br />
Chiamo, mi viene a rispondere la donna. Dico chi sono e che cerco di lui: come se fosse passato un giorno e non dieci anni da quando se ne è andato.<br />
Mi chiede: &#8211; Perché lo cerchi ora? Non te lo vuoi mica riprendere? L&#8217;hai cacciato tu, non ti sei mai curata di lui, in tutti questi anni.<br />
Ed io: &#8211; Non ci penso neppure a riprendermelo. Voglio soltanto fargli vedere i figli. Si sono fatti grandi. E&#8217; giusto che si incontrino -. E intanto prende forma un piano, dentro di me: io e i ragazzi ci daremo subito da fare per tirare su dai tavoli libri e carte, per lucidare la casa, per preparare qualcosa di buono da mangiare.<br />
La rassicuro: &#8211; Ti prometto, ti giuro, sono leale come non lo sono mai stata: non metterò in atto alcun tentativo di seduzione. (Rido piano fra me.) Ma dimmi, come va con lui? Com&#8217;è andata, in questi anni?<br />
- È un disastro. Lo è sempre stato. Non ha educazione.<br />
- Lo so, lo so. Ora passamelo, però. Chissà se ha voglia di vederli. Di me non preoccuparti affatto, non c&#8217;è motivo. Non essere stupida.<br />
Sento che lei ha posato il microfono sulla mensola e si inoltra nella loro casa per chiamarlo. Mi pare di vedere al di là del cavo tutto quel buio in cui lui dev&#8217;essere sprofondato. Mi giunge attraverso il filo la voce di lei, debole, leggera, che pare litigare piano piano con se stessa. Non percepisco neppure la traccia più lieve della voce di lui. Lo cerco nei sentieri di tenebra. Nulla. Capisco che lui non c&#8217;è, è morto da un&#8217;infinità di tempo. Lei è solo un fantasma paziente che gli ho messo al fianco. Frugo fra carte e pastiglie per trovare l&#8217;interruttore della lampada.</p>
<p style="text-align:right;">Maria Laura Bufano</p>
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		<title>Il focolare</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 15:43:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>round robin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[noir]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando scende la sera sulla città, e i rumori della strada si diradano come gatti impauriti al sopraggiungere dell’uomo, una fitta mi torce il cuore al pensiero che tu non sei più qui. Il ricordo di sere come queste, in cui tornavo a casa con l’amaro in bocca di una giornata trascorsa nel mondo, e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=roundrobineditrice.wordpress.com&blog=3403262&post=17&subd=roundrobineditrice&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Quando scende la sera sulla città, e i rumori della strada si diradano come gatti impauriti al sopraggiungere dell’uomo, una fitta mi torce il cuore al pensiero che tu non sei più qui. Il ricordo di sere come queste, in cui tornavo a casa con l’amaro in bocca di una giornata trascorsa nel mondo, e ritrovavo il conforto luminoso del tuo sorriso, la premura discreta dei tuoi gesti&#8230; Se ripenso a quello che è stato una lingua di ghiaccio mi si posa sul collo, bloccandomi in un terrore così profondo da negare anche le lacrime. Eppure ricordo: quando tutte le persone che si agitavano intorno a me, come uccelli impazziti nell’orribile voliera metropolitana, erano tanti nemici, tanti ostacoli da fronteggiare e abbattere per garantirmi il diritto di rivedere i tuoi grandi occhi, intenti a sorvegliare amorosamente i bambini che studiavano sul tavolo della cucina; quando alzarsi dal letto nell’alba gelida, con la faccia rappresa dal poco riposo, voleva dire tornare al lavoro e guadagnare il denaro che vi avrebbe nutrito e riscaldato; quando la vita dimidiata e offesa a cui siamo condannati aveva ancora un senso, perché c’eri tu a darglielo, io ricordo – la penna trema nella mano solo a pensarlo – di essere stato felice.<span id="more-17"></span><br />
Quando la sera scendeva sulla città, coprendo pietosa la nostra immedicabile vergogna, la colpa mortale di essere nati, tu aprivi il grande portone metallico con le buste della spesa sottobraccio e la piccola Giulia aggrappata alla mano, mentre Paolo gridava per richiamare la tua attenzione e mostrarti come riusciva a salire le scale tre gradini alla volta. Ti ritrovavo nel globo di luce dorata della cucina – fragile bolla di ostinato tepore nel deserto minaccioso della notte – tra il mormorio delle pentole e la voce smorzata del televisore. Avevi il viso stanco ma felice di chi ancora una volta ha compiuto il suo dovere, e lo ha fatto di buon grado perché ad obbligarlo è solo l’amore. La gioia che provavo, mentre tu finivi di asciugare i piatti, mettevi a letto i bambini e ti preparavi per la notte, mi riempiva l’animo fino a farmi singhiozzare. Avrei passato ore, ogni sera, assistendo al complicato rituale della tua svestizione, quando il tuo corpo di luna morbida appariva a poco a poco dalla china discendente dei vestiti, per risplendere in un momento di nudità accecante ed avvolgersi rapido nella nebbia leggera della sottoveste. Migliaia di volte, guardandoti dormire, dovevo fare forza a me stesso per convincermi a chiudere gli occhi. Privato della tua vista, ti sentivo però ancora più forte accanto a me, e sapevo che tu eri il diamante, il dono che la vita mi aveva fatto senza motivo, come senza motivo mi aveva precipitato nell’abisso, e mi assopivo cullato dalla sicurezza che ti avrei avuto sempre con me. Dio rende folli coloro che vuole perdere.<br />
Quando scese la sera sulla città, quella sera, la pioggia cadeva ininterrottamente da ore, come un discorso sempre uguale. Tu non avevi l’ombrello, e corresti all’impazzata dalla fermata del bus al portone, coprendoti la testa con un giornale. Giulia e Paolo dormivano dai tuoi. Avevi pensato di tornare a casa a piedi, godendoti l’inizio della primavera, ma non c’era stato verso. Nella cassetta della posta ti aspettava il solito assegno mensile, troppo misterioso per parlarne a qualcuno, troppo necessario per chiedersi da chi venisse. Quando apristi la porta di casa, quella sera, io non potei far altro che guardare. Guardare i due uomini che erano dentro da qualche minuto smettere di rovistare nei cassetti, balzarti addosso e immobilizzarti. Guardarli mentre ti strappavano i vestiti, ti violentavano, e ti riempivano di calci fino a farti vomitare sangue sul pavimento bianchissimo della cucina. Guardarli andare via scherzando tra di loro, lasciando in terra come spazzatura quello che restava del tuo corpo, della mia anima.<br />
Indietreggiai, allontanandomi dalla finestra che dava sul tuo appartamento. Chiusi la tenda, certo che non l’avrei riaperta mai più.</p>
<p style="text-align:justify;">Davide Martirani</p>
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