“…The use of condoms offers substantial protection, but does not guarantee total protection and that while there is no evidence that deep kissing has resulted in transfer of the virus, no one can say that such transmission would be absolutely impossible.” — The Surgeon General, 1987
I know you won’t mind if I ask you to put this on.
It’s for your protection as well as mine–Wait.
Wait. Here, before we rush into anything Read the rest of this entry »
Da Machiavelli all’Aretino, da Foscolo a Giusti, da Malaparte a Maccari, da Delfini a Flaiano, da Fortini a Pasolini, e via e via, nella nostra letteratura, soprattutto a partire dal Rinascimento, zampetta e graffia tutta una folla di epigrammisti e di poeti satirici che nel Novecento, nei modi di quello che si potrebbe dire microgiornalismo in versi, trovano la loro couche privilegiata. Read the rest of this entry »
Quanno che ‘r padreterno fece er monno
c’aveva i cazzi sua da ‘n’antra parte
e ccó le mano ‘n pasta in artre marte [1]
nun pòrse portà ll’opra fino ‘n fonno
Ce mise ggiusto ‘r tempo de ‘n seconno
distratto da faccenne bben più arte
j’anniede bbene qu’o’o stato dell’arte
e ‘nvece d’appiattillo o lassò ttonno
Defatti su ‘sta tèra bbenedetta
ce fusse ‘n accidente che ffunziona
e ttocca sempre spigne la caretta
Si ‘r caro sempiterno, anima bbona,
c’avrebbe messo impegno un quarche oretta
nun gne saria vienuto a la carlona
My washed rags flap on a serious grey sunset.
Suppertime, a colder wind.
Leaves huddle a bit.
Kitchen lights come on.
Little spongy mysteries of evening begin to nick open.
Time to call mother.
Let it ring.
Six.
Seven.
Eight—she
lifts the receiver, waits.
Down the hollow distances are they fieldmice that scamper so drily.
Esce in libreria Il trasloco, epigrammi sulla nostra redazione, dal 1971 a oggi.
Il trasloco (del manifesto s’intende, dal centro di Roma all’attuale semiperiferia di Via Bargoni) non è stato un addio, ma una partenza. Affaticati scambi di parola: «Che strada facciamo?», «Dove diavolo metti la tua valigia?». Un cambiamento di sede che diventa, per il nostro Tommaso Di Francesco, un’occasione per osservarci e gridarci in faccia i suoi versi. È in libreria «Il trasloco, epigrammi sulla redazione de il manifesto», prefazione in versi di Roberto Roversi (Round Robin editrice, 12 euro, pp. 150, www.roundrobineditrice.it)
Gli epigrammi originano dagli epitaffi, e se quelli erano elogi dei morti, questi sono coltellate ai vivi. Un grande libertino come Balzac ricorda che «l’epigramma sollecita l’intelligenza e non induce mai all’amor proprio». Nemmeno l’autore, dunque, può considerarsi immune dai colpi che scaglia sugli altri. Della banda del manifesto, ripeto banda, Tommaso è fra i compagni più antichi, presente già ai tempi della rivista, nel 1969. Appassionato, generoso fino alla violenza e fedele a se stesso, è al tempo stesso lucido e acuminato quanto serve per scrivere epigrammi che s’intrecciano, com’è nel suo carattere, con la sensibilità della poesia. Tommaso è anche un poeta: è opportuno tenerlo a mente quando leggiamo queste composizioni che sono, naturaliter, cattive. Read the rest of this entry »
(On the train from Rome to Paris, 1950, the year when Pius XII
defined the dogma of Mary’s bodily assumption)
Reading how even the Swiss had thrown the sponge
in once again and Everest was still
unscaled, I watched our Paris Pullman lunge
mooning across the fallow Alpine snow. O bella Roma! I saw our stewards go
forward on tipotoe banging on their gongs.
Man changed to landscape. Much against my will,
I left the City of God where it belongs.
There the skirt-mad Mussolini unfurled
The eagle of Caesar. He was one of us
Only, pure prose. I envy the conspicuous
Waste of our grandparent on their grand tours –
Long-haired Victorian sages accepted the universe,
While breezing on their trust funds through the world.
When the Vatican made Mary’s Assumption dogma,
The crowds at San Pietro screamed Papa.
The Holy Father dropped his shaving glass,
And listened. His electric razor purred,
His pet canary chirped on his left hand.
The lights of science couldn’t hold a candle
To Mary risen – at one miraculous stroke,
Angel wing’d, gorgeous as a jungle bird! Read the rest of this entry »
Maybe my limbs are made
mostly for decoration,
like the way I feel about
persimmons. You can’t
really eat them. Or you
wouldn’t want to. If you grab
the soft skin with your fist
it somehow feels funny,
like you’ve been here
before and uncomfortable,
too, like you’d rather
squish it between your teeth
impatiently, before spitting
the soft parts back up
to linger on the tongue like
burnt sugar or guilt.
For starters, it was all
an accident, you cut
the right branch
and a sort of light
woke up underneath,
and the inedible fruit
grew dark and needy.
Think crucial hanging.
Think crayon orange.
There is one low, leaning
heart-shaped globe left
and dearest, can you
tell, I am trying
to love you less.
Come forse qualcuno avrà notato è già da un po’ di tempo che qui, sul nostro blog, è apparsa una sezione di Poesia in cui, oltre ai pochi pezzi casualmente apparsi precedentemente, vengono raccolte e proposte poesie novecentesche di area generalmente americana, le cui traduzioni sono a firma – e questo l’avranno visto solo i più attenti per davvero – sempre della stessa ragazza: Cecilia Piantanida. Cecilia mi mandava le poesie e io le postavo, più o meno finiva lì, erano belle, niente da ridire… ma, mi chiedevo, ci sarà un disegno, un percorso, un filo rosso che lega le poesie scelte dalla mia amica? Lei era restia a rispondere fino a che ieri, in coda a un thread di commenti, un piccolo manifestino se l’è lasciato scappare, e allora cogliamo l’occasione e lo copiamo qui:
Ringrazio il Blog Round Robin per avermi messo a disposizione questo spazio (matti…). Uno spazio in cui vorrei richiamare l’attenzione su certa poesia spesso ignorata in Italia; quella poesia americana che ha lasciato una traccia da qualche altra parte nel mondo, o la lascerà – perché magari non tutti lo sanno.
Poi, visto che me lo si chiede, volevo dire anche che un percorso in un certo senso c’è. All’inizio ho cominciato a proporre alcune poesie “da passerella”: un mostro sacro del Modernismo, un premio Nobel, un Pulitzer. Dopo qualche tempo ho pensato fosse ora di sottolineare che anche gli Yankees del genere un po’ meno patinato due robine le sanno scrivere. Da lì, ho azzardato inoltrarmi per una strada un po’ meno battuta (tipo Moss). Read the rest of this entry »
God washed his womb in the ocean.
All things that lived in or above the sea
rejoiced that they were there.
The sand under the rocks,
the driftwood trees rejoiced.
The living, those who called to their kind,
the lucky ones, rejoiced.
When I was young and prodigal,
I dived into God’s womb and the ocean.
God spoke to me as I swam
through a thousand reflections,
his face and my face touched
like Mary’s cheek on the cheek of her deposed son.
God washed across my face. My face was in him.
From time to time I spit him out as I swam.
I came out of his womb dripping. I felt clean.
I knew God was cold and wet wilderness.
Shivering, I dried God off me with a towel
then I hung him on a clothesline to dry.
God and the towel seemed happy and laughing,
flapping in the wind without commandments.
From the shore I could see the horizon:
he was washing his womb in the ocean
after a day of love, before his gala night.
There was an apple tree in the yard –
this would have been
forty years ago — behind,
only meadows. Drifts
of crocus in the damp grass.
I stood at that window:
late April. Spring
flowers in the neighbor’s yard.
How many times, really, did the tree
flower on my birthday,
the exact day, not
before, not after? Substitution
of the immutable
for the shifting, the evolving.
Substitution of the image
for relentless earth. What
do I know of this place,
the role of the tree for decades
taken by a bonsai, voices
rising from the tennis courts –
Fields. Smell of the tall grass, new cut.
As one expects of a lyric poet.
We look at the world once, in childhood.
The rest is memory.
The time will come
when, with elation
you will greet yourself arriving
at your own door, in your own mirror
and each will smile at the other’s welcome,
and say, sit here. Eat.
You will love again the stranger who was your self.
Give wine. Give bread. Give back your heart
to itself, to the stranger who has loved you
all your life, whom you ignored
for another, who knows you by heart.
Take down the love letters from the bookshelf,
the photographs, the desperate notes,
peel your own image from the mirror.
Sit. Feast on your life.
…come l’anello che è di ferro, lavorato a mano, sgrossato malamente, dal cerchio imperfetto e dalla sagoma lesa, e che in cima ha una piccola indecisa sfera, e sotto alla sfera, minuscolo, il disegno di un pesce. L’anello, che è un segno del tempo e della dimenticanza, ricordo di un passaggio di mano in mano, cimelio medievale, ornamento occasionalmente femminile, lasciato (per caso?) cadere dalle mareggiate notturne, ehi sono io, non mi riconosci?, in questo letto. E il sonno scese come ogni sera ad insegnarmi una strana preghiera poi la mattina mi sciolse le mani, e ormai senza di te volata via io ritrovai l’anello. E lo stupore con circolare imbarazzo mi chiede se voglio quella, erano anni che lo stavi cercando, vuoi quella? era anni che la stavi cercando, vuoi quella, vuoi quella, vuoi quella… Read the rest of this entry »
Nel 1867 Adolfo Federico de Schack, nel libro tradotto da Juan Valera (ho accennato a questa “catena” letteraria nel precedente articolo), diceva così: “Se l’interesse che si è recentemente svegliato nei confronti della letteratura provenzale si applicasse anche a quella arabo-ispanica, e si facessero pubblicazioni e traduzioni della vita e degli scritti dei poeti andalusi, giungeremmo al dovuto riconoscimento di un memorabile periodo della cultura europea. Non credo che mi accechi una spropositata predilezione nell’assicurare che la poesia dei musulmani spagnoli, nonostante tutte le sue manchevolezze, è molto superiore a quella dei ‘trovatori’ provenzali, per la profondità dei sentimenti e la ricchezza e lo splendore delle immagini, mentre il suo valore e i suoi contenuti storici non sono affatto inferiori. Certamente, a stento si può sperare che questo vuoto nella storia generale della letteratura si riempia al più presto, quando si prende in considerazione la pigrizia che affligge gli orientalisti. Il presente lavoro non è nulla più che un tentativo, un invito a compiere un’impresa tanto grande, che per portarla a termine forse non basterebbe tutta la vita di un uomo. Read the rest of this entry »
I versi di un emiro nostalgico e quelli di un re sfortunato
Abd-ar-Rahman nacque a Damasco da nobile famiglia; in seguito a scontri e a fughe dai persecutori abbasidi, attraverso il Maghreb, giunse nella Spagna araba e, dopo avventure e lotte, divenne il primo emiro indipendente di Cordova, dove regnò a lungo (756-788), e iniziò la costruzione della splendida moschea. Tenne con sé cantori, musicisti e poeti, e fra questi una cantante e suonatrice di laùd, la schiava Achfa. La leggenda vuole che tutte le palme di Spagna siano figlie di un’unica madre, una palma che Abd-ar-Rahman aveva portato dalla lontana Siria e piantato con le sue mani nel giardino del suo palazzo.
La poesia che segue, da lui composta, è dedicata appunto a una palma:
Alla palma
Anche tu, o palma, sei straniera su questo suolo!
Piangi, dunque! Ma, essendo muta, come puoi piangere il mio dolore?
Tu non senti, come io sento, la sofferenza della lontananza.
Se tu potessi sentire, verseresti amare lacrime.
Alle tue sorelle d’Oriente manderesti i tuoi tristi lamenti,
alle palme che l’Eufrate irriga con le sue acque trasparenti.
Ma per te dimenticanza e ricordo sono lo stesso:
della patria da cui Abbas e il Fato avverso mi trattengono lontano.Read the rest of this entry »
Nella seconda metà del VII secolo, in piena epoca islamica, Giamìl, poeta della tribù beduina degli Udhra, scrive per Bathna o Buthaina versi di amore assoluto. Di lui si sa poco: è certo solo l’anno della morte, il 701. Sono interessanti, nella poesia che segue, alcuni motivi: la presenza dei “denigratori mettimale”, a cui corrisponderanno i “malparlieri” della poesia provenzale; i due amici-confidenti, che ne ricordano altri di liriche dell’età classica (mi viene in mente una disperata di Catullo che comincia proprio con i nomi dei due amici: Furio e Aurelio) e anticipano il tema dell’amicizia nei versi di poeti che ci sono familiari: naturalmente quelli che ci vengono in mente prima di tutti sono gli amici del Dolce Stil Nuovo. C’è anche il motivo della dissimulazione dell’amore per Buthaina, e del finto interesse per altre donne. Il tipo dalle mani distorte è probabilmente un custode dell’amata. I “Negri” erano considerati esseri barbari dagli arabi, che spesso li riducevano in schiavitù, come si legge anche ne Le Mille e una notte. Infine, l’oasi Wadi 1-Qura è il luogo dell’amore felice.
Dopo Giamìl, l’amore casto, appassionato, sofferente, ha preso il nome, nella poesia araba, di “amore udhrita”. Read the rest of this entry »
Per qualche settimana tornerò a parlare di poeti arabi e di Al Andalús. Potrò proporre solo pochissimi esempi di un mondo vastissimo che è difficile conoscere in Europa perché mancano traduzioni organiche anche delle opere più importanti.
L’età preislamica in arabo prende il nome di Giahiliyyah, età dell’ignoranza, della barbarie. Nel secolo che precedette l’avvento del Profeta fu fiorente la poesia beduina. Per riprendere il filo interrotto ormai da tempo, sono costretta, mio malgrado, a citarmi. Ricordo che in coda al mio articolo sulla poesia andalusa, nella coda di commenti ho accennato a Imru l’Quais.
Imru l’Quais apparteneva a una nobile famiglia medio-orientale, i Kinda. Suo padre, un re locale che aveva cercato di unificare una parte delle genti arabe, era stato ucciso da membri di tribù nemiche e il poeta, chiamato anche “re errabondo”, era giunto fino a Bisanzio per chiedere aiuto all’imperatore Giustiniano; ma, per quel che si sa, morì sulla via del ritorno. Le liriche di Imru l’Quais, che, come ho detto, sarebbe stato condannato dopo qualche decennio come peccatore esemplare da Maometto, contengono già alcuni motivi della grande lirica araba, pure di quella di età islamica: oltre il motivo dell’amore sensuale, che si inserisce tra le lotte tribali, anche le grandi descrizioni del cammello, del cavallo, della natura; la meditazione sulla vita e sulla morte; i lamenti sulle sventure; invettive contro i nemici ed esaltazione del combattimento… Read the rest of this entry »
Raccontando di Al-Ándalus, ho parlato assai poco di monumenti e paesaggi, su cui è facile trovare informazioni su guide turistiche, libri specialistici ecc.
Ci sono invece cose che sono parte costitutiva nella storia di queste terre, ma quasi mai giungono all’orecchio dei viaggiatori che percorrono l’Andalusia in lungo e in largo. È difficile per chi non sia uno studioso sentir parlare della grande poesia arabo-andalusa (intrecciata con quella ebraica e cristiana): un immenso movimento – o meglio un fascio di movimenti e di singole individualità -, che ha attraversato i secoli. I canti d’amore la fanno da padroni, spesso accompagnati dalla musica – quindi destinati a banchetti e ad altri momenti di vita sociale -: celebrano l’amore sensualissimo e l’amore spirituale e sublimato, legato, quest’ultimo, per lo più, alle correnti mistiche del sufismo. Read the rest of this entry »