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Posts contrassegnato dai tag ‘Jam session’

jam session – 10

In racconti (e ultimi round) on Marzo 26, 2009 at 8:58 am

di Vita/Martirani

… Un cazzo. Questo è un incidente, quel povero cristo che ci lascerà le penne. Il nostro non è stato un incidente.
- Ti ho chiesto scusa tante volte, non avrei mai pensato che…

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…saresti tornato a cercare di rompere l’ordine, dopo quella volta.
- Quale? Ancora E. E.? Ancora quella?
- Tu non puoi, non puoi, devi lasciare che gli eventi si svolgano secondo il corso stabilito, e che non stabilisci tu. Tu non puoi precipitarti, precipitarti al primo spiraglio, giocare con la prima crepa intaccata dal silenzio. È presto, non lo capisci? Dio, tu non puoi capire.
- TU non puoi capire! Ancora E. E. ancora quella storia, sempre lì andiamo a parare. Ho fatto quello che era giusto. Li hai visti? Li hai visti rincorrersi accanirsi, sbraitare meschini, sputarsi addosso scene vecchie di 20 anni. Occhiali fuori moda, sopracciglia fuori moda, il chiodo come giubbotto, la carta ingiallita, il mare vecchio, un sorriso negli occhi spento da quasi diciott…
- Certo, e questo ti autorizza a infr… Read the rest of this entry »

jam session – 9

In racconti (e ultimi round) on Febbraio 6, 2009 at 6:13 pm

di Vita/Calvisi

… Non è  per niente semplice, ma non ci sono altre strade per ricordare l’amore che provavo per te, per i tuoi polsi sottili, per le tue vene verdi, nitide, che da sempre mi fanno il medesimo effetto, e mi rammentano che anche io, un giorno, forse dovrò morire…

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…ma che sono questi?
- Guarda rimane solo l’asta e il perno. Sono occhiali, sono distrutti, lì c’è un pezzo di lente.
- Ha preso una bella botta. Ditegli di non muoversi. Come è successo?
- Chiamate un’ambulanza, non muoverti. Non muoverti tu. Passami l’ombrello.
- Sto… penso di potermi alzare.
- Aiutami a coprirlo. Ecco, fallo passare, fermo. Tieni l’ombrello.
- Guarda non ce la fai, fermo, non. Fermo. Respira, tranquillo, non ce la fai. Adesso arriva. Non ti muovere. Sta arrivando l’ambulanza, com’è successo? Come hai fatto? Cristo, come hai fatto?! Read the rest of this entry »

Il nuovo blog

In (p)Recensioni & vanità on Gennaio 27, 2009 at 8:59 pm

top_blog

Come avrete già notato abbiamo rivoluzionato la struttura del nostro blog. Ci sembra necessario spendere due parole per presentare la nuova fisionomia del blog della Round Robin editrice. La nuova impaginazione del sito, che consente la vista sinottica degli ultimi tre post evitando il tipico incolonnamento e la conseguente gerarchizzazione, oltre a porre gli articoli sullo stesso piano percettivo, richiama esplicitamente il disegno e le funzioni del giornale quotidiano e, se ce lo consentite, ancor più, delle vecchie riviste letterarie. Ma nel XXI secolo non è più tempo di riviste, ed è la loro eredità – che via via rischia sempre più di perdersi, così come l’incidenza e il peso delle voci critiche – che con questa nuova impostazione cerchiamo di raccogliere. Read the rest of this entry »

jam session – 8

In racconti (e ultimi round) on Gennaio 25, 2009 at 2:02 am

di Vita/Calvisi

…il mare è il mio ambiente e dai fondali io emergo sempre, su su, fino a camminare sulle onde, mi vedi? Ho decifrato il messaggio perché sono l’alfa e l’omega, e tu, amore, non avrai altro dio al di fuori di…

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…questo fiume cresciuto come il pane sotto una coperta, come una pasta col lievito di birra, come una spuma che monta, come la maionese, come una ferita che si gonfia e si apre e si ingiallisce e sanguina, come il ventre di una donna il biondo Tevere è cresciuto gli ultimi giorni dell’altr’anno. Il fiume Tevere, il fiume di Roma, per via della pioggia. Ogni ora che l’acqua saliva il fiume era più pericoloso e bello, avvolgente come una lunga sciarpa i margini dell’Isola, tagliando in alto l’arco dei ponti, da quello di ferro sembrava di camminare sull’acqua. E l’ultimo giorno ad ogni ora in attesa della piena che per la prima volta avrebbe sconfitto gli sproporzionati argini, la gente, avvertita del pericolo, si assiepava attorno ai muraglioni, avvertita del pericolo sperava, a ben vedere, che il fiume straripasse. La piena è scesa, l’acqua ha rioccupato il consueto letto lasciando i marciapiedi sommersi puliti come non lo erano mai stati. E gli spogli platani fioriti di buste rubate a questo sogno danubiano…

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jam session – 7

In racconti (e ultimi round) on Dicembre 17, 2008 at 12:30 am

di Vita/Calvisi

…e l’ascensore che vola nello spazio siderale, o forse è la nostra camera da letto, la classe di un asilo, la sacrestia vuota, in questo mondo strano e nella memoria che continua a regalarmi varianti…

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…come l’anello che è di ferro, lavorato a mano, sgrossato malamente, dal cerchio imperfetto e dalla sagoma lesa, e che in cima ha una piccola indecisa sfera, e sotto alla sfera, minuscolo, il disegno di un pesce. L’anello, che è un segno del tempo e della dimenticanza, ricordo di un passaggio di mano in mano, cimelio medievale, ornamento occasionalmente femminile, lasciato (per caso?) cadere dalle mareggiate notturne, ehi sono io, non mi riconosci?, in questo letto.  E il sonno scese come ogni sera ad insegnarmi una strana preghiera poi la mattina mi sciolse le mani, e ormai senza di te volata via io ritrovai l’anello. E lo stupore con circolare imbarazzo mi chiede se voglio quella, erano anni che lo stavi cercando, vuoi quella? era anni che la stavi cercando, vuoi quella, vuoi quella, vuoi quella… Read the rest of this entry »

jam session – 6

In racconti (e ultimi round) on Novembre 16, 2008 at 4:12 pm

di Vita/Calvisi

…Ti racconterò di quando un gioco era un gioco, e dell’epoca prima del telefono, e delle bombette e dei cilindri, e di un calcio d’avvio dato nel cerchio di centrocampo dal presidente d’Argentina, e di fotografie di morti ignoti corrose dal tempo e dal salino…

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… e di una seta di un colore che cambiava come il cielo di marzo in mezzo a tutte le altre cose che non si sapeva dove mettere, e fu ritrovato da Marta molto tempo dopo, diventando a seconda dell’umore un mantello di regina, un sudario, oppure il mare. E si scendeva con un piccolo ascensore oscuro e poi una galleria scavata nella roccia e in fondo al semicerchio dell’uscita, sfrigolante, ecco quel mare. Ecco la faccia all’aria la mattina e il nero del basalto intagliato a strisce dal pelo dell’acqua fino a su, su, verso la montagna, rigogliosa e fumante. E ancora più su la notte che avanza per avvolgere il pallone sul quale vanamente ci inseguiamo e in basso, sopra l’entrata dell’ascensore che porta a quel piccolo mare, la tua tenda e tu, che la apri per un accendino o un cavatappi (la memoria regala già varianti) che è nella mia mano, e io lì che mi imbarazzo, ti guardo e infine chiedo: è tuo?… Read the rest of this entry »

jam session – 5

In racconti (e ultimi round) on Ottobre 29, 2008 at 11:08 am

di Vita/Calvisi

Ogni lettera è un germe, dice Octavio, la memoria rilancia la marea e nel mio sangue abitato dal mezzogiorno hai trovato anche te stessa, che mi persisti, proprio come la memoria, ma una memoria futura, come un gesto abituale che ti affida al tempo. Lo chiamo sogno. Un sogno che mi è vivo, e ancora sogno…

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…e in questo sogno di futura memoria mi accompagnerai tu, mio Capitano. Che con la tua sola presenza inclinavi l’idea pitagorica boema volgendola a sinistra, sempre più a sinistra, e con profitto, tu, centro propulsore, talismano, generatore del gioco, solutore di enigmi, eroe del labirinto, colui che scioglie il nodo matematico con tocco magico, demiurgo che volge in algoritmo chiaro la domanda impossibile, genio buono, amico: ricordi le strade pazze di gioia nel 2001, la notte oscura della monetina, la volta che entrasti all’ala destra contro l’Udinese, la sera del 4 e zitti e a casa, e quanta spensieratezza, i derby col cucchiaio, e il giorno del silenzio, attoniti per la caviglia – ma non tallone di eroe che ci abbandona – e poi il lancio di prima quindi il rigore che qui è valso un mondiale, con la gente in piazze di felicità – ad altri servì più tempo per capire – e la coscienza impressa nelle carte di Madrid “que debe causar una enorme confianza que el bueno juegue en tu equipo” – e tu che tutto sai, non andartene mai, e come un vivo nume non abbandonarci mai… Read the rest of this entry »

jam session – 4

In racconti (e ultimi round) on Ottobre 9, 2008 at 12:59 pm

di Vita/Calvisi

…E così torno a te, mi proietto negli abissi del tempo. La mia pelle si è disfatta al sole, e mentre il mio scheletro biancheggia e digrigna, con la mia canna armata io resto qui: schiavo del tuo arcipelago…

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…e frantumi dell’arcipelago erano anche le parole ormai, crinate, spezzettate, imbastardite, dimenate e perdute nella babele della migrazione, suoni inauditi, bestemmie, sensi preclusi alla cognizione, fonemi baluginanti privi di significato, simboli accostati casualmente dai nuovi bambini quindicenni che non si raccapezzano più:!+=Ç @:D ;-) °#߀®-–_ Q€ƒ∂;,.:![][`´~¥‘‹LOL“«*§ .. eppure dell'ansia del disfacimento, e della furia per questa biblica partenza non percepisco nulla, riesco a godermi il pavimento di una novecentesca sontuosa magione, lastre di vetro sotto alle quali nuotano pesci e come in sogno rivedo mia sorella e mio padre nei mari greci, vivi perché abitati dalle creature che ci sfiorano le membra, e nel caos sento un fulgore, una serena ovatta di felicità, quindi lascio la canna, eccoti sei qua... Read the rest of this entry »

jam session – 3

In racconti (e ultimi round) on Ottobre 2, 2008 at 12:59 pm

di Vita/Calvisi

…ero felice quando ti avevo vicino, hai detto così, e ancora non finirà mai, hai ripetuto, ma in fondo non conta, in fondo la fine non interessa. Interessa l’inizio…

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All’isola del Giglio ci sono i saraghi più grandi del mondo. Arrivano anche a tre, quattro chili, a questi pesci non succede. Sono selvatici e non si possono allevare e la loro carne è più saporita di quella delle orate o delle spigole, sono più rari e non c’è altro modo di averli che pescarli. I saraghi dell’isola del Giglio, quelli grandi, stanno in delle calette rocciose nascosti tra i sassi in mezzo metro d’acqua, ma è quasi impossibile allamarli. Sono scaltri, per arrivare a quella dimensione ne hanno viste di esche… C’è un vecchio che li sa pescare, mi ha detto mio padre, ma esiste un solo modo. Prende una lenza e la adagia lenta nell’acqua, all’amo c’è una cozza appena socchiusa e un lungo tempo nella speranza che il pesce non vedendo il filo teso non immagini la trappola. Tu sei un sarago grande, oh dama misteriosa, tu sei un sarago grande ma io non ti vorrei cacciare, vieni fuori dall’acqua fidandoti, senz’ami, senza cozze, senza sofferenza, senza morte e senza lenza. Ma devi mostrare di volerlo fare, che io sono seduto sullo scoglio coi piedi dentro l’acqua e la mia canna ad ogni buon conto è qui, già armata… Read the rest of this entry »

jam session – 2

In racconti (e ultimi round) on Settembre 10, 2008 at 10:46 pm

di Vita/Calvisi

Assemblaggio, groviglio, ideale, assemblaggio, assemblaggio, e alla fine non eri più tu, non eri tu, Benedetta, mentre mi tiravi per il braccio, e mi svegliavi dal sonno, e mi dicevi amore…

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…ma era un modo di strapparmi, modo di dire, un fare per chiamarmi dopo anni attraversati accanto in questo spazio. Chiamarmi via, fuori dal letto, fuori, chiamarmi mentre passando con la mano il lenzuolo sopra il volto cercavo riparo dal bagliore a chiazze che inondava come pioggia l’aria pulviscolare della stanza. Modo di dire lontano dal sentire, dov’è l’amore? e questo strappo, le conseguenze che riporta altro segno non sono che di giornate, altre, ancora, altre, da passare a erigere strane cattedrali, solitari nello spiovere del tempo, strappati ancora una volta senza amore e resi al mondo, che forse non ha bisogno di noi, no, che preferiamo questo sogno…

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jam session – 1

In racconti (e ultimi round) on Settembre 3, 2008 at 10:26 pm

di Vita/Calvisi

E poi mi ritrovai tra i vani di una libreria a largo Argentina, aspettando Benedetta. Perso nel tempo dell’attesa presi a caso un libro, di Manganelli. Era ancora agosto e “oh, avevo, avevo identità; questo appunto mi crucciava, mi logorava; essere un uomo solo, Harun Al-Rashid, e nient’altro; io vedevo passare per le piazze assolate i miei soldati, i dotti, le donne segrete e fuggitive, i poeti, i santi, e mi crucciavo di poter essere solo un’unica persona, solo me stesso, un califfo pittoresco e fantasioso, e dunque tanto più chiuso nei confini senza passaporto del proprio corpo e del proprio compito. Se ero califfo era estremamente impegnativo, anche lussuoso, la sorveglianza esercitata sul mio destino era specialmente accurata. Se talora amavo travestirmi per camminare di notte per la mia città, il mio travestimento mi pesava come una bestemmia contro il mio destino: eppure tutto il mio corpo era una imprecazione. Per questo diventai un uomo da favole e, infine, riuscii a lavorare la mia immagine in modo che nessuno seppe più se ero vero o falso”, e pensai a te…

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…e anche a te. E a te. A tutte voi, pensai, e nella mia mente i vostri corpi in un unico corpo, assemblaggio, groviglio, sperma e sangue, e dolore, e luce. E dove c’era un buco, un buco della memoria, intendo, il salto di qualche fotogramma, come quando al cinema parrocchiale, anni fa, il prete tagliava la pellicola laddove i protagonisti si baciavano, e si proiettavano sullo schermo i numeri a ritroso, dove c’era un buco, dicevo, sistemavo la calce della fantasia, per rendere solida l’impalcatura, per rendere perfetta la creatura. Assemblaggio, groviglio, ideale, assemblaggio, assemblaggio, e alla fine non eri più tu, non eri tu, Benedetta, mentre mi tiravi per il braccio, e mi svegliavi dal sonno, e mi dicevi amore…

… continua continua continua continua continua (ad infinitum)…