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Nozioni di Marketing (le avventure di Barabànov e Mariputèn)

In racconti (e ultimi round) on Novembre 14, 2009 at 2:54 pm
1. l’esito dei corpi in stato di trasloco

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Una estate per Barabànov non c’era stato mare, o quasi. Giusto un paio di volte c’era stato mare, che era già agosto, mare, e aveva stabilito che quell’agosto senza mare o quasi, quell’estate senza mare o quasi, doveva essere un deciso spartiacque della sua vita. Spartiacque vuol dire una roba in mezzo che poi c’è un di qua e un di là, poteva essere tipo che decideva di non fare più mare d’ora in poi, e allora c’era un prima con mare anche se poco e c’era un dopo senza mare, niente niente.
Solo che capite bene che basta una volta che ci hai la debolezza di andare al mare e hai demolito in un attimo il tuo bel proposito mai più mare. Il prima si mescola col dopo, lo spartiacque non ha retto, la tua volontà non ha retto, ti senti un uomo di merda perché non hai rispettato la tua decisione, hai fatto mare, e fosse stato un bel mare. Magari un mare con spiaggia ingolfata di corpi e mare pieno di stronzi galleggianti. E tu per sto mare qui, che c’era il sole coperto, ci hai messo una vita per arrivarci e ti portano via la macchina, perdi un sandalo, ti urtica una medusa, per questo hai infranto lo spartiacque, hai mandato a scatafascio il prima e dopo.

- Complimenti, non c’è che dire, dice Mariputèn. – Complimenti, cosa viviamo a fare al mare, traslochiamo in campagna.

Avveniva che per l’ennesima volta Barabànov e Mariputèn cambiassero casa, avveniva per l’ennesima volta che Barabànov trasportasse le cose più inutili da un posto all’altro senza considerare la possibilità di liberarsene, approfittare di un trasloco per buttare via delle cose, cose nel vero senso generico della parola, se scrivi cose nel tema senza nemmeno leggere il resto metto due, così alle scuole medie la professoressa pucci che insegnava a Mariputèn che dice: – La tua stupida memoria si porta dietro le stesse cose inutili che ti porti dietro tu. Ti porti un mobile che serve per dispensa?, no, ti porti uno scatolone di piccole carabattole!, ti ricordi come si interviene in caso di urgente soccorso?, no, ti ricordi come si chiama la mia professoressa di italiano delle medie!, e chissà cosa ti serve di più adesso che il mobile è crollato sul corpo del tuo amico venuto a darci una mano? – Eh, lo schiaccia inesorabilmente, vero? Dice Barabànov.

- Ed ecco a voi il mirabolante prodigio! Dice Barabànov. Da quando hanno cambiato casa ha messo su un’aria da profeta, a volte pare più un prestigiatore. Dato che Mariputèn non si cura troppo di lui, Barabànov predica all’amico bloccato sotto il mobile.

- Dall’orrida corona del crocifisso si stacca una spina, acuta, lunga, e si conficca nella fronte dell’uomo che resta, con un dolore così straziante, che ne sviene. Così dice Barabànov configgendo nella fronte del dolente amico la più grossa spina prelevata dalla rosa mistica che gloria il suo giardino. Visto che lui non sviene, lo aiuta con una martellata. – La ferita, fattasi piaga deturpante, fetente, schifosa di vermi, durerà per tutta la vita, assicura Barabànov a Mariputèn che si stringe nelle spalle rassegnata.

E’ un boccone che è poco digeribile, sta lì come un’oca all’ingrasso senza scelta, piedi inchiodati al suolo e nel becco cibo spinto giù con un pistone. Mariputèn chiede all’amico di Barabànov: – Ma questi piedi inchiodati? Ce n’era bisogno? Poi riflette a voce alta: – Forse sarebbe fuggito. Ancora chiede: – E di questo imbuto, ce n’era bisogno? E riflette: – Forse avrebbe vomitato. Certo bisogna dire che in quanto a collaborazione… L’uomo con l’imbuto in bocca e i piedi inchiodati al suolo non riesce a rispondere nemmeno a gesti dato che ha le braccia legate (- Avrebbe potuto tentare di togliersi l’imbuto o schiodarsi i piedi, si era giustificato Barabànov).

La passione per gli uccelli, gli uccelli soprattutto quelli con una grande apertura alare. Limpidamente maestosi nel volo. Le lame, le donne, abitare in campagna. Una casa alla fine di una strada. Si avvistano cerbiatti e cinghiali. E da lì prati e boschi scendono giù fino alla valle dove scorre il fiume. I ghiri demoliscono pian piano il tetto. Molare alcuni preziosi coltelli sì, ma pistole ad aria compressa? Barabànov non è il tipo da armi da fuoco. – Per i ghiri, dice. – Che male ti fanno, dice Mariputèn. – Eh, il tetto! – Hai visto i tuoi uccelli del cazzo, ci faranno morire tutti con la loro influenza del culo!, dice il loro amico incastrato sotto un mobile.

- Questa volta non vale la pena di starsi a preoccupare per una mano in più o in meno, dice Barabànov, ti soffierò io il naso. Ma l’amico non è tanto turbato dall’assenza della propria mano, mozzata e poi caduta nel tentativo di fargliela crescere sotto l’ascella destra, quanto dal fiotto di sangue che sgorga inarrestabile dalla bocca. – E presto esaurirà le riserve interne lorde, assicura Mariputèn. Ecco, inghiotte, incapace di comunicazione, pur se gli occhi sono all’alba di una lacrimazione, parrebbe voler dire sto bene. Barabànov dice: – Forse ti sei confuso, non voglio alcuna gioia da te. E poi gli spara a bruciapelo colla pistola per i ghiri. Che dire. Mariputèn si limita a constatare che sia deceduto. Tagliandogli la gola con una delle preziose lame affilate di recente. Che bel tramonto si vede da qui!

Paolo Gentiluomo