Indice dei libri importanti usciti negli ultimi 34 anni
(da stilare con i lettori, in Rete)
2 nov 1975 – 2 nov 2009
importante agg. Che è opportuno o necessario tenere in considerazione, spec. per quanto ne può derivare.
importanza s.f. Possibilità o capacità di influire sull’equilibrio o sullo svolgimento delle persone o degli ambienti.
[Devoto-Oli, 1967].
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34 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Quali e quanti sono i libri prodotti dal nostro Paese, in questi 34 anni, che si possono definire importanti? Quali i libri dei quali non avremmo potuto fare a meno? Quali quelli che hanno influito sull’equilibrio del nostro mondo?
Quali – seguendo l’etimo (in- e portare = stabilire quali cose non esistono nel proprio Paese, e introdurle, portarle dentro) - quelli che dovremmo portarci a casa, se dovessimo portare a casa solo ciò che a casa non c’è, manca?
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[ciascuno è libero di indicare il numero di titoli che vuole, sia di narrativa che di saggistica, non ci sono altri vincoli oltre a quello temporale: devono essere usciti dopo il 2 novembre 1975]

libro che manca (valenza generale): “Donnarumma” di Ottieri, attualmente disponibile solo nel meridiano mondadori di opere scelte, il tascabile è fuori catalogo.
libro che manca (valenza privata): “Settefacce” di Ozono Boy, della vecchia collana ossigeno feltrinelli curata da Stefano Benni, andato subito fuori catalogo.
Io penso invece che qui si chieda agli utenti di contribuire a creare una lista di libri ‘imprescindibili’. Provo a segnalare qualche titolo (forse mi sbaglio):
- Se una notte d’inverno un viaggiatore (Italo Calvino)
- Il nome della rosa (Umberto Eco)
- Gomorra (Roberto Saviano)
- Porte aperte (Leonardo Sciascia)
- Improvvisi per macchina da scrivere (Giorgio Manganelli)
- Le lezioni americane (Italo Calvino)
- La banda dei sospiri (Gianni Celati)
- Mosca più balena (Valeria Parrella)
- Sostiene Pereira (Antonio Tabucchi)
Non sono un gran lettore di narrativa contemporanea, per ora lascio questo mio contributo, se mi venissero in mente ulteriori titoli li aggiungerò.
Grazie Enzo, lo spirito sì, è esattamente questo (ci scusiamo anzi con Sara di ernest, per non essere intervenuti prima), quello ciò di creare, collegialmente, tramite i contributi degli utenti in rete un indice, un canone dei libri ‘importanti’ prodotti in Italia dal giorno della morte di Pasolini ad oggi, negli ultimi 34 anni insomma.
che faccio? ripeto i titoli in comune con Enzo?
io tengo:
“Se una notte d’inverno” 1979
“Gomorra” 2006
e aggiungo una considerazione: le maggiori difficoltà le ho per quanto riguarda gli ultimi 15 anni – forse perché il tempo non ha ancora setacciato la messe delle migliaia di libri pubblicati.
inserisco qualche titolo, magari rimpinguo più in là:
“Altri libertini” 1980
“le mosche del capitale” 1989
“Petrolio” [embe'] 1992
“Cargo” 1999
“Troppi paradisi” [?] 2006
… mi fermo e aspetto i prossimi commenti.
e.
Sì, io suggerirei a ciascuno di ripetere la sua lista per intero, così più avanti sarà possibile stilare una classifica che tenga conto del numero delle occorrenze dei singoli titoli nelle preferenze dei lettori.
anch’io ho problemi con gli ultimi 15 anni… il difficile è proprio farlo con i contemporanei ’sto giochetto
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anyway, alcuni dei miei sono stati già citati, cerco di fare una lista che mi sembri compiuta e la posto.
Ha ragione enpi, gli ultimi anni sono troppo vicini per poter decidere cosa mettere nella capsula del tempo e cosa no ma ci si può comunque cimentare…vediamo un pò:
un primo frammento di lista, così random, potrebbe essere:
“Il cappotto di Astrakan” di P. Chiara.
“Composita solvantur” di F. Fortini.
“L’arte della fuga” di G. Pontiggia.
“Nottetempo, casa per casa” di V. Consolo.
“A che punto è la notte” di Fruttero&Lucentini.
“Camere separate” di P.V. Tondelli.
“Snack Bar Budapest” di M. Lodoli e S. Bre.
“Seminario sulla gioventù” di A. Busi.
“Treno di panna” di A. De Carlo.
Condivido poi con Enzo:
“Il nome della Rosa” di U. Eco.
“Gomorra” di R. Saviano.
E con Enpi:
“Le mosche del capitale” di P. Volponi.
rilanciando il suo “troppi paradisi” con “Il contagio”
provo a buttarne giù qualcuno, molti già citati:
- “Se una notte d’inverno un viaggiatore” (Italo Calvino)
- “Il nome della rosa” (Umberto Eco)
- “Porte aperte” (Leonardo Sciascia)
- “Le lezioni americane” (Italo Calvino)
- “Le mosche del capitale” (P. Volponi)
- “Lo spasimo di Palermo” (V. Consolo)
- “Gomorra” (Roberto Saviano)
- “Troppi Paradisi” (Walter Siti)
- “La chimera” (Sebastiano Vassalli)
poi vedo, c’è altro. non è facile.
Allora, io non condivido per niente l’inserimento di Calvino (per me, l’autore più sopravvalutato della storia della letteratura italiana) e di Eco (se non dal punto di vista della sociologia della letteratura, ma non mi pareva questa l’ottica). Mi interessa Lodoli (di cui lessi l’interessante esordio “Diario di un millennio che fugge”), ma non so se vale abbastanza da ricordarselo tra cinquant’anni (temo di no).
Invece ve ne lancio due, diversi e lontani, ma parimenti esplosivi (a mio parere):
- La vita apparente (Guido Ceronetti, 1982)
- Il tempo materiale (Giorgio Vasta, 2008)
Davide: neanche “Se una notte d’inverno”?
Guarda, devo premettere che Calvino è un autore a me particolarmente indigesto, quindi dietro la mia esclusione c’è una questione di inclinazioni e gusti personali, oltre a un’idea più ampia di letteratura (aggiungi, poi, che all’università capitai in un dipartimento di italianistica dove un corso su due era su Calvino, cosa che non mi aiutò).
Per risponderti: sì, anche “Se una notte”, e anzi è forse il libro suo che sopporto di meno, perché è quello in cui più chiaramente si esprime una concezione del mondo e della letteratura che è agli antipodi della mia: postmoderna, leggera, citazionistica in maniera esibita, ludica a priori, lontana dagli abissi etici, volta all’accumulazione di dati, alla contemplazione del molteplice, all’esplorazione della superficie. Giocare con la struttura, con la citazione, con il rimando, con la strizzata d’occhio, sono tutte cose che vanno pure bene (per carità), ma che vengono dopo, infinitamente dopo.
In questo senso Ceronetti e Vasta, pur in modi molto diversi, rappresentano bene la mia idea di una letteratura “pesante” (ovviamente senza mettermi qui a citare gli ascendenti “classici”).
Però insomma, manco lo volevo dire, ma poi mi è parso giusto movimentare un po’ le cose
Ne approfitto per chiedere qualche consiglio per quanto riguarda questi libri “moderni”. Nella mia libreria ci sono solo esempi di letteratura ottocentesca, poco del novecento e, sicuramente, precedenti agli anni 70′. Però un autore che mi ha colpito moltissimo è stato Chuck Palahniuk di cui ho comprato l’ intera produzione. Lo trovo geniale. Descrive nelle sue storie un mondo sconosciuto agli occhi della gente comune ma che comunque rimane nell’ ambito del reale, senza apparire fantastico. Penso abbia ideato un nuovo genere di personaggio, il personaggio “palahniukiano”, grottesco, vero, divertente, reale ma introvabile. Lo consiglio vivamente. Se qualcuno lo conosce mi farebbe piacere la segnalazione di artisti del genere. Grazie mille
Mi correggo… Palahniuk non è italiano, come è facile immaginare. Però comunque penso si debba avere in libreria. Si può imparare molto anche dagli scrittori stranieri, da lui per primo. Chi sà, forse fra un paio d’ anni sentiremo di un artista che, in un intervista, confessa di essersi ispirato al grande stile di Palahniuk per le sue opere.
proprio per fare un po’ di polemica:
], il buon vecchio Chuck è un bidone tal quale il buon vecchio Hank – Charles Bukowski – che la Feltrinelli c’ha imposto, fra le nostre letture adolescenziali anni novanta.
se Calvino è sopravvalutato [Davide! ma porca miseria...
Lupus, molti dei libri che trovi elencati nei vari commenti sono assolutamente da leggere. poi, leggendo, tutto si ridemensiona – come noi ridimensionammo il vecchio Hank, dopo aver letto di meglio. di molto meglio.
Premesso che a leggere “Calvino sopravvalutato” mi viene l’ernia all’anima…io “lezioni americane” lo consiglio a chiunque si avvicini alla scrittura, in particolare la lezione sulla Leggerezza. E’ un testo che non va letto, va succhiato come nettare.
Poi dico “Gomorra”, perché Saviano sta riportando il peso della parola letteraria in primo piano, e lo sta facendo con grande intelligenza, ma soprattutto con grande capacità scrittoria.
E, non per onorare il decesso, “La gazza ladra” di Alda Merini, perché la poesia sta scomparendo nell’immaginario collettivo…la poesia come aspirazione tutta verticale alla grazia e alla bellezza, dico.
P.S.
Bukoswki ha il ritmo. E il ritmo è più raro di quanto non si pensi, in uno scrittore.
[in effetti qui dovremmo citare i titoli, perché se questo post otterrà un numero di visite e una risonanza significativa - cosa difficile, ammetto, e della quale dubito - l'idea sarebbe proprio quella di cavarne un piccolo indice democratico, una lista di libri 'importanti' indicati da noi lettori della rete; detto questo, e indicati sopra i titoli che ho creduto di indicare (almeno per ora) mi concedo anch'io un commento off topic, un commento non a un titolo ma ad un autore, perché - si possono naturalmente avere varie e diverse impressioni sul livello generale della letteratura italiana negli ultimi 34 anni - ma a mio avviso se dovessimo indicare invece che alcuni titoli Uno ed un solo Autore quello sarebbe senza dubbio e per distacco Italo Calvino]
domanda difficile per me e non solo perché sono una lettrice esterofila: mi sono appena resa conto che i libri italiani che reputo imprescindibili sono quasi tutti pre-1975
comunque direi:
Canti del caos – Antonio Moresco
Altri libertini – Pier Vittorio Tondelli
Il tempo materiale – Giorgio Vasta
[di Calvino avrei messo Le città invisibili ma è del 1972! Gomorra per me non è letteratura]
ilaria
ero abbastanza sicuro di suscitare lo sdegno generale. non ho scelto un nome a caso, infatti, ma uno emblematico di una serie di valori quasi universalmente condivisi da chi si occupa di letteratura, non solo a livello accademico a quanto pare.
certo, non sono l’unico a pensarla così ( http://archiviostorico.corriere.it/1998/gennaio/08/Calvino_ovvero_come_retorica_puo_co_0_9801082598.shtml ), e questo, almeno un po’, è confortante.
Sia nella domanda, che nelle risposte, noto l’assenza di libri di poesia. Eppure la data di partenza è fissata nella morte di Pasolini: Pasolini, innanzitutto un poeta.E cosa, se non la poesia, poteva mancare, la poesia, che è in sua radice segnata dalla mancanza?
Ergo, provo a citare un libro di poesia italiana, imprescindibile e scritto dopo il 1975: “Per il battesimo dei nostri frammenti”, di Mario Luzi.
@Davide. non si tratta di “sdegno”
però “Se una notte”, secondo me, corrisponde totalmente alla definizione di importante. per quello che ha prodotto nella letteratura mondiale, per l’introduzione del meta, per come è scritto ecc. è terribilmente moderno.
@P.G: vero. e credo non sia esclusa dalla domanda anche la saggistica.
Enpi: su questo ti do pienamente ragione. Il libro di Calvino è molto importante, simboleggia tutto un periodo, ed è in anticipo su molte cose che verranno dopo. Il punto è che, per me, anticipa e/o riassume tendenze e sviluppi eminentemente negativi della letteratura e non solo. Quindi per me ha un grosso valore negativo
Calvino non era solo, quello stesso tipo di letteratura (che poi più avanti è stato rielaborato anche in un certo tipo di cinema), era lo stesso propugnato da quelli dell’Oulipo, per dire, e in parte da Borges. Il tutto a livello fortemente consapevole, cioè questi signori erano tra loro in contatto.
Il paradosso nelle rilevazioni mosse da Moresco (che credo tu condivida, se le citi, o no?) è che lui sostanzialmente muove accuse a quel genere di letteratura (o dovremmo dire di concezione dell’arte?) che potremmo definire meta-, indica cioè come un difetto la rete di referenti/riferimenti di cui Calvino si serve, insomma fa un discorso contro il postmoderno. Questo fare le pulci al postmoderno mi sembra diventato un po’ un clichè, nel senso che è ovvio che ha fatto il suo tempo, ma Calvino, come gli altri che ho citato, era in anticipo su questa concezione della letteratura/arte: non in ritardo (e questo lo rilevi giustamente anche tu).
Non solo: il paradosso vero è che queste stesse accuse – ma proprio parola per parola – potrebbero essere rivolte anche a Dante: letteratura meta-, rete di referenti per sostenere una determinata idea dell’arte, postmodernismo, etc. È quindi così disprezzabile anche Dante, o meglio lo sono tutti gli autori e tutte le epoche geneticamente postmoderne [il '300 e la seconda metà del '900 per certi versi sono molto simili]?
secondo me Davide si riferisce a una questione prettamente editoriale. di egemonia in libreria.
ovvero: da quando Mondadori ha acquisito il catalogo Einaudi, ha sempre puntato sul Calvino più semplice [Oscar], come ha imposto Palahniuk dopo “Fight club” [Strade blu]. come Feltrinelli ha spinto per anni su Allende-Benni-Bukowski e così via.
ma nelle piccole librerie, invase da nuove uscite e Baroni rampanti e Visconti dimezzati, chi l’ha mai visto “Se una notte d’inverno”?
[c'è proprio una collana "oscar opere di Italo Calvino"]
["Fight club" uscì con Edimar, nel 1998]
L’Oulipo è più vicina alla Settimana Enigmistica che alla letteratura, per come la vedo io, ma sono gusti.
Poi, ti rispondo anche se non so se te lo meriteresti, visto il modo di argomentare che usi: cioè, come puoi onestamente pensare che uno qui voglia negare il senso del recupero, della citazione, della tradizione, e blablabla, che è chiaramente, ovviamente e palesemente un presupposto di ogni espressione artistica?
E’ ovvio che nessuno, tanto meno io, penserebbe una cosa del genere. Quindi, per favore, evitiamo le mistificazioni.
Non è più “postmoderno” – se gli vuoi dare questa etichetta – Dante di quanto lo sia Ariosto, o Goethe, e tanto più quanto più parliamo di autori grandi, quelli cioè che più degli altri hanno raccolto le suggestioni e le correnti socioculturali di un’epoca, riversandoli poi nelle loro opere. Poi si può discutere sulle epoche più o meno aperte a, etc, etc, ma non è questo il punto, e non è di questo che parlavo io.
Io parlavo di una concezione anodina e inoffensiva della letteratura – che certo non si può attribuire a Dante – come predicata e teorizzata da Calvino (ed è questo contro cui si scaglia Moresco, che in larghissima parte condivido. Non ho capito qual è il “paradosso delle rilevazioni mosse da Moresco”). Il “fare le pulci al postmoderno” sarà pure diventato un cliché, ma io non lo intendo come lo intendi tu: cioè, per me il problema non è che “ha fatto il suo tempo”; il problema è che si tratta di un approccio – a mio avviso – insincero, meschino, “debole” e opportunista. E mi pare legittimo, quindi, attaccarlo, anche se è già stato fatto più volte (ma spessissimo con prospettive non meno opportuniste e false, vedi il NIE).
Comunque, anche sull’Oulipo, non condivido: fai di tutta l’erba un fascio in modo un po’ grossolano su questo secondo me (e lo dico senza offesa, santo cielo!): ci sono un paio di romanzi decisivi che sono usciti dall’Oulipo, tipo “La vita istruzioni per l’uso”, oppure “I fiori blu” – che è più innocuo, sì – ma da questo a dargli della settimana enigmistica secondo me ce ne corre…
Poi, sempre su Moresco, non lo so, ma da parte sua questa critica a Calvino mi lascia perplesso, perché verrebbe da chiedersi allora che cosa ha fatto lui, Moresco, in Letteratura che gli consenta di muoverla. La domanda è seria perché in effetti non lo conosco abbastanza bene, ma per quel poco su cui ho messo gli occhi mi ha dato un po’ l’idea di un tentativo di ‘Burroughs all’italiana’, e la cosa non mi ha entusiasmato.
E ancora, partendo questa volta dalle tue parole secondo cui “il problema è che si tratta di un approccio – a mio avviso – insincero, meschino, “debole” e opportunista”, quale sarebbe l’approccio opportunista, quello postmoderno in generale o quello di Calvino in particolare (è una domanda vera: dalla frase sembrerebbe che tu ti riferisca al postmoderno mentre invece forse intendi solo Calvino)?
(siamo pericolosamente off topic)
ecco qua il passaggio di Moresco al quale mi riferivo:
“Ogni artista su cui Calvino posa gli occhi viene sviscerato, depotenziato, calvinizzato, ridotto alla sua misura concettuale, tanto grande e’ il suo bisogno di costruire attorno a se stesso reti protettive concettuali, tanto grande e’ la sua paura che, nel confronto, salti agli occhi la propria natura fetale.”
E veramente non ho capito bene perché tu te la sia presa, non mi piace il tipo di analisi che fa lui, e comunque certo che il recupero, comunque inteso, è un presupposto di ogni forma artistica. Direi che su questo siamo d’accordo.
scusate se mi intrometto. premessa: considero Moresco già un classico della letteratura italiana; mi piace il Calvino delle Città invisibili e delle Lezioni americane – molto poco quello di Se una notte d’inverno.
personalmente non amo le etichette, mi sembrano riduttive.
un buon libro – e un buon scrittore – prescinde o dovrebbe prescindere da questo.
ragionare a compartimenti stagni è pericoloso.
Non trovo Calvino inoffensivo come non trovo Moresco illeggibile (tanto per citare una delle critiche più frequenti che gli sono state mosse). Non credo che amare un autore (Moresco) significhi dover sposare tutte le sue idee e i suoi gusti sulla letteratura.
se poi la questione è puramente editoriale il discorso cambia: dovremmo riuscire a svincolare le nostre letture e le nostre preferenze senza farci orientare dal marketing delle case editrice. insomma creare noi i nostri ‘classici’ senza farceli imporre.
Sono d’accordo con Kitiana.
premesso che non ho nulla contro calvino (e che ho letto i commenti precedenti un po’ di corsa), mi piace quando qualcuno se la prende con i mammasantissima, quindi vorrei commissionare a davide una filippica contro cent’anni di solitudine e garcia marquez in generale (difficilissimo arrivare a fine libro!), spero non mi deluderà.
su fight club et similia (di cui sono invase le librerie) non che non siano godibili, ma insomma definirla letteratura memorabile. è un po’ la differenza che passa tra vedersi novecento di bertolucci o spiderman al cinema. non che il secondo non mi sia piaciuto, ma è un’altra categoria, e su questo mi piace la definizione di “letteratura pesante”.
gli italiani da mettere in lista? difficile farsi venire qualche idea (calcolando che con tutto l’affetto non me la sentirei di proporre benni o camilleri). penso che per un giudizio simile si debba far decantare per più tempo un testo, e inoltre, e non scherzo, il fatto che gli autori siano vivi crea grosse difficoltà sociologiche per la definizione di un classico.
proporre cose come de carlo è ai limiti della fantascienza. effettivamente l’unico testo che può essere davvero già un classico e gomorra. però, e non fraintendetemi, è un libro a mio parere straordinario, non riesco a capire come si possa apprezzarne lo stile. quando lo lessi ricordo il fastidio che incontravo alla terza metafora tesauriana nella stessa frase, a leggere costrutti arzigogolati e ampollosità forzate, che a mio parere erano ancora meno apprezzabili in virtù del tema trattato. ci ho letto una sorta di “guardate che non sono una sorta di reporter sono uno scrittore anch’io”
ad ogni modo sarebbe certo più facile una lista dei non memorabili (o memorandi)! io comincerei con baricco e ammanniti. altre proposte?
Mi dispiace, ma ho argomentato fin dal secondo commento (il primo voleva rientrare nel genere-lista, come i quelli che precedevano, per questo era così lapidario). Cito “sì, anche “Se una notte”, e anzi è forse il libro suo che sopporto di meno, perché è quello in cui più chiaramente si esprime una concezione del mondo e della letteratura che è agli antipodi della mia: postmoderna, leggera, citazionistica in maniera esibita, ludica a priori, lontana dagli abissi etici, volta all’accumulazione di dati, alla contemplazione del molteplice, all’esplorazione della superficie“. Poi spiegavo che la mia idea era ben rappresentata da libri come quelli di Ceronetti e di Vasta (questo non mi sembra sia stato preso in considerazione da nessuno nella successiva discussione: come ogni esempio, avrebbe invece aiutato molto a capire cosa dicevo e perché lo dicevo).
Poi ho rimandato al pezzo di Moresco, e anche lì mi pare che ci siano argomenti (anche se centrifugati nella brevità dell’articolo. Moresco ci ha scritto mezzo libro su questo argomento). Poi ho scritto che “Il libro di Calvino è molto importante, simboleggia tutto un periodo, ed è in anticipo su molte cose che verranno dopo. Il punto è che, per me, anticipa e/o riassume tendenze e sviluppi eminentemente negativi della letteratura e non solo“. Quindi, pure qua, mi sembra che non ci siano “toni non corretti”, ma una spiegazione puntuale del perché non considero valido quel libro.
Mi pare, insomma, di aver argomentato in maniera abbastanza chiara. Poi è evidente che la mia è un’opinione.
Sull’Oulipo ammetto che la mia era una definizione provocatoria, ma il giudizio sostanziale non cambia: l’amore per il gioco, per la letteratura che si specchia in sé stessa, per la lingua che si rincorre, mi pare dominante. Ora, io questo lo rispetto pure, per carità, meglio di tanti altri, ma proprio non fa per me.
Sull’atteggiamento “opportunista”, mi riferivo in generale alla morale postmoderna, che è notoriamente da banderuole (con eccezioni, ok, ma insomma).
Lucio, secondo me il libro di Marquez non merita nemmeno una filippica, lo lascerei a cuocere nel suo brodo (come tre quarti e più della letteratura sudamericana, anche questa opinione personalissima e avversatissima).
Condivido al 100% il tuo giudizio su Gomorra: è un validissimo reportage, scritto peggio che male, con fastidiose aspirazioni a una letterarietà quanto mai fuori luogo.
Accoglierei la tua proposta di “contro-lista”, ma 1) sarebbe sterminata e 2) troppi nomi troppo facili (Moccia, Fabio Volo, etc, etc…), e impossibile darle un criterio (tipo “Ma Moccia manco lo nominiamo perché è evidente che non è letteratura”. Ma co’ sti presupposti le cose si fanno spinose…).
(e non so come mi ero perso un commento… è un morbo è un morbo, è la suina! chiedo venia)
mi spiace che la pensi così comunque su Moccia, ero lì lì per proporre tra i tramandabili “Amore14″ (2009)!
Davide! e a me nun me risponni?
e.
Enpi: scusa ma già avevo scritto troppo, e me ne pento, e mi era sfuggito il tuo post. Ti rispondo

Il punto, su Calvino, non è editoriale ma proprio ideologico, cioè relativo a visioni del mondo (e della letteratura). Quindi a me dà fastidio che Mondadori punti su Calvino, qualsiasi opera scelga
(scherzo, non sono così nazi). Però il problema che sollevi mi pare fondamentale, e l’osservazione giustissima. La grande editoria italiana, anche quella che ha una storia di innovazione, di coraggio, di pubblicazioni ad altissimo livello qualitativo, punta da anni su una semplificazione becera, su un gioco al ribasso sconfortante. Ancora peggio, poi, quando i vari stililiberi o stradeblu confondono il coraggio e la capacità di osare con la trita operazione commerciale di fare scandalo per vendere, con contenuti letterari prossimi allo zero.
Quindi appoggio in pieno questa tua osservazione (l’unico autore su cui ho dei dubbi è Bukowski, che secondo me soffre un successo troppo vasto e troppo scemo, ma un fondo di cuore ce l’ha, anche se certo non stiamo a parla’ de Nabokov), e anzi, invito tutti a indicare editori e/o collane “meritevoli” di non appiattirsi sul facile, sullo “scorrevole”, insomma sul commerciale puro e semplice (e attenzione: mi riferisco tanto al proporre nuovi autori quanto [e forse più] al proporre autori anche sepolti da qualche secolo, ma colpevolmente non ripubblicati magari da decenni).
pienamente soddisfatto dalla risposta
["Se una notte" corrisponde alla definizione di importante e siamo d'accordo, alla fine, anche su questo]
dai dave presto magari proviamo a tirar giu’ anche un indice di editori e collane ‘meritevoli’! [su Bukowsky sono d'accordo]. (f)
Condivido “Altri libertini” di Tondelli, azzardo anch’io “Il tempo materiale” di Vasta e, visto che mi sembra che nessuno l’abbia citato, aggiungo “Diceria dell’untore” di Bufalino.
sempre sulla questione della “controlista”, mi permetto di segnalare che no, un criterio, o almeno uno straccio di criterio, c’è, e come.
Io ho parlato a titolo esemplificativo di Baricco e Ammanniti, tu, Davide, di Moccia e Fabio Volo. Ma a pensarci bene, mi sembra che solo i primi, e non i secondi, ricevano salamelecchi da Fazio, recensioni lusinghiere su repubblica e simili, interviste idolatre dalla dandini eccetera eccetera. Quindi parlo di una categoria ben più ristretta di quella delle semplici cazzate, e credo anche, in fondo, più dannosa per la nostra povera letteratura italiana di cui stiamo discutendo.
lu, se vuoi pe’ tajasse la famo pure la “controlista”, ma effettivamente non è pregnante come una lista di pochi libri importanti, dalla quale tutti i non citati sono evidentemente esclusi. in ogni modo nelle prossime settimane un post per lanciare una “controlista di mezzo” (cioè di quegli autori main-stream celebrati dalla critica patinata ma in realtà paraculi, fastidiosi, parassitari dell’organismo letterario e dannosi), te lo metto pure, così, a mo’ di boutade. (peccato che davide abbia declinato il tuo invito alla filippica contro garcia marquez, anche quello sarebbe stato mica male
)
Sì, il criterio è utilizzabile, e forse vale la pena fare una prova (sono sicuro che anche lì nascerebbero discussioni animate, eheh). Andando clamorosamente OT vi dico – per mitigare in parte la mia brutale presa di posizione contro i sudamericani – che alcune cose di Osvaldo Soriano mi piacciono tantissimo: più di tutte, forse, il racconto lungo “Quartieri d’inverno”, mezzo capolavoro.
(Osvaldo Soriano mitico, ma siamo OT davvero di parecchio
)
eh, però io non metterei affatto Ammanniti o Baricco sullo stesso piano di Volo e Moccia. i primi sanno scrivere. i secondi “sono scritti”.
per dire [parere mio]: Veronesi è l’autore italiano contemporaneo che “scrive meglio”. è a un livello tecnico eclatante.
poi, questo, non è sufficiente per scrivere dei libri importanti, ma credo sia necessario separare i piani.
Mettere Ammaniti e Baricco sullo stesso piano di Moccia è una bestemmia pura. Trovo che ci sia una certo atteggiamento diffuso nel criticare autori affermati per il solo fatto che sono affermati. Che poi Ammaniti non sia quanto di meglio la letteratura mondiale abbia mai espresso e che possa venire presto a noia non ci piove, ma mi sembra piuttosto snob liquidarlo come “autore commerciale alla stregua di Moccia”. Cosa che vedo in giro piace tanto fare. Mi sembra che ci sia un modo di agire e pensare tale per cui appena qualcuno supera tot copie vendute diventa immediatamente a priori Il Male. Faccio un esempio terra terra. Quest’anno è uscito per Fazi “Mia sorella è una foca monaca” di Christian Frascella. In poco tempo ha venduto un bel po’ di copie e si è iniziato a parlarne. Immediatamente su blog, forum letterari ecc. hanno iniziato a fioccare teorie allucinate sul fatto che Frascella sia raccomandato, abbia chissà quali agganci, sul fatto che ormai la letteratura italiana è una merda ecc ecc. La cosa stupefacente è che la maggior parte delle persone che commentavano ammettevano candidamente di non aver mai letto il libro e facevano questi simpatici ragionamenti sulla base del titolo, della postfazione di Genna, sulla base delle copie vendute e del fatto che in libreria ci fosse il libro in vetrina. Ora, io non ho letto il libro, probabilmente è brutto, probabilmente è carino, molto probabilmente non è un capolavoro, ma mi piacerebbe capire per quale motivo Fazi dovrebbe puntare grosse risorse su un libro tanto brutto, per quale motivo la gente dovrebbe comprarlo, per quale motivo Genna dovrebbe esaltarlo ecc. ecc. sulla base del semplice fatto che “Frascella è raccomandato”. Ma da chi? Perché? Quando? Come?
Il caso Melissa P. è diverso, lì c’era un’operazione commerciale che puntava direttamente a colpire la morbosità e la “pedofilia” (sia preso nel senso più vago possibile) dell’italiano medio. Che puntava sul personaggio Melissa P. Qui mi sembra che non ci sia nulla di tutto ciò.
Tornando ad Ammaniti, anche se non figura tra i miei autori preferiti, francamente mi sembra che sia molto ma molto lontano da essere il male della letteratura italiana. Anzi, se non avesse venduto così tante copie, probabilmente sarebbe ammirato anche da gran parte della gente che gli dà addosso.
[mi permetto di osservare sommessamente che né lu né davide (e tanto meno io che per divertimento mi sono proposto di concedere a lu la sua agognata 'lista di mezzo'), intendessero porre sullo stesso piano moccia e ammaniti]
Hai ragione Federico, ma non era un attacco nè a te nè a lu nè a davide. Ho solo preso spunto per fare un’osservazione su un atteggiamento che mi sembra parecchio diffuso. Andando tra l’altro colpevolmente O.T. ; )
@fede
mi piace molto il “sommessamente”
@francescocolla [che buffo chiamarsi "enpi" e "francescocolla" fra noi
]
ciò che vende non è il Male. ciò che vende spesso è il Male. e son due cose diverse.
della questione Frascella non so nulla, quindi non posso dir nulla. però quando qualcuno dice a Moresco che non può criticare lo stato delle cose perché pubblica con Mondadori… ecco lì mi rendo conto che il confine è sottile, ma può essere valicato. però – forse bisogna essere Moresco, cioè fottersene delle scarpe buone e della fama e dei soldi ecc.
mi fa anche sorridere Roberto Bui quando, per rispondere alla stessa obiezione ["stai zitto tu, ché pubblichi con Einaudi"] dice: ma noi siamo *dentro* per combattere da *dentro*.
insomma ci portiamo dietro delle ambiguità, che vanno risolte caso per caso.
è terribilmente stupido dire che un best seller non può essere un libro importante. ma ha senso dire che un best seller è difficilmente un libro importante.
[altra cosa ancora parlare di chi i libri li scrive - e di come li scrive. io, per esempio, non penso affatto, come diceva qualcuno qui su, che Gomorra sia "scritto bene". anzi. ma questo non toglie che, per molti motivi, Gomorra è un libro importante.
come dire che Baricco non sia un "signor scrittore" - tecnica, stile, forma - è un eresia. i libri, poi, son un altra cosa...]
ah: con calma, quando avete tempo [Fede e Davide] potreste cominciare a formare l’indice – inserendo anche il numero di occorrenze per i libri pluricitati
[oh, ve la siete cercata...]
me la so’ cercata io e certo che lo farò… ma non nei commenti, ci sarà un post apposito e un nuovo invito a indicarne ancora… la voglio portare avanti per un po’ sta cosa, più utenti indicano le loro preferenze più acquisisce di significato (gomorra non è scritto bene ma è importante, that’s exactly the point
)
@enpi
sono ovviamente d’accordo, ma è anche vero che non c’è (o ce ne sono pochissimi) un libro considerato importante da tutti noi utenti che siamo intervenuti in questa discussione che non abbia venduto un botto nel corso degli anni.
@Fra
potrei fare il figo e dire che “Cargo” non ha superato la prima ristampa e io l’ho preso come remainder del remainder [tipo col 70 percento di sconto], un attimo prima del macero.
“Troppi paradisi” non credo sia stato un successo di vendite.
e così via.
[anche se basterebbe vedere quali di questi libri hanno avuto poi un'edizione tascabile/economica, per sapere se].
però vado al punto – ché tanto lo sappiamo tutti che son figo
– e dico che un libro importante non può essere invisibile. come da definizione qui su: deve “incidere”, avere delle ripercussioni, generare discussioni, cambiare le carte in tavola, mutare genere ecc.
quindi il libro importante è anche un libro letto. quanto? dipende.
qui, nell’indice che si sta formando, passiamo dalle due milioni di copie di Gomorra [Il nome della rosa, quante? di più? di meno?] alle migliaia a quattro cifre di Cargo.
insomma: la questione copie vendute è davvero complicata, e non abbiamo tutti i dati. però son contento che l’hai tirata fuori.
ps
quando esce il nuovo numero di Colla?
ah!
mi vengono in mente due cose:
- forse i libri importanti sono quelli che il tempo [quel galantuomo del tempo] preserva. e quindi diventano dei long seller. si vendono lentamente, ma per decenni [secoli, a volte]. qualcuno ne cercherà una copia, nel 2075, quando alcuni best seller saranno belli e sepolti.
- c’ho pensato un po’ su e aggiungo “Metallo urlante” (1998) ai miei.
‘ao,
e.
non ci piove sulla questione importanza/long seller
per quanto riguarda Cargo e Troppi paradisi sono eccezioni, e non credo comunque che Troppi paradisi abbia venduto poco. Tanto che dopo Troppi paradisi i libri di Walter Siti sono sempre più in bella mostra nelle librerie (almeno questa è la mia impressione).
In ogni caso mi sa che siamo grosso modo d’accordo.
(15-20 novembre)
ho letto un intervista a Cassini: era entusiasta per le vendite del primo semestre 2009. uno dei più venduti è Il tempo materiale – dei “protagonisti” del successo di vendite.
si parla di 80.000 libri venduti: 50.000 RR di Yates; 10.000 La solitudine del maratoneta; poi ci sono tutti Carver e i Foster Wallace, e tutto il catalogo Mf.
insomma: Il tempo materiale vende. fra l’altro, è acquistato da chi “ben legge”, ma saremo sulle 3/4.000 copie.
che è un successone, eh! – in più ha tutto il tempo per stra-vendere -
però il discorsi tutti i libri importanti sono best seller: vacilla.
qui l’intervista a M.C.:
http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/marco_cassini_editore_di_minimum_fax_si_racconta_ad_affari220609.html
e qui altri numeri Mf:
http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/editoria_cresciata_record_nel_2009_per_minimum_fax.html
Io sono dell’avviso di enpi, non è detto che un libro importante debba per questo essere poco venduto, così come è vero quello che dice francescocolla, vale a dire che spesso questi sono i titoli destinati a diventare long-sellers. Comunque, urge una classifica aggiornata! L’avrete per l’inizio della prossima settimana. francescocolla se ti va di implementare il rilievo statistico di questo sondaggio, tu che puoi, sostienilo!
Stasera mi sono messa a leggere il dibattito sul “nuovo canone da determinarsi democraticamente”. Non avevo intenzione di intervenire perché mi sento terribilmente fuori chiave. Però la tentazione, come al solito, è più forte della ragionevolezza.
Allora, ribadisco alcune cose che mi era capitato di dire in altra occasione. La mia convinzione è che se si resta interni al mondo letterario, nel considerare un’opera o un autore, non si può in nessun modo evitare la tautologia, o tante tautologie contrapposte fra loro, che però difficilmente dialogano davvero (ci si potrebbe chiedere, certo: ma è proprio necessario dialogare davvero? Bah, chi lo sa). Comunque questi giudizi tutti interni al mondo letterario servono forse principalmente all’autoalimentazione della “letteratura”, nell’immediato, e certamente, per appassionarcisi, bisogna almeno un poco credere in una sorta di autosufficienza di questo mondo. Stessa cosa per il discorso del –meta, del citazionismo, del postmoderno ecc. ecc.. È vero che tutti quelli consacrati dal tempo come “grandi” hanno fatto riferimento a scrittori e a scritture precedenti. Però quello che c’è forse da chiedersi, oggi, è se si accetta di restare impigliati nella rete della letteratura, come un pesce che non può più nuotare ed è destinato, se è fortunato, a finire in padella (la rete, evidentemente, è la letteratura precedente e tutta la fiction nelle sue diverse manifestazioni), o se si guarda la rete, ne si fa esperienza, magari la si ri-racconta, ma si nuota nel mare e si va al fondo e si ritorna in superficie ecc. ecc. ecc.. Mi sembra che la cosa più importante per dichiarare viva un’opera scritta sia cominciare dall’opera per uscire fuori e tornare al mare: certo, non in modo barbaro, ripercorrendo a ritroso tutti i meandri formali, tutte le suggestioni, i labirinti ecc.. Ma alla fine dico che quell’opera per me ha questo e questo senso, o ha un senso che mi irrita o addirittura che l’ho buttata via perché non sopportavo di leggerla o perché mi sembrava cretina. Credo che la cosa che dà valore a un’opera è proprio che induca a parlare di altro da sé. Mi pare che quello che si è messo più in gioco in questo dibattito, proprio sul senso che ha uno scrittore in rapporto al proprio mondo di convinzioni, alla propria sensibilità, a quel poco che si conosce della propria vita, ecc., sia stato Davide. Altra cosa che ho detto altrove, e, mi rendo conto, può parere strana: per me il giudizio di valore è dettato dalla necessità di non uscire pazzi, di non annegare nell’infinità delle scritture: se non morissimo mai, non ce ne sarebbe proprio bisogno, dei giudizi di valore, sono un male necessario, come un’operazione che quando una cosa dentro di noi non funziona. Il giudizio di valore è comunque, sempre secondo me, un approdo problematico e leggermente luttuoso, non un’urgenza fastosa di classificazione che, al di là delle nostre intenzioni e volontà, sarà fatta dal tempo, che potrebbe essere anche tutt’altro che galantuomo, chi lo sa, impossibile saperlo. Beh, comunque ho ordinato per internet il libro di Vasta, Il tempo materiale: ne ho lette le prime pagine sul sito della casa editrice, non mi ci ritrovo molto, ma sono appunto pochissime pagine. Mi interessa molto, fra l’altro, quel nodo oscuro del mio, del nostro passato che è al centro del libro. Spero di non spaventarmi nel leggerlo.
@Maria Laura
si sta discutendo “in Rete” dei commenti. è un discorso che si fa tre volte l’anno, da anni. ogni tanto spunta qualcuno che dice che vanno moderati, controllati ecc.
su Vibrisse, Andrea Cortellessa parla – in un commento – di “lotta da combattere”, di “temporanea sospensione della libertà per difendere la libertà” – più o meno, ho messo le virgolette, ma non è esattamente un citato.
ora: la Rete si autoregola.
i commenti li legge chi vuole, risponde chi vuole.
chi “gestisce” un blog o un sito sceglie se tenerli aperti, moderarli, chiuderli, guidarli.
il tuo commento – per esempio – è un meta-commento: non risponde alla domanda posta nel post; né risponde a un altro commento.
va oltre: è un commento ai commenti. quando scrivi:
“Mi pare che quello che si è messo più in gioco in questo dibattito, proprio sul senso che ha uno scrittore in rapporto al proprio mondo di convinzioni, alla propria sensibilità, a quel poco che si conosce della propria vita, ecc., sia stato Davide”, sembra che tu stia alzando delle palette da giurato di tuffi.
il senso della domanda iniziale è proprio, invece, andare oltre “i giudizi di valore” sulle opere, per raccogliere tutti i libri che, per chiunque si trovi a passare da qui, sono *importanti* secondo la definizione data nel post [Devoto-Oli 1967]. quindi è, appunto, un elenco – o indice – mentre il canone, se esiste, è nella definizione di importante.
incappare nel tautologico è facile.
tu scrivi: “Credo che la cosa che dà valore a un’opera è proprio che induca a parlare di altro da sé”.
la definizione iniziale, da cui si parte, è:
importante agg. Che è opportuno o necessario tenere in considerazione, spec. per quanto ne può derivare.
importanza s.f. Possibilità o capacità di influire sull’equilibrio o sullo svolgimento delle persone o degli ambienti.
ciao,
enrico
Allora, un tentativo più che di chiarimento, o forse solo insistenza.
Sicuro che ho messo in discussione l’impianto generale della proposta. Fuori tema. Gli interventi fuori tema non sono opportuni, vanno respinti? Beh, non rispondo io, non è su questo che devo esprimermi, queste cose le decide chi gestisce il blog, non io. “Lotta da combattere”: beh, mi sembra esagerato, non credo ci voglia molto per vincerla, per chi gestisce. Però, a parte la legittimità o la non legittimità dell’andare fuori tema, qualcosa sul –meta- commento devo dirla. Quando uno si pone a un livello “diverso” (mi riferisco ai livelli logici descritti da Bateson, non a qualcosa di presuntuoso) in un dibattito fra esseri umani, rischia: rischia di apparire molto antipatico, quello che presume di saperne più degli altri, che non ha rispetto per gli altri. Ho messo in conto questo, quando infine ho ceduto alla tentazione di intervenire. La metafora sportiva che usi – “sembra che tu stia alzando delle palette da giurato di tuffi” – esprime proprio questo disappunto, credo. Ma la valutazione “oggettiva” di un giudice di sport non ha nulla a che fare con il mio atteggiamento che oggettivo non presume affatto di essere, spero solo non sia del tutto solitario. Le metafore sportive non sempre funzionano, anzi, in queste cose, a mio parere, sono spesso fuorvianti.
Rispetto alla questione centrale. Faccio per un attimo appello all’esperienza. Anni fa, quando ero ancora in Italia, al pomeriggio mi capitava di ascoltare Farhenheit, su radio tre. Spesso facevano sondaggi sul futuro canone. Ricordo una volta che furono in tanti a votare per la Yourcenar, che io odio per il suo estetismo e il suo imperatore blasé, giustamente messo in scena da Giorgio Albertazzi. Nessuno aveva lo spazio per dire almeno perché gli piaceva la Yourcenar, che cosa dei suoi scritti muoveva i suoi affetti.
Insomma sono per un approccio a quanto si è scritto nel tempo e si scrive oggi che ci permetta di costruire nella nostra immaginazione esseri umani con cui parliamo, che ci permetta di avere una relazione profonda e appassionata, e pure faziosa, con loro. Non mi pare che le classifiche come quella proposta, di necessità abbastanza algide – a meno che qualcuno non rompa le file – come in parte ha fatto Davide (poi non sono d’accordo con lui su un migliaio di cose) – restituiscano questa passione che dal cerchio letterario porta al mondo e agli affetti umani: non nelle intenzioni generali, ma nel discorso che si fa giorno per giorno. Mi pare che ragionamenti su quello che si legge, che ci dà la percezione – certo, in cui si intreccia la nostra soggettività – di una persona che ha pensato, vissuto e scritto, e ci parla, siano cose più vive e ricche, siano consapevolezza della limitatezza un poco sconsolata della “corporeità” della nostra vita. Ma forse questi sono solo pensieri di una persona anziana.
Ciao. maria laura
no, no
Maria Laura, ho scritto apposta “sembra”, perché -credo- di aver capito cosa intendevi. ma sembra che, appunto.
ma non credo che sia stata posta una questione di canone. anzi: togliamo il “non credo”.
dove vedi il canone?
un elenco non può essere un canone. sono necessari elementi comuni e distintivi – per esempio.
chi li ha proposti?
se li ha proposti qualcuno, l’ha fatto chi ha “contestato” alcuni dei libri elencati da altri – Davide, per esempio.
tornando a “canone”. l’etimo rimanda a un’asta rigida, diritta. una linea, un solco, insomma.
dove vedi questa linea?
cosa accomuna – ne prendo tre a caso – Mosca più balena all’Arte della fuga e/o al Tempo materiale?
la mia risposta è: che qualcuno li abbia nominati qui, in questo post.
e il fine di questo post è: chi vuole fa dei nomi, di libri. poi, se proprio se ne sente l’impellenza altri possono contestare quei nomi, quei libri.
secondo me è una cosa interessante. non decisiva pr la mia vita, o per la tua, o per quella di chiunque altro, ma interessante.
ciao,
e.
Ho fatto riferimento alla frase di un precedente intervento della R.R.:“…un canone dei libri ‘importanti’ prodotti in Italia dal giorno della morte di Pasolini ad oggi, negli ultimi 34 anni insomma.”. Certo, lo riconosco, forse ho un po’ esasperato, come d’altra parte mi capita spesso. È che mi sembrerebbe bello se si accendesse un discorso a più voci sul senso che ha scrivere, leggere, ecc. Ecco, questo mi piacerebbe immensamente, fra le altre cose che possono piacermi. Mi chiedo: una sorta di ragionamento “epistemologico” su queste cose, sul versante che scegliamo per rapportarci alla “letteratura”, quella canonica e quella “di consumo”, che dura un attimo, è una cosa proprio del passato, morta e sepolta? O è una cosa solo da accademici ammuffiti? E poi, come facciamo, sia pure in rete, a distinguerci dalla logica di audience televisiva? Riteniamo sia bene distinguerci o non è importante?
Ma sto andando ancor più fuori tema e cerco di fermarmi, a questo punto. Chissà che una volta gli ingegnosi redattori della R.R. non trovino il modo di aprire una discussione sulla questione del senso: certo, non c’è da illudersi, se ciò avvenisse, di riuscire a toccare il fondo, è come cercare il senso alla vita: risposte sempre molto provvisorie, ma la ricerca vale la pena.
Beh, ciao, passa bene questo stralcio di domenica.
Maria Laura
intervengo perché viene chiamato in causa chi gestisce il blog.
dico cosa ne penso, dei commenti fuori tema. i commenti su questo blog sono liberi, praticamente non moderati. parzialmente tagliati solo in caso di ingiurie scoperte ai danni di qualcosa o qualcuno (e per ingiurie parlo di diffamazioni che hanno portato – anche attraverso commenti di un post su questo blog – a delle incriminazioni legali). ecco: quel genere di commenti è vietato, perché questo blog è gestito come un posto civile, ma libero. non bisogna eccedere nella libertà che in condizioni ‘normali’ comunque è garantita.
detto questo i commenti fuori tema – off topic – sono per loro natura poco gradevoli, a mio avviso, ma non per questo li censuro.
inoltre confermo che con questo post si vorrebbe poter fornire un’indicazione, il più possibile condivisa e formata dagli stessi lettori, di quali libri scritti in italiano siano da considerarsi importanti negli ultimi 34 anni. ma questa rilevazione (che al momento non merita neppure la definizione di statistica) non costituisce un canone, non è una sorta di manifesto che qualcuno propone in nome di qualche ideale, è aperta a tutti coloro i quali abbiano intenzione di fornire il loro contributo, e penso anch’io che tanti più lettori esprimano le loro preferenze quanto più questa specie di sondaggio acquisti di interesse e di valore indicativo.
le liste sono fredde? sì.
sono inutili? no.
leggo ora l’ultimo intervento di maria laura.
non escludo di certo di l’idea di un dibattito sulla questione del senso, certo rischierebbe come giustamente noti di risultare piuttosto evanescente, però se se ti viene un mente un buon modo di porre la questione sarò contento di proporla ai nostri lettori, e vediamo che ne esce fuori!
molto buffo il FediVi quando si abbottona la camicia
e.
ecco, subito sputtanato.
Importanti… parola difficile, “importanti”.
Il rischio, per quanto riguarda i libri degli anni passati, è di avere una memoria ridotta, alla fine ce rimangono per le mani solo i titoli “famosi” (che è diverso da “importanti”); già a chiedersi cosa è uscito nel 2002 si rischia di vacillare, o no?
Vediamo, negli ultimISSIMI anni, di cui abbiamo fresca memoria, direi “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta, “Gli interessi in comune” di Vanni Santoni, “Appunti per una storia di guerra” di Gipi.
In riferimento all’articolo del corriere (1998).
Un conto è criticare il Calvino scrittore prendendo dei passi specifici e facendo emergere da essi i concetti di “depotenziamento, calvinizzazione, ecc.”. Ma se la critica si basa su affermazioni dell’autore E su una buona prosa, c’è ben poco che si possa condividere.
Se si giudicassero gli scrittori da quello che dicono nelle interviste, si potrebbe creare un genere letterario a parte. Anzi, un genere paraletterario e paracritico.
Come già detto, nell’articolo di Moresco gli argomenti sono ridotti all’osso, perché lo spazio è minimo. C’è un libro che può essere d’aiuto in proposito ( http://www.ibs.it/code/9788833911885/moresco-antonio/vulcano.html ). Comunque il mio richiamo a Moresco era puramente informativo – serviva a dire che il dissenso verso l’idea di letteratura propugnata da Calvino non è circoscritto alla mia persona. D’altra parte non trascurerei, nel delineare e criticare il profilo culturale di un autore (e quindi non la sua opera, ma il suo ruolo globale nell’universo delle lettere italiane), un’analisi anche delle sue dichiarazioni pubbliche (le decantate Lezioni americane altro non sono che conferenze pubbliche), specialmente se parliamo di un autore che ha avuto le mani in pasta nell’editoria per tutta la vita, contribuendo così attivamente allo sviluppo e all’indirizzamento delle politiche del più importante editore nazionale del dopoguerra.
Accolgo l’invito/sfida di Federico con una proposta semplice: non so quanto la giudicherete attuabile. Perché non organizzate una sorta di premio, magari con scadenza trimestrale (per non dover lavorare troppo nell’analisi di quanto vi arriva) che si affianchi al premio per i racconti, per “recensioni appassionate” di libri usciti negli ultimi dieci o cinque anni(voi ovviamente riuscite meglio di me nel determinare tempi, organizzazione, indicazioni concrete e limiti, quindi non vado oltre)? Potreste formulare il “bando” in modo che gli autori dei piccoli saggi siano anche spinti a dire che cosa è per loro questa cosa che comunemente viene chiamata “letteratura”, che cosa c’entra con loro. Altra cosa che si potrebbe fare – potrei occuparmene io, ma molto più avanti, ora sono troppo incasinata, ma potreste anche meravigliosamente e molto meglio occuparvene voi -: scegliere un passo o più passi di grande significato, di autori antichi e contemporanei a proposito di poesia, letteratura, letteratura e vita, poesia e vita, esperienza di scrittura ecc. ecc., e quindi un premio per chi sa sviluppare un confronto interessante fra quello che pensa/sente lui e quello che ha detto il “grande”. Potrebbe essere addirittura un concorso misto: due “tracce” (spunta la vecchia insegnante, lo so bene, ma alla fine non tutto della scuola è da buttare): recensione di testi recenti e confronto con “pensieri importanti” e intensi sul senso della letteratura, dello scrivere ecc. Una specie di nuova stagione critica, sicuramente giovane (la critica non è schifezza, se è interpretazione intensa e originale aiuta a far vivere mille e mille volte un testo e un autore: v., in parte, Carla Benedetti) sul blog. Certo, il giudizio di valore ci sarebbe, ma almeno argomentato e problematico come d’altra parte fate già per i racconti. Pensate come la presa di posizione di Davide su Calvino, pur contenuta, è stata feconda di dibattito (su Calvino non mi esprimo, sono molto divisa). Devo però dire che non condivido affatto la condanna emersa da più parti della letteratura sudamericana, da cui si salverebbe solo Borges, non a caso il più “europeo”: ho letto tutto Borges, tutto ciò che ha scritto in prosa, anni fa,con sforzo e senso del dovere, e non si è depositato NIENTE di lui in me: più algido e “falso” di così… L’ho percepito così. In genere leggo anche per illudermi di vivere, pur se si racconta la tragedia: ci sono racconti di tragedie e di disperazione che ti fanno vivere più di storie consolanti, lo sappiamo. La mia impressione è che in scrittori del sud del mondo, soprattutto latinoamericani, e anche spagnoli – almeno in quelli che sto conoscendo – ci sia, pur quando raccontano le tragedie della vita, una sorta di vitalità, di giovinezza, “di lasciarsi andare alla vita” (non sono espressioni esatte, ma visto lo spazio, non posso fare molto di più) estranea a molti di noi, alla nostra (recente, di questi ultimi venti o trent’anni) tradizione, per cui è un segno di nobiltà avvitarsi in un male di vivere un poco segaligno e anche nel racconto di orrori. E ho pensato molte volte che se si ha il coraggio di reggere con lo stomaco, non è per nulla difficile inventare orrori, basta pensare alle paure che vengono per sé e per gli altri: se, per esempio, io scrivessi le mie paure, farei spaventosi racconti d’orrore, ma forse queste paure prenderebbero corpo e mi mangerebbero, e non solo me. Non solo per questo non scriverei mai racconti cosi`.
@Maria Laura

ok… le recensioni; gli “aforismi”. va bene.
ma la tua lista?
dov’è?
forza, vogliamo dei titoli.
e.
Maria Laura delle proposte che hai avanzato magari più avanti ne parliamo nel dettaglio. Ti preannuncio solo che eviterei la forma concorso (per non inflazionarla, far diventare tutto ‘concorso’ non ha senso, già decidere di istituire quello di racconti è stata un’iniziativa a priori discutibile, che però si sta rivelando non negativa). Dovremo insomma pensare a cosa fare esattamente e in che modo, ma certamente ne parleremo.
Rapidamente. A Federico: sarò felice di parlarne, se lo vorrai ancora, quando sarò uscita dalla pazzia in cui mi trovo ora.
A Enpi: certe volte mi pare di essere un dinosauro che cerca di capirsi con un grazioso cucciolo di delfino. Il cucciolo di delfino riporta le mie proposte “dinosaurali” a un genere-pillolesco: l’aforisma: gli sembra normale. I generi, le spine nelle zampe del dinosauro… Il dinosauro naturalmente pensava non ad aforismi, ma a qualcosa di molto più ampio e consono alla sua dimensione e vecchiezza. Stessa cosa per la lista. Ho scritto qualche recensione sparsa in questo blog. Liste ne feci in un tempo molto passato in corrispondenze personale con Davide e Federico: ma pensavo che fosse giustificato il gioco perché mi conoscevano. Non faccio liste, qui, resto dinosauro.
by the way, qua qualcuno ha tirato fuori ‘gli interessi in comune’ di vanni santoni praticamente, ehm… un libro ‘nostro’!
vanni un pomeriggio doveva venire in redazione da noi per firmare il contratto e quella stessa mattina fu convocato d’urgenza da feltrinelli! e, diciamolo, buon per lui! ma se non gli fosse capitato questo fortunato rovescio di sorte sarebbe uscito con noi, e allora mi viene il dubbio se non citarlo un libro nostro che secondo me un po’ epocale è: il principe di persia. ci penso, ci penso, poi decido…
[n.b. questa è una storia vera!
]
@Maria Laura
grazie per il “cucciolo di delfino” – non so se il riferimento è alle capacità intellettive, o all’età. in reltà credo di essere più “grande” di quanto t’immagini, sai?
ora: l’uso di “aforismi” è voluto.
è “fatto apposta”. così come la volontà sintetica.
in sostanza io ti sto dicendo:
perché in calce a questa post e a questa discussione, proponi altre discussioni? ben vengano le discussioni che proponi, ma qui non sarebbe il caso di far i nomi di libri importanti, come da domanda iniziale?
e questo è, in fondo, un ragionamento su “scrittura” e Rete. ovvero: volenti o nolenti, in Rete tocca essere brevi, e “stare sul pezzo”.
un tempo, nei Fora internet, era obbligatoria la dicitura “OT” per gli argomenti non inerenti al Forum stesso.
per dire: è una delle prime cose che si è capita, della Rete: che lo scritto-parlato tende all’off-topic, mentre, su quello stesso argomento, ci sono altre *discussioni*, da qualche altra parte. e se – caso improbabile – quelle discussioni non devessero esistere, ci sono luoghi e tempi per “aprirle”, senza difficoltà.
un abbraccio,
]
enrico [orca assassina
Naturalmente la scelta del delfino acquisisce significato, in questo contesto, se confrontato con il dinosauro. Allora, qualche informazione sui delfini:
I delfini emettono: a- fischi di modulazione differente per ciascun individuo; b- fischi specifici per mantenere la coesione del gruppo, per avvisare di pericoli o per la presenza di cibo. I
A giudizio di alcuni studiosi i delfini hanno molte capacità: a- capacità di apprendimento creativo; b- capacità di concettualizzazione; c- capacità di categorizzazione; d- possesso di rudimenti di sintassi; e- capacità di imitazione multimodali, vale a dire di comunicazione con differenti modalità e mezzi.
Sul dinosauro non ho e non cerco dati, credo comunque che fosse un essere intellettualmente disastroso. Sempre più in tema, no? Infrangere le regole può essere qualche volta una cosa buona e divertente. Però prometto che questo è l’ultimo.
Liste non ne faccio e non ne mando.
Ricambio l’abbraccio
ml
io avevo sentito dire che aveva vinto il Calvino (dico gli interessi in comune) ma poi venne ritirato per sopraggiunto contratto…
del Calvino non so, non me ne occupano personalmente io di Vanni Santoni. Ma è plausibile come ricostruzione dei fatti, la coincidenza incredibile fu che lo stesso giorno che doveva venire da noi fu chiamato d’urgenza da Feltrinelli, e firmò il contratto. (se era finalista al Calvino: a contratto firmato a quel punto credo che decada automaticamente la partecipazione al premio).
[...] alcuni importanti blog letterari questo un interessante sondaggio aperto ai lettori della rete. Con quello che manca – [se manca] dal rred-blog è partita questa [...]
[...] tempo fa abbiamo proposto un sondaggio: chiedevamo ai nostri lettori di indicare quali fossero i libri importanti scritti in Italia negli ultimi 34 anni, vale a dire dal giorno della morte di Pier Paolo [...]