Ecco il racconto vincitore del concorso Ultimo Round dei mesi di agosto/settembre 2009:
A mia discolpa posso dire che non pensavo sarebbe andata così. Il mio lavoro era quello di biologo genetista presso la ditta ‘New World’, specializzata in creazioni biologiche, cioè in sementi geneticamente modificate. Ero a capo del progetto ‘Imperatore Alessandro’, per la creazione di semi di piante che richiedessero poche risorse per crescere e che avessero una grande capacità di riprodursi autonomamente. Infestanti direbbe qualcuno. Sapevo che la variante k22 del seme di chinotto prodotta quel giorno aveva delle possibilità. In alcuni test aveva mostrato grandi doti.
La prima semina avvenne nel campo della famiglia Zeppo. Dovevo contattarli dopo un mese, ma dopo tre giorni mi passarono una telefonata. La pianta aveva oramai occupato tutto il terreno disponibile degli Zeppo.
Erano entusiasti, un raccolto in tre giorni! Per la mia professione era un grande successo. Per il mondo un disastro.
Questa memoria la scrivo a mia difesa, nel caso che nel futuro ci sia qualcuno che cerchi di capire l’origine di questa invasione. E’ il termine che rende meglio l’idea di quello che è successo. Le piante invasero i campi vicini. Riuscivano a riprodursi a distanza, sputando i semi lontano, come se usassero un mortaio. Queste erano caratteristiche previste, ma non avevamo pensato che la velocità di crescita fosse così alta. Inoltre la pianta mutava a una velocità che avrebbe messo in difficoltà lo stesso Darwin redivivo nel capire come.
Mutava e si adattava ai nuovi terreni che conquistava, al freddo delle montagne e all’umidità delle paludi. I suoi frutti variarono in colore e in forme, per cui in pochi mesi molte piante del chinotto Imperatore erano irriconoscibili rispetto ai loro antenati.
I contadini provarono con dei diserbanti, con il fuoco ma non c’era soluzione, la pianta occupava ogni metro di terra, bisognava estirparla con le mani giorno per giorno, non poteva crescere nient’altro. Il pianeta venne in pochi mesi invaso dal chinotto. Il grano era a rischio estinzione, per difendere un campo coltivato erano necessarie decine di persone che distruggessero il flagello chinotto. Una serie di carestie decimarono la popolazione mondiale.
L’umanità era tornata a lottare per la sopravvivenza. Doveva essere così durante la preistoria, solo che invece dei grandi predatori c’era il più temibile chinotto.
Scrivo queste poche righe dal mio laboratorio. Sto cercando di creare una versione modificata di una rana che si nutra di chinotto. Questo potrebbe aiutarci nella disinfestazione.
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Incrociatore M-76 data 87.30.43.23 – Trascrizione di un documento trovato dalla missione di ricerca nella zona galattica abitabile.
Conclusioni:
Il pianeta è avvolto in un groviglio di vegetazione. L’unico animale di una certa dimensione ha quattro zampe ed è prevalentemente verde. Produce un suono caratteristico.
La ricerca di forme di vita intelligenti ha dato esito negativo. Torniamo alla base.
MOTIVAZIONE
Racconto fantascientifico dotato di una profonda risonanza allegorica, che denuncia con efficacia l’eccessiva tensione allo sfruttamento delle risorse del pianeta tipica dei nostri tempi. L’alba del Chinotto, strutturato come una pagina di diario postuma, ci ha convinto per la capacità di sintetizzare in poche righe l’antefatto, e di procedere con passo calibrato ed efficace verso il tragico epilogo. Particolarmente adatto è l’utilizzo di frasi brevi, spezzate, che trasmettono l’impressione di fretta, di imminente pericolo in cui si trova il narratore. L’idea di fondo è solida (ci ricorda – ed è un ulteriore merito – il testo di questo capolavoro dei primi Genesis), e soprattutto sviluppata con precisione e senza fronzoli. Un difetto è l’espressione “Darwin redivivo” inserto umoristico già deboluccio di per sé, che rompe la tensione narrativa in un momento dove, a nostro avviso, sarebbe importantissimo mantenerla intatta. Ad Alberto De Paulis dunque l’onore delle armi del secondo Ultimo Round, quello al Chinotto!
[Nota dei compilatori: non vorremmo che, avendo eletto vincitore per la seconda volta un racconto più o meno fantascientifico, vi venisse l’idea che tendiamo a privilegiare questo genere. In realtà, ammettiamo, è un po’ il contrario: come vedete facilmente consultando il nostro catalogo, la letteratura di genere non è solitamente il nostro pane. Altri racconti, tuttavia, molto validi nello stile, ci hanno lasciato insoddisfatti per quanto riguarda la capacità di sviluppare una storia, sia pur minima].

COMMENTI
Innanzitutto grazie per la partecipazione incredibile! Va bene che erano due mesi, va bene che l’argomento proposto era di quelli frizzanti, agrodolci e piacevolmente diuretici, va bene che – diciamolo – un nostro libro gratis è pur sempre un premio da paura… ma insomma, ci avete mandato una valanga di racconti, e noi davvero non possiamo che esserne lusingati, e ringraziarvi tutti, indistintamente, di cuore.
Siamo felici perché abbiamo l’impressione che sia arrivato esattamente il messaggio che volevamo mandare, cioè che Ultimo Round è sì un concorso, ma è innanzitutto un modo efficace e fecondo di comunicare con il nostro pubblico, di scoprire cosa piace a noi e cosa piace a voi, di costruire insieme un’idea di scrittura, dialogando. Non vi raccomanderemo mai abbastanza di usare la sezione commenti, qui sotto, proprio per discutere, fare proposte, anche criticare il nostro operato ovviamente… insomma, tutto quello che serve ad aggiungere elementi a ciò che stiamo creando insieme.
Alcuni temi hanno attraversato massicciamente i vostri racconti, segno come di una memoria collettiva che lega inconsapevolmente le parole a significati inaspettati nella mente delle persone, e ci è sembrato – per l’insistenza di alcune tematiche legate alla parola Chinotto – di essere di fronti quasi a una junghiana manifestazione dell’inconscio collettivo. Hanno prevalso fortemente in questo secondo Ultimo Round tre tipi di tematiche: note nostalgiche, ambientazioni poliziesche, e senso della novità o del cambiamento. Cominciamo con passare in rassegna i racconti giunti sul podio (per altro molti gli ex-aequo a ridosso dei primi).
Di grande forza stilistica “Montenegro” di Nora Splendini, che racconta il disperato tentativo di un alcolizzato di ricostruirsi una vita partendo proprio dalla scura bevanda effervescente. L’asciutta potenza delle frasi, e la credibile introspezione psicologica lo hanno reso un ottimo candidato alla vittoria: il racconto mostra le sue debolezze, però, nell’assenza di un finale soddisfacente, che “chiuda” in modo efficace la storia:
Il supermarket del centro commerciale è affollato. Tutta questa gente, il rumore, la luce mi stordiscono. Rimango stupefatto di fronte a certe bilance dell’angolo frutta e verdura: anche se non compero niente faccio lo stesso tre pesate, uva, susine e pomodori. Divertente. Cristo quanta tecnologia è passata da quando spingevo il carrello a Liv. … Compero delle uova e una bottiglia di latte. Mi metto in fila alla cassa con tutta la roba in mano. Un padre chiama la figlia che arriva di corsa, non mi vede e mi urta. Le uova cadono e si rompono per terra. Tutti mi guardano. La cassiera mi guarda, la bambina mi guarda, suo padre mi guarda e anche i tuorli per terra sembrano guardarmi accigliati.
Tra i finalisti certamente anche il racconto di Toto de Totis, che rilegge in chiave inedita il rapporto di fascinazione e di mistero che può stabilirsi tra una madre e una figlia. Già nell’incipit si può riconosce decisamente la vena nostalgica che attraversa molti dei racconti pervenuti:
Posò il bicchiere sul tavolo Deco intarsiato in noce. Io la guardavo. Mi piaceva guardarla. Era molto strano che fosse lì, che fosse proprio lì, seduta al tavolo che aveva comprato Papà.
Simili accenti anche nel testo di Carlo Magni, in cui è raccontata la malinconica vicenda di un figlio che in un paio d’anni ha dilapidato le fortune paterne ma che non per questo è disposto a tutto:
“Pronto… sì, dottore, sono io… sì, dottore… il prezzo è quello che le ha detto Giovanni… sì, avrei bisogno di un passaggio fino a Gravina… ma certo che mi depilo, dottore… servizio completo? Non proprio, dottore… un chinotto? Fatt’l fa da sor’t, r’cchion d’ merd!”.
A tutto c’è un limite. Anche al mio bisogno di contanti.
Tema vicino a quello di “Sunset Boulevard”, di G. B. Shock (già vincitore dell’edizione di luglio), il cui protagonista è un divo del cinema ormai rovinato, incalzato da strozzini e disperatamente alla ricerca di un ingaggio:
Torna a sedersi dietro la scrivania di mogano.
“Ho visto tutti i tuoi film, sai?. Sei una leggenda vivente. Dimmi, Ugo, dimmi, come hai fatto a finire così?”
Bastardo fottuto. È per colpa tua che sono finito così, penso, ma non glielo dico.
Mentre per quanto riguarda il tema del rinnovamento (la cui origine ci pare probabilmente legata al fatto che effettivamente, non ovunque si può trovare tanto facilmente il chinotto, che assume dunque un senso di diversità, di novità) emblematico è il racconto di Luca Foltran, su un “vucumprà” senegalese in perenne movimento (fisico e mentale):
Sono un vùcumprà da mille chilometri su e giù per la costa.
Io sono chinotto.
“Una sorta di poliziesco con preveggenze è invece “L’uomo del destino” di Cristina Rizzo, che citiamo anche per gli stuzzicanti spunti culinari che ci propone:
Ma stasera ho in programma un buon risotto al gorgonzola e basilico. All’ultimo momento mi sono accorto che mancava il chinotto.
O ancora, sulla novità/irreperibilità del chinotto il futuribile “Last drink” di Francesco Lugli:
Fece due passi fino a raggiungere il suo mezzo, ben celato da occhi indiscreti, quindi stilò il consueto rapporto con il terminale di bordo, prima di riprendere la strada di casa.
“Rapporto 2134, agente Crono-341: Nell’anno 2464 il chinotto è scomparso del tutto. Ultima sua apparizione: anno 2325. Appunti: organizzare altre missioni per monitorare la situazione ed evitare che questo possa accadere”.
O, di ambientazione tedesca, “Kinotto”, di Alessadro Gulberti:
Non le piace affatto il chinotto. Lo definisce ¨staubig¨ polveroso; ma non appena lo rivide in un negozio di prodotti tipici italiani qui ad Amburgo, lo acquistò, entusiasta di farmi una sorpresa.
Tuttora non resiste a comprarlo ogni qualvolta ne abbia occasione. Non lo compra per uso mio esclusivo, ma per presentarlo alla sua famiglia, ai nostri amici, che mai ne hanno sentito parlare, né mai ne hanno bevuto.
Altri racconti hanno giocato con le note accezioni erotiche del lemma chinotto, come nel caso di “aRIA” di Marianna Culosi:
-Fa come ti dico. Lo fece. E non solo. Si slacciò i pantaloni, così come lei ordinò con gesto annoiato. Dopodiché lo fece avanzare, anzi sopravanzare. Fagocitò il sesso di lui e ne bevve il succo amarognolo. Ne venne fuori una gran porcheria.
E chiudiamo con l’originale telegramma di Massimo Intini:
Ho deciso. Al posto del solito inutile telegramma invierò qualche bottiglia di chinotto. A Zio Carmine sarebbe piaciuto.
Ecco il nostro responso, e le nostre osservazioni. Saremmo lieti di poterne discutere con gli autori dei racconti e con tutti i lettori del blog. Gli autori sono inoltre invitati, come sempre, a postare nei commenti di questo post i loro racconti, in modo da poterli mostrare integralmente a tutti i lettori e magari a loro volta discuterne.
Ringraziamo ancora tutti della strepitosa partecipazione e invitiamo caldamente a rinnovarla nei prossimi mesi!
Davide e Federico

Davvero un racconto scritto bene…
Ciao a tutti, scrivo io per prima, sperando che lo facciano anche gli altri. Questo è il mio racconto, mi farebbe molto piacere ricevere qualsiasi commento.
Aspetto con piacere un altro ultimo round!
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Emma Mallori camminava sotto il cocente sole in cerca di un posto al fresco. I suoi occhi si fermarono davanti ad un alberello dalle foglie color verde lucente. Sorrise e avanzò in quella direzione. Prese posto sotto l’albero e cominciò a sfogliare il suo affezionato album da disegno. Davanti a lei si stagliavano ettari ed ettari di terreno, appartenuti alla sua famiglia da generazioni. Il nonno l’aveva lasciato al padre quando era morto, ma adesso che anche lui se n’era andato, toccava ad Emma prendere in mano le redini di quella tenuta. Lei che fino a quel momento aveva viaggiato per freguentare le più prestigiose scuole di disegno, adesso se ne stava in abiti da campagna cercando di prendere la decisone giusta. Si alzò troppo inquieta per cominciare a disegnare, e vagò per quella terra in cerca di risposte per le sue mille domande. Unica erede aveva pensato talmente tante volte di vendere tutto che ormai la sua mente era convinta di averlo già fatto. Decise di tornare indietro e rientrare in casa. Una piccola e modesta casa dal tetto rosso. Si fermò a guardarla, anche la casa aveva bisogno di lavoro. Il bel tetto di una volta, adesso aveva bisogno di essere riparato in più parti, le mura spaccate andavano rimesse a posto. Con le lacrime agli occhi entrò dentro e prese una bibita fresca dal frigorifero, si sedette sulla sedia sotto il portico e cominciò a sorseggiare la sua bevanda dal gusto un pò amaro. Guardò a lungo nel suo bicchiere, lo sguardo fisso e la sua mente che viaggiava in mille direzioni. La sua famiglia, tutta la sua famiglia da generazioni e generazioni aveva dato tanto per quella terra. Il padre, il nonno, il suo bisnonno avevano sacrificato anni e sudore per arrivare ad avere quei risultati. Risultati che adesso lei stava bevendo al fresco sotto il suo bel portico vecchio. Posò il bicchiere sul tavolo e con un sorriso rilassato prese di nuovo il suo album da disegno e cominciò a camminare. Si fermò di nuovo davanti l’alberello più piccolo di tutta la tenuta, prese posto e guardò a lungo davanti a sè, dove vi era l’albero più bello. Prese il suo album e cominciò a disegnare. Disegnò il tronco riempiendolo di piccole foglie appuntite color verde lucente. E attorno alle foglie disegnò tanti piccoli fiori riuniti tra loro. Alzò gli occhi dal foglio per ammirare tanta bellezza. Si alzò, dispiaciuta di non poter mettere nel suo disegno anche il magico profumo di quei fiori bianchi. Si avvicinò e ne annusò qualcuno, un sorriso le disegnò le labbra. Raccolse un mazzettino e si incamminò verso casa tranquilla e decisa ormai a rimanere. Depose il suo mazzettino di fiori profumati in un vasetto. Li guardò e sorrise di nuovo. <> Si sedette e guardò quell’immensa distesa di terra con alberi dai fiori bianchi e profumati. Decisa a rimanere e ad aspettare i magnifici frutti di quella terra.
Katrin
Niente non lo riporta. Scusatemi.
Nel penultimo rigo manca un frase.
Li guardò e sorrise di nuovo.
I miei fiori di chinotto.
Si sedette e guardò quell’immensa distesa di terra con alberi dai fiori bianchi e profumati. Decisa a rimanere e ad aspettare i magnifici frutti di quella terra.
Complimenti vivissimi ad Alberto De Paulis e alla sua straordinaria creazione.
In una pagina ha condensato un romanzo. Inaspettato il finale.
Leggendolo mi è venuta voglia di impegnarmi maggiormente per il prossimo concorso, cosa che non mi è risultata possibile questa volta.
Complimenti a tutti, specialmente ai ragazzi di Round Robin che ci offrono questa possibilità.
Bel racconto, scritto davvero bene. Quello che avevo mandato io era un po’ scarso, lo riconosco, ma l’avevo buttato giù in fretta. Non vedo l’ora di sapere il nuovo tema. Complimenti al vincitore e ai ragazzi di RR!
Complimenti al vincitore,e un po anche ai vinti
credevo di aver avuto una bella idea. la prossima volta mi impegno di più.
ecco il mio racconto:
La sua sete era implacabile quella notte, più volte era uscito al chiaro di luna cercando di pensare ad altro, cercando di resistere alla tentazione, all’ebrezza e all’eccitazione di quel sapore. Un brivido corse dalla nuca al coccige facendo fremere la spina dorsale.
Lei era la, assopita, nel suo giaciglio e il solo pensiero lo tentava. Strinse i pugni e strizzò gli occhi con forza cercando di scacciare l’idea.
Passò ancora qualche altra ora cercando di non lasciarsi andare, cercando di sopire quegli istinti che lo coglievano quando era assetato.
Da quanto tempo non ne saggiava?
Per quanto si sforzasse non lo ricordava. Forse erano passati interi mesi. E ora si sentiva debole e stanco, le strade della città erano deserte, e nessuno passava di li a quell’ora. Rimaneva solamente Lei. Solo Lei avrebbe potuto fornirgli quello di cui aveva bisogno.
Pensò alle gocce di rugiada del mattino, pensò che era una vita che non le vedeva, e gli sarebbe piaciuto vederle illuminarsi con la luce dell’alba. Ma non sarebbe stato possibile perché, come ogni notte, si sarebbe coricato prima dell’alba e poi avrebbe dormito per tutto il giorno.
Questo pensiero non bastò a calmare il suo sempre-più-impellente-bisogno.
Basta, non ce la faceva più. Si diresse con passo deciso verso la stanza accanto, Sapeva che non doveva farlo ma Lei era così… inerme. Dolce e sensuale.
In più, ad aggravare le sue “voglie”, c’era il fatto che dentro di Lei scorreva un così gustoso nettare. Aveva l’acquolina in bocca. La guardò con spregiudicato desiderio, con un pizzico di follia negli occhi.
Si chinò su di lei, silenzioso. La prese tra le mani con movimenti lenti e misurati, la sollevò dal suo candido giaciglio con le mani fredde come il ghiaccio. Lei non si accorse di nulla quando lui avvicinò la bocca al suo collo.
La luce della luna baluginò sui suoi canini umidi di saliva.
Il giorno dopo qualcuno avrebbe certamente scoperto quello che aveva fatto durante la notte, questo lo sapeva, non poteva andargli bene ogni volta.
Un sapore leggermente metallico si disperse nella sua saliva.
“Maledizione… Nella fretta mi dimentico sempre di togliere il tappo”
Prese il cavatappi e stappò la bottiglietta
“Speriamo che non si accorgano che anche questa notte ho fregato una bottiglia dal frigo, rischierei un’ammonizione…”
Bevve il liquido frizzante e brioso. Il sapore dolce e cautamente amaro gli solleticava le papille gustative placando finalmente la sua sete.
A mio modesto avviso il migliore era quello di Nora Splendini. Il suo stile asciutto, essenziale, mi ha colpito. Peccato che non sia stato pubblicato nella sua interezza.
Grazie a tutti, speriamo che Nora voglia postare qui il suo racconto, c’è andata vicina alla vittoria: è arrivata seconda, ha pesato nel suo caso, come in altri, l’assenza di un finale. La sfida principale di Ultimo Round è proprio questa, riuscire a far entrare un racconto compiuto nel poco spazio consentito.
Anche da parte mia mille complimenti a L’ alba del chinotto. Ha davvero meritato di vincere quest’ edizione. La suspanse e la tensione che ho provato nel leggerlo mi hanno fatto davvero emozionare. Io purtroppo, mi vergogno un po’ a dirlo, ho dimenticato di inserire il titolo nella fretta di inviare la mia storia XD. La prossima volta ci metterò più impegno sicurmanete. Auguri ancora al vincitore!
Complimenti al vincitore…e a tutti gli altri.
ecco il mio racconto:
Last drink
Racconto per il concorso ultimo round di agosto settembre 2009 idea venuta in viaggio milano senigallia – iniziato l’08.agosto 2009 e finito l’8 agosto 2009
Argomento: chinotto
Il ragazzo si avvicinò al bar. La vetrina ingentilita da una delicata tonalità azzurra lo aveva incuriosito, mentre la brezza marina gli scomponeva irriverentemente la frangia spiovente sul viso pallido e provato dal viaggio.
Le onde facevano la voce grossa a distanza per poi perdersi nella notte silenziosa. In giro nemmeno un’anima, le località balneari d’inverno sono un mortorio e sembra quasi abbattersi un rigido coprifuoco quando le tenebre si presentano a reclamare ciò che appartiene loro di diritto, divorando cieli e terre non tutelate da un’adeguata illuminazione artificiale.
Il ragazzo esitò, entrò, si guardò intorno, sorrise ai presenti e si avviò verso il lungo e imponente bancone di legno.
I presenti erano tre diciottenni a un tavolo che si annoiavano a vicenda raccontandosi le solite storie inventate e un uomo sulla cinquantina, chino su uno sgabello, che per quella sera aveva preferito la compagnia di una bottiglia. Quella sera come tante altre.
Il chiacchiericcio dei tre giovani cessò all’improvviso. Quando arriva un forestiero, bisogna fissarlo, studiarlo, farlo sentire il meno possibile a suo agio, ma il ragazzo non ci fece caso e, mantenendo un’aria rilassata e pacifica, finì al cospetto del barman.
Il ragazzo indossava abiti strani: un look anomalo, antico, come antichi erano anche i suoi modi e il suo taglio di capelli. I suoi quasi coetanei sempre alla moda, non poterono far a meno di notarlo, quindi commentarono tra loro qualcosa. Era pur sempre un diversivo.
Il ragazzo non se ne curò, si rivolse al cyborg dietro al banco: “Buonasera, potrei avere un chinotto?”.
L’uomo meccanico, impegnato con un paio di bicchieri vuoti, ricambiò il saluto, poi un silenzio ronzante lasciò intendere che il suo cervello elettronico stava elaborando la richiesta.
“Chinotto? Prego ripetere.” La voce era naturale e morbida, questa serie era davvero strabiliante.
Il ragazzo lo chiese in tutti i modi: scandendo bene le lettere, facendo spelling, digitando sulla tastiera wireless che il volenteroso robot gli mise a disposizione, ma niente.
“Questo tipo di bevanda, non è presente nel database, bevanda sconosciuta.” Sentenziò alla fine con una punta di dispiacere al silicio.
Il ragazzo si accigliò, mentre i presenti, sempre più incuriositi, cercavano di cogliere tutta la discussione.
Non ci fu però molto altro da cogliere, capito che la richiesta non era soddisfabile, il ragazzo dagli strani abiti ringraziò, salutò con la stessa cordialità manifestata poco prima e uscì.
Fece due passi fino a raggiungere il suo mezzo, ben celato da occhi indiscreti, quindi stilò il consueto rapporto con il terminale di bordo, prima di riprendere la strada di casa.
“Rapporto 2134, agente Crono-341: Nell’anno 2464 il chinotto è scomparso del tutto. Ultima sua apparizione: anno 2325. Appunti: organizzare altre missioni per monitorare la situazione ed evitare che questo possa accadere”.
Poi un lampo e il veicolo scomparve, inghiottito dal buio e da chissà quale spirale del tempo.
Ciao ragazzi, grazie mille della menzione.. sono veramente onorata. Complimenti al vincitore! “L’Alba del Chinotto” e’ un racconto allegorico proprio interessante. Bella idea, bella la realizzazione con questo stile cosi’ pulito.. Bravo!
Mi chiedo anche come mai il chinotto stimoli – per tanti – questa sensazione malinconica. Sara’ il fatto che e’ una bevanda un po’ d’altri tempi..almeno, per me e’ cosi’:
CHINOTTO
Posò il bicchiere sul tavolo Deco intarsiato in noce. Io la guardavo. Mi piaceva guardarla. Era molto strano che fosse lì, che fosse proprio lì, seduta al tavolo che aveva comprato Papà. Era un mercoledì pomeriggio. E faceva caldo. Sul bicchiere la condensa scivolava in gocce pigre fino alla base—più spessa— e poi sul tavolo. Portava lenti sorsi alla bocca, e ad ogni stacco del cristallo notavo un nuovo cerchio, madido, sul legno austero. Quel tavolo mi è sempre sembrato triste—oggi era in tinta con il tumbler, a cui lei stava aggrappata. Non c’era il sotto bicchiere, niente salva gocce. Non eravamo neanche sedute fuori. Di solito beveva il chinotto seduta al tavolo in terrazza, non al tavolo Deco. Ho sempre pensato che fosse Deco, il tavolo. Non è vero, era Liberty. In realtà, quel giorno, mi pareva solo un tavolo, senza qualifiche. Ci ho pensato solo anni dopo. Era marrone, come i suoi occhi e quella goccia, che adesso smerigliava l’orlo acquoso formatosi sui tasselli più chiari. Io ero lì seduta, e la guardavo, e mi piaceva stare lì a guardarla. Perchè l’amavo, l’amavo tantissimo e non sapevo che dire.
Gli occhi non sono assolutamente lo specchio dell’anima, quantomeno non lo erano per lei. Lei aveva i capelli. I capelli più delle volte accasciati sullo scalpo. A seconda dell’umore formavano ciuffi arruffati sulla fronte, si riunivano in ciocche senza controllo, raminghe per la testa. Era colpa sua. Se li toccava in continuazione. Se era stanca, erano stanchi anche i suoi capelli. Ed era sempre stanca. Come se avessero sete. Lei sicuramente aveva sete. Il bicchiere di chinotto però era ancora pieno, o quasi. Il chinotto mi piace da pazzi perché piaceva a lei, anche se lei preferiva il tamarindo—bevande brune, quasi d’onice, viscose e amare. Lo bevevamo assieme nei pomeriggi d’estate. Quel pomeriggio beveva da sola, e guardava il bicchiere, con la testa lievemente reclinata in avanti; i capelli appassiti e corti. Non mi guardava. Non parlava nemmeno. Di solito mi diceva delle cose. Più che altro chiedeva della mia vita. E commentava. Sapeva solo le cose che le raccontavo io.
Non succedeva spesso che mi baciasse. E io non sapevo come spezzare il silenzio. Il silenzio quel giorno mi piaceva. Ma avevo caldo, ed eravamo da sole. E sapevo che lei non avrebbe dovuto essere lì con me. Avrebbe dovuto essere a lavoro. Sì, certo. Lo sapevo, e mi sentivo in colpa. No, non c’era più nessuno a casa e lei era stata costretta a tornare. Era bello essere da sola con lei. C’era sempre mio padre in giro per casa. Io ero tornata, avevo posato lo zaino, ma lui non c’era. Posata la borsa a casa avevo visto lei seduta lì. La porta era sempre aperta. E comunque lei aveva le chiavi. Non so perché, ho sempre pensato che lei non avesse le chiavi di casa. Lui ce le aveva sempre. Sempre. E non sarebbe più tornato. Mai.
“Mamma, vuoi andare fuori? Qui fa caldo.”
“No, oggi no. Restiamo qui. Vai a prendere il diario.”
Ma guardala, pseudonima!
eheh.Era indispensabile, e dico, indispensabile, mantenere l’anonimato! volevo che il giudizio fosse il piu’ oggettivo possibile..
Complimenti a tutti i partecipanti per aver tenuto testa al vincitore fino all’ultimo secondo dell’ultimo round.
Questo è il mio “L’orgoglio sulla gru”:
L’altezza della gru non mi spaventa. Il vento gelido dell’inverno murgiano, nemmeno. Tanto tra un po’ sarà tutto finito. E dopo? “Chi si è visto, si è visto”, dicono dalle mie parti. Nulla mi appartiene più e dall’alto lo comprendo ancora meglio. Il terreno venduto all’impresa di costruzioni di Francesco Sannicandro.
Le impalcature cedute per una miseria a quello strozzino di Angelo Laguna.
La gru è l’unica cosa che mi è rimasta, maledetti debiti. Meno male che mio padre non può vedermi, pace all’anima sua. Se qualcosa esistesse, dopo la morte, sono certo che inizierebbe a rompermi le palle già dal minuto successivo al mio bye bye al mondo dei vivi.
Due milioni di euro bevuti nel giro di due anni e manco gli usurai vogliono farmi un prestito.
Silvana mi ha lasciato con il culo a terra e si è pure portata via i bambini, quella stronza.
Non ho manco più un tetto sotto cui ripararmi. Puttane e night club hanno attinto a piene mani dal mio portafogli e ora eccomi qua, con il mio sederone su di un lastrico che non è manco più solo ideale.
E’ l’unica cosa da fare, non c’è alternativa. La gru è rimasta la mia sola amica.
Fidata.
Gelida ma fidata.
Il terreno è ricoperto da una coltre nevosa che vorrebbe attutire la mia caduta verso l’inferno. Nascondere i problemi sotto il manto bianco, altrimenti. Come si fa con la polvere. Invece no, non c’è scampo al fallimento.
Trenta metri mi separano dal terreno ghiacciato a cui il mio orgoglio sta per giurare eterna fedeltà. Altro che il matrimonio. Niente fedi: risparmio pure. Mi servono soldi, quindi bando alle riflessioni se sia giusto o meno. Massimo tre giorni e le persone del night manco si ricorderanno di me. E’ il modo più veloce per ottenere un bel po’ di quattrini, alla fine, senza dover passare da una banca indossando un passamontagna.
Strilla il cellulare.
“Pronto…sì, dottore, sono io…sì, dottore…il prezzo è quello che le ha detto Giovanni…sì, avrei bisogno di un passaggio fino a Gravina…ma certo che mi depilo, dottore…servizio completo? Non proprio, dottore…un chinotto? Fatt’l fa da sor’t, r’cchion d’ merd!”. *
A tutto c’è un limite. Anche al mio bisogno di contanti.
* Traduzione:”…un pompino? Fattelo fare da tua sorella, ricchione di merda!”
Grazie a tutti! Che dire. Mi godrò il successo al bar, vantandomi con gli avventori e sorseggiando la mia bevanda preferita.
Complimenti vivissimi al vincitore! Per me è già stata una grande soddisfazione ricevere una menzione nell’articolo. Ecco quindi, per chi volesse leggerlo, il mio racconto nella sua interezza.
SUNSET BOULEVARD
“Ugo, carissimo. Entra. Posso offrirti qualcosa?”
“No, grazie, Luca. Volevo semplicemente parlarti…”
“…dei miei soldi, lo so. Ugo, Ugo mio, che brutta faccenda. Veramente brutta.”
Torna a sedersi dietro la scrivania di mogano.
“Ho visto tutti i tuoi film, sai? Sei una leggenda vivente. Dimmi, Ugo, dimmi, come hai fatto a finire così?”
Bastardo fottuto. È per colpa tua che sono finito così, penso, ma non glielo dico.
“Anche le leggende fanno qualche errore.”
“Ugo… Ugo mio, io vorrei aiutarti, lo sai. Ma siamo tutti e due uomini d’onore. Tu sei un grande attore…”
“Lo ero.”
“…lo sei ancora, mio caro, e come tale sono certo che è solo questione di tempo prima che tutto si sistemi. Non è forse vero?”
Per te, forse. Ma io non vedo uno straccio di ingaggio da sei anni.
“Facciamo così” dice, massaggiandosi le tempie come a lenire un inesistente mal di testa, “voglio venirti incontro. Tu mi fai avere un contentino, diciamo… cinquemila euro, entro la settimana prossima. Poi, per gli altri novantacinquemila, diciamo che posso aspettare un altro mese.”
Un mese. Non è un cazzo. Ma adesso mi sembra una vita.
Gli sorrido. “Sapevo che saresti stato comprensivo. Grazie, grazie di cuore.”
“Figurati. Lo sai, ci tengo a rivederti sulle scene… un giorno o l’altro.”
Usuraio del cazzo.
“Sì, ti avrei trovato qualcosa, ma non credo ti interessi.”
“Paolo, tu dimmi, poi casomai decido, ok?”
“Ci sarebbe una pubblicità per una bibita gassata, o qualcosa del genere. Sembra che il direttore generale sia un tuo fan. Ma io gli ho detto…”
“…Ugo Valdesi, il Paul Newman italiano, non fa la pubblicità. Beh, eccoti la notizia bomba: ho cambiato idea. Digli che va bene. Digli… digli cinquemila. Anzi, seimila.”
“Lui parlava di cinquemila.”
Tirchio.
“Vada per cinquemila”.
“Ecco, prima di iniziare le riprese, ci sarebbe una formalità per quel che riguarda la retribuzione.”
Il tizio incravattato tira fuori un malloppo di carte e una penna. Finalmente si parla di soldi.
“Dunque.. la produzione ha deciso di devolvere la sua retribuzione ad un’associazione umanitaria, naturalmente lei è d’accordo, vero? E’ una cosa così bella, e per fortuna così diffusa tra voi star del cinema… Ho sentito che la nuova campagna del Campari con Clooney ha permesso all’Unicef una nuova sede, veramente ammirevole, mi creda. La cosa ovviamente apparirà in sovraimpressione allo spot. Dovrebbe gentilmente farmi una firmetta qui, e qui”.
Lo guardo senza dire niente. Domani devo dare i soldi al bastardo che mi tiene per le palle.
“C’è… c’è qualche problema? Non è forse d’accordo con la scelta della produzione?”
Gli strappo le carte di mano.
“No, no, nessun… nessun problema.”
Firmo. Il tizio si allontana, le riprese cominciano. Siamo già in ritardo e fa un caldo boia.
Sento il ciak scattare. Mi siedo, stappo la bottiglietta ghiacciata color marrone.
Bevo. È buono.
Ci credereste?
56 anni, e non lo avevo mai neanche assaggiato, ’sto cazzo di chinotto.
Cogliamo l’occasione per annunciare che noi della Round Robin offriremo una bottiglietta di chinotto (e qui facciamo endorsing: si tratta necessariamente di chinotto Neri) ad ogni partecipante di questa tornata di Ultimo Round che vorrà farci visita in sede. Sì, siamo un po’ fuori mano anche se abitate a Roma, visto che ci troviamo qui: http://maps.google.com/maps?f=q&source=s_q&hl=it&geocode=&q=via+malaga+14,+roma,+italia&sll=37.09024,-95.712891&sspn=34.671324,79.013672&ie=UTF8&ll=41.81788,12.453303&spn=0.007964,0.01929&z=16&iwloc=A&layer=c&cbll=41.81774,12.453435&panoid=z8G16867KNrmIaUY2_2QWg&cbp=12,225.25,,0,1.18 . Ma d’altra parte un po’ di fatica è giusto farla, per farsi offrire un chinotto dallo stato maggiore RRED in persona… o no?
Curiosità personale, si potrebbe conoscere il numero indicativo di partecipanti a questo secondo round
grazie
cordiali saluti
Sono arrivati quasi cinquanta racconti Gianni, veramente molti!
grazie e complimenti per l’iniziativa
Spero che l’invito a pubblicare il proprio racconto valga anche per i non menzionati, altrimenti chiedo perdono e accetto insulti.
Il mio “Brainstorming” non ha molto tessuto narrativo, è più che altro una scena, uno sketch (quasi tutto parlato, con scambi veloci e un sovrapporsi di voci), basato sul più trito gioco di parole che si possa fare con il termine “chinotto”; però in profondità (troppo probabilmente) nasconde anche una critica verso certe manipolazioni commerciali.
Spero che il risultato sia almeno un clima demenziale.
A voi.
- Qualcuno sa di cosa si tratta questa volta? Almeno possiamo cominciare a scaldare i neuroni. Mauro, Elisa, sapete qualcosa? No? Anche solo voci, leggende… Niente.
Sono in sei attorno al tavolo delle riunioni: il capo li ha convocati per un brainstorming. Nuovo prodotto da lanciare, nuova campagna: le solite cose, solo che questa volta non ci sono anticipazioni.
Arriva il boss: scanzonato e spettinato, come al solito. Dopo un quasi gridato buongiorno consegna un fascicolo di poche pagine a ognuno dei suoi creativi, poi apre il portatile e inizia, andando subito al dunque.
- Un’industria di bevande vuole rilanciare un vecchio prodotto che non smuove più gli animi.
- Dai capo, spara.
- Il chinotto.
Cala il silenzio, e non è un silenzio creativo. Il capo sposta lo sguardo da un viso scettico all’altro, con un sorriso di sfida
- Allora?
- Ancora si fa il chinotto?
- Stavo per dire la stessa cosa.
- Ma non era stato messo fuori legge qualche anno fa?
- Insieme al tamarindo, mi pare.
- Scusate, qualcuno mi spiega cos’è il chinotto?
- Un estratto di qualcosa.
- Di qualcosa cosa?
- Roba esotica credo.
- E’ alcolico?
La discussione prende subito una piega un po’ caotica. Solo Francesco resta in silenzio, sfoglia il dossier, svogliato. Il capo riporta la calma.
- Va bene, lo so, è come cercare di rilanciare la radio a valvole, però è il nostro lavoro: ci pagano per dire alla gente cosa comprare, indipendentemente dal cosa. Faremmo pubblicità alla cacca di pecora, se ci chiedessero di farla. Quindi poche lamentele e spremete i cervelli.
Di nuovo il silenzio, questa volta pare più creativo.
Francesco continua a sfogliare, legge solo i numeri di pagina: …5, 6, 7, 8…
- Dobbiamo cambiargli nome.
Si voltano verso di lui interrogativi. Il capo sente che sta per scoccare la scintilla.
- Ti ascolto.
- Classica operazione di riciclaggio: si prende un oggetto di cui la gente è stufa e gli si cambia nome, così tutti credono sia una novità. In politica è un meccanismo all’ordine del giorno, e funziona: perché non dovrebbe avere successo per il chinotto?
- A che nome pensavi?
- Chinove.
Ancora un attimo tutti muti, poi il capo accende la miccia.
- Una geniale stupidaggine.
E tutti lo seguono.
- Magari scritto con una grafica giovane, tipo CHI9, o CH19.
- Slogan come “Il dopo chinotto”.
- O “Il chinotto con una marcia in più”.
- Anche “L’oltre-chinotto”.
- Che ne dite di “Il chinotto volta pagina: Chinove”?
- Ci starebbe bene un’ambientazione science fiction: fa molto proiettarsi nel futuro.
- Mettiamoci anche un po’ di tradizione: contesto steampunk?
- Sì, mi piace!
Il capo ascolta soddisfatto, il motore è partito.
- Queste sì che sono le mie menti creative. Sviluppate su questo tema. Grande Francesco. Buttate giù un po’ di materiale, preparate qualche bozza. Settimana prossima ci ritroviamo per concretizzare. Ora scappo, ho una riunione con dei giapponesi per un detersivo, poi vi racconto. Buona giornata.
Ma certo Mix! Ci sono racconti interessanti anche tra quelli non citati, è che ne sono arrivati davvero tanti, siamo costretti – anche per questioni di spazio – a fare delle scelte, ma questo tuo ad esempio è un testo originale, e hai fatto benissimo a postarlo.
Salve!
Mi congratulo con il vincitore e faccio i complimenti anche tutti gli altri, in particolare a Toto de Totis.
Aggiungo dunque anche il mio racconto:
MONTENEGRO
Il Montenegro è un po’ un chinotto alcolico.
Forse potrei provare a smettere col Montenegro bevendo chinotto. Mi piace l’idea, eccome. Forse piacerebbe anche a Liv. Ma per comunicargliela dovrei telefonarle, e la cosa si fa complessa: innanzitutto perché non ho il telefono e poi perché da quasi un anno non la sento.
“Ciao Liv”, le direi e poi “Liv tesoro, sto smettendo di bere e vado solo a chinotto; torna da me. Ti amo”.
Magari mi ascolta, magari mi vuole ancora bene.
Ma ora che mi trovo in questa stanza lurida niente mi sembra possibile. O, al contrario, tutto.
Liv se n’è andata proprio quando ci hanno staccato il telefono. In questo monolocale ha resistito un mese e mezzo, più o meno. Meglio non pensarci: colmo di Montenegro una tazzina da caffè e la svuoto in un sorso. Mi alzo in direzione dell’angolo cucina. Il frigo è vuoto. Non ho neanche il coraggio di riempirlo perché è piuttosto sporco. La cosa giusta da fare sarebbe metterci le mani una volta per tutte ma, non so come mai, il sudiciume che si genera nei frigo mi dà allo stomaco. Mia madre lo puliva con acqua e aceto. In effetti potrei farmi coraggio e dargli una sistemata. Già lo immagino pieno delle cose che vorrei ora: prosecco, wrüstel, carne Simmenthal, olive verdi, tonno. Invece non c’è niente se non un immancabile limone mezzo secco e mezzo muffito.
Ma ho l’idea del chinotto. Io credo che sia una grande idea.
Allora raccolgo le forze e decido di uscire, ma prima devo mettere insieme una somma sufficiente per comperare il chinotto e qualcos’altro. Cerco un po’ ovunque in casa e riesco ad arrivare a quanto basta. Direi che è la mia giornata.
Il supermarket del centro commerciale è affollato. Tutta questa gente, il rumore, la luce mi stordiscono. Rimango stupefatto di fronte a certe bilance dell’angolo frutta e verdura: anche se non compero niente faccio lo stesso tre pesate, uva, susine e pomodori. Divertente. Cristo quanta tecnologia è passata da quando spingevo il carrello a Liv.
Mi sento di buon umore. La folla che prima mi dava alla testa ora mi piace, aiuta la mia camicia sporca e spiegazzata a passare inosservata; e i miei capelli arruffati non sono così inusuali né i più anomali, a quanto pare. Passeggio come se fossi sul lungomare: mani dietro la schiena, sorriso un po’ ebete. Mi perdo volentieri tra i reparti. Finalmente arrivo al mio: le bevande analcoliche. Un muro multicolore mi sta di fronte. Accanto a me un bambino cerca di convincere la madre a comprargli una bottiglia di acqua tonica: anche io per un istante esito, Chinotto o acqua tonica? Chinotto, confermo. Lo cerco e infine lo trovo. Ce ne sono di tante marche, ma una mi colpisce: un’etichetta nera, semplice, essenziale e fiera. Ecco chi mi salverà. Ne prendo due bottiglie. Mi rimane un po’ di denaro per un altro acquisto. Compero delle uova e una bottiglia di latte. Mi metto in fila alla cassa con tutta la roba in mano. Un padre chiama la figlia che arriva di corsa, non mi vede e mi urta. Le uova cadono e si rompono per terra. Tutti mi guardano. La cassiera mi guarda, la bambina mi guarda, suo padre mi guarda e anche i tuorli per terra sembrano guardarmi accigliati. Disperazione. Un’unica parola mi martella le tempie: chinotto.
Ciao Nora! grazie per i complimenti (io certo non li merito!). Volevo dirti che mi piace molto il tuo racconto. Trovo che sia originale e soprattutto che abbia una tensione narrativa veramente coinvolgente. Il climax che porta al finale secondo me funziona molto bene, lo trovo una chiusa sicuramente soddisfacente.. un saluto, cecilia
Il racconto di Nora è un bel racconto, scritto bene, forse è quello scritto meglio. Ed ha anche un bel finale, a mio avviso (io sono federico) rovinato dall’ultima frase, che lo banalizza un po’: “Un’unica parola mi martella le tempie: chinotto”. Se il racconto fosse finito con i tuorli che la fissavano da terra probabilmente avrebbe vinto. Considerate che così è arrivato secondo, e di poco. Un’incollatura dietro al primo ce n’erano almeno 4 o 5 praticamente a parimerito (anche il tuo Toto-Cecilia). Del resto è anche vero che nella forma racconto è lecito sperimentare e sono assolutamente ammessi finali sospesi, ma il racconto che ha vinto è dotato di una struttura insolitamente forte per un testo così breve, quindi per batterlo giocando la partita tutta sul piano dello stile bisognava essere praticamente perfetti.
Non metto in dubbio che “L’Alba del chinotto” sia scritto bene. Funziona molto bene,infatti! ma trovo lo stile di nora molto molto coinvolgente, e individuale. Sicuramante a pari merito col primo. (Anche se forse forse avrei dato la vittoria a Nora.) Mi piace soprattutto il fatto che emerga un abbozzo di personaggio, seppur solo in 3000 battute. Il vostro giudizio e’ sicuramente insindacabile – ed e’ vero che per vincere sul piano dello stile bisogna essere perfetti – forse pero’ il criterio di avere un racconto necessariamente con inizio, parte centrale e fine e’ discutibile. Cioe’ non si tratta neanche di sperimentazione qua.. se proprio vogliamo e’ da prima di Checkov che il racconto s’e’ liberato d’una struttura fissa. Comunque, in ogni caso, complimenti a tutti. Trovo che questa sia una maniera interessantissima di confrontarsi.
Un racconto basato sullo stile è come uno scalatore, difficilmente vincerà una corsa a tappe contro un buon cronoman, ma quando ci riesce è destinato a rimanere nei cuori della gente. E concludo rivelando ciò che i più attenti avranno già notato, e cioè che in questa corsa la prossima sarà decisamente una tappa di montagna…
Rispondo anch’io alla giustissima obiezione di Cecilia. A dire il vero mi era venuto proprio questo sospetto, scrivendo le motivazioni della vittoria: che i lettori, cioè, potessero vederci come anacronisticamente legati a moduli narrativi decisamente sorpassati da un secolo e mezzo buono. Il punto, a dire il vero, è questo: l’Italia è notoriamente uno dei paesi più ricchi di aspiranti scrittori. Se ne lamentava già Pietro Giordani in una lettera a Leopardi del 1817, l’unica differenza è che allora gli italiani volevano “essere tutti sonettisti”, mentre oggi sono tutti romanzieri (Zeitgeist). Aggiungiamo a questo situazione di fondo un’altra caratteristica nazionale, cioè la nostra storica difficoltà di sfornare romanzi (un po’ meglio sui racconti) che risultino digeribili come tali innanzitutto al pubblico locale, e poi magari (si spera) anche a quello del resto del mondo. Con molte luminose eccezioni, la scarsa propensione italica per il romanzo è un dato di fatto. E’ vero, come detto sopra, che per i racconti le cose stanno in modo diverso (da Boccaccio in giù), ma quello che mi preme individuare è una generale difficoltà a costruire una storia coerente, dei personaggi verosimili e capaci di appassionare il lettore, etc, etc.
C’è, insomma, una sottile vena di presunzione nel credere che il pubblico accetterà di buon grado un testo basato in larga parte su riflessioni personali, descrizioni di complessi stati d’animo, sdilinquimenti lirici e/o (pseudo)sperimentazioni linguistiche.
Attenzione qui: non mi sto riferendo a nessuno in particolare, né tantomeno ai racconti ricevuti. Questa riflessione nasce prima di Ultimo Round, e si applica innanzitutto alle poche cose prodotte dal sottoscritto.
L’insistere sulla storia, quindi, è un invito a impadronirsi innanzitutto dei ferri del mestiere, degli strumenti base, per poi eventualmente scardinarli, piegarli, modificarli, etc.
E’ una richiesta di mettere da parte, per un momento, l’individualità, e dare spazio a chi più di ogni altro ha diritto di stare nel racconto: i personaggi.
L’autore, l’individuo, il soggetto, viene fuori in altri modi: nelle scelte narrative, nella fantasia che usa per costruire i caratteri, ma soprattutto, soprattutto nello stile.
Sono ovviamente apertissimo a critiche, discussioni, etc: è lo scopo stesso di questa iniziativa. Ci tenevo però a chiarire cosa c’era dietro un’affermazione che, presa così, poteva giustamente lasciare molto perplessi.
Davide, grazie per il chiarimento. Ci voleva, quantomeno per me, che ho bisogno di spiegazioni forti e chiare (devo procurarmi un’insegnante di sostegno). Fondamentalmente sono d’accordo con praticamente tutto quello che hai detto. La storia e i personaggi(i personaggi!!)sono fondamentali,impadronirsi di una tecninca tradizionale solida ancora di piu’, nessuno l’ha mai negato. Detto cio’, parlando per astratti, quello che dico io (e che mi sembra emerga anche dalle tue parole) e’ che la storia e i personaggi possono trasparire anche in un racconto che non rispetti la struttura tradizionale– certo uno deve essere bravo, ma bravo sul serio.
L’individualita’ (intesa come l’ego dello scrittore) e’ fondamentalmente stucchevole e ce ne fossero di scrittori capaci di metterla in un cassetto e scrivere per davvero! Su questo, per quanto mi riguarda, sfondi veramente una porta aperta.. comunque, grazie ancora per aver risposto alla mia poco velata critica. E buon fine settimana!
Mi sono distratta e sono arrivata in ritardo col mio racconto….e anche coi commenti, pare. Vi dispiace se lo posto lo stesso come fuori concorso? Sono molto graditi i commenti.
Il mio apprezzamento nell’ordine al vincitore, a Lugli, a Nora e a Toto de totis. Oltre che a questa interessante sfida. Al prox round.
TEMPO LIBERO
“Attese qualche minuto dietro al bancone che il pavimento si asciugasse, poi spense le luci e abbassò la serranda. Adesso era il momento del suo tempo libero. Non aveva mai capito questa espressione: perchè il resto del tempo cosa avrebbe dovuto essere, del tempo imprigionato? Certo il bar non era suo, lui lo gestiva e basta, ma non sentiva affatto che il suo tempo fosse imprigionato in quel lavoro. Non l’aveva neppure scelto il lavoro, ci si era trovato per caso, ma infine gli era piaciuto e ora sentiva che tutto il suo tempo era davvero libero.
Di certo però ora avrebbe potuto dedicarsi al suo hobby. Come tutti, anche lui se ne era trovato uno per il suo tempo libero. A differenza però della maggior parte delle persone che conosceva, lui non faceva nuoto o jogging. Aveva deciso di scrivere. Per anni aveva trascorso ore in mondi libreschi, nel suo tempo libero, leggendo storie di predoni nel deserto, boscaioli dell’altopiano, alpinisti impavidi, naufraghi e viaggiatori, o anche solo storie di vita, vissuta o immaginata in qualche posto. Tante volte aveva pensato di scrivere qualcosa di suo, ma la paura di non avere talento l’aveva sempre bloccato. Nello scrivere, così come in molte altre cose. Poi un sabato di settembre, uno di quei sabati in cui avrebbe voluto svuotare la mente lontano da casa, in un posto qualunque, in un sabato come tanti insomma, gli venne in mente una scappatoia dalla vita che gli stava lentamente venendo a noia. Pensò alla vita proprio come a un romanzo, e se la realtà gli avrebbe permesso di vivere un solo romanzo, con la scrittura avrebbe potuto vivere tutte le vite che desiderava.
Ora solo qualche passo sul selciato cristallizzato nel gelo “della merla” lo separava dalla sua fedele penna.
Poco prima della chiusura era entrata una donna, occhi cinerei e capelli corvini, lunghi sull’esile collo. Un paltò nero, fino alle caviglie. Si avvicinò al banco esitante e chiese… un chinotto. Nessuno mai gli aveva chiesto un chinotto. Davvero, era ormai una bibita dimenticata; lui amava sorseggiarlo raccolto nella penombra spiando i clienti, perciò ne aveva una buona scorta. Era amaro, come la vita; la sua e tutte quelle che passavano fugaci nel bar. Lei era davvero perfetta. Non sceglieva chiunque per vivere la sua molteplice vita, solo alcuni erano adatti, e lei sì, lei era perfetta. “Ne vuole un altro?” disse “offre la casa”, cercava di trattenerla ancora un pò, per poterla osservare. “No. Ho un appuntamento” rispose secca ma con voce flebile. E scivolò rapida verso la porta. Lei era già ferma sulla banchina da tempo quando lui cominciò la sua nuova vita. Le parole cominciarono a fluire sul foglio, corvine. La fermata del metrò a quell’ora era deserta. Era da sola. Aspettava. Dal tunnel giunse una leggera brezza, poi sempre più corposa. Arrivava, il freddo umido e pungente del sottosuolo, del tunnel, penetrava nelle ossa, nella mente, il tunnel nel cuore. Il fragore, la luce, lo stridio dei freni. Poi il silenzio. Eterno.”
Complimentissimi Nora, un modo di scrivere eccellente secondo me!!!