round robin

Ragionamento su Calvisi

In la gazza andalusa, our books on Luglio 17, 2009 at 12:39 am

Due tipi di pazzia

il mio cuore ha 2 battiti.aiNei giorni scorsi ho pensato molto ai due libri di Calvisi, mi dicevo che raccontavano due tipi di pazzia che tempo fa sentii sommariamente descrivere da uno strizzacervelli, ma soprattutto che riconoscevo e riconosco come fondati non solo teoricamente: sia introspettivamente, in quella – piccolissima – quota di pazzia che alberga in me, sia nella crescente, infinita quantità di pazzia che continuo a scoprire negli altri.

La prima delle due pazzie, mi dicevo, si esprime attraverso un’avarizia invincibile di sé, e produce un raggrumarsi di chi ne è portatore; la seconda pazzia invece è animata da una prodigalità dissipatrice della propria persona. E queste differenze sono rese benissimo da Calvisi. Nella realtà c’è qualche incursione breve di ciascuna pazzia in quella di natura opposta, ma il carattere dominante di ognuna delle due riemerge presto, inevitabilmente, dopo piccolissime deviazioni.
Avari e prodighi… ci porta già alla prima cantica dantesca… e forse non è un caso.

Avevo letto i due libri a distanza di tempo: il primo – che poi è quello scritto per secondo – quasi un anno fa; il secondo, un mese fa. Penso che quello che lasciano i libri nella memoria e nel senso della vita di chi li legge sia molto più importante di qualsiasi “valore letterario” (non so che sia la letteratura, in verità, ma non intendo attaccare ora una polemica su quest’argomento). E mi dicevo: questo sedimento che certi libri lasciano nella memoria di chi li legge è più importante di quello che il libro dice veramente.

Nella mia memoria l’avaro ossessivamente concentrato era quello che si sentiva maledetto dal Sommo Poeta, il prodigo era naturalmente il geometra sbagliato, disorientatissimo e fecondo inventore di spazi e di luoghi mutevoli e fiabeschi. Ricordo che quando lessi Il geometra sbagliato, mi figurai che il personaggio si trovava seduto o affacciato a un cestello all’estremità di una lunghissima e flessibilissima molla d’acciaio capace di estendersi e di ritrarsi. Pur se l’altra estremità della molla era ancorata a un piccolo spazio della terra, o forse era tenuta in mano da un essere misterioso e potente – la pazzia? -,  lui disegnava-percorreva traiettorie fantastiche, incontrava tante persone, raccontava a se stesso storie straordinarie. Questa immagine di Tito Pozzi la porto ancora con me: un essere leggero, pur nella sua tragedia.

chiuso per turnoHo riletto le due storie in questi giorni, perché desideravo comunque fare il punto sulle due pazzie, e sui due libri stessi. E ho verificato che la memoria non mi aveva ingannato: aveva solo estremizzato alcuni tratti, soprattutto in riferimento alla storia del maledetto dal Sommo Poeta.

Nell’universo di Dante l’inferno è non solo il regno delle pene più fantasiose e atroci, ma anche l’imbuto frazionato in zone circolati e concentriche da cui i dannati e i diavoli addetti a ciascuna specie di peccatori non si possono staccare (quest’idea della chiusura  o autochiusura in uno stesso luogo, del localismo come inferno, è anche nell’impressionante dramma di Sartre, A porte chiuse). Ricordo una parte bellissima scritta dal Sommo Poeta. Quando Dante fugge di fronte ai diavoli che lo inseguono e poi si lascia scivolare giù per la discesa steso su Virgilio che gli fa da slittino, una volta giunto al girone successivo alza lo sguardo e vede, affacciati alla rovina, gli esseri infernali che li hanno rincorsi con le ali spiegate, sicuramente furiosi perché impossibilitati a raggiungerli: quei diavoli sono infatti inchiodati alla zona loro assegnata dall’architetto dell’universo (CANTO XXIII, vv. 37 e sgg.). L’intensificazione massima della fissità nel Divino Poema è naturalmente al centro della terra, a cui si arriva non a caso attraverso regioni di ghiaccio. Penso che il pazzo maledetto dal Sommo Poeta, la prima creatura di Calvisi, pur senza darsene conto abbia localizzato il fondo dell’inferno al centro non della terra/universo (impossibile, ovviamente, al giorno d’oggi, una simile localizzazione: anche per un pazzo!), ma del proprio corpo, in quel blocco di carne  in cui ci sono il baricentro di sé, le budelle, gli orifizi e gli organi di riproduzione e di espulsione, fra cui un pisello a forma di sombrero. Mi è venuto in mente a tal proposito anche un terribile (questo sì, terribile) video che è stato pure ospitato sul blog della RR: si trattava di Roberto Piumini che in una classe di scuola elementare recitava con fare teatrale e autorevole una filastrocca sulla cacca, e i bambini, con un’espressione da ebeti, che non era di sicuro la loro naturale, ripetevano alla fine di ogni ritornello: “è la mia cacca”. E forse quest’esperienza didattica è stata fatta passare come pedagogicamente avanzata: se fossi stata la madre di uno di quei bambini, sarei andata a gridare contro lo scrittore, i maestri, il direttore…

Il pazzo maledetto dal Sommo Poeta è feroce, ma non cinico: non ha la forza né la lucidità per coinvolgere altri a recitare l’inferno, a condividerlo con lui. L’inferno se lo vive in proprio fino alle estreme conseguenze. In verità, ci sono dei piccoli tentativi di fuoriuscita o qualcuno che arriva nel suo covo puzzolente a cercar di cambiare le cose: ma sono mutamenti che muoiono prima ancora di esser nati, da cui il maledetto si difende con determinazione.
C’è nella storia anche il paradiso: che nel tempo di miscredenza e di estetismo degradato che viviamo, non può che essere il paradiso della cosiddetta letteratura, della cosiddetta arte, del successo nel mondo mediatico.
Il Dio vero e proprio, quello dantesco, compare una sola volta nel romanzo: però è un dio più che terribile, astiosetto, e manda sulla terra uno straordinario sciame di santi queruli a perseguitare il maledetto. Questo dio ha il suo alter ego nel Sommo Poeta e i suoi emissari in scrittori di successo di questi nostri tempi, persecutori meritevoli di odio (mi è venuto da ridere pensando a uno di loro dall’aspetto pacioso, Giulio, alle prese con il pazzo).
Certo, la fissità della pena non è proprio quella del povero diavolo Lucifero, incastrato da Dante nell’anello di roccia che si trova al  centro dell’universo, ma si sa, in tempi di relativismo morale anche la fissità assoluta traballa… C’è poi una Vespa (nel senso di veicolo a due ruote) che decide con maggiore determinazione di quanto faccia il suo padrone, e c’è un enorme negozio di dischi, che chissà che cos’è davvero. Questa relatività stralunata degli spazi e delle geografie l’ho trovata in uno scrittore spagnolo, Juan José Millas; segue a distanza di più di un secolo gli stravolgimenti temporali che abbiamo conosciuto nei “grandi” che si insegnavano a scuola: Proust, Joyce, Svevo, ecc., imitati poi da tanti altri, tanti, al punto che fino a poco tempo se uno raccontava una storia mettendo gli eventi in ordine cronologico pareva proprio banale e vecchio. Oggi pare che si sia tornati un poco alla tradizione, per quest’aspetto, non so se sia proprio così o se è solo una mia impressione. Provo comunque una grande empatia nei confronti di chi percepisce lo spazio, per pazzia o per disorientamento genetico, come qualcosa che muta continuamente.
E poi il personaggio ambiguissimo della Morte: vuole morire il pazzo maledetto o no? Non si sa bene. L’avrebbe voluta per sé, la morte, il Lucifero dantesco almeno per poter smettere di masticare i tre traditori? Non si sa.

Il geometra Tito Pozzi, personaggio poeticissimo (nulla ha a che fare,  in questo caso, l’aggettivo “poeticissimo” con la “letteratura” e l’“arte” cui ho accennato prima), come dicevo, si muove con un andamento sghembo, talvolta a spirale. Anche lui dispone di una Vespa, nel senso che ho detto sopra. Anche per lui i luoghi non hanno alcuna consistenza oggettiva. Ma lui ha la capacità di trasformare gli spazi che attraversa in scenari magici, di fare della zucca una carrozza fatata, di sottoscala antri pieni di fantasmi o pirati. Prendo a caso: “… mentre procedo con la Vespa PX per le strade cittadine, cioè che sembro una nuvola gialla per la mantellina da geometri che si gonfia per l’aere”. Poco dopo il geometra Tito cade con la Vespa e accanto a lui, coricato a terra, si stendono tanti altri che guardano il cielo e che… non dico come si conclude l’episodio. E quando lui e il geometra Bodoni si spogliano nudi, lo fanno perché così diventano invisibili. E quando il geometra Bodoni scoreggia, manifesta così la sua  immensa felicità… Smetto di rivelare particolari e di rovinare la scoperta a chi non ha ancora letto il libro.

A questo punto, vorrei porre una domanda a chi ha letto tutti e due i libri: se impazzissi, saresti il maledetto dal Sommo Poeta oppure il geometra Tito Pozzi?
Io, non c’è dubbio, vorrei essere il geometra Tito Pozzi, ma non so se ne sarei all’altezza. Certe volte ribollono anche in me, che sono nobile persona, miserie ansiose proprie del pazzo maledetto.

Vorrei chiedere qualcosa anche ad Angelo Calvisi:
Non gli chiedo perché ha dato il nome di Angelo Calvisi al maledetto. So che non può essere, quello che ha per protagonista il maledetto, un vero racconto autobiografico, in primo luogo perché nulla di quello che si scrive, specialmente se esce bene, è davvero autobiografico; e poi perché un pazzo maledetto con la smania addosso che lo porta a un moto perpetuo non avrebbe potuto scrivere un libro così. Penso anche per queste ragioni che il libro non sia autobiografico, ma apotropaico.
Invece vorrei chiedergli: Il principe di Persia sarà la sintesi hegeliana dei due libri precedenti?

E ora voglio raccontare una cosa che mi è successa – ma davvero – oggi pomeriggio, in questo pueblo andaluso, a qualche migliaio di chilometri da Genova: mi è successo proprio mentre scrivevo queste riflessioni. È venuto un ragazzo con cui dovevo mettermi d’accordo per l’imbiancatura della facciata della mia casa. Sono uscita con lui sulla strada per mostrargli due buchi che s’erano fatti nel muro vicino alle due sbarre esterne della griglia che protegge  la finestra della stanza a piano terra. Mi accorgo con sbalordimento che i buchi non ci sono più, qualcuno dei vicini deve averli aggiustati, una riparazione perfetta, il cemento liscio e ben sagomato, e pure, in quelle due zone, ridipinto di bianco. Interrogo i vicini, ma tutti negano. Non riesco a scoprire chi ha fatto il lavoro e per conto di chi.
Non so che c’entri questo episodio che mi riguarda con i libri di Calvisi: ci deve essere una connessione misteriosa che io sento oscuramente, ma che non so dire.

Maria Laura Bufano

  1. Trovo che la definizione di apotropaico per “Maledizione del sommo poeta”, sia, per chi come me abbia avuto il privilegio di leggere il libro e conoscerne l’autore, semplicemente geniale!

  2. ti ringrazio, maria laura, di tutta la tua riflessione, ma specialmente per l’affetto che traspare dalle tue parole, e ancora, ti ringrazio, per l’ultimo tuo aneddoto. ti ringrazio e te lo dico: grazie! per quanto riguarda la sintesi hegeliana eventualmente presente nel principe di persia. che dire? hegel (e la filosofia, in generale) non sono tra le mie letture preferite, pertanto, se di sintesi si potrà parlare, e di sintesi hegeliana specificatamente, sarà un puro caso. invece mi preme dirti che la mia posizione riguardo all’autobiografia nella scrittura è talmente opposta alla tua (davvero diametralmente opposta) che è quasi coincidente. per me chi scrive fa sempre dell’autobiografia, anche se parla di elfi e gnomi. e se la fa sempre, è ovvio, non la fa mai. proprio come dici tu. ciao e grazie ancora.

  3. facciamo che stavolta rilanciamo la domanda va’. allora, dear Angelo, mettiamo che sintesi hegeliana stia semplicemente per sintesi, che ci dici, nel prossimo venturo “il principe di persia” si avrà questa sintesi tra le due forme di follia tanto sapientemente indicate da maria laura?

    e poi, a nostra volta rispondiamo: la RR come tipo di follia si ascrive a mio avviso nell’ambito di quella un po’ sognante e generosa a là Tito Pozzì, ma, e dico ma, ambisce a un tipo di esito che sia quello migliore tra le varie interpretazioni che è possibile dare al libello prossimo venturo, la lettura più ottimistica (e forse arbitraria, o errata) che si potrebbe dare delle bellissime pagine finali del principe di persia, a quel tipo di accecante e stupito fulgore dovremmo riuscire ad ambire.. e ad essere un’isola nel greco mar, anche.

  4. Caro Angelo,
    torno da uno strano viaggio, non ho potuto consultare internet per diversi giorni.
    Sulla sintesi hegeliana: beh, l’espressione era affettuosamente scherzosa. Anche se qualcosa che sia una specie di sintesi o di “superamento”, insomma, una terza, ancor più ampia lettura del pazzo mondo ce la si aspetta dal tuo terzo libro…
    La filosofia… non ho letto neppure io molto di filosofia, ma penso che la filosofia non sia peggiore della letteratura. Tutte le cose, oggi più che mai, hanno moltissime facce. La parte buona della filosofia, almeno fino a ieri (sull’oggi non saprei): il coraggio umano di voler spiegare il mondo riflettendo, non accettando di credere, fallendo continuamente e riprovandoci: è una cosa che a me piace. Chi, per esempio, non ha attraversato una qualche forma di illuminismo, con tutti i limiti e anche le velleità che gli illuminismi hanno avuto nel tempo (certo,non si tratta solo di filosofia!), secondo me è più esposto a disgrazie.
    Sul carattere autobiografico dei tuoi – e forse non solo dei tuoi – scritti: sono pienamente d’accordo con te. Affermare che tutto quel che si scrive è autobiografico è al tempo stesso negare che sia autobiografismo nel senso più ingenuo e facile. Certo, la scrittura, nel migliore dei casi, quando dice delle cose intense come la tua, costruisce una specie di secondo io inevitabilmente più stilizzato di quello “vero”(chissà poi se quest’ultimo esiste): uno può ammirare questo proprio secondo io in modo narcisistico, ma può anche litigarci, aver voglia di picchiarlo, farlo persino morire… È una bella soddisfazione avercelo per un tempo di fronte, anche se poi ci si stanca.
    Buone vacanze