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Maledizione del sommo poeta – loop

In our books on Luglio 6, 2009 at 10:49 pm

chiuso per turno“Perché vale la pena vivere?”. Una domanda angosciante, sparata come una bomba a tempo nella testa di un ragazzino undicenne dalla terribile supplente delle medie.

Un ragazzino che diventerà uomo, ma che non riuscirà a trasformarsi in un adulto, schiacciato sotto il peso di una risposta troppo dura per essere elusa, troppo ingombrante per essere ignorata: “Bisogna vivere per lasciare un segno nella vita. Bisogna lasciare un segno come Dante Alighieri”. Con queste due frasi si apre il romanzo di Angelo Calvisi, e con queste due frasi la supplente delle medie condanna il ragazzo, poi uomo (che guarda caso si chiama Angelo Calvisi), ad un’esistenza di perpetua sconfitta, ad una “maledizione infinita”, la Maledizione del Sommo Poeta. La storia è narrata in prima persona dal monologo sbilenco del protagonista, infarcito di ripetizioni, false partenze e strutture sintattiche sgrammaticate, in un tentativo felicemente riuscito di imitare i modi del parlato. Nell’arco di tre giorni (allusione alle tre cantiche dantesche?) Calvisi (il personaggio) si convince di essere prossimo alla morte per un problema intestinale, e l’ossessione di “lasciare un segno” nella storia della letteratura lo assale con più forza che mai, personificata dalla figura immaginaria del Sommo Poeta, un Alighieri cattivissimo e dispettoso, sempre lì a ricordare i successi degli altri scrittori, gettando il protagonista in un vortice di invidia e sconforto (“L’aspetto caratteristico della mia psicologia compromessa è l’invidia. Io sono un invidioso da ulcera, mi viene la pelle verde, non posso farci niente”). La descrizione – svolta “dall’interno” – di una mente paranoica in preda ad ossessioni crescenti risulta estremamente comica fin dall’inizio del libro, con passaggi che letteralmente provocano nel lettore scoppi di risate incontrollate. Andando avanti nella storia, però, la vicenda assume contorni sempre più grotteschi, e lo stesso disturbo psichico scivola dalla tenerezza innocua di una fissazione infantile ad uno stato apertamente patologico di dissociazione mentale. Proseguendo, dunque, si fa più viva la percezione dell’inquietudine e dell’amarezza che sono già in nuce all’inizio del libro, e sebbene lo sviluppo narrativo sia tutto sommato abbastanza limitato (non succede poi molto, al di fuori della testa di Angelo), non si può fare a meno di notare come la prospettiva diventi via via più angosciante e meno giocosa. E il merito vero, la conquista autentica della scrittura di Calvisi, è proprio la capacità di raccontare una storia drammatica, di disagio e sconfitta, riuscendo al tempo stesso a far ridere moltissimo. Senza per questo banalizzare l’argomento spinoso della malattia mentale, che nasconde e incorpora una più generica difficoltà (impossibilità?) di integrarsi in una società percepita come nemica.

Paolo Imbonati, loop