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Poema manifesto, di Valentino Parlato – il manifesto

In our books on Luglio 1, 2009 at 9:34 am

chiuso per turno Esce in libreria Il trasloco, epigrammi sulla nostra redazione, dal 1971 a oggi.

Il trasloco (del manifesto s’intende, dal centro di Roma all’attuale semiperiferia di Via Bargoni) non è stato un addio, ma una partenza. Affaticati scambi di parola: «Che strada facciamo?», «Dove diavolo metti la tua valigia?». Un cambiamento di sede che diventa, per il nostro Tommaso Di Francesco, un’occasione per osservarci e gridarci in faccia i suoi versi. È in libreria «Il trasloco, epigrammi sulla redazione de il manifesto», prefazione in versi di Roberto Roversi (Round Robin editrice, 12 euro, pp. 150, www.roundrobineditrice.it)
Gli epigrammi originano dagli epitaffi, e se quelli erano elogi dei morti, questi sono coltellate ai vivi. Un grande libertino come Balzac ricorda che «l’epigramma sollecita l’intelligenza e non induce mai all’amor proprio». Nemmeno l’autore, dunque, può considerarsi immune dai colpi che scaglia sugli altri. Della banda del manifesto, ripeto banda, Tommaso è fra i compagni più antichi, presente già ai tempi della rivista, nel 1969. Appassionato, generoso fino alla violenza e fedele a se stesso, è al tempo stesso lucido e acuminato quanto serve per scrivere epigrammi che s’intrecciano, com’è nel suo carattere, con la sensibilità della poesia. Tommaso è anche un poeta: è opportuno tenerlo a mente quando leggiamo queste composizioni che sono, naturaliter, cattive. Dai suoi versi nessuno si salva, s’appuntano come lame aguzze nelle carni di ciascuno di noi, componenti presenti e passati dalla famiglia del manifesto nei suoi trentotto anni di vita.
Centonovantacinque epigrammi, alcuni molto riusciti, altri meno. Del resto è lo stesso Marziale a dire che «ce ne sono dei buoni e dei passabili / ma i più degli epigrammi che tu leggi / sono cattivi. Avito / un libro non lo si fa che così». Di straordinaria efficacia quello per Carla Casalini, che l’anno scorso ci ha lasciato: «Senza la tua tempesta, / la nave affonderebbe». E vale anche ricordare l’epigramma di Tommaso a Tommaso: «Brucia un dubbio / autorevole e senile / ho vinto o perso / la guerra civile?».
Cari lettori e cari compagni del manifesto: leggiamoci. C’è un epigramma su ciascuno di noi, quasi nessuno escluso (e chi ancora non c’è, resti indeciso se dolersene o rallegrarsi). Alcuni sono molto pungenti, ma non infuriamoci. Riflettiamoci, invece, e forse finiremo col ritenere che almeno un puntino di verità c’è, sebbene amplificata da quel tanto di esagerazione che è proprio dell’epigramma. E Tommaso, del resto, punta all’esasperazione anche quando scrive, quando discute, come se portasse sempre dentro di sé il germe di questa logica parossistica, che procede per estremi.
Io stesso, che «perdo figli dalla carlinga» e «abbocco non a uno/ ma a due opposti ami», penso che tutti noi, più o meno trafitti, conserveremo a lungo questo buon diabolico volumetto.
Allo stesso modo, per chi dall’esterno abbia voglia di capire l’avventura del nostro giornale, questi epigrammi sono essenziali. La nostra è stata ed è ancora (non so per quanto tempo) la storia di una minoranza impegnata al massimo, eppure mai priva di autoironia: anche gli scettici possono essere buoni combattenti, come noi pensiamo di essere stati e di essere ancora.
Sono molto legato, personalmente, al mito di Sisifo, nell’interpretazione proposta da Albert Camus: «L’impegno stesso per raggiungere la cima del monte è sufficiente per dare pienezza al cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice». Ed è per questo che, nonostante la fatica, le delusioni e le amarezze, noi del manifesto possiamo considerarci felici.
Gli epigrammi che Tommaso scaglia fraternamente al cuore di ciascuno di noi sono l’immagine della nostra vita, e insieme il masso che continuamente dobbiamo spingere verso la vetta del monte, da cui lo vedremo precipitare in fondo per poi tornare a raggiungerlo, e spingerlo nuovamente in alto. Quante crisi abbiamo attraversato, e quante volte abbiamo dovuto faticosamente risollevare la pietra che ci era caduta addosso! E ciò nonostante speriamo ancora che questo travaglio possa continuare. È il nostro modo di rimanere svegli: repetita iuvant dicevano gli antichi, e poco importa che non si riferissero alle nostre fatiche, o a quelle di Sisifo.
Nell’attesa di una storia del manifesto e della sua varia popolazione, Tommaso ci offre con questo libellum un contributo prezioso per capire le persone, e la stagione a cui hanno dato vita. Una stagione straordinaria, di speranze straordinarie, di forti delusioni e di tenace resistenza.

(Stralcio dalla post-fazione al libro di Valentino Parlato)

Valentino Parlato, il manifesto