Interno con rivoluzione, di Maria Laura Bufano (Round Robin editrice, pp 360, € 15), narra le vicende di due personaggi di differente origine geografica e sociale: Lidia, pugliese di famiglia laico-borghese, in parte di estrema destra, in parte antifascista; e Paolo, di famiglia proletaria lombarda, con padre fascista e madre comunista. La storia, inizialmente giocata sull’inseguirsi e il crescere dei protagonisti è interamente affidata alla narrazione di lei e si svolge in un arco di tempo compreso fra il 1942 e la primavera del 1973. L’incontro nella città lombarda di F., il crescere delle rispettive personalità sullo sfondo della sezione del PCI e l’immersione nelle battaglie politico-sociali degli anni ‘60 e ‘70 forniscono l’ambiente e le motivazioni incidentali del romanzo. In questo orizzonte si svolgono le travolgenti, toccanti vicissitudini amorose dei due, le fughe, gli inseguimenti, le partenze, i ripensamenti, la nascita dei figli. Traspaiono insieme la forza, la sicurezza di Lidia, e l’aerea essenza di uomo moderno di Paolo, nuova figura di padre capace di curarsi dei figli piccoli senza timore dello scandalo che tali premure avrebbero potuto provocare nell’ambiente dell’epoca.
Il romanzo coinvolge il lettore e lo lascia senza scampo. Impossibile staccarsene. Pur con una studiata uniformità stilistica, un linguaggio semplice e netto come un’incisione nel legno, e un misurato equilibrio narrativo (le parti dedicate a Paolo e a Lidia si equivalgono) Maria Laura Bufano riesce a trasportarci dalle realtà (quasi) contadine (seppure benestanti) del nostro paese, come la Puglia degli anni ‘40, agli essenziali fermenti politici che animavano la sinistra del dopoguerra. Si respira con la stessa fedeltà l’aria da realismo magico della provincia pugliese – da cui il riferimento a Garcia Marquez – e l’arredamento essenziale dell’appartamento lombardo dei due: specchio della precarietà esistenziale e dei loro contrastanti impulsi vitali. Rapporto a due che richiama alla mente il Richard Yates di “Revolutionary Road”, riferimento forse lontano dalle letture dell’autrice ma che ci aiuta a illustrare la sapiente vastità della narrazione e la notevole capacità di ricostruire i punti di vista maschile e femminile, con una veridicità tanto intensa da risultare sconvolgente.
Spero che chi giunga alla fine del libro, concordi con me su un punto: protagonista della storia è Paolo, più che Lidia.
Ma lei, per farlo vivere in queste pagine, gli ha regalato pezzi di se stessa. […] La parola identità è per lei sopportabile, e persino cara in un solo significato: quando indica il prodigio che talvolta sorprende esseri umani, agli occhi del mondo distanti o addirittura contrapposti, nel momento in cui scoprono ampie zone di se stessi non solo somiglianti a quelle dell’altro, ma in tutto identiche.
Benedetto Grasso, City (Roma)