Dalla tesi Forme della scrittura autobiografica. Tre esempi con la quale Wu Ming-F si è laureato in Scienze del testo, all‘Università La Sapienza di Roma. Relatore della tesi il professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea Aldo Mastropasqua, correlatore il prof. Rocco Paternostro (Critica letteraria). Uno dei tre testi presi in esame da Wu Ming-F nella sua tesi è il nostro Interno con rivoluzione. Pubblichiamo qui l’estratto di tesi che parla del romanzo. Si avvertono i lettori che data l’estesa trattazione tesistica (comprendente anche un corposo riassunto del romanzo), si consiglia la conoscenza del testo. Si sconsiglia altresì la lettura a chi avesse intenzione di leggere il romanzo di Maria Laura Bufano e non l’avesse ancora fatto: vengono anticipati completamente trama e motivi.
Mi preme riassumere brevemente in queste primissime pagine la storia della “scoperta” e della pubblicazione di Interno con rivoluzione, che, in parte, mi riguardano direttamente. Ormai da un paio d’anni infatti lavoro come editor per la Round Robin editrice, la piccola, audace casa editrice romana che, al momento della discussione di questa tesi, avrà pubblicato il romanzo d’esordio di Maria Laura Bufano. Il progetto iniziale della tesi – se fossi riuscito a laurearmi secondo le mie prime previsioni (in parte, bisogna ammettere, deliranti) – sarebbe stato infatti ben più azzardato: l’idea di partenza era quella di sviluppare un lavoro su due testi editi, gli altri due romanzi trattati, e uno in corso di pubblicazione, ma, di fatto, non ancora pubblicato: progetto alquanto provocatorio quello della trattazione tesistica, o più in generale della critica, di un’opera che in quanto non edita allo stato ontologico delle cose, di fatto, non esiste. Il naufragio della prospettiva borgesiana di questo lavoro lo rende, paradossalmente, più solido dal punto di vista scientifico: si parla infatti di tre romanzi tutti con egual diritto di cittadinanza nel mondo delle lettere. Ma l’acquisizione di questo diritto è costata cara a Interno con rivoluzione, che per bene tre volte – nonostante l’ammissione con il titolo di Pater alla finale dell’edizione 2001 del premio Calvino – ha visto sfumare in dirittura d’arrivo il momento dell’effettiva pubblicazione. Il testo dopo aver mancato l’edizione per un piccolo editore di Bari, per Manni e infine per Edizioni associate, è giunto nelle nostre mani per via indiretta e a distanza di tempo, quando ormai l’autrice forse non sperava più in una risposta positiva da parte di uno dei tanti editori cui aveva inviato in lettura le bozze. E la risposta positiva alla fine non è giunta da uno degli editori contattati, ma dalla giovane Round Robin, casa editrice che nel 2002 doveva del resto ancora vedere la luce. Pater – questo il titolo provvisorio allora assegnato al romanzo – era stato spedito nel 2002, tra le altre, alla casa editrice Empiria, dove allora lavorava come stagista addetto alla lettura, alla compilazione delle schede e al rifiuto (sic) delle bozze Davide Martirani [1], anche lui futuro editor della Round Robin editrice. Martirani che al tempo della collaborazione con Empiria ebbe occasione di parlarmi piuttosto male di tutta la trentina di incartamenti di quart’ordine che gli toccò spulciare, schedare e rifiutare per conto del vecchio editore (ugual sorte toccava alle tornate di saggi pretestuosi, alle risme di “legnosi polizieschi pieni di luoghi comuni e frasi fatte”, o alle “raccolte di poesie minimaliste un po’ autocompiaciute e di corto respiro…”), giudicò degno di essere salvato dal mazzo dei dinieghi solo un testo, un lungo romanzo a carattere autobiografico (“un ottimo libro, di quelli che quando finiscono ti mancano i personaggi, e vorresti sapere che fine hanno fatto, e come stanno”), dal faticoso titolo: Pater. Diceva Martirani di essere anche entrato in contatto con la strana autrice “bergamasca” [2], di averci fatto amicizia. Passati tre anni, una volta ritrovatici a collaborare come editor nella nuova casa editrice un giorno mi tornò in mente la storia di quel lungo romanzo, domandai a quel punto al mio amico cosa ne fosse stato di quel libro, se per caso fosse edito e se in caso contrario (come prontamente gli confermò l’autrice) fosse ancora possibile leggerne le bozze. Lui le aveva ancora, mi avvertì di “sopportare” la narrazione apparentemente troppo autoreferenziale delle prime cartelle, mi rassicurò che tutte quelle informazioni familiari sarebbero servite poi, poi se ne sarebbe apprezzata l’importanza nella costruzione psicologica dei personaggi principali e mi consegnò l’incartamento. Lessi furiosamente le centosettanta cartelle A4 che costituivano le bozze del romanzo. Poi mi feci dare l’indirizzo e-mail dell’autrice, a quel punto trasferitasi in Spagna, a Conil de la Frontera, e le scrissi. Copierò qui di seguito alcuni stralci delle entusiastiche lettere che io e Davide abbiamo spedito via e-mail alla signora Bufano, non per un semplice esercizio di autorappresentazione [3], ma perché la fortissima impressione che il lungo romanzo della sessantacinquenne Maria Laura aveva esercitato su due lettori di quarant’anni più giovani è un modo efficacemente esplicativo e, a mio avviso, costruttivo, per entrare nell’abisso di vita e di politica in cui ci immerge Interno con rivoluzione, il primo dei romanzi analizzati in questa seconda parte della tesi.
Dalla e-mail inviata da Martirani a Maria Laura Bufano il 9 marzo 2005:
Gentile signora Bufano,
mi scusi se mi permetto di scriverle questa mail, pur non conoscendola. Sono un ragazzo di 22 anni, laureato in lettere presso l’università di Roma, che ha trascorso un periodo come stagista presso la casa editrice Empiria. In quei due mesi la mia occupazione principale è stata la lettura e la valutazione dei manoscritti inediti che affollavano la nostra cassetta della posta quasi quotidianamente. Non ricordo con precisione il numero delle opere da me esaminate (fra romanzi, raccolte di poesie e di racconti, saggi etc), ma sicuramente si aggira intorno alla trentina. Avevo ricevuto direttive molto chiare: tendenzialmente non si pubblica niente di ciò che viene proposto (perchè la casa editrice è piccola e stenta a sopravvivere, perciò non può permettersi quasi mai di puntare sugli esordienti), ma bisogna controllare sempre la qualità delle opere, sia per rispetto verso gli autori che per evitare di rifiutare un eventuale (rarissimo) capolavoro.
Forse le potrebbe venire in mente che affidare un compito così delicato ad un ragazzo del tutto inesperto non sia una cosa molto professionale, e che denoti scarso interesse dell’editore per le proposte che riceve dall’esterno. Non spetterebbe a me rispondere a questa domanda, ma credo che la sensibilità e la capacità di discernimento necessarie a dividere il grano dalla pula siano in gran parte una dote naturale, che l’esperienza può affinare ma non creare dal nulla. […]
Dunque ho letto centinaia e centinaia di pagine, non sempre con piacere, e ho scritto decine di risposte agli autori, in cui spiegavo gentilmente il motivo per cui non potevamo prendere in considerazione le loro opere.
Fra i primi romanzi che mi è capitato di leggere c’è stato proprio il suo Pater, in una tornata che comprendeva un legnoso poliziesco torinese, pieno di luoghi comuni e frasi fatte, e una raccolta di poesie minimaliste, un po’ autocompiaciute e di corto respiro.
Il suo romanzo inizialmente mi aveva spaventato: la lunga descrizione delle due famiglie mi aveva fatto temere un eccesso di autoreferenzialità, una minuta analisi privata che poco interesse poteva suscitare in un estraneo. Però una cosa mi colpì subito, invitandomi a continuare con attenzione: il suo stile.
Il libro è scritto in una prosa asciutta, che non è arida, ma tagliente. La sua non-verbosità, la sua mancanza totale di indulgenza verso qualsiasi forma di estetismo gratuito gli consente di tenere sempre il lettore ancorato alla storia, ai personaggi e ai loro sentimenti.
Infatti, dopo una dozzina di pagine, il libro mi aveva conquistato completamente, tanto da decidere di portarlo a casa per leggerlo anche fuori dalle ore di lavoro.
Dopo averlo finito, ho deciso senza indugio di “sponsorizzarlo”, cioè di farlo passare in lettura alla direttrice, introducendolo nel modo migliore possibile.
Ovviamente lei non poteva leggerlo subito, perchè occupata dalla pubblicazione dei titoli del periodo di Natale, e dunque il mio periodo di stage si è concluso senza che io sapessi nulla del destino che sarebbe toccato al suo romanzo.
Un mese fa sono tornato a Empiria, e ho colto l’occasione per informarmi: mi hanno detto che il libro è stato letto ma non accettato, e che dunque le è stata inviata una lettera di spiegazione del rifiuto.
Da qui la mia decisione di scriverle, per dirle sostanzialmente questo: il suo è un ottimo libro, di quelli che quando finiscono ti mancano i personaggi (scusi l’anacoluto, ma ci voleva), e vorresti sapere che fine hanno fatto, e come stanno. Un libro in cui l’amore e la sofferenza suonano puri, perchè veicolati da una scrittura apparentemente distaccata (un po’ come in Primo Levi, se mi consente l’enorme paragone); un libro costruito intorno alla figura bellissima e dolente di Paolo (cosa che, a mio avviso, i giurati del premio Calvino hanno completamente trascurato), sempre pronto a mettersi in discussione e a punirsi per i suoi errori. Un libro con un finale folgorante, che ne svela il senso: quella specie di Weltschmerz che parte in sordina, nell’infanzia, si traduce nelle forme della lotta politica adulta, per poi tornare a ghignare, insensato ed invincibile, nella terza parte…
Un libro, soprattutto, assolutamente superiore a gran parte di ciò che viene pubblicato normalmente, da Empiria come da tutte le maggiori case editrici.
Quindi, per concludere, le volevo dire solo due parole: grazie, per ciò che il suo libro mi ha dato, e insista, lo mandi in giro, lo faccia leggere. Sono certo che otterrà il riconoscimento che merita. […]
Dalla e-mail da me inviata a Maria Laura Bufano il 6 novembre 2007:
Gentile signora Bufano,
sono Wu Ming-F, uno studente di Scienze Umanistiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, che svolge uno stage presso la Round Robin editrice, una giovane ma dignitosa casa editrice romana. Mi occupo quasi di tutto, dalla correzione di bozze alla contabilità, ed essendomi trovato a leggere alcuni manoscritti giunti in redazione veramente imbarazzanti, mi sono ricordato che un paio di anni fa il mio amico Davide mi parlò di un bel libro che gli era capitato per le mani al tempo del suo stage, presso Empiria. Si tratta del suo Pater. L’ho finito di leggere da pochi giorni, aspettavo, per scriverle, che ne assaporasse la sostanza anche Stefano, il nostro comune amico (di Davide e mio), nonché direttore editoriale della Round Robin editrice. Per quanto riguarda me, io ho letto il libro – che mi pare per forma e vibrazioni essere un’opera prima nonché una dolorosa autobiografia – e non posso che ringraziarla di aver volto in parole le sue memorie. Secondo me il romanzo per forma, capacità di definizione e presentazione dei personaggi, per l’acutezza e la pulizia del punto di vista femminile – ma non femminista, per la solidità della prosa e la sua naturale tensione narrativa meriterebbe di essere nel catalogo Einaudi o in quello Adelphi. Fortunatamente questi editori non credo si prendano la briga di sfogliare tutte le opere prime di illustri sconosciuti che vengono loro inviate e allora spero che se un giorno lo vorranno accludere alla loro biblioteca dovranno venire a comprarlo da noi. Non le parlo di certezze ma mi pare di capire che, nonostante le difficoltà logistiche (la sua attuale residenza andalusa renderà difficoltosa, immagino, la sua presenza alle presentazioni, per esempio), il libro entro la fine del 2008 noi saremo in grado di pubblicarlo (per i contatti ufficiali le scriverà più avanti l’editore). Questa mia mail non serve in effetti a molto ma avevo piacere di salutarla e di comunicarle la mia ammirazione. […] Ho molto sofferto trovando tra le pieghe dei suoi ricordi, e di quelli di Paolo, momenti che mi è sembrato aver vissuto (specie tra quelli della fine della prima parte, quando i protagonisti attraversano la mia età), ho sofferto e sperato leggendo. Uno di quei libri che quando cominciano a mancare 50 pagine alla fine ti chiedi perché una narrazione dotata di un tale respiro stia già volgendo al termine. Non mi riesco a esprimere al meglio, […] le copio alcune righe dalla scheda di valutazione che ho scritto:
Questo è un romanzo. In Italia non se ne vedono. Altra caratteristica che dovrebbe far trasalire qualunque editore. Il dispiegarsi delle vite dei personaggi – i fatti sono di evidente e vibrante ispirazione autobiografica – coinvolge il lettore fino alla sofferenza. L’alternarsi nella prima parte del punto di vista femminile e di quello maschile sono capaci di far provare rabbia, invidia, desiderio, nostalgia, fretta, frenesia, felicità, dolore. Si sente l’ambiente dell’Italia del dopoguerra come una cosa vera, comprensibile. Si legge l’inseguirsi degli amori e delle speranze dei due – all’inizio lontani, lei del sud lui del nord. Si ha voglia di litigare con questo o quel personaggio, con la voce narrante a volte, per certe scelte, per certe frasi, per il fatto che magari un uomo lì non avrebbe fatto così, non avrebbe detto così. È un fatto grandioso. La voce femminile esce incisiva e non presuntuosa, anche dal punto di vista politico. L’impegno sincero e consapevole non impedisce alla protagonista di non capire le pose assunte da certi compagni “compagni per modo di dire” e dal femminismo “completamente incapace di vedere aspetti della vita, che anzi calpesta”. Ci sono momenti in cui è facile riconoscersi, le storie d’amore sono tutte uguali, ma lì si soffre sinceramente, occorre fermarsi, rileggere e rigirarsi nel letto con le mani strette alle coperte. Le vite si ripetono. Il dolore è una dimensione dell’esistenza e qui soprattutto è in scena la vita, con tutte le sue meravigliose, prevedibili e infinite banalità, ricchezze, effimere caducità.
Spero davvero che si possa arrivare alla pubblicazione di questo libro. Mi spenderei anche molto per una promozione che sarebbe necessariamente un po’ distante dai nostri standard. Naturalmente, questo glielo posso anticipare già da ora, qualche piccolo appunto mi permetterei di muoverlo. Il primo riguarda il titolo, molto impegnativo, faticoso direi: non so se i miei colleghi […] lo digeriranno. Io le consiglierei di cambiare anche i titoli dei singoli paragrafi, sono migliorabili. E infine le poesie sistemate all’inizio dei capitoli. Se ce le volesse tenere io mi permetterei di consigliarle di slegarsi dalla rima, in questi casi non serve, cerchi la musica nei singoli versi, in questi casi il suono sta nel senso [4].
Ora, per consentire una migliore chiarezza argomentativa nelle successive fasi della trattazione propongo senza ulteriori indugi un riassunto dettagliato del romanzo in questione.
2.1.1 Riassunto dell’opera
Protagonisti del romanzo sono due personaggi di differente origine geografica e sociale: Lidia, pugliese di famiglia laico-borghese, in parte di estrema destra, in parte antifascista-crociana; e Paolo, di famiglia proletaria piemontese-lombarda, di padre fascista e madre comunista. La storia si svolge in un arco di tempo compreso fra il 1942 e la primavera del 1973.
PRIMA PARTE Io – Paolo
IO (Lidia) – Il padre di Lidia è un ufficiale che ha partecipato come volontario alla campagna etiopica, e quando Lidia nasce si trova in guerra in Africa Orientale, dove dopo qualche mese viene preso prigioniero dagli inglesi. La madre, molto giovane, è vissuta sempre nelle ex-colonie italiane, soprattutto in Eritrea, e ha conosciuto il futuro marito mentre questi era in licenza premio al termine della campagna etiopica.
Lidia vive nei primi quattro anni con la madre, una sorella e un fratello di qualche anno più grandi, Isabella e Michele, quattro zie molto anziane e uno zio liberale e crociano – il fratello maggiore del padre – nella “casa grande”, in un paese dell’entroterra pugliese. Gli zii possiedono molta campagna, coltivata dai braccianti, non si soffrono le privazioni della guerra e del primo dopoguerra.
Quando torna il padre dalla prigionia e il nucleo familiare si trasferisce in un appartamento in città, la felicità della primissima infanzia si dissolve e inizia un contrasto fra la bambina (che adora lo zio), e il padre, nervoso e rigido; contrasto che si protrarrà negli anni, fino all’età adulta della protagonista.
Il padre e la madre hanno fra loro un rapporto turbolento, litigioso, passionale, che scandisce la vita dei figli. Pur non credenti, mandano le bambine in una scuola femminile di suore, perché ritengono che così siano protette dall’altro sesso e educate a “valori” perbene. Lidia riesce a evitare l’asilo, prima perché si ammala, poi perché rifiuta di andarci. I genitori non si occupano molto degli studi delle bambine, destinate nelle loro previsioni al matrimonio, mentre forzano Michele, per cui avevano progettato una carriera da medico, a bruciare le tappe. Nella casa degli zii, da cui Lidia e i fratelli vanno spesso, si allentano le tensioni accumulate nella famiglia nucleare. Le zie vanno ancora in campagna in carrozza, e raccontano ai nipoti episodi della propria infanzia ottocentesca. Dopo le elementari, Lidia, più ribelle di Isabella, ottiene di essere iscritta a una scuola media pubblica. La scuola diventa per lei sempre più un’occasione di fuga e di liberazione dalla famiglia. Negli anni del ginnasio e del liceo la ragazza matura le prime scelte politiche e si innamora di un giovanissimo, strano professore di lettere dalle idee progressiste. È però costretta a cambiare città e scuola a causa del trasferimento di suo padre. Vive i primi vani innamoramenti. In occasione di uno sciopero patriottico-studentesco per la questione altoatesina, Lidia rifiuta di partecipare e con un’amica scrive una lettera all’Espresso denunciando l’atteggiamento della presidenza del liceo, che ha favorito apertamente la manifestazione. La lettera viene pubblicata e nella piccola città del sud in cui vive la ragazza si scatena il pandemonio: le due studentesse vengono attaccate sul giornale locale come “marxiste che dormono in lenzuola di seta”. Quando il padre di Lidia è informato della vicenda, se la prende violentemente con la figlia e va a chiedere scusa alla vicepreside. Lidia, da quel momento sorvegliata continuamente, cade in una sorta di depressione e, mentre si trova ancora al liceo, accetta di fidanzarsi “ufficialmente” con un ragazzo perbene, Umberto, laureando in legge. Inizia quindi la frequenza dell’università in una condizione di passività e indifferenza. Dopo qualche tempo lascia d’improvviso il fidanzato, che resta stupefatto per la repentinità della decisione, e poco dopo si innamora di un ragazzo bellissimo, viziato, di destra, ufficiale di marina, che ha una visione della vita opposta alla sua. La storia finisce male e Lidia da quel momento ritorna a interessarsi della vita politica e decide di non legarsi a nessuno finché non sarà andata a vivere per conto proprio. Si concentra nello studio, recupera il tempo perduto e poco prima di laurearsi si iscrive al Partito comunista. Partecipa al movimento nell’Università. È il ’68. I genitori ora considerano assai più allarmante la sua militanza politica che il fatto che esca con dei ragazzi. Gli attriti familiari terminano con la partenza di Lidia, nell’ottobre del ’69, per una città lombarda, dove ha avuto la nomina per l’insegnamento in un liceo.
PAOLO – Il padre di Paolo è fascista, lavora in una fabbrica di F., una città lombarda. La madre va a servire in case di signori. La famiglia abita al piano terra di un freddo fatiscente edificio del borgo storico. Paolo è l’ultimo di cinque figli, ha una sorella, Liliana, di tredici anni, e tre fratelli, Bruno, Franco e Giorgio. Nei primi anni di vita del bambino, c’è anche nella sua città l’occupazione tedesca e gli attacchi degli alleati. Il padre beve, è spesso violento con la moglie, e Liliana, quando lui torna a casa ubriaco, cerca di tenere i fratelli in silenzio, per evitare che si infuri. La madre di Paolo è presto costretta a lasciare il bambino a Liliana, per poter andare a lavorare nelle case signorili. Ma poi la ragazzina inizia a fare da badante ad un’anziana signora, la madre trova un posto fisso in casa di persone abbienti, e Paolo viene affidato a Bruno, che non va più a scuola. Intanto Franco e Giorgio frequentano le elementari in un istituto di suore, che li tengono “per carità”, in cambio di lavori che la madre fa per loro. La madre, purché le tengano i figli, finge anche di essere devota e si inginocchia nella cappella, mentre in realtà non crede in Dio ed è comunista. Paolo, ancora molto piccolo, assiste ad atti di violenza del padre nei confronti della madre, e crede di vedere un cane nero senza occhi, orecchie e coda che sta per entrare dalla finestra. Viene bombardata la fabbrica in cui lavora il padre di Paolo, che riesce a salvarsi. Quando Paolo ha quasi tre anni, Bruno trova lavoro e la madre chiede alle suore di prendere Paolo all’asilo. Una volta inserito il bambino viene picchiato dalle monache perché dice brutte parole, imparate da Bruno e dai suoi amici di strada. Resta violentemente affascinato da una bambina, ma la suora gli cambia posto allontanandolo da lei. In seconda elementare, Paolo viene cacciato dalle suore, perché è riuscito a incontrarsi nel cortile con una fanciulla, figlia di un dottore, che frequenta una classe femminile lontana dalla sua. È costretto ad andare alla scuola pubblica, resta per molte ore per strada, senza alcun controllo, e il pomeriggio, mentre la madre e i fratelli sono al lavoro, con degli amici fa scorribande nella città e negli immediati dintorni. Su una collina i ragazzini scoprono una dimora disabitata e ne fanno la loro “reggia” segreta. Dopo qualche tempo saranno costretti ad abbandonarla a causa degli operai e dei camion giunti per ristrutturarla. Intanto, dopo che Giorgio si è messo a cercar lavoro, la madre abbandona le suore e quando può, senza che il marito lo sappia, va alla sezione del Partito comunista. Racconta spesso ai figli storie della sua vita ed episodi della recente lotta partigiana. Riesce a portare qualche volta i bambini a scampagnate organizzate dall’Udi, ma il padre lo viene a sapere e reagisce violentemente. Paolo, nonostante la violenza del padre, ha un rapporto affettuoso con lui, che lo tratta meglio di quanto faccia con gli altri figli. Mentre il bambino frequenta la quarta elementare, il padre ha il primo episodio di delirium tremens. Dopo un po’, la madre e i fratelli si accorgono che anche Bruno ha preso a bere.
Quando Paolo finisce le elementari, la madre, consigliata dalla vecchia maestra, decide che almeno questo figlio non abbandonerà la scuola. Il ragazzo viene iscritto all’avviamento professionale. Nella nuova scuola diventa ambizioso. Va bene soprattutto in matematica, frequenta, oltre i vecchi amici di strada, anche figli di famiglie “perbene”. Mentre Paolo è in terza, il padre muore di cirrosi.
Dopo l’avviamento professionale Paolo viene iscritto dalla madre a ragioneria: farà due anni di scuola mattutina, poi si cercherà un lavoro e continuerà con le serali.
La nuova esperienza scolastica è più difficile delle attese. Deluso e frustrato, il ragazzo non studia, va sempre peggio. Poi, dopo una reazione violenta della madre, che è stata informata dai professori del cattivo comportamento del figlio, pian piano si riprende e riesce a cavarsela. Vive le sue prime esperienze erotiche in casa di amici volgari. Prova al tempo stesso eccitazione e compassione per le ragazze che sottostanno alle loro prepotenze. Al termine del biennio di ragioneria, con l’aiuto di un ingegnere presso la cui famiglia la madre fa la domestica, Paolo trova un lavoro da impiegato presso una fabbrica di mobili. Con i guadagni di tutti, possono ora lasciare la vecchia casa fatiscente e andare in un nuovo appartamento. Paolo, che ha il compito di fare le buste paga dei lavoratori della piccola azienda, si accorge che viene dato loro meno di quanto gli spetta, si ribella e viene licenziato. La madre lo appoggia. Cerca un altro lavoro, viene assunto da un grossista di tinture, e poi in una grande azienda. Comprano la televisione, la lavatrice e il frigorifero. Paolo si iscrive alle scuole serali: professori demotivati, aule lasciate sporche dagli studenti della mattina, stanchezza infinita. Solo un prete, professore di religione, riesce a interessare e a interessarsi di quegli studenti, senza far differenza di fede. Paolo prende gusto a discutere con lui. Si innamora quindi di una ragazza bellissima e povera, Irene, considerata “facile” anche dai suoi fratelli. Suggestionato dai giudizi volgari che si danno su di lei, la tratta male e la lascia. Esce malconcio da questa vicenda e viene bocciato all’ultimo anno di ragioneria, alla scuola serale. Ripete la classe controvoglia, ma fa amicizia con un nuovo studente, Luigi, che lo inizia alla politica portandolo al Partito comunista. Terminano entrambi la scuola. La madre smette di lavorare, Paolo le consegna lo stipendio, con cui lei provvede a tutto. Trattiene per sé solo ciò che gli serve quando esce o per qualche viaggio. Conosce Marisa, ex-fidanzata di un uomo di estrema destra, e si innamora di lei che gioca a fare l’intellettuale. Ma dopo una breve relazione con Paolo lei ritorna col suo fidanzato. Intanto Bruno precipita nell’alcolismo. Paolo vorrebbe andare a vivere col suo amico Luigi, ma l’inaspettata e violenta reazione della madre lo blocca. Paolo passa spesso con Luigi le vacanze nei paesi dell’est.
Il ’68 degli studenti è ormai alle spalle, si avvicina la stagione delle lotte operaie.
SECONDA PARTE Io e Paolo
Lidia arriva a F. Trova casa, si presenta a scuola e poi, un pomeriggio, alla federazione del Partito comunista. Un anziano funzionario la riceve e telefona a Paolo per affidargliela. Così Lidia e Paolo si conoscono, lei fa la spaccona raccontandogli di sé, della sua uscita dalla casa dei genitori, delle sue “gesta”. Infine, dopo aver mangiato in un’osteria, vanno nella casa di Lidia, disadorna e priva di mobili. Passano la notte insieme in una piccola branda. Inizia così una convivenza appassionata e turbolenta, intrecciata con l’attività politica. Nella sezione a cui vanno Paolo e Lidia si parla del manifesto, la rivista pubblicata da un gruppo di intellettuali del Pci, comunisti radicalmente critici nei confronti della politica dell’Unione Sovietica – che nell’estate del ’68 ha stroncato con i carri armati “la primavera di Praga” – e attenti ai nuovi movimenti sorti in quegli anni. Lidia e Paolo, come la maggioranza dei compagni della loro sezione, simpatizzano per questo movimento interno al Pci. Paolo ha paura che qualcuno dei compagni gli rubi Lidia, la sola ragazza che frequenta la sezione, ma lei gli conferma di voler stare con lui. Paolo la porta a casa sua dopo una manifestazione, la presenta alla madre, e ai fratelli. La madre, anche se sospettosa, l’accetta, in parte suggestionata dal fatto che è una “professoressa”. Più tardi le racconterà di sé, delle sue esperienze, del duro lavoro, del matrimonio, delle tribolazioni. Nel novembre del ’69 vengono radiati dal Pci i fondatori del manifesto. Si comincia a pensare all’uscita dal partito e alla fondazione di un movimento esterno a esso. Intanto Lidia comincia ad avvertire il peso della presenza affettuosa, ma incombente, della famiglia di Paolo: i due vanno a mangiare quasi ogni giorno a casa della madre di lui. Paolo è diviso fra la compassione e l’affetto verso madre e sorella e la voglia di vivere con Lidia un rapporto libero dagli antichi vincoli affettivi. La crisi fra Paolo e Lidia esplode quando lui si prende una forte influenza. Lidia cerca di curarlo e nutrirlo – nella sua casa caotica e spoglia – continuando ad andare anche a scuola. Ma Paolo, quando gli passa la febbre, decide di tornare qualche giorno da sua madre: Lidia manifesta la sua disapprovazione per questa scelta che sente regressiva. Comunque la sera lei va a dormire con Poalo a casa della madre, ma il giorno seguente, insofferente di quella “schiavitù”, lo mette di fronte alla scelta di tornare con lei o rompere la relazione. Paolo, confuso e depresso, non riesce a staccarsi dalla casa materna. Lidia se ne va. Alcuni giorni dopo Paolo si sente in uno stato d’animo nuovo, va a trovarla e riprendono il loro rapporto. Lui la convince a comprare qualche mobile a rate. Anche dopo l’arrivo dei mobili la casa non risulta vivibile. Soprattutto Lidia se ne infischia dell’ordine domestico. Segue una nuova crisi. Lidia va al primo congresso del movimento politico del manifesto. La porta con la sua auto Silvio, un insegnante, che le parla della sua situazione, della moglie, della figlia. Lidia sente una forte attrazione per lui e capisce di essere ricambiata, ma nessuno ha il coraggio di prendere l’iniziativa. Al termine del congresso, sulla via del ritorno, Lidia si accorge che Silvio si è chiuso in sé, prova un’acuta nostalgia per il rapporto con Paolo e si fa lasciare a casa della madre di lui. Fanno l’amore, Paolo le propone di fare un figlio e lei dice di sì, a patto che si sposino. Sono d’accordo. Si sposano in comune dopo qualche settimana e arrivano per l’occasione anche i genitori di Lidia, che, intimiditi dalla determinazione e dall’indipendenza della figlia, sono singolarmente quieti e accondiscendenti su tutto. D’estate i giovani sposi fanno un viaggio in Romania. Lì Lidia conosce degli amici di Paolo, si accorge che alcune ragazze giovanissime lo corteggiano e prova una forte gelosia. Verso la fine dell’estate Lidia è finalmente incinta e successivamente verrà a sapere che i bambini sono due. Quello della gravidanza è un periodo felice, il marito si prende cura come un orso della compagna, la moglie continua a lavorare, ma sente svanire dalla sua mente la forza di polemizzare. I gemelli nascono un lunedì di Pasqua, in anticipo, nell’ospedale di un’altra città dove Lidia, Paolo e la madre di lui sono andati a trascorrere i giorni di festa. Dal momento della nascita dei figli, il rapporto fra i coniugi precipita. La madre di Paolo vorrebbe essere pienamente coinvolta nell’accudimento dei bambini e cerca di risparmiare fastidi al figlio, mentre Lidia vorrebbe vivere l’esperienza esclusivamente con Paolo. Quest’ultimo, avvertendo il crescere di una tremenda tensione, resta come stordito, paralizzato e diviso. Nell’ambiente circostante, anche in quello di sinistra, gli uomini non si occupano dei figli neonati: Paolo è tra i pochi che tenta di farlo, ma finisce col sentirsi in contraddizione e comincia a fuggire, a tornare a notte fonda, lasciando sola la moglie con i piccoli. Lei cerca inutilmente di parlargli. Una sosta nella solitudine di Lidia arriva quando i suoi genitori vengono a conoscere i nipoti trattenendosi per qualche giorno da lei. Non serve a sciogliere la situazione una breve vacanza in montagna, con la sorella di Lidia. Paolo, al ritorno, alterna atteggiamenti dolcissimi verso la moglie e i bambini a fughe improvvise. Diventano un tormento soprattutto i giorni di festa, in cui lui spesso sparisce. Durante le vacanze di Pasqua dell’anno successivo Paolo se ne va per conto proprio in Romania con il fratello Franco: hanno entrambi brevi storie con ragazze che incontrano durante il viaggio. D’un tratto Paolo decide di tornare a casa. Confessa alla moglie di essere partito col fratello e di aver avuto un’avventura. Lidia vive questa complicità tra fratelli come una congiura della famiglia di Paolo contro di lei. Trova l’annuncio dell’affitto di una casa di ringhiera, la prende e ci si trasferisce coi figli. L’attonito marito va spesso a trovarli e il rapporto fra i due pare rasserenarsi. Per contrasti con il padrone di casa Lidia deve ritornare nell’appartamento in cui ha lasciato il marito. All’inizio dell’estate Paolo, Lidia e i bambini vanno in vacanza in Yugoslavia. Tutti e quattro si prendono un’intossicazione, hanno la febbre alta. La preoccupazione per i figli spinge i due a imbarcarsi su un traghetto e ad andare in Puglia, dai genitori di Lidia. I bambini guariscono e Lidia, dopo tanto tempo, rivede le zie e lo zio, invecchiati moltissimo. Al ritorno a F. ricominciano le tensioni tra Paolo, Lidia e i familiari di lui. Paolo dopo molte fughe e ritorni affettuosi, decide inaspettatamente di partire ancora per la Romania, per andare a trovare Simona, la ragazza che aveva conosciuto durante il viaggio con Franco. Siamo alla fine d’agosto. Lidia, mentre Paolo è in viaggio, telefona a Silvio, si incontrano e iniziano una relazione non impegnativa. Intanto Paolo, in Romania, incontrando di nuovo Simona, si accorge che non gli importa nulla di lei e vorrebbe tornare al più presto dalla moglie e dai piccoli, ma cambia idea più volte: come per inerzia si ferma alcuni giorni. Quando ritorna a casa Lidia gli dice che vuole separarsi da lui. Paolo si dispera, trova una casa, la prepara per potervi tenere spesso i figli e vi si trasferisce. Nella separazione Paolo e Lidia riescono ad avere un rapporto sereno. Un giorno Paolo si trova a casa di Lidia per stare con i bambini, malati di varicella. Lei è andata a una gita scolastica e la sera, al suo ritorno, si accorge che Paolo non sta bene. Vorrebbe trattenerlo, ma lui se ne va a casa sua.
TERZA PARTE Paolo
Paolo, giunto a casa sua, si mette subito a letto e si addormenta. Gli pare di svegliarsi. Prima di morire per un malore, vive un delirio triste e spaventoso.
2.1.2 Analisi critica
Seguendo le indicazioni sopra riassunte di Philippe Lejeune, non posso per Interno con rivoluzione che scegliere la definizione di ‘romanzo autobiografico’. Il testo è suddiviso in tre parti. Già dalla prima si può constatare di non essere di fronte ad un’autobiografia. Questa sezione è infatti caratterizzata da un’alternanza della voce narrante che cambia con l’alternarsi dei capitoli passando dalla prima alla terza persona (il titolo della prima parte del libro “Io / Paolo”, oltre a suggerire un potenziale auto/biografismo serve per sottolineare tali regolari scarti narrativi e, sempre per chiarire la duplicazione all’interno di questa prima parte, anche la numerazione dei capitoli è sempre doppia: ci sono due “1” due “2” etc). Già da questa prima parte, dicevo, è chiaro che il testo non rispetti evidentemente tutte e quattro le condizioni richieste per riconoscere nello stesso un’autobiografia (1 – forma del linguaggio: racconto, in prosa; 2 – soggetto trattato: vita individuale, storia di una personalità; 3 – situazione dell’autore: identità dell’autore – il cui nome si riferisce a una persona reale – e del narratore; 4 – posizione del narratore: identità fra il narratore e il personaggio principale; visione retrospettiva del racconto), vengono infatti disattese la seconda condizione, quella del soggetto trattato: non si parla infatti di una vita individuale, quanto piuttosto di due (isolando i capitoli di “Paolo” di questa prima parte ci troviamo anzi di fronte ad una vera e propria biografia); la terza e la quarta: per gran parte del testo non vi è identità tra autore e narratore (come già indicato nella metà della parte prima, nonché in tutta la terza), e il nome della narratrice, volendo anche isolare le parti in prima persona, non coincide con quello dell’autrice. Eppure il testo, e non solo per l’accorato e vivo tono di confessione, ricordo, ricostruzione individuale, sembra rispecchiare per grandi tratti la definizione generale di autobiografia che dà lo stesso Lejeune:
Racconto retrospettivo in prosa che una persona reale fa della propria esistenza, quando mette l’accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della sua personalità [5].
La stessa Maria Laura Bufano del resto mostra sin dall’epigrafe, costituita da una citazione tratta da Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz, una certa premura, quasi, potremmo dire, un’ansia, nel non voler dichiarare apertamente la natura autobiografica di ampie zone testuali (e, come avremo modo di osservare dettagliatamente, il suo atteggiamento è giustificato: Interno con rivoluzione non è infatti una semplice ricostruzione autobiografica, autoreferenziale della vita dell’autrice, quanto invece un vasto romanzo sapientemente costruito a partire dalla figura dei due protagonisti che attraversano una fase storica cruciale nella vita del nostro paese):
E allora, quanto c’è di autobiografico, nelle mie storie, e quanta invenzione, invece?
Tutto è autobiografia: se un giorno scrivessi una storia d’amore fra madre Teresa e Abba Eban, sarebbe di sicuro una storia autobiografica – benché non confessa. Il cattivo lettore nutre una costante ansia di sapere, subito e immediatamente, “che cosa è successo in realtà”.
E tu, non domandare: che, sono proprio fatti veri? È così, lo scrittore? Domanda a te stesso. Delle cose tue. Quanto alle risposta, puoi serbarla tutta per te [6].
Vero è anche che, come dice sempre Lejeune, il patto autobiografico è affidato alla presenza del nome dell’autore in copertina – “tutta l’esistenza di quel che si chiama autore è riassunta in questo nome: solo segno nel testo di indubbio fuori-testo”, e che “in molti casi, – specifica il critico – la presenza dell’autore si riduce solo al nome. Ma lo spazio riservato a questo […] è capitale: è legato per convenzione sociale, all’impegno di responsabilità di una persona reale [7]”, persona reale che si presuppone “presti” il proprio nome anche al narratore-protagonista del libro: in Interno con rivoluzione anche questo presupposto è disatteso: Lidia si chiama la voce narrante femminile e Maria Laura l’autrice: il nome è quindi diverso. Il cognome invece non viene indicato, o meglio non esplicitamente. C’è infatti nel secondo capitolo della prima parte di Lidia (capitolo intitolato A scuola dalle suore) il ricordo di un appello di classe, appello in cui le bambine venivano chiamate per cognome:
La suora faceva ogni mattina l’appello: Arienzo, Baldassarre, Bufano, Conte, Ladisa, Mirabella, Tamma… [8]
Bufano, lo stesso cognome dell’autrice, il segno nel testo di “indubbio fuori testo” quindi c’è: il cognome in copertina si rivela anche nella narrazione. Un’orma, per quanto velata, nascosta tra altri nomi, compare significativa. Tutta la prima parte del romanzo del resto rischia di apparire come eccessivamente autoreferenziale, i ricordi della vita di una donna messi in fila uno dietro all’altro: questo non è, lo rivela la stessa evidenza testuale: sommando le parti in prima persona (quelle di Lidia) e quelle in terza (i capitoli di Paolo), constatiamo un sostanziale equilibrio: sulle oltre 210 pagine della prima parte del romanzo la differenza tra i capitoli di Lidia e quelli di Paolo si attesta appena sulle 3069 battute: un paio di pagine (capitoli Lidia: 162.819 battute, capitoli Paolo: 165.888 battute [9]). Del resto lo stesso giro narrativo di questo primo pezzo di traiettoria delle due parabole diegetiche conferma lo studiato movimento legato all’alternanza dei racconti: i molti parallelismi fra le due storie, che le legano per somiglianza o per contrasto (come la condizione di ultimogeniti dei due protagonisti, il rapporto con le rispettive sorelle, la scuola delle monache, la frequentazione de “la casa grande” da parte di Lidia, la scoperta della “reggia” da parte di Paolo, etc) contribuiscono a creare la sensazione via via più sempre più coinvolgente di attrazione verso il centro, di precipitazione gravitazionale che attira le due eliche della galassia romanzesca sempre più rapidamente verso il suo nucleo, ossia l’incontro, nella seconda parte, e poi la conclusione. Eppure la sfasatura che fa della protagonista a tratti narratrice autobiografica a tratti narratrice onniscente – è lei la voce narrante anche delle vicende di Paolo – deve aver causato qualche turbamento nell’autrice, che, forse temendo un impatto apparentemente troppo autoreferenziale dei primi capitoli agli occhi del lettore, sin dalla brevissima introduzione cerca insieme di dichiarare il germe di duplicità – che è cifra di Interno con rivoluzione -, mostrando al contempo coscienza di quello che è uno dei principali tratti del romanzo contemporaneo da Proust in poi, in particolare dei romanzi di memorie o autobiografici. Tratto che è rappresentato dalla rifrazione dei ricordi e delle esperienze di vita proiettati su una molteplicità di personaggi, che incarnano così vari punti di vista propri dell’autore (la differenza rispetto al passato è che ora questo genere di procedimento è cosciente e spesso dichiarato):
Spero che chi giunga alla fine del libro, concordi con me su un punto: protagonista della storia è Paolo, più che Lidia.
Ma lei, per farlo vivere in queste pagine, gli ha regalato pezzi di se stessa, della sua esistenza vissuta o immaginata. Ciò non le è stato difficile, anzi le è venuto spontaneo. La parola identità è per lei sopportabile, e persino cara in un solo significato: quando indica il prodigio che talvolta sorprende esseri umani, agli occhi del mondo distanti o addirittura contrapposti, nel momento in cui scoprono ampie zone di se stessi non solo somiglianti a quelle dell’altro, ma in tutto identiche [10].
Partendo da queste parole a questo punto è lecito domandarsi se o in quale misura “protagonista della storia sia Paolo più che Lidia”. Rimanendo ancorati alle evidenze narratologiche notiamo che mentre anche nella seconda parte – momento di incontro e di fusione delle singole vicende – pur essendo la narrazione completamente in prima persona (a raccontare è, naturalmente, sempre Lidia) si può riscontrare un sostanziale equilibrio per quanto riguarda la presenza nel racconto dei due protagonisti, nel terzo ed ultimo segmento questo non accade: il racconto che qui è invece completamente in terza persona narra attraverso visionarie, fosche, e sognanti immagini, le vicende conclusive della vita di Paolo. In questo senso, e anche perché è Lidia a narrare per tutto il romanzo, si potrebbe leggere – così come vorrebbe l’autrice – Interno con rivoluzione come la storia di Paolo, o, per lo meno, come la storia prevalentemente di Paolo.
Conoscendo personalmente l’autrice riguardo a questo punto mi viene in realtà da domandarmi in quale misura abbia pesato nel definire programmaticamente Paolo protagonista principale di Interno con rivoluzione il timore di veder etichettato il romanzo come esempio di scrittura femminista. Circostanza del resto già verificatasi in occasione della partecipazione e dell’inclusione tra i finalisti della quattordicesima edizione del Premio Calvino – nel 2001 -, quando i giurati valutarono sotto quel segno il testo che allora non recava l’attuale, definitiva, introduzione, che pare fornire anche per questo una decisiva indicazione in tal senso [11]. E in questo caso mi permetto di sbilanciarmi decisamente in favore dell’autrice: l’impressione più forte e più viva che si ricava dalla lettura di questo libro è proprio la vitalità e lo scontro delle voci maschile e femminile. La purezza – se così possiamo dire – del punto di vista femminile è tale da spiazzare più di una volta il lettore uomo, da metterlo di fronte a un modo di intendere i rapporti interpersonali geneticamente diverso dal proprio, e tutto questo nonostante lo scorrere della vicenda sia interno alle dinamiche politiche dell’Italia degli anni ’60, interno alle correnti di partito, e in contatto anche coi movimenti femministi (contatto che però non modifica l’intonazione dell’anima che la narratrice trasmette alle parole). Pur raccontando le vicende di una donna sola in una sezione politica, il tono della voce narrante non subisce una inclinazione di segno femminista, inclinazione che la opacizzerebbe, appesantendola. Come esempio prendo una pagina della seconda parte del romanzo in cui Lidia, dopo una rottura con Paolo, annota su una pagina di diario commenti alternati a disegni, politica e vita:
Paolo aveva tante volte riso del mio modo di stare alle riunioni. Nella nuova sede non c’era più il tavolo grande con intorno le sedie, ma file di vecchie poltroncine comprate da un cinematografo che le aveva cambiate, e di fronte un tavolo stretto, su una pedana. Io non riuscivo a rimanere a lungo ferma: negli intervalli fra un intervento e l’altro, mi alzavo, avvicinavo questo o quello, chiedevo un parere, facevo un commento, poi tornavo dove ero seduta prima o cambiavo posto, e intanto fumavo e soffrivo nel dover attendere il mio turno per intervenire. Durante quel convegno, invece, me ne stetti seduta, in fondo, ondeggiante fra nostalgie e desideri di qualcosa di indefinito. Con un pezzo della mente seguivo i discorsi, con un altro pensavo alla mia vita. Ho riaperto a distanza di tanti anni la mia agenda di allora e ho trovato gli appunti di quel convegno inframmezzati da disegni e ghirigori.
Bisogni di comunismo. Non più partito-guida, partito-mediazione di interessi e di idee. Forza politica formata dall’incontro di nuovi soggetti sociali emersi in questi decenni, in questi anni. Una sagoma di testa di gatto. Bisogni di comunismo, sviluppo capitalistico insostenibile. Rivoluzione democratica possibile solo in sistemi a capitalismo avanzato. Un fiore con il gambo, le foglioline e il centro tondo. Socialismo e democrazia, coniugare socialismo e democrazia. Ruolo ambiguo dell’intellettuale di massa, ruolo ambiguo dello studente. Alleanza organica fra intellettuali e classe operaia. Bisogni di comunismo. Tramonto del modello togliattiano di partito. Irriformabilità dei regimi dell’Est. Una lumaca che striscia su una foglia. Sottosviluppo nel mondo, ipocrisia degli aiuti dell’occidente sviluppato. Aiuti dell’occidente sviluppato, accentuazione divario, apertura forbice. Programma per la scuola. Quattro ore di studio e quattro di lavoro. Scuola-parcheggio. Un serpentello che tira fuori la lingua biforcuta. Classe operaia cambia scuola, cambia cultura. Consigli. Consigli di fabbrica e consigli di zona. Superamento della divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Un porcospino che sta camminando. Democrazia e socialismo. Democrazia parlamentare e democrazia consiliare. Bisogni diffusi di comunismo in Occidente. Intellettuale collettivo, intellettuale gramsciano. Unione Sovietica e divisione internazionale del lavoro. Un uccello che vola disegnato senza sollevare la punta della penna dalla pagina. Sostegno sovietico alle borghesie nazionali del terzo mondo. Borghesie nazionali terzo mondo, società stratificate, ingiustizie sociali, regimi autoritari. Divisione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Intellettuale collettivo. Intellettuale gramsciano, operaio intellettuale. Un omino che si sta tuffando da un trampolino, con il costume da bagno a pois. Intellettuale organico. Cultura borghese, cultura dominante. Intervento della classe operaia nelle istituzioni culturali. Rivoluzione culturale cinese e rivoluzione culturale in Europa. Cina e India: differenze. Un coniglio che sta brucando un fiore. Rivoluzione maoista. Modello cinese. Irriformabilità dei regimi dell’Est. Movimento degli studenti. Movimento operaio: entra nella scuola e la trasforma. Diversità italiana. Una tartaruga che ha tirato fuori la testa. Famiglia, superamento dell’economia domestica basata sui consumi individuali. Una persona su un’auto in cui ce ne starebbero cinque. Trasmissione di valori borghesi. Socializzazione dei bisogni. Disoccupazione intellettuale. Un pesce a strisce. Ruolo ambiguo dello studente. Quattro ore di studio e quattro ore di lavoro. Un albero [12].
A questo punto non senza profitto ci si potrebbe fermare ad osservare il tipo di risposte che i due protagonisti danno a domande simili. La prima parte del libro sottolinea tra le innegabili differenze (geografico-sociali principalmente, lei di una famiglia laico-borghese del sud, lui di una proletaria del nord) la molteplicità delle somiglianze: e a queste premesse parallele i due protagonisti cercano invano di dare una risposta comune: le loro soluzioni, paradossalmente proprio nel momento in cui le storie finiscono per intrecciarsi, risultano differenti. Il tipo di domanda posto implicitamente dalle due vicende di vita dei protagonisti ha un sapore (inconsapevolmente?) esistenzialista. La struttura del romanzo, che segue cronologicamente i due protagonisti dalla nascita, certamente aiuta una progressione narrativa di tipo ‘formativo’. Ma già dal modo stesso di mettersi di fronte alla vita [13] si riscontrano delle differenze: mentre le scelte di rottura di Lidia appaiono decise e consapevoli, l’evoluzione di Paolo, più morbida, sembra sempre essere guidata, a tratti sostenuta, prima dalla madre, poi in qualche misura poggiata sulla stessa Lidia. Paolo ha una certamente una forte indipendenza – mostrata dalle numerose fughe nei paesi dell’est (quella del viaggiatore [14] è per altro una delle incarnazioni segnalate ne Il mito di Sisifo da Camus per quanto riguarda la descrizione dell’uomo assurdo, dello spirito esistenzialista insomma), ma la sua figura di tenue uomo nuovo inconsapevolmente assurdo – per prendere parzialmente in prestito la definizione camusiana – finisce per svuotarsi verso la fine del romanzo quando pur accettando con infinita dedizione e dolcezza il ruolo di padre in un’epoca in cui gli uomini ancora non si occupavano di queste faccende allora ritenute esclusivamente femminili (in questo senso Paolo è precursore dell’uomo occidentale contemporaneo, ora all’inizio del XXI sec. questo genere di premure sono ormai comunemente considerate di competenza anche maschile), rimane solo a causa dell’ormai irrecuperabile distanza amorosa impostagli da Lidia. Paolo alla fine del romanzo è un personaggio solo e non può che morire, la sua rivoluzione si chiude come un cerchio, sebbene l’angolo di inclinazione sia ben più alto rispetto a quello che era quando partì il segno capace di tracciare la circonferenza. Il percorso di Paolo è presentato come unico, un altro personaggio partiva da premesse praticamente identiche, il fratello Bruno, con la madre e la sorella pronte ad accudirlo ma Bruno, al contrario di Paolo, si perde sull’irrecuperabile via dell’alcolismo, come il padre. Lidia invece è più compiutamente un personaggio di stampo esistenzialista (non credo che la definizione, per altro molto oscillante, sia del tutto corretta, né ritengo che l’autrice abbia scritto Interno con rivoluzione con questo intento, ma per comodità di giudizio critico sfrutto ancora una volta questo termine di paragone). Sin da ragazza sembra continuamente interrogarsi sul significato della vita, o meglio sul senso che abbia lo stare al mondo: nella prima parte per ben 5 volte si interroga sulla possibilità di “darsi la morte” [15], la parola ‘suicidio’ da sola conta 4 occorrenze, l’ultima delle quali all’inizio della seconda parte nel corso del primo incontro con Paolo; da questo momento il rapporto con la vita di Lidia sembra risolversi in favore della piena accettazione di un destino, di un’esistenza, istanza, questa, di matrice puramente camusiana [16]. La continua rivolta di Lidia, verso la famiglia, nell’adesione al Partito comunista – nell’uscita dal Partito in favore del gruppo dissidente rappresentato dal nascente manifesto, verso i contrastanti amori giovanili, verso le continue irrequietudini di Paolo, verso la di lui famiglia sono segno di forza e sofferenza e soprattutto di piena e definitiva accettazione della vita, come dice ancora Camus:
Tale rivolta non è aspirazione, poiché è senza speranza, è la certezza di un destino schiacciante, meno la rassegnazione che dovrebbe accompagnarla. [...] Questa rivolta dà alla vita il suo valore. Diffusa per tutta un’esistenza, quella restituisce a questa la sua grandezza. Per un uomo senza paraocchi, non vi è spettacolo più bello di quello dell’intelligenza alle prese con una realtà che la supera [17].
La rivoluzione di Lidia è finalmente superata solo dalla nascita di una nuova famiglia, contro cui qualunque rivolta è impensabile. Il suo atteggiamento più esuberante, più prepotente – e non solo per il fatto di essere la narratrice di tutta la storia – si placa nel corpo della famiglia, nel corpo dei figli, momento nel quale culmina l’evoluzione di questo deciso personaggio femminile. La rivoluzione di Lidia che si risolve nella spirale della maternità le consente di rinunciare all’amore per Paolo, la rivolta sempre mobile trova il suo ultimo e definitivo oggetto di realizzazione, e l’istanza generatrice che c’è nel personaggio narratore è la stessa che è possibile scorgere nell’autrice: Interno con rivoluzione appare infatti in questo senso come suprema testimonianza della genesi familiare, come romanzo in cui nuovamente si incarna lo spirito e l’impulso di un nuovo, nascente libro di famiglia, raccontato da una donna.
Passando all’ambientazione del romanzo è importante notare come lo stile asciutto della scrittura eviti quasi programmaticamente le descrizioni, in special modo quelle spaziali, lasciando addirittura senza nome le città in cui la storia si sviluppa: M. la città pugliese di Lidia e F. quella lombarda di Paolo. L’ambiente è formato soprattutto da persone: familiari, amici, o compagni politici. E la presenza della politica – pur fungendo più di una volta da centro propulsore delle vicende narrative (gli stessi spostamenti dei personaggi sono legati spesso a situazioni politiche, come lo spostamento per il viaggio al primo congresso nazionale del manifesto, per cui Lidia era delegata) – e pur essendo una viva testimonianza del modo di vivere la vita pubblica, di discuterne e di darle forma in un’epoca ormai socialmente e politicamente lontana (e dal punto di vista politico senza dubbio perduta, invidiabile), compare soprattutto a livello di scenario, palco nel quale si muovono i due protagonisti. Essendo in ogni caso la parabola politica dei due protagonisti socialisticamente esemplare viene da domandarsi se la Bufano non abbia tenuto in qualche considerazione le indicazioni generali del cosiddetto realismo socialista nell’ideazione del suo testo. Argomento per altro apertamente toccato da Silvio, un intellettuale compagno di sezione con cui Lidia intraprende una breve relazione durante una delle fughe di Paolo:
Rifiutava ogni forma di zdanovismo, non sopportava il realismo socialista. Ma un’alternativa a tutto questo, che non ricadesse nei vizi della cultura accademica, della letteratura come stolto privilegio, non riusciva proprio a vederla [18].
Parole che si avrebbe la tentazione di estendere all’interpretazione di tutto Interno con rivoluzione, che pur non possedendo la forma del romanzo classico puro – per via dello sfasamento del narratore – mette in scena un’istanza di formazione politica senza dubbio esemplare e che probabilmente sarebbe per questo passato anche al vaglio della durissima censura zdanovista sopra evocata. Sull’eventuale influenza diretta dei dettami del realismo socialista sarà utile il confronto in forma di intervista che seguirà questa parte, in cui mi riservo di porle tra le altre questa domanda. Concludo parlando del finale. La terza parte, costituita dal delirio visionario raccontato in terza persona da Lidia e che rappresenta la morte di Paolo può spiazzare per l’improvvisa e repentina variazione di tono. L’ambientazione cupa e surreale costituisce un deciso cambio di tono rispetto al resto del romanzo, la cui scrittura lineare e tagliente non concede nulla alla visione sognante, di qualunque segno. Quello che mi sento di dire è che la soluzione adottata dalla Bufano è coraggiosa e apprezzabile, il delirio della morte è così seguito con viva partecipazione da Lidia, che prova – e da narratrice onnisciente naturalmente riesce – a farcelo vivere, rinunciando in questo caso a una fredda descrizione di un corpo in un letto che estenuato dal male smette di vivere. La parentesi visionaria del resto si interrompe bruscamente con le ultimissime parole del romanzo, quando la fine si impone con la sordità di un colpo, lasciando tutti i lettori (anche a quelli che solo questo avrebbero voluto) con l’evidente, fatale rimbombo tipico delle domande impossibili:
La risposta più importante, quella che darebbe un po’ di pace a chi è ancora all’inizio o a metà del cammino, non arriva mai, proprio mai. Il conto resta sempre e per sempre aperto. E ciò che si può dire d’ora in poi di lui ritorna a chi l’ha detto con l’evidenza di una palla battuta sul muro [19].
2.1.3 Intervista a Maria Laura Bufano
Interno con rivoluzione è un romanzo. Ma forti si scorgono tratti autobiografici. Tu però sembri voler mettere in guardia il lettore, quasi scongiurare una sua interpretazione in questo senso sin dalla pagina introduttiva. La prima domanda è, perché? E poi, che rapporto hai tu con l’esperienza di vita che diventa letteratura proiettata e frazionata nella moltitudine dei personaggi, dei ricordi e dei punti di vista delle incarnazioni romanzesche?
Parto da qualche considerazione sulla memoria e le memorie. In questi anni il discorso sui doveri della memoria è diventato asfissiante, l’invito a ricordare si è fatto stereotipo, retorica, ma nel senso deteriore della parola: come tutti gli stereotipi, mantiene solo il valore dell’ossessiva ripetizione fine a se stessa, tende a smarrire per strada il suo contenuto, e soprattutto la sua genesi: il che è paradossale, trattandosi proprio di memoria. Io credo che nel considerare gli eventi del passato sia necessario attivare sguardi diversi. Per me, almeno, è necessario: per riuscire a vivere, se no mi ucciderei subito, la vita diventerebbe proprio insopportabile.
La memoria delle tragedie, dei massacri, dei torti crudeli inflitti da esseri umani ad altri esseri umani, e da gruppi umani ad altri gruppi umani… questa memoria richiede uno sforzo continuo, logorante, a volte doloroso, e soprattutto che non finisce mai, di approssimazione all’oggettività, alla verità dei fatti. Non è una cosa che si possa raccattare pacificamente e distrattamente dal bordo della strada, come molti oggi credono di poter fare. E neppure con visite ad Auschwitz. Coincide in buona parte con la “grande storia”, che forse non verrebbe indagata se non fosse costellata di atrocità.
Diverso il discorso per il passato individuale, per le felicità, le infelicità, e persino per gran parte dei drammi e delle tragedie di ordinarie esistenze. Forse riesco a spiegarmi con una metafora. La memoria individuale è come una pianta che ci cresce sull’omero sinistro (ai mancini, forse sul destro), e via via che si ingrandisce, si sporge dietro di noi. Diventa un albero con una miriade di foglie, caotico, pesante, che ci tira a terra, e se ne sta tra altri alberi di diverse dimensioni, i più grandi pieni di polvere e di rami rotti, trascinati da altri esseri più o meno umani, stanchissimi per questo peso. Cercare di sbrogliarlo per capire chi siamo non è possibile; raccontarlo neppure. Per quel che mi riguarda, ho preso un’ascia, con la mano destra, e ho cercato di tagliarlo più a fondo che ho potuto. Certo, non l’ho estirpato. Poi mi sono trascinata davanti tutta quella ramaglia. Ho staccato rametti, li ho puliti, curvati, intrecciati, lucidati, colorati. Di quello ch’è avanzato ho cercato di fare un bel falò. Il prodotto di tanto lavoro – forse dissennato, non so – è costituito da qualche cesta di forma il più possibile geometrica. La tensione verso una delimitazione formale è per me necessaria perché il pensiero si muova liberamente e non sia paralizzato dallo spavento… Amo abbastanza Elsa Morante, ma soprattutto l’ammiro perché è assolutamente intrepida, non ha paura di affidarsi all’eccesso, alla ridondanza, a una sorta di mimesi dell’esistenza, nel racconto di vite umane… Io non ne sarei proprio capace.
I personaggi… certo, molti di loro – non tutti – hanno avuto origine da persone che ho conosciuto. Ma c’è stato un vai e vieni, nella mia mente: venivano, andavano, vengono, se ne vanno, ricompaiono, assumono nuove caratteristiche e comportamenti: qualche volta anche nei sogni. Le loro storie sono rametti lucidati, infine. Non per questo, le considero con indifferenza.
Perché ritieni che “protagonista del romanzo sia Paolo più che Lidia”, dipende solo da una reazione alle letture di stampo femminista che hanno fatto del tuo libro i giurati del Calvino o lo pensi veramente. A me pare che i protagonisti siano due e la struttura del testo sembra confermare questa ipostesi.
Ho scritto varie cose, non tantissime, ma neppure una sola. Ogni volta che mi sono messa a scrivere qualcosa di un po’ ampio, mi è successo dopo un’arrabbiatura profonda e lunga, che si è gonfiata e gonfiata nel tempo. Poi, oltre all’arrabbiatura, c’erano certamente altre cose, sensazioni, pensieri, emozioni diverse che chiedevano di prendere forma. Ma quello che legava tutto – mi sembra – era proprio la voglia di aggiustare pensieri storti – altrui, naturalmente – su cui non c’era stata possibilità di confronto e di discussione. Certo, una gran presunzione, la mia, non dico di no. Nel caso specifico, ricordo – ma può darsi che questo ricordo faccia parte dell’albero caotico di cui dicevo sopra: quindi non c’è da fidarsi – ricordo, dicevo, che era giunta al culmine un’arrabbiatura più che decennale. Gli esseri umani maschi mi parevano allora molto vulnerabili e infinitamente cari, ma anche tremendamente ricattatorî. E gli esseri umani del mio stesso sesso/genere straordinariamente ciechi dinanzi a questo ricatto. Avrei voluto che il movimento delle donne facesse manifestazioni furiose contro questa canagliata maschile di morire prima, di scapparsene dalla vita, lasciando le loro compagne a sbattersi con il dolore e le difficoltà… Invece niente. In un certo modo dar vita al personaggio di Paolo è stata la mia manifestazione di protesta, l’unica possibile: contro uomini e donne.
Di Silvio a un certo punto la narratrice afferma: “Rifiutava ogni forma di zdanovismo, non sopportava il realismo socialista. Ma un’alternativa a tutto questo, che non ricadesse nei vizi della cultura accademica, della letteratura come stolto privilegio, non riusciva proprio a vederla”. Giriamo la domanda a te: il tuo romanzo deve qualcosa alle indicazioni del cosiddetto realismo socialista?
Tra le letture della mia adolescenza e prima giovinezza, ci sono stati certamente Vasco Pratolini, Francesco Jovine, Carlo Levi (anche se a proposito di quest’ultimo si può parlare meno che per gli altri di “realismo socialista”: ma forse è difficile applicare a chiunque delle etichette). La storia di Silvio è, ma soltanto in parte, la mia. Quando mi laureai, mi si offrì subito la possibilità di lavorare nell’università. Caddi in una crisi profondissima: scrivere saggi perché li leggesse qualcuno interno al mondo accademico, o al massimo qualche laureando, e passare la vita a leggere saggi altrui e a riscrivere sui saggi altrui proprie considerazioni… Allora mi appariva così il mondo accademico. Forse esageravo, ero ingiusta. Sarebbe stato certamente velleitario presumere di rompere il circolo chiuso andandosene verso “la classe operaia”. Non credo di aver mai sofferto di quella malattia che allora si chiamava press’a poco populismo oppure operaismo. Però me ne andai a insegnare a scuola… facendo certamente all’inizio molte sciocchezze, poi diventando una bravissima insegnante.
Silvio è nel romanzo un personaggio un po’ a metà. Non ha forza di sentimenti e immaginazione, e neppure il coraggio e la radicalità da kamikaze di Paolo. È un personaggio che non richiama nessuna persona da me conosciuta. È se mai un mio sdoppiamento, proprio mio, di Maria Laura, non di Lidia.
Quanto al “realismo socialista”: no, non credo di essermi ispirata a quei modelli. Nel mio discorso – e in quello di Silvio – sulla cultura accademica, è adombrato il rifiuto di tutti i ricami che sono stati fatti – qualche volta con motivazioni serie, poi, il più delle volte in modo stereotipato – sulla crisi del romanzo. È questo un discorso che non posso affrontare qui. Quel ch’è certo è che questa “morte” che si attendeva non c’è stata. In Spagna c’è ora una fioritura di romanzi non di genere, che non esito a considerare grandi: per esempio El mundo di Juan José Millás. Ma il realismo socialista cui fa riferimento Silvio per me non è mai stata un’uscita, come pare sia per lui, pur se provvisoria. Il realismo socialista, anche se raccontava storie tristi, doveva essere a suo modo edificante. Non credo che questo possa dirsi di Interno con rivoluzione.
Non posso parlare di “modelli”: sarebbe atrocemente presuntuoso, da parte mia. Però posso dire quali libri hanno reso la mia vita più bella. Soprattutto i grandi romanzi tra Ottocento e Novecento. Ne nomino solo qualcuno: Guerra e pace, più di ogni altro, un libro infinito. Alessandro Manzoni: mi è stato possibile amarlo moltissimo perché non sono cattolica e non lo sono mai stata davvero. È uno che dimostra l’amore per il suo paese (la futura “patria”, ai suoi tempi) dicendogliene di tutti i colori, raccontando con forza tutti i suoi mali. La sua visione tragica della storia umana, l’irrequietudine dei singoli, non diventano, di per sé, meno tragiche perché c’è un Dio, almeno su questa terra. Dopo si vedrà. Le sue prese di posizione laiche, limpide, legate al suo cristianesimo radicale, bisognerebbe ricordarle a tanti cristiani di oggi… E poi Zeno, i Buddenbrok, La famiglia Moskat, La marcia di Radezski… Anche, più recente, la trilogia di Mafhuz. O anche lo straordinario “romanzo”, di un candore assurdo, che è il Canzoniere di Saba. Non voglio assolutamente dire che pongo in relazione, neppure alla lontana, il mio libro con questi che ho nominato. Però la narrazione intensa, che cammina, si flette, prosegue per un pezzo in linea quasi retta, poi, dopo un lungo percorso, alla fine, può ritornare a saldarsi con la testa, come la coda di un gatto a ciambella, può essere un mondo grande. Trovi al suo interno spiegata la vita o raccontata l’assurdità che non si può spiegare.
Ritorno al mio assai più modesto Interno con rivoluzione: almeno nelle mie intenzioni – poi so benissimo che è il lettore che deve giudicare – non è pienamente realista e non è neppure un “romanzo fantastico” (la malattia dei generi, una delle tante dei nostri anni e in particolare del nostro paese!). Lidia parla in prima persona, ma racconta Paolo come narratrice onnisciente: uno scarto evidente nella logica realistica e nelle “regole narratologiche”. Potrebbe intendersi come uno dei tanti giochi postmodernisti con cui l’autore evidenzia i “meccanismi” della sua costruzione. Nelle mie intenzioni non è questo: non è un gioco, è omaggio di una vita immaginata e raccontata, a un personaggio maschile, Paolo, confusionario, ma infine, credo, più simpatico (almeno per me lo è) di quello femminile. Una sorta di stilnovismo privato, zoppo, a cui manca, naturalmente, un Dio e un cielo, e perciò è disperato. La tremenda quotidianità che abbatte ogni grandezza. Però forse Paolo, a suo modo, resta grande.
Dopo aver scritto questo testo, ho letto i romanzi brevi di Natalia Ginzburg, poco conosciuti e straordinari. Anche lei parla in prima persona e, con un atto di immedesimazione negli altrui destini che sembra del tutto naturale, fa anche la narratrice onnisciente. Non lo sapevo, ma questa scoperta mi ha confortata.
Tema di questa tesi sono le forme della scrittura autobiografica ma a queste viene anche accostata la rinascita, in forme nuove – principalmente in forma di romanzo – di un antico genere di scritture: il libro di famiglia. Tu credi che in qualche modo lo spirito del libro di famiglia abbia lasciato un segno o, anche inconsapevolmente, sopravviva all’interno del tuo testo, magari come istanza di romanzo generazionale (forma che non è esattamente quella del tuo libro, che però sembra presagire una simile possibilità)?
La famiglia… beh, non mi è mai piaciuta questa parola e ciò che si porta dietro. In questo forse resto molto “vecchia”, molto sessantottina. Non credo che Interno con rivoluzione assomigli a quelle che molti chiamano “saghe familiari”. Sono se mai famiglie che si sgranano, che finiscono, non solo per il passare del tempo che cambia le cose, ma per una malattia interna alla compagine. Nel “libro di famiglia” ci deve essere, credo, almeno un filo di nostalgia per il mondo perduto. I rapporti fra figli e i genitori sono forze meravigliose e terribili. Quello tra zii o nonni e nipoti può essere, se si ha fortuna, molto dolce. Il rapporto fra due persone può essere di forte amore, odio, indifferenza etc. La famiglia però è un’altra cosa: è spesso un’insieme di convinzioni, apparenze, vincoli, obblighi, attese, che toglie libertà agli individui. Il “noi” è un pronome quanto meno pericoloso, a partire dal “noi” che si riferisce ai componenti di una famiglia. Il “noi” familiare può essere forse il più tremendo di tutti. Tutti o quasi tutti i personaggi della mia storia – delle mie storie – sono persone potenzialmente “buone”, dotate di una loro mitezza, che soffrono o sono deformate dalla costrizione e dalle mitologie familiari. Certo, non solo da queste, anche da qualcosa che non è definibile. Anche le zie di Lidia, sicuramente fra i personaggi più coesi e armonici del romanzo. In questo senso, ma solo in questo, il mio può essere considerato un “libro di famiglia”: un libro che critica – ma senza trovare altri esiti – la famiglia. Anche Lidia, dopo essersene baldamente andata dalla famiglia, in momenti di grande difficoltà recupera, anche se per poco, un’assurda speranza nella solidarietà familiare.
La scelta di non nominare le città, di descrivere poco i luoghi, è scelta di stile ma paradossalmente si concilia poco con l’attivismo politico di quegli anni per sua natura legato al territorio, da cosa dipende questa decisione?
La scelta di non descrivere – o di descrivere solo ciò che serve alla narrazione – è, mi pare, coerente con questo tono, per così dire, antielegiaco. Quanto all’attivismo politico… certamente, quarant’anni fa l’attività politica era meno “globale”. Però ciò che già allora contraddistingueva la sinistra era la tensione al mondo: certo, con moltissime deformazioni, errori grossolani, semplificazioni. Ma anche con l’idea forte e a quel tempo abbastanza generalizzata – nella sinistra di tutte le sfumature – che la provenienza geografica non dovesse porre barriere fra le persone. Ciò non vuol dire che il localismo e anche la xenofobie non fossero in agguato: tutto ciò che è successo in tempi recenti nella mente della gente, anche di sinistra, anche di estrema sinistra, deve aver avuto un lungo tempo di incubazione. Ricordo che qualche anno fa – si era già, di sicuro, nel nuovo millennio – tornavo a Bergamo da Milano in treno. Era domenica. Alla stazione di Bergamo c’erano molti della Lega che avevano terminato da poco una manifestazione. Se non fosse stato per le bandiere con i loro simboli… sembrava di essere saltati dentro la conclusione di una manifestazione della sinistra dell’inizio degli anni settanta. Le stesse barbe, gli stessi capelli scompigliati, le stesse età mescolate, molti genitori giovani con bambini, quasi lo stesso stile nel vestire. I forsennati là non si vedevano. Salii sull’autobus di città per andare a casa. C’erano signore anziane che avevano assistito alla manifestazione, perfettamente uguali a quelle del tempo della mia giovinezza, che si raccontavano di quello che avrebbero cucinato – polenta, coniglio, etc. – per i giovani “guerrieri” che sarebbero arrivati a mangiare a casa loro. Pensai allora che se fossi stata giovane, mi sarei messa a studiare questa faccenda della continuità di linguaggi, di simboli, di comportamenti: qualcosa che è serpeggiato nascostamente, di cui non si aveva allora coscienza.
Però, negli anni settanta, almeno nelle dichiarazioni, non erano accettate dalla sinistra le chiusure nel localismo, l’esclusione di chi arrivava dall’esterno. L’affidare al caso la scelta delle iniziali dei nomi delle due città, nel mio romanzo, ha questo antico significato di apertura.
Come ti poni di fronte all’accostamento a Camus e in generale a qualche istanza esistenzialista per quel che riguarda i tuoi personaggi? Io non classificherei il tuo romanzo come esistenzialista, e nemmeno storico, abbiamo detto che non può passare per autobiografismo vero e proprio, rimane in piedi forse proprio la narrazione di formazione realista/socialista. Che definizione daresti tu?
Non darei definizioni di genere. Detesto queste manie di classificazione in generi. Qui in Spagna mi pare che non ci sia, non così forte, almeno. Quelli che su giornali e riviste parlano de El mundo di Millás, cui ho accennato sopra, non si sognano di parlare di generi. Parla di infanzia, di strade conosciute, ma anche di un universo strano che si spalanca quando si guarda dalla finestrella di una specie di cantina… E di un quartiere in cui abitano, almeno agli occhi di certi personaggi, le anime dei morti. Con una forza che rende queste cose più reali della realtà che ci pare di vivere.
Camus… uno scrittore che, non so davvero perché, ho conosciuto solo in tarda età: per merito di Davide Martirani e di mio figlio. Non so perché uno esclude dalle proprie letture, per decenni, senza una ragione, scrittori noti, importanti. Una sorta di incantesimo. È immenso, Camus.
La collisione fra quello che chiamo, non in senso strettamente esistenzialista, “esistenziale” e quello che chiamo “politico” è stata forte, nella prima metà degli anni settanta. L’idea che i moti, i bisogni, i pensieri più profondi, le sofferenze di un individuo, non solo non fossero raccolti, ma spesso fossero in collisione con l’appartenenza politica, era molto viva in quegli anni: la questione era stata sollevata in gran parte dal movimento femminista, che al suo nascere era assai variegato, fatto di tante posizioni diverse, vivo.
Lidia e, in modo certamente più drammatico, continuativo e autodistruttivo, Paolo, avvertono talvolta l’appartenenza politica come un involucro astratto. Tengo a precisare che, a mio parere, non tutto ciò che è astratto è brutto e cattivo. Il cosiddetto concreto può essere orrido. Nel caso specifico, però, quest’astrazione può sembrare gelida, burocratica, stupidamente e pur necessariamente dura, stritolante. Qualcosa che assomiglia al “noi” della famiglia, un’accetta che taglia o ignora quel che non rientra nei canoni, nella mitologia del gruppo. Questo è presente nel romanzo, non tanto sotto forma di colpe individuali di singoli personaggi, ma come oppressione iscritta nell’appartenenza politica, oltre che in una specifica tradizione di sinistra.
Penso però, uscendo dal discorso sul romanzo, che, allo stato attuale delle cose del mondo, uno dei mezzi insostituibili per provocare cambiamenti di cui tanti hanno bisogno, stia nell’unirsi ad altri, sulla base di una relativa comunanza di propositi. Forse, se fossi giovane, ci proverei un’altra volta. Da una certa età in poi ho sentito come venir meno la legittimità di essere attiva politicamente: forse l’ossessione per la gerontocrazia che permea tutti gli aspetti della vita associata in Italia, o forse una stanchezza legata all’età, mi hanno reso impossibile una partecipazione attiva.
Poi c’è sicuramente il pensiero individuale, la rivolta del singolo, che contano moltissimo e non si vedono.
Certo, penso che sarebbe bello se quelle che si chiamano “forze politiche”, partiti, fossero permeabili ai pensieri, ai bisogni, alle rivolte dell’individuo: non per dare risposte, ma per scuotersi di dosso gli irrigidimenti. Certo, a furia di scossoni, rischierebbero di esserne distrutti. Non vedo al momento attuale alcuna via d’uscita a questo dilemma.
La terza parte del libro, il finale con la visione surreale della morte di Paolo, ha subito alcune critiche. Secondo te perché non è stato accettato questo scarto?
Mi dissero alcuni giurati del Comitato del premio “Calvino”, quando andai a Torino per partecipare alla festa della premiazione, che il finale era disomogeneo rispetto alla narrazione precedente, realistica. Credo di non assumere in genere posizioni rigide se qualcuno critica quel che scrivo o mi dà consigli. Però, nel caso specifico, ho mantenuto quel che avevo scritto. Sui limiti del realismo del mio romanzo ho già detto e non mi ripeto. Ma soprattutto: il tono surreale della parte finale non è così surreale ed è assolutamente legittimo, persino necessario. Come si può raccontare la morte di un ragazzo se non immaginando un suo delirio finale? Per essere più chiara… ricorro a un esempio di contrasto. Mi viene in mente il romanzo Un uomo di Oriana Fallaci. Si apre col funerale di Panagulis in un’Atene infuocata e affollatissima. Lui, Panagulis, che è stato nella prigione dei colonnelli al tempo della dittatura fascista in Grecia, viene rappresentato solo dopo come personaggio vivente, un uomo nevrotico (come d’altra parte molti personaggi maschili nella scrittura femminile); qui, in quest’inizio, è un corpo in una bara, non più una persona. Lei addolorata, saggia e grande. Questo è il racconto “realistico” di una morte. Il mio finale è proprio un’altra cosa: neppure l’opposto. Un’altra cosa. I funerali o le rappresentazioni di morti avvenute servono ai vivi, a raccontare il loro dolore, non aggiungono nulla all’immagine di chi se ne è andato. Penso di aver detto tutto.
NOTE
[1] >> Davide Martirani, ha conseguito la laurea triennale in Scienze umanistiche nel 2004 con una tesi dal titolo “I concetti di oscurità e luce nell’opera di Carlo Michelstaedter”; la laurea specialistica in Lettere e Filosofia nel 2007 con una tesi dal titolo “Leopardi e Michelstaedter. Un dialogo”; al momento è ricercatore presso la Royal Holloway University of London e colllabora come editor alla Round Robin editrice.
[2] >> Maria Laura Bufano è nata a Bari nel 1942. Ha insegnato per diversi anni italiano e latino in un liceo scientifico di Bergamo. Nel 2001 Interno con rivoluzione è arrivato tra i finalisti del premio Calvino, e così pure, nel 2003, un suo secondo romanzo, tuttora inedito. Da due anni vive a Conil de la Frontera, un paese oceanico in Andalusia.
[3] >> Di certo a quel tempo non potevo avere idea che il futuro Interno con rivoluzione sarebbe diventato l’oggetto della mia tesi specialistica, né del resto poteva a quel tempo dirsi certo che l’avremmo pubblicato.
[4] >> Oltre alle tre poesie eliminate prima dell’inizio di ciascuna parte del romanzo e ai cambiamenti apportati sia il titolo del romanzo che i titoli dei capitoli e dei paragrafi, in fase di editing il testo non ha subito ulteriori cambiamenti.
[5] >> Philippe Lejeune, (1986), Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, p. 12.
[6] >> Maria Laura Bufano (2008), Interno con rivoluzione, Roma, Round Robin, p. 7.
[7] >> Philippe Lejeune, (1986), Il patto autobiografico, cit., p. 22.
[8] >> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 45.
[9] >> Il conteggio delle battute è stato calcolato includendo gli spazi.
[10] >> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 9.
[11] >> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 272.
[12] >> Riportiamo qui alcuni passaggi tratti dalle schede di lettura che i giurati del Premio Calvino fecero per il romanzo allora intitolato Pater: in particolare lo sbilanciamento della loro interpretazione sulla voce narrante femminile-femminista e sull’essenza della storia, a loro avviso soprattutto e decisamente ‘storia di Lidia’ devono aver messo in guardia l’autrice che ha cercato con la nuova introduzione al romanzo di offrire ai lettori un’importante indicazione: la storia ruota infatti intorno a due protagonisti, addirittura, dovendo scegliere, al centro, secondo la Bufano, più Paolo che Lidia. Copiamo qui di seguito parte delle sopra-citate schede di lettura dei giurati del Premio Calvino: “Questo romanzo racconta la storia di una donna, Lidia, partendo da una larga panoramica riguardante la sua famiglia e la vita condotta da bambina in Puglia, fino a concentrarsi sempre più sulle vicissitudini personali della protagonista, in un primo piano sempre più ravvicinato, man mano che lei cresce. In questo l’autrice ha saputo riprodurre con esattezza lo schema del romanzo classico, rispecchiandone le caratteristiche e costruendolo in maniera impeccabile. Le storie della protagonista si sviluppano lungo una serie di rapporti duali, che vedono sempre lei al centro delle vicende proposte. Si veda ad esempio, l’impegno profuso nell’attività di partito, lei e i suoi figli, lei e l’amore. Persino le storie riguardanti il suo amore Paolo, vengono filtrate attraverso gli occhi di questa donna forte, che sembra non abbattersi mai. Probabilmente questo modo di raccontare tutto attraverso lo sguardo a volte anche freddo della protagonista, avviene perché al centro c’è la sua vicenda, la sua sofferenza. Solo che l’autrice non lascia trapelare niente di tutto ciò, ma si limita raccontare con uno stile secco, quasi da documentario i fatti. Lidia è l’alter ego di Paolo [...]”. E ancora: “Scritto benissimo, il libro è la storia di una generazione, quella del sessantotto, ricostruita trent’anni dopo, da un punto di vista femminile – il che vuoi dire, per quella generazione che è anche, ma non solo, femminista. È la storia di un travaglio individuale e collettivo, di una generazione che si batteva con entusiasmo e senza risparmio di energie per cambiare il mondo e cominciava questo cambiamento dalla rottura degli schemi tradizionali e consolidati dei rapporti di genere, di classe, di lavoro. Pero è anche la storia di sofferenze personali e di cedimenti individuali irrimediabili, una storia senza idillio finale. Volutamente presentata come autobiografia – come indica l’alternarsi dei capitoli tra “Io” e “Paolo” – il libro è molto probabilmente tale, ma si presenta liberato dai residui autobiografici più limacciosi e sa diventare la storia di una generazione, anzi, delle donne di una generazione. Forse la terza parte, fulminea e onirica, avrebbe bisogno di un’ulteriore rielaborazione”.
[13] >> Seppure forse non potrebbe essere diversamente, considerando che avvenendo le prime reazioni dei due in età adolescenziale non potrebbero che rappresentare impulsi di rottura: si pensi per esempio all’atteggiamento di Lidia nei confronti dell’oppressivo ambiente familiare.
[14] >> Cfr. Camus Albert (1947), Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, p. 60: “Nel percorrere in tal modo i secoli e gli spiriti, nel rappresentare l’uomo quale può essere e quale è, l’attore ritrova Cfr. Camus Albert (1947), Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, p. 60: “Nel percorrere in tal modo i secoli e gli spiriti, nel rappresentare l’uomo quale può essere e quale è, l’attore ritrova quell’altro personaggio assurdo, che è il viaggiatore. Come questo, esaurisce qualche cosa e corre qua e là senza tregua. Egli è il viaggiatore del tempo e, quando si tratti dei migliori commedianti, il viaggiatore incessantemente perseguitato delle anime”.
[15] >> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 60: “Nei momenti più cupi, cominciai a pensare che c’era comunque la possibilità di darmi la morte”.
[16] >> Camus Albert (1947), Il mito di Sisifo, cit., p. 7: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. [...] Posso affrontare ora la nozione di suicidio. Si è già notato quale soluzione sia possibile darle. A questo punto, il problema è invertito. In precedenza, si trattava di sapere se la vita dovesse avere un senso per essere vissuta; appare qui, al contrario, che essa sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso. Vivere un’esperienza, un destino, è accettarlo pienamente”.
[17] >> Camus Albert (1947), ivi, p. 51.
[18] >> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 269.
[19] >> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 358.

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