Trenta anni di storia italiana, tra il dopoguerra e gli anni ‘70, attraverso le vite di Lidia e Paolo. Le ansie, le contraddizioni, le incertezze, gli amori e la passione politica di due ragazzi che diventano adulti su uno sfondo che forse per loro muta troppo rapidamente. O forse sono Lidia e Paolo che cambiano, siamo noi che cambiamo e vediamo tutto da una prospettiva diversa.
Paolo guardò a terra. C’erano due grossi pesci che si contorcevano per smania d’acqua. “Chissà come gli brucia l’aria nel corpo – pensò. – E ora che sono fuori dall’acqua, non hanno neppure la forza di riconoscersi, di farsi compagnia nella morte. Ciascuno magari scambia l’altro per un sasso.
Si può condensare una vita in un libro? Qualcuno osserverà che è esattamente ciò che si fa nelle biografie e autobiografie. Ma biografia e autobiografia sono generi letterari particolari che obbediscono a regole tutte loro. Io parlavo di un vero e proprio romanzo.
Maria Laura Bufano, nel suo Interno con rivoluzione, prova a condensare non una ma due vite, quella di Lidia e quella di Paolo.
Non sarò certo io a dirvi se ci sia riuscita, per saperlo dovete leggere il libro.
In questa sede proverò solo a sottolineare alcuni particolari interessanti e meritevoli, a mio avviso, di una riflessione più approfondita.
Quanto è importante in un libro l’esergo, la breve o brevissima citazione, più o meno avulsa dal testo, che l’autore a volte ama inserire quale prima anticipazione della sua opera?
Se l’autore ha buttato lì proprio quella frase tra le infinite possibilità, non possiamo pensare che la scelta sia stata casuale. Se il rimando non è immediato forse vale la pena chiedersi che ci sta a fare.
Nel nostro caso si tratta di una citazione da Una storia d’amore e di tenebra di Amos Oz.
“E allora, quanto c’è di autobiografico, nelle mie storie, e quanto invenzione, invece? Tutto è autobiografia [...]“.
Una dichiarazione spiazzante, soprattutto se ci hanno insegnato che lo scrittore crea i suoi personaggi che però poi, per essere narrativamente efficaci, devono muoversi con le loro gambe, parlare con la loro voce, autonomi e liberi a dispetto di chi ha dato loro vita. Forse vuol dire che lo scrittore è sempre immerso fino al collo nelle sue pagine, con il suo mondo emotivo, le sue esperienze, le sue speranze e le sue delusioni; lo scrittore c’è – non potrebbe essere altrimenti – ma il lettore non deve rendersene conto.
Il passaggio successivo sembrerebbe quello di chiedersi quanto ci sia di Maria Laura Bufano nel personaggio di Lidia. La storia con Paolo, finzione o realtà?
Attenzione ai passi falsi! La citazione da Amos Oz non era finita.
“[...] il cattivo lettore nutre una costante ansia di sapere, subito e immediatamente, che cosa è successo in realtà”.
Il rischio di passare per cattivi lettori è alto, e d’altra parte quel far parlare Lidia in prima persona, sempre e solo lei, è una tentazione troppo forte, un sasso gettato nello stagno che disegna cerchi concentrici d’acqua cui non possiamo rimanere indifferenti.
Proviamo a percorre un’altra strada, entrando magari nel romanzo, a partire dalla sua singolare struttura.
Parte prima: Io – Paolo
Il trattino non è un trait d’union ma divide due esistenze separate, parallele, che non si sono ancora incontrate. A dare più forza al parallelismo la felice trovata di raddoppiare la numerazione dei capitoli, uno per ciascuno dei protagonisti. A ritmo alterno viviamo la vita di Lidia e Paolo, dalla nascita alla prima infanzia, le scuole elementari e le superiori, le prime esperienze affettive e di lavoro, gli amici, la politica. La passione politica è uno snodo importante per entrambi, e non potrebbe essere diversamente per chi ha vissuto gli anni ‘60 e ‘70 in prima linea.
Parte seconda: Io e Paolo.
Il trattino di separazione è diventato una congiunzione. Le linee parallele, con buona pace dei matematici, si incontrano per costruire una vita insieme: l’amore, le crisi e i ricongiungimenti, i figli, ancora e sempre la passione politica, gli sbandamenti, la separazione.
Parte terza: Paolo.
Paolo è rimasto da solo. Lidia non c’è più, è scomparsa, o forse è Paolo che scompare nel suo diventare irraggiungibile.
In fondo l’epilogo era già nella introduzione: “Protagonista della storia è Paolo più che Lidia. Ma lei, per farlo vivere in queste pagine, gli ha regalato pezzi di se stessa, della sua esistenza vissuta o immaginata”.
Torniamo dunque alla dimensione autobiografica?
Forse vale la pena di chiudere ritornando all’esergo che citava Amos Oz: “E tu, non domandare: che, sono proprio fatti veri? E’ così, la scrittura? Domanda a te stesso. Quanto alla risposta, puoi serbarla tutta per te”.
Giancarlo Montalbini su lettera.com
