Io son scarpolino, aggiusto le scarpe. Di gente che aggiusta le scarpe non ce ne più al giorno d’oggi. Se ne compra un paio nuovo ogni anno, e quelle vecchie si buttano via. Così tutti gli scarpolini hanno lasciato lì di fare sto mestiere. Ma io non lascio mica lì finché non crepo! Adesso sono in pensione, ma con 600.000 lire al mese, non ci campo, allora continuo a fare il mestiere che ho fatto per cinquant’anni, così per arrotondare la pensione. Ma più che altro lo faccio per passare il tempo. Da quando è morta la Fernanda, la mia povera moglie, la mattina è lunga come la quaresima. Mio figlio, che ha studiato da dottore, mi dice che dovrei leggere, tenermi informato. La fa facile lui, ma oramai mi son scordato di come si fa a leggere, e faccio una fatica dell’ostia, e non capisco mai quello che vogliono dire. Poi mi è calata la vista, e dopo un po’ mi bruciano gli occhi.
Il pomeriggio però mi passa alla svelta anche se non lavoro, perché quando non vado a giocare a briscola al bar, suono la fisarmonica. Mi piace suonare la fisarmonica, soprattutto d’estate. Quando l’aria è calda come il brodo, dormo un po’. Poi quando vien più fresco, mi metto davanti a casa mia, all’ombra, e suono.
Delle volte vengono delle persone a sentirmi, non perché sia tanto bravo, ma per stare in compagnia e sentire le canzoni di una volta.
Delle volte poi ci sono i miei nipoti, un maschio e una femmina, che sono ancora dei ragazzi piccoli, che stanno lì e giocano, e a me mi piace vederli correre e urlare. Adesso come adesso non sto male, però potrei stare meglio se ci fosse ancora la mia Fernanda. Poveretta, è morta che aveva sessant’anni.
Era il 15 di luglio, il suo compleanno. Da un po’ lo festeggiavamo sempre, tutti gli anni. Venivano i nostri figli, i nipoti, le sue due sorelle. Più che per festeggiarla si faceva per riunirsi tutti, almeno una volta all’anno.
La mattina, quel giorno, si alzò più presto del solito e mi preparò il caffelatte coi biscotti.
Poi dopo, quando arrivò mia figlia, ancora zitella, che vive giù alla bassa con un uomo separato – un brav’uomo però –, mia nuora e mio figlio coi bambini, cominciò a fare da mangiare. Ricordo che fece i tortelli di zucca e quelli d’erbette, e il cotechino col purè. Io, aspettando mezzodì, facevo finta di leggere il giornale per far contento mio figlio. Intanto ascoltavo i bambini e le chiacchiere di quelle donne di là in cucina, e annusavo per aria e mi godevo il profumo della roba da mangiare.
Stavo tranquillo come in paradiso quando mio figlio mi fa: “Allora papà, cosa dice il giornale?”
“Ma… sempre le solite cose di politica”, faccio io.
“Ho capito va… vai a prendere la fisarmonica e facci una suonata di quelle belle.”
“Ma sì, va!”
Così andai in camera e presi la fisarmonica. Poi mi sedetti su una seggiola in cucina e cominciai a suonare un tango, che a mio figlio ci piace il tango. Ma a chi non piace…
I bambini cominciarono a ballare come si vede in televisione. Poi anche mio mio figlio fece ballare sua sorella, sua mamma e poi anche sua moglie che era un po’ vergognosa.
Quando poi arrivò l’uomo di mia figlia si mise a ballare pure lui. E tutti ridevano e scherzavano. E c’era un bel profumo di roba da mangiare. E quando mi veniva sete e bevevo del vino, mio figlio, che è dottore, e di solito mi sgrida, mi sorrideva e mi lasciava fare. Così andò avanti finché non arrivarono le mie cognate e i loro mariti, ci mettemmo a tavola. Io mangiai quaranta tortelli, venti di zucca e venti d’erbetta, per non far torto a nessuno. Mangiai poi tanto cotechino e purè da star male. Non so poi quanto vino sarà passato per il mio bicchiere. Sarà stato bucato…
Tutti mangiavano e bevevano a crepapelle, e tutti erano simpatici.
Poi cominciai a raccontare le barzellette sporche sul duce, e tutti risero tanto. Tranne l’uomo di mia figlia che, secondo me, è un po’ missino, ma è un brav’uomo lo stesso.
Poi, dopo aver preso il caffè e la grappa, le donne lavarono giù i piatti, e noi uomini guardammo le corse alla televisione. Io mi addormentai un pochino, perché a me le corse non mi piacciono mica tanto.
Verso sera tutti se ne andarono e, io e Fernanda, restammo soli. Eravamo un po’ tristi, però ogni tanto ci scappava da ridere come a dei bambini, ripensando alle cose che ci erano successe quel giorno.
“Son proprio contenta che siano venuti tutti”, disse mia moglie.
“Allora, son contento anch’io!”
Ci scappò da ridere. Ridevamo sempre quand’ero un po’ ubriaco.
“Sai, oggi ho capito che abbiamo fatto un gran bel lavoro”, cominciò a dire Fernanda quando ebbe finito di ridere. “Guarda nostro figlio. È un dottore e s’è sposato con una brava donna, e ci ha due figli che fan voglia. Nostra figlia…”
“Ci ha il moroso missino…”
“Sì, però è un buon’uomo, e penso che la sposerà. Poi anche se è diviso da sua moglie, non ci ha figli, e è un gran lavoratore.”
“Anche nostra figlia è una gran lavoratrice, e ha studiato anche.”
“Giusto! Vedi che abbiamo fatto dei gran bei lavori?”
“Giusto!”
“Ti dico la verità, oggi son così contenta, che se morissi stanotte, non mi dispiacerebbe.”
Quella notte, morì per davvero. Non so bene per cosa, mio figlio me l’ha detto, ma non me lo ricordo. So solo che la sera si addormentò, e la mattina non si svegliò. Io piansi come una vite tagliata. La chiamai, urlai, la baciai, l’accarezzai, le diedi tre o quattro scossoni, ma non ci fu niente da fare, non si sveglio mai più.
Al funerale mi sforzai e riuscii a non piangere, persino quando la misero nell’avello. Ma la casa, quando tutti se ne andarono, era così vuota e grande, che mi rintanai in un angolo a piangere, e continua finché non mi addormentai.
racconto di Massimo Zanettini

Racconto bellissimo, scritto molto bene e curioso. Mi affascina sempre leggere racconti, sono piccoli frammenti di vite e per tutto il tempo di quelle parole ti danno le emozioni di quelle persone, durano poco ma spesso te li porti per sempre..
Grazie! mi fa piacere che ti sia piaciuto, ci sono molto affezionato.