Anna Rita Calabrò, nel suo libro Zingari-Storia di un’emergenza annunciata, prende in considerazione parecchi studi sulle popolazioni “zingare”: soprattutto quelli di Leonardo Piasere, prestigioso antropologo italiano. La studiosa valorizza importanti elementi che emergono dalla pluriennale ricerca di Piasere, ma al tempo stesso pone in evidenza quella che secondo lei è un’eccessiva unilateralità nell’interpretazione che lo studioso dà dell’“identità zingara” (anche se, leggendo un’intervista purtroppo non datata di Piasere, paiono assai fitti gli elementi che rinviano a una molteplicità di gruppi umani, di usi, di “culture”, che non si possono racchiudere in un recinto rigido e stabile). La Calabrò però non si limita a insistere, come già fa Piasere, sulla molteplicità di raggruppamenti che ai nostri occhi di ignoranti gagé paiono come popolazione unitaria, gli “Zingari”; ma mette anche in evidenza come le trasformazioni nella produzione e nei consumi della società maggioritaria, lo svuotamento di molte delle professioni tradizionali (venditori di cavalli, giostrai, fabbri ecc.), l’abbandono del nomadismo da parte di molti – di quel nomadismo in parte forzato, in parte legato a certe attività che queste popolazioni praticavano nel passato – hanno messo definitivamente in crisi l’”identità separata” di queste genti, senza però offrire alcuna alternativa di lavoro e di vita.
Dice la Calabrò: Usare come chiave interpretativa l’ambivalenza mi aiuta anche a spie¬gare le contraddizioni che vivono oggi molti zingari. Contraddizioni che non consistono tanto nell’ambivalenza tra identità e alterità, quanto, al contrario, nell’impossibilità di mettere in atto una strategia ambivalente. Perché se l’identità rifugge l’alterità non c’è ambivalenza e ciò accade sia quando non si vuole, sia quando NON SI PUÒ, sostenere la sfida di un cambiamento. Nel primo caso perché si sceglie la strada della separazione e della devianza; nel secondo perché si è oggetti di discriminazioni e razzismo e dunque di un atteggiamento da parte dell’altro che, senza alcuna ambivalenza, rifiuta la relazione (il maiuscolo è mio).
Lo strumento principe che costringe i diversi gruppi che denominiamo “zingari” a una separatezza che nega l’ambivalenza da entrambe le parti, è quello che penso possa essere definito come una sorta di “universo concentrazionario”: i campi nomadi italiani, regolari e irregolari, di sosta o di vita, in cui si trovano ammassati, segregati e condannati allo stigma sociale gruppi di origine, cultura, esperienze diverse, scelte di vita e aspirazioni diverse e spesso conflittuali fra loro. Da questi campi si può essere cacciati, ma è difficilissimo uscire con il proprio lavoro per entrare nell’“altra parte” del consorzio umano: è raro che a chi li abita venga riconosciuto il diritto alla casa o comunque a un’abitazione decente, e pure, di fatto, quello al lavoro legale, a una scuola in cui i bambini possano entrare senza vergognarsi della propria provenienza, tutti strumenti fondamentali per l’emancipazione. La studiosa, che vent’anni fa aveva condotto un’indagine minuziosa nei campi nomadi milanesi, mette in evidenza come le condizioni di vita abbiano subito nel tempo un forte degrado.
Mette in evidenza anche altri fatti che enuncio rapidamente. Sono stati tagliati fondi per la mediazione culturale, che, sia pure con fatica – per mancanza di investimenti e di attenzione da parte delle istituzioni – aveva portato buoni frutti negli anni passati. A proposito dei finanziamenti per il sostegno dell’ultima ondata migratoria (che comunque, precisa la Calabrò portando molti dati quantitativi, non ha affatto il carattere dell’ “invasione a valanga” rappresentato da politici interessati e mass-media: lo vedremo nel prossimo articolo ), c’è nel libro quest’informazione scandalosa ed eloquente: La direttiva europea 43 del 2000, garantisce ai Rom diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro, all’alloggio. A tal fine il Fondo Sociale Europeo prevede programmi specifici per l’integrazione delle comunità Rom presenti nei vari paesi dell’Unione. Sono già stati stanziati 275 milioni di euro e in più Roma¬nia e Bulgaria hanno ricevuto 60 milioni di euro. Di questo stanziamento la Spagna ha già ricevuto 52 milioni di euro, la Polonia 8 milioni e mezzo, la Repubblica Ceca più di 4 milioni, l’Ungheria poco meno di un milione.
L’Italia non ha mai chiesto di accedere a questi programmi.
Aggiungo io che la mediazione culturale fra maggioranza e minoranze gitane, spesso gestita da operatori gitani, è stata ed è tuttora in Spagna uno degli strumenti fondamentali – accanto alla tenuta democratica delle istituzioni statuali, autonomiche e locali – per la costruzione di uguaglianza di diritti e di situazioni di convivenza via via meno conflittuali. E ricordo che in Spagna ci sono tra gli 800.000 e i 900.000 gitani, arrivati con le stesse migrazioni – compresa l’ultima, dalla Romania e da altre zone dell’Europa Orientale – che hanno portato nel tempo gli “zingari” in Italia: oggi nel nostro paese ce ne sono in tutto tra 120.000 e 160.000.
Parla anche, la Calabrò, della spaventosa ignoranza che domina le menti di amministratori pubblici pure di sinistra, convinti, per esempio, che il nomadismo sia una specie di “vocazione etnica”, se non razziale, di queste popolazioni. Tutti gli studiosi italiani seri, fra cui Tommaso Vitale, di cui parlerò un’altra volta, gli stessi rappresentanti delle popolazioni “nomadi”, come Giorgio Bezzecchi, studiosi stranieri di grande livello, come Juan F. Gamella, avvertono che il nomadismo degli “zingari” è, soprattutto oggi, un’etichetta identitaria che viene appiccicata addosso a queste minoranze dalla parte più rozza e disinformata dei gagé. Anna Rita Calabrò a tal proposito riporta le parole con cui il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, ha giustificato sgomberi continui, con cacciate anche notturne di donne incinte e neonati che vanno poi ad accamparsi in un’altra zona: Se sono nomadi, devono spostarsi, transitare per un periodo massimo di 8-15 giorni nelle aree autorizzate e poi andare. Questa è la tradizione delle popolazioni nomadi. Non si capisce se amministratori e uomini politici si avvalgano su queste e altre questioni di importanza fondamentale e di pari difficoltà di figure professionali di alto livello e competenza, che pure in Italia ci sono, oppure se pensino che la politica basti a se stessa e abbia il dono dell’onniscienza: credo che anche in questo si vada consumando quel divorzio fra politica e saperi, e quindi fra politica e settori fondamentali della società civile, che è una delle tragedie del nostro paese.
L’“ambivalenza negata”, l’inchiodamento dell’altro a una “identità” e a un’esistenza di degrado fissate una volta per tutte, da cui non ci sono vie d’uscita, favorisce nell’ambito del campo nomadi, regolare o irregolare che sia, la nascita di “subculture” criminali, di cui i primi a essere vittime sono i ghettizzati, la maggioranza di loro.
Non posso, ovviamente, nel breve spazio di qualche articolo, dar conto della grande ricchezza di dati, storie, comparazioni, riflessioni, norme assurde, leggende crudeli, che riporta nel suo libro la studiosa. Nel prossimo articolo, perciò, mi limiterò a proporre la lettura di una pagina del bel libro della Calabrò: quella che racconta sinteticamente alcune delle storie di “ambivalenza negata”, di impossibile emancipazione nei ghetti, di disperazione e di percezione di una mancanza di futuro per i propri figli.
Maria Laura Bufano