Ci furono vari tentativi, nel tempo, di mettere le briglie a questo carnevale, che però non si lasciò regolamentare. Un documento antico che riporta una protesta di benpensanti, per esempio, se la prende con l’abitudine dei gaditani di tirare, durante Carnevale, il saquillo, un involto pieno di legumi, sulla testa dei passanti: immagino dei più ricchi e perbene. In un giornale gaditano dell’’800 si diceva, sempre a proposito del Carnevale appena trascorso: “Le donne erano in rivolta: il diavolo scorrazzava liberamente.”
Al tempo della guerra civile, nel 1937, Franco cancellò e proibì con un decreto il Carnevale in tutta la Spagna. Mi dicono le mie amiche che vissero durante il franchismo, che a Cadice e nei pueblos della provincia, come Conil, alcuni, particolarmente dotati di picardía (per capire il significato di questo termine, basta far riferimento all’espressione “romanzo picaresco”) e di ironía, actuaban velocemente, per disperdersi quando qualcuno li avvertiva che stava arrivando la Guardia Civil.
Per un decennio il franchismo cercò, sebbene inutilmente, di cancellare persino la memoria del Carnevale.
Nel 1947 esplose il deposito di siluri di San Severiano, a Cadice, gettando nel lutto mezza città. Il governatore civile Carlos María Rodríguez de Valcárcel, per sollevare gli animi, permise che fuori dal periodo di Carnevale, nelle fiestas prossime all’estate, potessero actuar alcuni coros (non certo chirigotas, né cuartetos e neppure comparsas), con contenuti giocosi e sentimentali, naturalmente sotto stretto controllo della censura. Furono promosse, al contempo, Las Fiestas Típicas Gaditanas, organizzate e frequentate dalle autorità e dai fedeli al regime, a cui restò estranea gran parte del popolo. Erano feste piene di giochi floreali, al centro stavano la cavalcata e le celebrazioni per la regina della festa, che era sempre figlia di un ministro di Franco.
Il 5 febbraio 1977 (Franco, com’è noto, era morto da più di un anno ed era iniziata la transizione alla democrazia), alle cinque e un quarto del pomeriggio, iniziò il funerale de Las Fiestas Típicas Gaditanas, celebrato da La guillotina, un coro che functionademocráticamente. I membri del coro erano vestiti da cittadini della Rivoluzione Francese, e la marcia funebre era accompagnata dal suono cupissimo di due tamburi, ma anche da fischi carnevaleschi. Altri membri del coro portavano un turibolo con dentro incenso e altri oggetti simbolici propri dei vescovi. Accompagnavano la cassa da morto corone funebri con varie dediche sarcastiche; seguivano donne in lutto – alcune con in mano una candela-, che piansero per tutto il tragitto. Il direttore del coro era vestito da prete e il corteo funebre era formato da un gruppo numeroso di persone mascherate. Infine la bara fu tirata nel mare.
Le cavalcate ci sono ancora, nelle due domeniche che “attanagliano” la settimana principale dei festeggiamenti. D’altra parte già due secoli fa Vittorio Alfieri parla, nella Vita scritta da esso, dei cavallini di Andalusia e accenna al carnevale di Cadice, cui aveva assistito, nel corso di un suo lungo viaggio in Spagna. [Per leggere le pagine della sua autobiografia che raccontano queste cose (pp. 180 e sgg.), clicca qui].
Gli andalusi oggi si appassionano soprattutto alle chirigotas, certamente difficili da capire per chi non sia abituato al parlato di queste zone: non si tratta di un dialetto e meno che mai di una lingua a sé, ma di un castigliano assai stretto, in cui sono eliminate consonanti interne e finali e ci sono molte abbreviazioni di parole di uso comune. La recitazione-canto nelle chirigotas ha un ritmo e un tono particolari: nessuna enfasi, solo qualche breve e assai sporadico scatto sopra le righe, uno stile, per intenderci, opposto a quello del teatro di Dario Fo. Sembra che gli attori-cantanti delle chirigotas dicano al pubblico, con le parole, la musica, la gestualità: “Ora vi spieghiamo come è successo, vi facciamo capire bene come vanno queste strane faccende”. Il doppio senso, la pazzia provocano lo scoppio di risa in chi sta a guardarli proprio perché potenziati da quest’atteggiamento quieto, ragionativo, pacato.
Propongo un’ampia rassegna di parti di chirigotas presentate nel Carnevale di quest’anno, ma non dispongo dei testi. I testi te li vendono se vai a vederle, ma ovviamente non è lecito diffonderli gratis se non c’è un consenso del gruppo. Tematizzano, queste chirigotas, aspetti della vita e anche del mondo culturale, televisivo, cinematografico: una delle più divertenti è quella che fa il verso a molti personaggi dell’universo di Walt Disney, del gruppo Las muchachas del congelao.
Infine, ecco una comparsa che sposa la causa del recupero della memoria historica: Era pequeño y me arrebataron… Ricordo cha questo genere di actuaciones, a differenza dalle chirigotas, sono spesso serie, a volte patetiche.
Quella che propongo parla di un bambino strappato ai suoi genitori nel corso della guerra civile: la storia di questo figlio di un desaparecido repubblicano è però meno crudele – i genitori adottivi sono buenas personas, come direbbero gli spagnoli -, di quelle che hanno per sfondo dittatura argentina e che ci ha raccontato il bel film Hijos-Figli, di Marco Bechis e Lara Fremder.
Ecco il video
e la traduzione del testo di questa comparsa:
Ero piccolo e mi strapparono
dalle braccia di un padre
che era repubblicano.
Sono un bambino del franchismo
che fu rapito
e dai suoi due fratelli fu separato.
Devo quel che sono alla famiglia a cui mi consegnarono,
li amai come fossero miei genitori,
nonostante non fossero del mio stesso sangue,
li amai e furono quelli che mi aiutarono,
mi dissero a chi dovevo domandare,
dove dovevo andare e per dove potevo cominciare,
e dopo una vera e propria odissea
incontrai le mie sorelle,
mi dissero chi fu mia madre
e dove è sepolta.
Insieme a loro continuai la mia lotta,
con il tempo potei scoprire
che mio padre lottò e morì nella Guerra Civile.
Lo catturarono e lo fucilarono sulla cima di un colle,
fu buttato in una fossa comune
come fosse un cane.
Non pretendo di scoperchiare
né di riportare un tempo passato;
chiedo solo che mi dicano dove sta.
È una questione di umanità:
cerco i resti di mio padre
perché possa riposare in pace
a fianco di mia madre.
Per concludere davvero, propongo a chi voglia vedere una specie di anticarnevale, di andarsi a cercare il bellissimo film, tradotto anche in italiano, La casa di Bernarda Alba, tratto dall’omonimo dramma di Federico García Lorca. Racconta una Spagna che era agli antipodi del Carnevale ed esisteva – era forse maggioritaria – cinquant’anni fa. Consoliamoci. C’è speranza per tutti: se non per noi, almeno per i nostri figli e nipoti.
Maria Laura Bufano