Stamattina ho voglia di un toast, uno di quelli un po’ bruciacchiati che si vedono nei film americani; toast, burro (meglio se salato) succo d’arancia, uova strapazzate. Sento in bocca il pane sottile che si sbriciola, la viscosità del burro che impasta il boccone: arriverebbe poi l’aranciata a riequilibrare il tutto e le uova mi sazierebbero. Andrei al lavoro al massimo delle mie forze. Invece il caffè riempie già la mia tazzina. Lo bevo forzandomi: mi viene da vomitare come se ne avessi presi dieci a digiuno. Ho un buco nello stomaco. Le fette biscottate che stanno sul tavolo non sono per niente invitanti, così secche e faticose, insapori: non c’è miele in casa né marmellata. Niente. Ma che mangiamo a colazione? Mia moglie entra in cucina e mi sorride: è carina anche alle sette, beata lei. Non mi parla perché sa che di mattina non ho voglia di ascoltare né di rispondere, che sarò gentile con lei solo quando sarò uscito dal bagno rasato e pulito. Come fa a ricordarsi tutte queste cose? Intanto ho fame e anche freddo, mi sento i piedi gelati, totalmente estranei alle pantofole. Pantofole schifose che odio: sottili, deformate, a quadrettoni, da vecchio. Le butterei all’istante, ma non ho proprio voglia di prendere decisioni, di agire e sprecare energie. Striscio via dalla sedia e mi vado a lavare. Apro la doccia e la voglio bollente: l’acqua ci mette un po’a riscaldarsi ma aspetto con pazienza. Mi siedo sul cesso. Ho la sensazione che questo sia il bagno più umido del mondo. E forse neanche uno dei più belli. Piastrelle bianche, di scarsa qualità, qualche angolino saltato; lavandino scomodo, squadrato con rubinetteria della più degradata gradazione di grigio. La roba di Sibyl è allineata con decoro sull’unica mensolina esistente: c’è qualcosa di infantile. Non vede che fa schifo il bagno, tanto vale non impegnarsi così tanto nella disposizione dello smalto, del profumo, dei quattro trucchi che usa. Mi appoggio con la schiena al muro prima di risolvermi a spogliarmi. Il vapore arriva in mio soccorso velando questo spettacolo. Il calore dell’acqua mi fa stare meglio, accetto che mi scorra addosso nella mia immobilità. Prendo a insaponarmi e la vita rifluisce nel corpo. Ora ho quasi voglia di fischiettare. Mi sciacquo con cura ed esco nel vapore. L’accappatoio è a portata di mano. Mi faccio la barba, sono già di buon umore. Mi vesto e scendo di nuovo in cucina per bere un ultimo caffè con Sibyl prima di andare al lavoro. Sibyl mangia uno yogurt appoggiata ai fornelli: perché non si siede? Dovremmo prendere l’abitudine di fare colazione seduti. La guardo, sa ancora di sonno, di cuscino sgualcito, di stanza chiusa, di notte. Parla sottovoce anche se nessuno ci sente: mi guarda con le braccia conserte, stretta nella vestaglia, mentre mi infilo il cappotto. Le do un bacio veloce ed esco. Oggi voglio a tutti i costi incontrare Phoebe.
Io sono il marito di Sibyl. Dico ‘marito’ perché tra le definizioni mendaci che si danno di chi vive da vent’anni con una donna senza sposarsi continua ad essere la mia preferita: non sono un ‘fidanzato’, condizione quanto mai transitoria, ridicola addirittura se unita all’espressione ‘a vita’, né voglio dirmi un ‘compagno’, epiteto che mi risulta troppo connotato politicamente. Tanto vale allora protestarsi ‘marito’: almeno ha il vantaggio di evitare inutili spiegazioni.
Io amo Sibyl, l’ho amata dal primo momento in cui l’ho incontrata, l’ho desiderata e avuta, l’ho accolta nella mia casa permettendole che diventasse la nostra casa.
Phoebe invece è tutta un’altra storia. Era l’amica di Sibyl. Per quanto tra loro intercorrano quasi dieci anni di differenza, la loro amicizia era sorta come un qualcosa di inevitabile ed era rimasta salda anche quando Phoebe era partita per Tokyo. Si erano costantemente sentite tramite chat e qualche volta, per le feste comandate o qualche disastro sentimentale di Phoebe, anche per telefono. Io non conoscevo personalmente Phoebe: queste cose le sapevo perché me le raccontava Sibyl. Non è mai capitato che io e Phoebe ci incontrassimo prima della sua partenza, fatto di cui non so dare spiegazione: direi che non è successo e basta. La mia conoscenza di Phoebe passava per Sibyl, mi accontentavo di ciò che mi veniva concesso di sapere senza chiedere altro: insomma non sono mai stato curioso di vederla. Forse perché pensare che quando io festeggiavo i miei diciotto anni lei ne aveva da poco compiuti tre, mi sembrava una risposta.
Da che Phoebe era tornata, Sibyl l’aveva già incontrata un paio di volte: erano uscite nel pomeriggio ed erano rimaste insieme fino a tarda sera. Infilandosi accanto a me nel letto mi sussurrò che voleva fare una festa con i nostri amici, a casa nostra. La cosa mi diede subito inquietudine e il sonno, già compromesso, svanì del tutto, lasciandomi pensieroso girato su un fianco.
La domenica successiva tutto era pronto in casa nostra: Sibyl aveva preparato ogni cosa con cura. Arrivarono Sylvia e Jordan, Therese, Alice e Stevy quasi contemporaneamente. Si erano messi tutti in salotto quando suonò ancora il campanello: mancavano all’appello Natan e Phoebe. Andai io. Incorniciata dall’arco della porta apparve la donna più bella che avessi visto in vita mia: ci rimasi senza fiato. Naturalmente era Phoebe. Davanti a me c’era una creatura infagottata in una sciarpa multicolore, con un cappello di lana bianco calato sulla fronte che sorrideva con gli occhi e con la bocca. Sentii i muscoli della mia faccia contrarsi e la bocca incresparsi in una smorfia di dolore, come se mi avessero sferrato un pugno senza motivo. Phoebe mi guardò per un attimo più attentamente, forse voleva capire se stessi male: precedetti qualsiasi sua domanda, mi presentai biascicando il mio nome come se in bocca avessi il sapore di un’erba amara e, aiutandola a sfilarsi il cappotto, la introdussi agli altri. Fu subito intrappolata in una rete di abbracci e baci, sorrisi e parole di bentornata. Senza il cappello mi colpirono i suoi capelli: corti. Anzi né corti né lunghi. Maledizione, io non so descrivere queste cose però so che davano un senso di rotondità e morbidezza al capo, era sbarazzina e rassicurante insieme. Chissà perché aveva deciso di recidere quei capelli?
In breve capii mi piaceva da matti.
Intanto la festa continuava nonostante me, reso distratto e inadatto a qualsiasi servizio. Sibyl non mi curò molto, si stava divertendo con gli altri e per gli altri. Phoebe non mi parlò quasi mai: mi passò un piatto con delle tartine che Alice stava preparando per tutti, non ebbi neanche il tempo di ringraziarla che un altro piatto incombeva per qualcun altro. Non c’erano momenti possibili per parlarle, ero quello che ne sapeva di meno e non ero nel luogo per recuperare quel tutto che con dolore volevo sapere. Ma perché? Magari era meglio non conoscere niente della sua vita di prima. Come se adesso esistesse un dopo anche per lei. Mi attraversò il pensiero di strapparle i vestiti di dosso. Pazzesco, proprio io che sono così magro, che ho questo naso semita, la barba un po’ brizzolata e gli occhiali. Sibyl mi sembrava un’estranea, non mi stava aiutando. Natan, arrivato per ultimo, mi si appiccicò dietro: nonostante gli sforzi non riuscivo a concentrarmi su di lui. Dovevo raccogliere le idee e andai in terrazzo a fumare. Come una pietra alla nuca mi arrivò la frase: -Scusa, hai da accendere?-. Phoebe. Phoebe. Incredibilmente Phoebe. Senza aggiungere una parola, con la sigaretta in bocca, cercai l’accendino e glielo passai. Accese, tirò, respirò e parlò: ¬-Hai visto che bel cielo? Mi mancava questo buio. Di notte poi non devo più immaginare le stelle. Nel buio senza aloni le stelle sono nitide. Posso contarle. Non può essere lo stesso cielo di Tokyo. E’ un altro affare per forza.- Gli occhi erano immensi. Volevo baciarla e mi spaventai all’idea, feci un passo indietro per allontanarmene. Non capivo se mi stesse dicendo la cosa più stupida del mondo o la più commovente. Non so, lo diceva con semplicità, neanche lei sapeva giudicarla. Abbozzai un sorriso e feci il gesto di rientrare. Spense anche lei la cicca, affrettandosi un po’.
Il calore dell’appartamento mi accolse accertandomi che tutto stava andando bene.
La festa continuò più o meno come prima, solo io, accanto a Natan, sedevo sul divano pensando disperatamente altrove.
Come disse un tizio: ho una moglie, una macchina, una casa in città, una al mare e una nei sogni, sono sistemato, la mia vita è felice, amo la donna che non ho sposato. Ma Phoebe?
Verso l’una gli invitati iniziarono ad andarsene: Phoebe parlava con Jordan mentre si infilava il cappotto e salutò tutti rapidamente e dopo un abbraccio a Sibyl si chiuse dietro la porta. Tirai un sospiro di sollievo.
Sibyl decise che avrebbe pulito tutto l’indomani, aveva un po’ bevuto e senza tanto indugiare se ne andò a letto. Prima di salire in camera mi preoccupai di spegnere tutte le luci: la casa rimase buia, silenziosa e disordinata.
Non riuscivo a chiudere occhio. Non mi era occorso indagarmi a lungo per comprendere che Phoebe mi piaceva. Ma cosa mi piaceva di lei e come aveva fatto, in quella manciata di secondi, a mettere in discussione la mia vita, era tutto da chiarire. Mi venne in mente il personaggio di un racconto: questo tizio si era fatto fare il bagno dalla moglie durante la prima notte di nozze e questo rito lo aveva accompagnato tutte le sere della sua vita, senza eccezioni; ora, questo tizio diceva che era come se avesse impiegato tutta la vita a scalare una montagna e avesse finalmente raggiunto una cima plausibile, sulla quale aveva trovato una donna e una sorgete d’acqua e bla bla bla… il punto della questione è la meta: la mia non mi sembrava più tanto plausibile. Su questi dubbi non so come riuscii ad addormentarmi.
Stamattina in ufficio mi concentro su come rintracciare Phoebe. Non ho il suo numero, non ho niente. So solo una cosa: abita vicino ad un’autoscuola che conosco. Mi sento piuttosto imbarazzato all’idea, ma dovrò appostarmi. Non ho altre alternative visto che ho scartato l’ipotesi di frugare nel cellulare di Sibyl (maldestro come sono se ne accorgerebbe subito) e la possibilità di chiedere direttamente a Sibyl di Phoebe.
Alle 17. 30 sono nei pressi di un tabacchino di fronte all’autoscuola: ad intuito ho eletto il portone accanto all’entrata dell’autoscuola il portone di Phoebe. Sarà vero? Ma soprattutto: come posso sapere che Phoebe uscirà o entrerà a casa adesso? Ho un moto di stizza, qualcosa dentro di me non acconsente a questa assurdità. Cristo, sono un idiota. Me ne vado a testa bassa e a passo svelto, sono incazzato contro di me. Assorto nei pensieri non sento subito la voce di Phoebe che mi chiama, per la seconda volta l’avverto solo quando mi è vicina ormai: -Ehi! Ciao, ho il fiatone, dove vai così di corsa?-. Invento all’istante: ¬-Ehi, ciao, che sorpresa…sono andato all’autoscuola per informarmi… per il rinnovo della patente di zia Ines. Sì, per zia Ines.- Phoebe mi guarda con in suoi occhi grandi, mi si scioglie il cuore, la vorrei stringere. Ora siamo io e lei. Parla con me, scherza con me, mi fa sentire un miracolato. Non è solo bella, è altro: è vita. Divento serio, scambio con lei altre quattro cavolate e me ne vado. Fuggo letteralmente. Ho paura di fronte all’enormità della mia scoperta: io non la voglio e basta.
Io la voglio incinta.
Elisabetta Brozzi
