round robin

Buio

In racconti (e ultimi round) on Febbraio 9, 2009 at 1:20 pm

Vattene! Lasciami stare qui, al buio. Non voglio vedere niente. Neanche il dolore che mi mangia dentro. Vattene ho detto: vattene. Allontanati dall’arco della porta, chiudila dietro di te, togliti da quella cornice di luce gialla. È il neon della cucina, lo so. Ti ho sempre detto che avremmo dovuto cambiarlo; non ho mai sopportato quella luce che stenta ad accendersi e poi esplode maleducata su quelle piastrelle vecchie e verdoline, sul tavolo con le gambe di metallo sottili. Sugli odori rimasti nell’aria. Non voglio vedere niente. Tu taci e mi guardi ma, nel buio che mi assorbe, non sono niente, neanche una sagoma. Non sai neanche dove io sia: se ditesa sulla tua parte di letto o accovacciata accanto al termosifone. Te lo voglio dire: sono accanto al termosifone. C’era più caldo fino a poco fa, ma ora l’hanno spento. È appena tiepido, come il tuo cuore duro. Allora rimani dove sei, se proprio non vuoi andartene; tanto con la faccia affondata sulle ginocchia, non ti vedo. Devo chiederti alcune cose. Ad esempio se mi lascerai la macchina. A me serve. Serve, capisci?! Come faccio a fare la spesa? Come faccio? Le mie braccia non sono abbastanza forti per sopportare il peso di quelle buste. La plastica mi taglia le dita. Tanto a te non può servire. E poi tu te la sai cavare. Io no. Io ho bisogno di tutto. Anzi, ora ho bisogno di una camomilla: puoi farmela, per favore? Sì, ecco, grazie. Ne ho bisogno. La scatola è nello sportello in alto a destra, quello rotto. Appena apri la vedi: metto la camomilla a portata di mano perché la bevo spesso. Mi fa bene, mi ricorda quando studiavo per l’esame di maturità, ne bevevo a litri. Bevevo solo camomilla, mangiavo solo pomodori verdissimi, bianchi direi. Era caldo, infuriava l’estate fuori dalla finestra: la sera i ragazzi uscivano con i motorini. Pensavo che alle due di notte col motorino fa freddo, anche a luglio. Non mi sbagliavo. È già pronta la camomilla? No, non è possibile accendere la luce: devi raggiungermi a tentoni, poi io ti allungherò una mano. Bene, ci sei: appoggia la tazza sul palmo della mia mano; non temere, la reggo. Sono gelata, non mi scotta. Ora vattene, non rimanere qui accanto. Dannazione ma questa non è camomilla… ti sei sbagliato! Non sono isterica: questa è una tisana. Ecco, ecco come sei: superficiale. Non ti importa di me, non capisci ciò di cui ho veramente bisogno, non mi ascolti. Ora non posso bere per placarmi: non è camomilla, è altro. Tua madre me lo diceva: «È sbadato, perde tutto». Tu hai perso me. Non sono più nulla. Sì, ricomincio con questa storia. Bravo esci. Lasciami sola. Non sono mai stata sola in vita mia: a casa c’era sempre qualcuno. Mia madre o mia nonna, sembrava si dessero il cambio. In casa mia qualcuno parlava sempre e se tacevano c’era la tv a parlare per tutti. Solo di notte il silenzio. Non come in questa casa d’affitto. Le finestre danno sulle rotaie del tram, quando passa vibra tutto e se il tram si ferma uno stridore acutissimo mi trafigge i timpani. Efi dice che sono troppo sensibile, lui ci si è abituato subito. Lui si abitua subito a tutto, anche a non avermi più. Già si è abituato. Ha deciso di andarsene, io non posso seguirlo. Rimarrò sola in questa città, ho una paura folle ma non posso seguirlo. Efi è di là, sento che armeggia in cucina, forse mi sta rifacendo la camomilla. Non dovrebbe farmela: gliene sarei grata e continuerei a volergli bene. Invece devo smettere di amarlo. Efi? Pensavo fossi uscito, invece sei ancora qui. Ancora per poco. Devi accendere la luce di questa camera perché devi prendere la valigia? No, io devo stare al buio. Non protestare, è così. La tua voce dolce tradisce impazienza, mi uccide. Mi sbaglio forse? Efi, tu non vedi l’ora di chiuderti dietro quella dannata porta, tirare un sospiro di sollievo e ricominciare senza di me. Tu sei pieno si speranza, non posso perdonarti. Io no, davanti a me c’è solo buio. Sì, prendi pure la tua roba: i tuoi vestiti sempre adeguati a tutto. I miei sempre sbagliati. Una volta mi dicesti che ero “imbarazzante”. Al mio paese sono la più elegante, mia madre si vanta molto del mio gusto. Con te mi sono sentita veramente “imbarazzante”. Di questo mi dovrei ricordare, non di quando mi chiamavi “scoiattolo”. O “vita”. Sì, mi alzo, accendi pure la luce. Ti aiuto a prendere tutto. La luce mi infastidisce come se mi fossi svegliata ora, mi difendo gli occhi piegando il viso su una spalla. Ti vedo, sei brutto con quella tua espressione patetica, falsa, impietosa. Ti aiuto, facciamo in fretta.

racconto di Elisabetta Brozzi