Il più famoso amante-poeta della Spagna araba
Nel 1867 Adolfo Federico de Schack, nel libro tradotto da Juan Valera (ho accennato a questa “catena” letteraria nel precedente articolo), diceva così: “Se l’interesse che si è recentemente svegliato nei confronti della letteratura provenzale si applicasse anche a quella arabo-ispanica, e si facessero pubblicazioni e traduzioni della vita e degli scritti dei poeti andalusi, giungeremmo al dovuto riconoscimento di un memorabile periodo della cultura europea. Non credo che mi accechi una spropositata predilezione nell’assicurare che la poesia dei musulmani spagnoli, nonostante tutte le sue manchevolezze, è molto superiore a quella dei ‘trovatori’ provenzali, per la profondità dei sentimenti e la ricchezza e lo splendore delle immagini, mentre il suo valore e i suoi contenuti storici non sono affatto inferiori. Certamente, a stento si può sperare che questo vuoto nella storia generale della letteratura si riempia al più presto, quando si prende in considerazione la pigrizia che affligge gli orientalisti. Il presente lavoro non è nulla più che un tentativo, un invito a compiere un’impresa tanto grande, che per portarla a termine forse non basterebbe tutta la vita di un uomo.
Nella mia opera, di conseguenza, si dà al lettore solo una leggera notizia del vasto campo inesplorato.”
Quante cose sono successe nei 140 anni che ci separano da quest’opera! Certo, gli auspici di de Schack sono restati tali. L’Europa, in gran parte, continua a ignorare questa parte di sé.
Propongo ora qualche lirica di Ibn Zeidun (1003-1070), che fu considerato il più grande poeta d’amore arabo-andaluso.
Nacque in Cordova, ebbe compiti politici importanti sia durante la dominazione degli Omayyadi sia dopo la loro caduta. Amò la spregiudicata principessa Wallada, figlia di uno degli ultimi, debolissimi califfi di Cordova, e di una schiava cristiana, Amin’am. Accusato di un delitto, finì in carcere, da cui evase; fu poi perdonato, ma andò esule in diverse città di Al Andalús, soprattutto a Siviglia, dove fu ministro e amico di Al-Mutamid, di cui ho parlato la scorsa volta. Fu contemporaneo di Ibn Hazm, che ho presentato rapidamente in un mio vecchio articolo.
Ibn-Zeidun fu certamente tra coloro che, pur se con qualche incrinatura e ribellione, celebrarono l’amore udhrita, idealizzato, per lo più casto, sublimato.
Nelle poesie che seguono, si rivolge naturalmente a Wallada.
Triste per i giardini di Az-zahra
Triste per i giardini di Az-Zahra vado pensando a te.
Ride la terra e limpida e chiara è oggi l’aria.
È tanto mite il vento d’Occidente e tanto dolcemente sospira,
che mi pare percepisca le mie pene e le guardi con pietà.
Se, nel trascorrere per il campo fiorito, brilla, colpito dai raggi del sole,
il ruscello è collana di perle che cinge il tuo collo.
Questo giorno ricorda la bellezza di un altro giorno, remoto,
quando, nel segreto, amore ci fu propizio e ci regalò una fugace allegria.
I fiori che distillano rugiada si direbbe che piangano,
che lamentino la fine del mio amore, che compiangano la mia sorte.
Oggi, come allora, la fertile vallata si adorna di colori,
e al peso della rugiada si inclinano gli steli dei fiori.
Come alba viva della mattina, risplende la rosa,
e il fior di loto sognatore e pensieroso si dondola nell’aria.
E tutto ciò che sento, tutto ciò che vedo, fiori, vento, luce, profumo,
accende, avviva più ancora questo desiderio che mi consuma l’anima.
Magari la morte mi avesse strappato il sentire e l’essere,
prima che lo spietato destino mi trascinasse via da te.
Se il vento mi portasse al tuo fianco con le sue ali leggere,
nel pallore e nella tristezza del mio volto, tu conosceresti il mio dolore,
Mia unica, mia amata, mio tormento, che non posso dimenticare,
le tue proteste d’amore, il tuo giuramento, dimmi, dove sono andati?
L’ingratitudine del tuo cuore ti ha strappato via una memoria tanto fastidiosa.
Mentre conservare la fede che io ti giuravo era tutta la mia gloria.
Anche se mi hanno allontanato da te…
Anche se mi hanno allontanato da te, tu vivi dentro il mio petto:
per il mondo mi hai dimenticato, e sei il mio mondo e il mio cielo.
Le gioie che ti circondano cancellano nel tuo pensiero
l’amante che ti ama tenacemente, fino al più lieve ricordo.
Ancora non ho raggiunto il fine cui sempre aspiro.
“Che fine?” chiedi. “Della mia vita”
ti risponderei in ogni momento
Se tu vuoi, mai, mai finirà il nostro amore
Se tu vuoi, mai, mai finirà il nostro amore:
misterioso, senza macchia, vivrà nel mio cuore.
Per conquistare il tuo, sangue e vita darei:
e il sacrificio sarebbe leggero, confrontato con il premio.
Questo giogo nessuno poté toglierlo dalla mia anima:
e tu ancor più pesante lo imponesti. Non temere la sua ribellione.
Disprezzami! Lo sopporterò. Rimproverami! Hai ragione.
Fuggi! Ti seguo. Parla! Ti ascolto.
Ordina! Sono tuo schiavo.
Che male ci può essere…
Che male ci può essere nel tuo mostrarti compassionevole
se tu sei la mia malattia e ben lo sai?
Sei compiaciuta! Mia necessità, mio desiderio,
nel sentirti libera dai miei lamenti
e nel riderti dell’amore mentre io piango.
Dio sia il giudice della nostra vicenda.
Io esclamo, quando il sogno fugge da me,
come colui che è tormentato a causa del suo cuore innamorato:
colei che dorme e per il cui amore non riesco a dormire,
regalami il sonno, tu che dormi!
Basta, basta!
Basta, basta; ormai mi separo dal mondo per sempre;
le sue menzogne non mi accecano più, ho rotto tutti i suoi lacci.
Ormai il mio orizzonte è simile al recinto di un povero orto.
Nei miei libri solo cerco confidenti e amici.
Mi danno notizie del mondo e dei secoli passati.
E mi offrono un tesoro di verità e disinganni;
ancor più mi dorrà che nella fosse gli uomini mi diano riposo,
senza sapere che cuore, che ingegno avranno seppellito!
[Chi volesse trovare, in spagnolo, altre poesie di Ibn Zeidun e di qualche altro poeta, può consultare questo sito].
Maria Laura Bufano