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Interno con rivoluzione – intervista a Maria Laura Bufano

In interviste on Novembre 13, 2008 at 11:46 am

il mio cuore ha 2 battiti.ai Il 27 novembre finalmente esce

Interno con rivoluzione

di Maria Laura Bufano

il libro che aspettavamo da anni…


Interno con rivoluzione è un romanzo dai forti tratti autobiografici. Tu però sembri voler mettere in guardia il lettore, quasi scongiurare una sua interpretazione in questo senso sin dalla pagina introduttiva. La prima domanda è, perché? E poi, che rapporto hai tu con l’esperienza che diventa letteratura proiettata e frazionata nella moltitudine dei personaggi?
Parto da qualche considerazione sulla memoria e le memorie. In questi anni il discorso sui doveri della memoria è diventato asfissiante, l’invito a ricordare si è fatto stereotipo. Per me, nel considerare gli eventi del passato, è necessario attivare sguardi diversi. La memoria delle tragedie, dei massacri, dei torti crudeli inflitti da esseri umani ad altri esseri umani, e da gruppi umani ad altri gruppi umani… questa memoria per me richiede uno sforzo continuo, logorante, che non finisce mai, di approssimazione all’oggettività, alla verità dei fatti. Non è una cosa che si possa raccattare disinvoltamente dal bordo della strada; e neppure con visite rituali ad Auschwitz. Diverso il discorso per il passato individuale, non segnato da crudeltà estreme. Cerco di spiegarmi con una metafora. La memoria individuale è come una pianta che ci cresce sull’omero sinistro (ai mancini, forse, sul destro), e via via che si ingrandisce, si sporge dietro di noi. Diventa un albero con una miriade di foglie, caotico, pesante, che ci tira a terra. Cercare di sbrogliarlo per capire chi siamo non è possibile; raccontarlo neppure. Per quel che mi riguarda, ho preso un’ascia e ho cercato di tagliarlo più a fondo che ho potuto. Certo, non l’ho estirpato. Poi mi sono trascinata davanti tutta quella ramaglia. Ho staccato rametti, li ho puliti, curvati, intrecciati, lucidati, colorati, ne ho aggiunti altri che non provenivano dall’esperienza vissuta. Di quello ch’è avanzato ho cercato di fare un bel falò. Il prodotto di tanto lavoro è costituito da qualche cesta di forma il più possibile geometrica. I personaggi… certo, molti di loro – non tutti – hanno avuto origine da persone che ho conosciuto. Ma c’è stato un vai e vieni, nella mia mente: venivano, andavano, vengono, se ne vanno, ricompaiono, qualche volta anche nei sogni. Quelli antichi sono ormai cari fantasmi: incastrati pure loro nelle ceste.

Perché ritieni che “protagonista del romanzo sia Paolo più che Lidia”, dipende solo da una reazione alle letture di stampo femminista che hanno fatto alcuni “critici” del tuo libro o lo pensi veramente? A me pare che i protagonisti siano due e la struttura del testo sembra confermare questa ipotesi.
Ho scritto varie cose, non tantissime, ma neppure una sola. Ogni volta che mi sono messa a scrivere qualcosa di un po’ ampio, mi è successo dopo un’arrabbiatura prolungata che si è gonfiata e gonfiata nel tempo. Ma quello che legava tutto – mi sembra – era proprio la voglia di aggiustare pensieri storti – altrui, naturalmente – su cui non c’era stata possibilità di confronto e di discussione. Certo, una gran presunzione, la mia, non dico di no. Nel caso specifico, ricordo che era giunta al culmine un’arrabbiatura più che decennale. Gli esseri umani maschi mi parevano allora molto vulnerabili e cari, ma anche tremendamente ricattatorî. E gli esseri umani del mio stesso sesso straordinariamente ciechi dinanzi a questo ricatto. Avrei voluto che il movimento delle donne facesse manifestazioni furiose contro questa canagliata maschile di morire prima, di scapparsene dalla vita, lasciando le loro compagne a sbattersi con il dolore e le difficoltà… Invece niente. In un certo modo dar vita al personaggio di Paolo è stata la mia manifestazione di protesta, l’unica possibile: contro uomini e donne.

Di Silvio a un certo punto la narratrice afferma: “Rifiutava ogni forma di zdanovismo, non sopportava il realismo socialista. Ma un’alternativa a tutto questo, che non ricadesse nei vizi della cultura accademica, della letteratura come stolto privilegio, non riusciva proprio a vederla”. Giriamo la domanda a te: il tuo romanzo deve qualcosa alle indicazioni del cosiddetto realismo socialista?
Tra le letture della mia adolescenza e prima giovinezza, ci sono stati certamente Vasco Pratolini, Francesco Jovine, Carlo Levi (a proposito di quest’ultimo si può parlare meno che per gli altri di “realismo socialista”). La storia di Silvio è, ma soltanto in parte, la mia. Quando mi laureai, mi si offrì subito la possibilità di lavorare nell’università. Caddi in una crisi profondissima: scrivere saggi perché li leggesse qualcuno interno al mondo accademico, o al massimo qualche laureando, e passare la vita a leggere saggi altrui e a riscrivere su questi mie considerazioni… Allora mi appariva così il mondo accademico. Forse esageravo. Sarebbe stato certamente velleitario presumere di rompere il circolo chiuso andandosene verso “la classe operaia”. Non credo di aver mai sofferto di quella malattia che allora si chiamava press’a poco populismo oppure operaismo. Me ne andai a insegnare a scuola. Silvio è nel romanzo un personaggio un po’ a metà. Non ha forza di sentimenti e immaginazione, e neppure il coraggio e la radicalità da kamikaze di Paolo. Non richiama nessuna persona da me conosciuta. È se mai un mio sdoppiamento, proprio mio, di Maria Laura, non di Lidia. Quanto al “realismo socialista”: no, non credo di essermi ispirata a quei modelli. Nel mio discorso – e in quello di Silvio – sulla cultura accademica, è adombrato anche il rifiuto di tutti i ricami che sono stati fatti sulla crisi del romanzo e su simili questioni. Quel ch’è certo è che questa “morte” che si attendeva non c’è stata. In Spagna fioriscono tuttora romanzi non di genere, che non esito a considerare grandi: per esempio El mundo di Juan José Millás. Il realismo socialista cui fa riferimento Silvio per me non è mai stato un affrancamento da vacue civetterie intellettuali. E poi il realismo socialista, anche se raccontava storie tristi, doveva essere a suo modo edificante. Non credo che questo possa dirsi di Interno con rivoluzione. Non posso parlare di “modelli”: sarebbe atrocemente presuntuoso, da parte mia. Però posso dire quali libri hanno reso la mia vita più bella. Ne nomino solo qualcuno: Guerra e pace, più di ogni altro, un libro infinito. Alessandro Manzoni: uno che dimostra l’amore per il suo paese (la futura “patria”, ai suoi tempi) dicendogliene di tutti i colori, raccontando con forza tutti i suoi mali. E poi Zeno, i Buddenbrok, La famiglia Moskat, La marcia di Radezski… Anche, più recente, la trilogia di Mafhuz. O anche lo straordinario “romanzo”, di un candore assurdo, che è il Canzoniere di Saba. Ritorno al mio assai più modesto Interno con rivoluzione: almeno nelle mie intenzioni non è pienamente realista e non è neppure un “romanzo fantastico” (la malattia dei generi!). Lidia parla in prima persona, ma racconta Paolo come narratrice onnisciente: uno scarto evidente nella logica realistica e nelle “regole narratologiche”. Potrebbe intendersi come uno dei tanti giochi postmodernisti con cui l’autore evidenzia i “meccanismi” della sua costruzione. Nelle mie intenzioni non è questo: non è un gioco, è omaggio di una vita immaginata e raccontata, a un personaggio maschile, Paolo, confusionario, ma infine, credo, più simpatico (almeno per me lo è) di quello femminile. Una sorta di stilnovismo personale, zoppo, a cui mancano, naturalmente, un Dio e un cielo, e perciò disperato. La tremenda quotidianità che abbatte ogni grandezza. Però forse Paolo, a suo modo, resta grande.

La scelta di non nominare le città, di descrivere poco i luoghi, è scelta di stile ma paradossalmente si concilia poco con l’attivismo politico di quegli anni per sua natura legato al territorio, da cosa dipende questa decisione?
La scelta di non descrivere – o di descrivere solo ciò che serve alla narrazione – è, mi pare, coerente con il tono antielegiaco. Quanto all’attivismo politico… certamente, quarant’anni fa l’agire politico non aveva le proiezioni globali che ora assume di necessità, continuamente. Però ciò che già allora contraddistingueva la sinistra era la tensione al mondo: certo, con moltissime deformazioni, errori grossolani, semplificazioni. Ma anche con l’idea forte e a quel tempo abbastanza generalizzata che la provenienza geografica non dovesse porre barriere fra le persone. Ciò non vuol dire che il localismo e anche la xenofobie non fossero in agguato: tutto ciò che è successo in tempi recenti nella mente della “gente”, anche di sinistra, anche di estrema sinistra, deve aver avuto per forza un lungo tempo di incubazione. Però, negli anni settanta, almeno nelle dichiarazioni, non erano accettate dalla sinistra le chiusure nel localismo, l’esclusione di chi arrivava dall’esterno. L’affidare al caso la scelta delle iniziali dei nomi delle due città, nel mio romanzo, ha questo antico significato di apertura.

Come ti porresti se accostassimo qualcuno dei tuoi personaggi a Camus o in generale alle istanze esistenzialiste? Io non classificherei il tuo romanzo come esistenzialista, e nemmeno storico, abbiamo detto che non può passare per autobiografismo vero e proprio, e non ti convince neppure la narrazione di formazione realista/socialista. Che definizione daresti tu?

Detesto la mania di classificazione in generi. Qui in Spagna mi pare che non ci sia, non così forte, almeno. Quelli che su giornali e riviste parlano de El mundo di Millás, cui ho accennato sopra, non cercano neppure per sogno di collocarlo in un genere. Millás racconta di infanzia, di strade conosciute, ma anche di un universo strano che si spalanca quando si guarda dalla finestrella di una specie di cantina… Con una forza narrativa che rende queste cose più reali della realtà. Camus… uno scrittore che, non so davvero perché, ho conosciuto solo in tarda età. Non so perché uno esclude dalle proprie letture, per decenni, senza una ragione, scrittori noti, importanti. È immenso, Camus. La collisione fra quello che chiamo, non in senso strettamente esistenzialista, “esistenziale” e quello che chiamo “politico” è stata forte, nella prima metà degli anni settanta. L’idea che i bisogni, i pensieri più profondi, le sofferenze dell’individuo, non solo non fossero raccolti, ma spesso entrassero in conflitto con l’appartenenza politica, era molto viva in quegli anni: la questione era stata sollevata da gran parte dal movimento femminista, che al suo nascere era assai variegato, fatto di tante posizioni diverse, vivo. Lidia e, in modo certamente più continuativo e autodistruttivo, Paolo, avvertono talvolta l’appartenenza politica come un involucro astratto. Tengo a precisare che, a mio parere, non tutto ciò che è astratto è brutto e cattivo. Il cosiddetto concreto può essere orrido. Nel caso specifico, però, quest’astrazione può sembrare burocratica, stupidamente e pur necessariamente dura, stritolante. Qualcosa che assomiglia al “noi” della famiglia, un’accetta che taglia quel che non rientra nella mitologia del gruppo. Questo è presente nel romanzo, non tanto sotto forma di colpe individuali di singoli personaggi, ma come oppressione iscritta nell’appartenenza politica, oltre che in una specifica tradizione di sinistra. A tal proposito, uscendo dal discorso sul romanzo, ricordo con disagio qualche occasione in cui non mi sono ribellata come avrei dovuto… Il pensiero individuale, la rivolta profonda e limpida del singolo contano moltissimo e spesso non si vedono. Penso che sarebbe bello se quelle che si chiamano “forze politiche”, partiti, che sono peraltro necessari – il partito dell’antipolitica attuale è il più burocratico, oppressivo e falso di tutti – fossero permeabili alle rivolte profonde dell’individuo: non certo per dare risposte, ma per scuotersi di dosso gli irrigidimenti. Certo, a furia di scossoni, rischierebbero di essere distrutti. Non vedo al momento attuale alcuna via d’uscita a questo dilemma.

intervista di Federico di Vita

  1. il passaggio “Avrei voluto che il movimento delle donne facesse manifestazioni furiose contro questa canagliata maschile di morire prima, di scapparsene dalla vita, lasciando le loro compagne a sbattersi con il dolore e le difficoltà…”, ricorda moltissimo una puntata di Futurama in cui il capitano Zapp Brannigam intima seccatto e stizzito alle navicelle terrestri lanciate contro le ben più grandi aliene di smetterla di disintegrarsi: “smettetela di esplodere: VIGLIACCHI!” (purtroppo non c’è su youtube…)

  2. può essere interpretato come un desiderio folle, ma forse non lo è del tutto. C’è un po’ l’idea – o c’era fino a poco tempo fa – dei leoni e delle pecore. Spesso le pecore, come dice il nome stesso, erano femmine. Erano almeno apparentemente quiete e vivevano di piu`. Pero` non sono sicura che fosse proprio cosi`. Anzi puo`darsi che non sia affatto una questione di leoni e di pecore.