Quello che amo di te è il mare. Il modo in cui ti sgorga dagli occhi, come un getto di luce, prima di riversarsi sulla distesa di sabbia della tua fronte. Pensavo a questo, oggi, mentre cercavo di mandare giù il caffè insapore preso al bar della Galleria. Mi ero aggirato per ore tra le sale, senza un percorso preciso, seguendo il richiamo dei dipinti come qualcuno che spera di trovare ciò di cui ha bisogno. L’istinto mi ha allontanato dai fiamminghi, dalla gelida precisione del loro sole infermo, ed è restato indifferente all’opulenza del seicento francese, così simile alla nostra epoca nella sua ansia di feste senza gioia. Persino lo stupore per Raffaello e Leonardo è rimasto qualcosa di astratto, distante: un’ammirazione senza vero trasporto. Camminavo tra migliaia di persone, da solo, e mentre fissavo un quadro mi distraevo sbirciando a lato, cercando di guardarti, perché sentivo che tu eri accanto a me, e che sarebbe bastato allungare la mano per toccarti.
Il cinquecento italiano mi ha risvegliato i sensi, intorpiditi dalla pioggia londinese. Mi sono riconosciuto nel piccolo satiro dallo sguardo febbricitante al seguito del Bacco di Tiziano: un desiderio di carnevale, di corpi caldi e sorrisi eccessivi, di ninfe intraviste nella calura meridiana, d’estate. Un leggero e diffuso tremore mi ha preso, al pensiero – ma un pensiero strisciante, sottosoglia, nel sangue – delle tue labbra appena dischiuse, dell’incavo perfetto sopra la clavicola, della morbida pienezza del tuo seno. In quell’enorme pinacoteca non riuscivo a trovare colori che fossero abbastanza delicati e al tempo stesso vividi per avvicinarsi ai tuoi, e né Goya né Velàzquez hanno saputo darmi altro che un ricordo sbiadito del tuo invincibile splendore.
Per quanto cercassi, inseguendo la tua immagine attraverso i secoli e i paesi, nessun artista era in grado di restituirmi quella sensazione di appannamento, di eclissi totale della percezione che avevo provato davanti a te. Tutto restava confinato, stretto al compito di rappresentare qualcosa, e per questo irrimediabilmente lontano dalla pulsazione continua della tua pelle, da quell’impressione di movimento, di proiezione verso l’esterno che suscita terrore, desiderio e attesa della morte al tempo stesso.
Solo quando ho smesso di cercare, ho trovato. Ciò che non poteva essere nelle migliaia di braccia nude, nei volti senza voce delle innumerevoli figure umane, era nascosto nelle tele di quello che è, senza possibilità di dubbio, il più grande pittore che questo paese abbia avuto. Nelle composizioni in cui i personaggi del mito sono solo un pretesto, piccole figure del trascurabile primo piano, da cui parte la rincorsa per il salto nei cieli immensi che occupano tutto il resto. O ancora di più nell’asprezza dei paesaggi marini, dove gli elementi sembrano gareggiare per cancellare dal dipinto ogni presenza umana. Nella furia, infine, di una locomotiva sparata in mezzo al nulla vorticante di pioggia e vapore, che è bianco e giallo e azzurro e ogni altro colore insieme, e che mentre fende l’aria umida della campagna inglese la trasfigura per magia fino a trasformarla nel disordine pacificato del mare, lo stesso che c’è nei tuoi occhi, che è vapore e pioggia e velocità, e in cui ancora cerco disperatamente di annegare.
Davide Martirani

Sei un folle… ma se tutti i pazzi facessero come te, il mondo soffrirebbe meno… buona fortuna!