Javier Mariás, scrittore e giornalista di alto livello, domenica 6 luglio ha pubblicato sul supplemento settimanale de El País un articolo dal titolo La zona fantasma – Con nuestros votos imbeciles, durissimo con il governo socialista – di cui si dichiara elettore – che, dopo qualche resistenza, ha votato nel Parlamento europeo due norme sull’immigrazione volute dalle destre: la prima, che prevede la possibilità di trattenere in centri di accoglienza (o, in mancanza di questi, persino in celle carcerarie) l’immigrato irregolare fino a un massimo di 180 giorni; la seconda, che consente di rimandare indietro i minori, e non necessariamente ai luoghi di provenienza, ma anche ad altri paesi che formalmente garantiscano una sorta di accoglienza. Zapatero risponde a quelli che hanno criticato duramente l’adesione dei socialisti spagnoli a queste norme che non sono informati su quel che succede in Europa: in molti paesi europei finora non è previsto alcun limite alla “detenzione” dell’immigrato irregolare e neppure alcuna protezione ed eccezione per i minori. Nessuna norma sulla durata della detenzione nei centri di accoglienza è operante in Danimarca, in Olanda, nel Regno Unito e in Svezia. Mentre la durata è di venti mesi in Estonia, di diciotto mesi in Francia … Secondo Zapatero, si tratta dunque di norme che danno, non tolgono diritti, norme migliorabili, ma che intanto pongono un argine a incertezze e abusi estremi. E comunque i singoli paesi non sono tenuti ad applicare questi limiti massimi.
Certamente, la votazione di tali norme è arrivata dopo il rifiuto degli irlandesi di accettare la Costituzione europea, e quindi in un momento particolarmente difficile per l’unità del continente. Nessun democratico può sottovalutare il rischio che l’Europa, pur così drammaticamente deficiente, scricchioli ancor di più fino a rompersi. Immaginiamo, ad esempio, che cosa succederebbe immediatamente in Italia, oggi, se il nostro paese non fosse sotto osservazione di un’Europa pur tanto carente persino sul piano dei diritti umani.
Però l’impressione di un realismo politico intriso di una certa dose di cinismo non viene del tutto cancellata da queste considerazioni.
Per quanto riguarda la politica interna della Spagna sull’immigrazione, pare che Rubalcaba, ministro dell’Interno, abbia detto che verrà alzato da 40 a 60 giorni il limite di permanenza coatta degli immigrati irregolari nei centri di accoglienza. Inoltre c’è già da qualche mese una direttiva che, di fronte alla crescita della disoccupazione degli stranieri dovuta soprattutto alla crisi nell’edilizia, prevede che chi, fra i regolari disoccupati, decida di ritornare al suo paese di origine, riabbia tutti i contributi versati nel tempo e in più una somma con cui possa cercare di aprire un’attività nella sua terra. Pare che il 10% degli immigrati disoccupati pensi di ritornare al luogo d’origine.
Ma negli ultimi giorni il governo spagnolo ha preso iniziative che paiono almeno in parte riscattarlo dalle critiche precedenti.
Innanzi tutto ha proposto che gli immigrati regolari abbiano diritto di voto nelle elezioni comunali, e tutti i gruppi parlamentari, compreso il Partido Popular, si sono espressi favorevolmente. Ciò – io penso – è avvenuto anche perché il provvedimento, sostenuto dal Psoe e dagli altri partiti di sinistra, diverrà sicuramente legge, e i popolari, che ora hanno in mano importanti comuni, fra cui Madrid e Valencia, non vogliono farsi nemici i futuri elettori di paesi extracomunitari (si prevede che saranno intorno al milione e mezzo).
- Poi, in un incontro avuto in questi giorni con i francesi, i ministri spagnoli sono riusciti a far passare diverse direttive, di cui citerò quelle che mi paiono più importanti, successivamente accettate dagli altri paesi europei, questa volta non sull’espulsione, ma sull’accoglienza degli immigrati. Le direttive sono queste:
- 1 – proibizione delle regolarizzazioni di massa, e possibilità di regolarizzare l’immigrato non solo per ragioni politiche (asilo politico), ma anche per ragioni economiche. Ciò certamente apre un enorme spazio discrezionale a chi ha il compito di decidere caso per caso, ma rappresenta pure un’opportunità che prima non c’era per l’immigrato;
- 2 – si rinuncia a imporre all’immigrato il “contratto di integrazione”. Questo “contratto”, sostenuto dalle destre di diversi paesi (anche da quella italiana), avrebbe richiesto, oltre che la conoscenza della lingua del paese ospitante, anche quella delle “identità nazionali” e l’adesione ai “valori europei”: naturalmente non è difficile immaginare con quali contenuti avrebbero potuto riempire le due ultime espressioni-contenitori certi tipi che ben conosciamo. Al posto del “patto di integrazione”, sono invece raccomandate politiche che affermino un equilibrio di doveri e diritti (devono fra l’altro essere garantite tutte le prestazioni sociali fondamentali) fra immigrato e paese ospitante, che deve anche favorire l’apprendimento della lingua nazionale;
- 3 – viene precisato (non dovrebbe essercene bisogno, ma dati i tempi in cui viviamo…) che i paesi dell’Unione Europea dovranno tener conto, nelle leggi nazionali, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, che include il diritto alla vita familiare e quindi al ricongiungimento familiare, se pure a certe condizioni;
- 4 – si prevede per il 2012 di creare un procedimento unico per il riconoscimento dello stato di rifugiato politico e del diritto all’asilo politico.
I dati usciti sui giornali il 13 luglio, ci dicono che il 53% degli spagnoli ritengono che Governo “debería ser más duro” di fronte all’immigrazione illegale. Però secondo il 59% gli immigrati regolari devono poter votare nelle elezioni municipali; e il 55% considerano troppo lungo il tempo in cui gli immigrati, secondo la direttiva europea, possono essere detenuti in centri di accoglienza.
Infine una notizia che ha sorpreso tutti: il Partido Popular, finora fautore di una politica di severe restrizioni sull’immigrazione, ha dichiarato improvvisamente che bisogna assolutamente regolarizzare i 730000 romeni (fra cui sono compresi i rom) venuti in Spagna negli ultimi dieci anni.
Certamente questi e altri fatti ci dicono che qui non c’è il paradiso della generosità e dell’accoglienza. Ma neppure l’inferno della discriminazione etnica e razziale. Vedremo nei prossimi mesi come questa situazione assai fluida evolverà.
Maria Laura Bufano