Filippo La Porta recensisce così Il geometra sbagliato sul n. 30 di Left, 25-31 luglio 2008; pag. 93.
Con modi naif e lo stile del parlato, Calvisi tenta di dare una voce alla follia.
Sul piano letterario pensate sia possibile dare una voce alla follia? Gli scrittori ci hanno provato innumerevoli volte. Per limitarci al Novecento, e a un modello altissimo, ricordo solo i monologhi di Benji, l’idiota nell’Urlo e il furore di Faulkner o anche al protagonista della Macchina mondiale di Volponi, il contadino autodidatta, forse più maniacale e visionario che matto. Ora ci prova meritoriamente con Il geometra sbagliato (pubblicato da un piccolo, coraggioso editore, Round Robin) Angelo Calvisi, genovese, trentenne, che si ispira a una persona reale, conosciuta durante il servizio civile in una comunità di sostegno. Si tratta di Tito Pozzi, oscillante tra momenti di lucidità e momenti di buio psichico, con manie di persecuzione e fenomeni dissociativi. Ed è lui a raccontare la propria storia, come a un immaginario magnetofono. Calvisi è bravissimo a mescolare modi naif, con una immediatezza tipica del parlato (stile paratattico, uso di anacoluti: “Bodoni non è un tipo che sia facile rompere il ghiaccio”), e una lingua più riflessiva e colta (”è uno scontro dialettico tra morti di fame”). L’inizio del romanzo è irresistibile, angoscioso e esilarante, con la scena del concorso per geometri. Poi l’ufficio ventoso nel palazzo dell’amministrazione provinciale. Un po’ Fantozzi, del concittadino Paolo Villaggio, un po’ gli ambienti surreali e verosimili di Gogol e un po’ le strisce dell’impiegato Bristow. Il protagonista si muove in mezzo alla gente sempre un po’ spaesato e del tutto passivo. A volte fa il finto tonto per difendersi, ma capisce tutto con lucidità estrema. Si sente invece a suo agio e con una “allegrezza senza fondamento” tra i matti dell’ex manicomio, di fronte al suo ufficio. Il lettore avverte con una certa ansietà che la follia comincia a entrare impercettibilmente nella vita di Tito, in forma di deliri persecutori, in cui il coinquilino e la vicina di pianerottolo tramano complotti per eliminarlo. Qui la malattia mentale si mostra in primo luogo come crescente irrealtà, come ipertrofia dell’immaginazione (o almeno di quella imamginazione masturbatoria, autoreferenziale, che nega l’altro e la sua diversità). Si ritroverà anche Tito paziente nell’ex manicomio, e poi in Val d’Aosta in un posto dove ci sono altri 22 “geometri esauriti”. Infine dai padiglioni manicomiali evade insieme al Bodoni, nel frattempo ricoverato tra i “geometri irrecuperabili”. La pagina finale è raggelante, e rinvia a una esperienza personale traumatica, di chi ha ispirato la storia. Si mettono tutti una pellicola davanti agli occhi per vedere l’eclisse del 1999: “Nel cielo la luna sta per coprire il sole e il mondo è diventato tutto nero”. Ci troviamo di fronte a quella che Ernesto De Martino chiamava “crisi della presenza” (la paura che scompaia il mondo, il senso di una frattura), esperienza che potrebbe riguardare tutti, anche se in una psicopatologia può accadere che per timore che il mondo sparisca lo facciamo preventivamente sparire noi. La follia resta tale – evidentemente – ma è importante darle una lingua per imparare a riconoscerla e a estrarne il nucleo di verità stremata.