Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Angelo Calvisi?
Ho quarantun’anni e sono genovese, su questo non ci piove. Poi posso dirti che sono un individuo pieno di contraddizioni, un po’ sociopatico, con molti dubbi su tutto e poche, pochissime certezze. Faccio un lavoro bislacco (lavoro in una cooperativa di servizi sociali per minori) e conduco una vita ancora più bislacca. E per giunta sono un accanito tifoso del Genoa.
Autore Round Robin. Come sei entrato a contatto con questa casa editrice?
Mi sono imbattuto nel primo titolo della Round Robin (Il mio cuore ha due battiti di Vignozzi) nel 2004 o nel 2005, non ricordo. La veste grafica del volumetto mi piaceva e siccome accade che gli editori appena nati siano tra quelli che leggono i manoscritti loro inviati, ho mandato un racconto intitolato Maledizione del sommo poeta. Dopo un paio d’anni (meglio tardi che mai!) sono stato contattato da Stefano Milani, il direttore editoriale della Round Robin, ma ormai il libretto era già stato stampato dalla Oèdipus di Francesco Forte, un signore d’altri tempi a cui va, oltre che il mio ringraziamento, tutto il mio affetto. Avevo comunque pronto un racconto intitolato Viva il manicomio, che ho sottoposto a Milani, il quale lo ha accettato e, dopo un cambio di titolo, lo ha mandato in libreria.
Il geometra sbagliato è il titolo del tuo nuovo romanzo. Parliamone un po’.
Il geometra sbagliato parla di un quasi trentenne che non sa che fare della sua vita. Suona la chitarra e si barcamena tra un lavoro che non gli piace e un’assurda relazione “epistolare” con il suo coinquilino. Detta così sembra la solita storia generazionale e di formazione, ma sinceramente non credo che inscrivere il mio testo in questa griglia gli renda piena giustizia. Il fatto è che non posso permettermi di essere troppo preciso, perché nell’arco della storia il protagonista conoscerà, per così dire, uno sviluppo esistenziale che, se anticipato, priverebbe il lettore di molto gusto.
“Il geometra sbagliato” è il secondo capitolo, se così possiamo definirlo, di quella che sembrerebbe una serie; è infatti il seguito di “Maledizione del sommo poeta”, edito da Oèdipus edizioni. Ebbene, parliamo adesso della tua esperienza editoriale?
La parola “serie” non credo sia del tutto calzante. In effetti non è che Il geometra inizi laddove termina Maledizione. C’è una continuità tematica e stilistica, questo è fuori di dubbio, però i personaggi e le situazioni sono diverse. Ma l’argomento della domanda è la mia esperienza editoriale. Che dire? I primi libri li ho pubblicati per la gloriosa Theoria a metà degli anni ’90, editore a cui sono giunto attraverso i buoni uffici di Massimo Canalini, il guru di Transeuropa. Per Transeuropa dovevo pubblicare un racconto che poi, invece, non ha mai visto la luce. Theoria, tra le altre cose, mi ha permesso di conoscere Giulio Mozzi, il famoso scrittore e talent-scout, che magari ti rifiuta un testo (legittimamente, per carità) salvo poi chiederti dei soldi, con lettere piene di melassa che ho conservato, per sovvenzionare una fondazione da lui presieduta, fondazione che nelle intenzioni avrebbe dovuto occuparsi della tutela e della diffusione degli scrittori italiani! Oggi, al posto dei Vittorini e dei Calvino, ci sono i Mozzi (nomen sunt omen) e questa è la realtà editoriale del nostro paese, dove per pubblicare devi pagare. Tanto per dire: pochi mesi fa, era appena uscito Il geometra per Round Robin, ho ricevuto una mail dall’editore Manni. L’editore Manni è un piccolo/medio editore di assoluto prestigio che è distribuito su scala nazionale, a cui avevo inviato il manoscritto. Pubblica gente come Edoardo Sanguineti, per intenderci. Be’, anche l’editore Manni era pronto a pubblicare Il geometra, però dietro versamento di un congruo contributo alle spese di pubblicazione. Insomma, i grandi editori, prigionieri a loro dire dell’economia di larga scala, non investono sugli sconosciuti a meno che, al di là della qualità della scrittura, non annusino il “caso” editoriale o non ci siano spintarelle da parte delle agenzie letterarie (che a loro volta, per prestarti attenzione, ti chiedono, in linea di massima, dei bei dollaroni); i piccoli editori, a cui forse (mi viene da dire: istituzionalmente) spetterebbe il compito di scouting e di ricerca in senso lato, ti chiedono dei soldi. Poi ci sono le mosche bianche come la Oèdipus o come la Round Robin. Che non ti chiedono un euro, si sbattono per vendere la singola copia, e ti fanno sentire un re. Ma sono mosche bianche, appunto, o almeno questa è la mia esperienza.
Ci sarà un terzo libro?
Dovrai chiedere conferma ai ragazzi della Round Robin, ma credo di poter anticipare che il 2009 vedrà la pubblicazione dell’episodio conclusivo della trilogia (il titolo provvisorio è Il Principe di Persia) e la seconda edizione di Maledizione del sommo poeta. Questi tre titoli (oltre ai due appena ricordati c’è anche Il geometra sbagliato, ovviamente) rappresentano un cerchio che si apre e si chiude. Già nel Principe di Persia la scrittura e la struttura del testo sono piuttosto diverse dai primi due capitoli della trilogia, ma d’ora in poi tali differenze dovranno essere ancora più radicali. Lo richiede la mia evoluzione di scrittore, se così posso esprimermi.
Ogni scrittore ha un proprio percorso, un proprio stile… Stephen King scrive di horror, Jane Austen scriveva di storie d’amore… Angelo Calvisi cosa scrive?
Prima della pubblicazione del Geometra per la Round Robin, la rivista Re:, curata da Tommaso Lisa e Alessandro Raveggi, due giovani studiosi fiorentini, ha inserito un ampio stralcio del mio testo in un volume che aveva come tema le “Poetiche della precarietà”. Ecco, credo che proprio la precarietà (lavorativa, certo, ma anche emotiva e sociale) sia l’argomento centrale del mio lavoro.
“Leggere poco e scrivere tanto, o leggere tanto e scrivere poco?”… oggi non la scrittura sembra essere divenuta una filosofia, si sente dire che si legge poco ma che si scrive tanto, oppure che gli italiani sono tutti aspiranti scrittori… tu cosa ne pensi? Luoghi comuni con un fondo di verità o… semplici pregiudizi?
Guarda, io rispondo per la mia esperienza. Se sono in un periodo in cui scrivo, allora non leggo molto. Viceversa, se sono in una fase in cui mi guardo attorno e sono alla ricerca di spunti e stimoli, leggo tanto, di tutto, e specialmente mi dedico alla visione di molti film. In generale, comunque, credo che, per scrivere, la lettura di altri autori sia necessaria, proprio indispensabile, oserei dire…
C’è un libro che avresti voluto scrivere tu, magari un classico, oppure un romanzo che vorresti “rifare”, modellare a tuo modo, come un remake?
Gli scrittori che ammiro sono molti e tra i tanti libri che si avvicinano alla mia idea di scrittura e di letteratura avrei voluto scrivere A clockwork orange, di Anthony Burgess, da cui è stato tratto il celebre film di Kubrick. A proposito. Più che di libri, a me piacerebbe fare dei remake letterari di film. Fatti salvi i diritti d’autore, mi piacerebbe cimentarmi con una riscrittura di 8 1/2 di Fellini o di Rumbe Fish di Coppola. D’altra parte ci sono dei cineasti (tra cui lo stesso Fellini) che hanno affermato di essersi avvicinati al cinema perché non si sentivano in grado di scrivere un romanzo. A me, invece, piacerebbe occuparmi di cinema. Non so se ne ho il talento. Di certo non posseggo né i soldi per le attrezzature né la vocazione all’accentramento necessari a un regista. E quindi mi accontento di far muovere le mie figurine sulla pagina scritta.
Romanzi gialli o rosa?
Romanzi gialli.
Se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che fosse?
Blu, senza ombra di dubbio. Il blu.
Fonte: MUSHROOM’S BLOG.
