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AL-ÁNDALUS E DINTORNI – Poesia d’amore arabo-andalusa

In la gazza andalusa, poesia on Luglio 1, 2008 at 9:20 pm

Raccontando di Al-Ándalus, ho parlato assai poco di monumenti e paesaggi, su cui è facile trovare informazioni su guide turistiche, libri specialistici ecc.
Ci sono invece cose che sono parte costitutiva nella storia di queste terre, ma quasi mai giungono all’orecchio dei viaggiatori che percorrono l’Andalusia in lungo e in largo. È difficile per chi non sia uno studioso sentir parlare della grande poesia arabo-andalusa (intrecciata con quella ebraica e cristiana): un immenso movimento – o meglio un fascio di movimenti e di singole individualità -, che ha attraversato i secoli. I canti d’amore la fanno da padroni, spesso accompagnati dalla musica – quindi destinati a banchetti e ad altri momenti di vita sociale -: celebrano l’amore sensualissimo e l’amore spirituale e sublimato, legato, quest’ultimo, per lo più, alle correnti mistiche del sufismo.
Non intendo proporre una panoramica pur sommaria di questa lirica, su cui ci sono in internet siti divulgativi interessanti. (Vedi, per esempio, per un’informazione generale, in spagnolo, e per la lettura di qualche testo poetico accompagnato da musica “ricostruita”. Oppure ecco un altro elenco di siti interessanti).
Non è facile, però, trovare repertori abbastanza ampi di testi tradotti dall’arabo. Questa poesia, come d’altra parte altre opere della cultura di Al-Ándalus, sono sparse in mille rivoli: codici, pubblicazioni e traduzioni di tempi diversi, che si trovano in luoghi diversi.
Per dare un’idea della massa di scrittori, filosofi, poeti di Al-Ándalus, di cui naturalmente io stessa conosco solo pochissime schegge, cito qualche dato di un progetto mastodontico, varato nel 2002 dal Legado andalusí di Granata (un ente promosso nel 1995 dalla Junta de Andalucía, che ha lo scopo di diffondere la conoscenza del patrimonio culturale della Spagna araba): 21 volumi di circa 750 pagine ciascuno, i primi cinque dedicati solo alle biografie e bibliografie ragionate (non ai testi!) di poeti, scrittori, filosofi, scienziati (dall’articolo Todo el saber de Al-Ándalus, di Maria José Carrasco – El País, 15/11/2002). La poesia lirica dovrebbe avere uno spazio ragguardevole in quest’opera, di cui è uscito finora solo un volume. Speriamo che il progetto non si interrompa.
Come esempio di questa lirica, propongo un poeta e due sue composizioni che cantano l’amore sublime e cortese (la traduzione, non certo perfetta, è mia: dallo spagnolo, non dall’arabo).
Il poeta è Ibn Hazm, di Cordova (994-1063); nato in una famiglia di rango elevato, intorno al 1020, scrisse, fra l’altro, El collar de la paloma, un trattato d’amor cortese e spirituale – el amor udri –, in cui alla prosa si alternano poesie. Ci sono, di questo testo, traduzioni in spagnolo, non in italiano.
La prima poesia si trova all’inizio del libro:

Ti consacro un amore puro e senza macchia

Ti consacro un amore puro e senza macchia:
Nel profondo di me è chiaramente scritto e inciso il tuo affetto.
Se nel mio spirito ci fosse altra cosa oltre te,
la afferrerei e la distruggerei con le mie stesse mani.
Non voglio da te altro che amore;
Al di fuori dell’amore, non chiedo nulla.
Se lo ottengo, la Terra intera e l’umanità
Saranno per me grumi di polvere e gli abitanti della mia patria, insetti.

Appartieni al mondo degli angeli o a quello degli esseri umani?

Appartieni al mondo degli angeli o a quello degli esseri umani?
Dimmelo, perché la confusione si prende gioco del mio intelletto.
Vedo una figura umana; però, se mi affido alla mia ragione,
trovo che il tuo corpo è un corpo celeste.
Benedetto sia Colui che bilanciò il modo d’essere delle sue creature
e fece sì che, per sua natura, fosse luce splendente!
Non posso dubitare che tu sia un puro spirito che si è avvicinato a noi
per un’affinità che lega le anime.
Non c’è prova che attesti la tua incarnazione, la tua presenza corporea,
né altro argomento se non il fatto che sei visibile.
Se i nostri occhi non contemplassero il tuo essere, diremmo
Che tu sei la Sublime Vera Ragione.

Questa e tante altre liriche di tono analogo, pur se con temi e contenuti molteplici, furono scritte dai poeti arabo-andalusi prima della grande fioritura provenzale.

Sotto il franchismo, gli studi di arabistica continuarono. D’altra parte il caudillo si era appoggiato a un generale del Marocco nella sollevazione contro la Repubblica spagnola, e il ricordo delle violenze commesse dalle truppe del Marocco contro la popolazione civile, con il beneplacito della Chiesa, ha lasciato per lungo tempo tracce di diffidenza negli antifranchisti.
Gli studi della cultura araba, comunque, durante e dopo il franchismo, per anni, sono restati negli ambiti specialistici, quello che si scopriva non è giunto o è giunto in minima parte ai libri scolastici. Dalla cultura ufficiale è stata privilegiata, nella considerazione del passato, la linea latina-visigota-cristiana. A questo proposito Juan Castilla Brazales, autore di un’affascinante opera al tempo stesso divulgativa e rigorosa, Andalusíes, la memoria custodiada, si esprime così, in un’intervista del 2003: “Senza dubbio, in epoche passate il peso della cultura araba è stato sempre un argomento lasciato da parte, c’era una crociata contro tutto ciò che si denominava tra virgolette “moro”. Era un tema tabù e purtroppo durante decadi e decadi tutto ciò che ha a che vedere con questi otto secoli – che sono tanti! – è stato riassunto in una pagina e mezzo nei libri di testo, e il professore, se poteva, non approfondiva per non cacciarsi nei guai”.
In Italia, dove pure, a livello accademico, c’è una grande tradizione di studi di arabistica, i ricchi risultati di tali ricerche non planano certamente sui libri per i nostri studenti. Molti si oppongono all’inserimento nella Costituzione europea del forte riferimento alle radici giudaiche-cristiane, in nome di un’eredità plurale, ma – cosa che di questi tempi avviene spesso per la memoria e le memorie – non si fa nulla o si fa poco per ridare vita a questo passato molteplice: meno che mai, nelle nostre scuole.

Maria Laura Bufano

  1. Quello che non si sa, che non viene insegnato, è che la letteratura moderna europea è partita da questo innesto. Le prime poesie in lirica erano queste “jarchas” (si scrive così?!?) poi tradotte in spagnolo “villancicos”, in cui in ambiente arabo-andaluso l’io lirico – femminile – descriveva situazioni sensuali e amorose… in un certo senso i trovatori hanno fatto dei passi indietro (autrici donne nella lirica non se ne vedranno più per secoli), pur facendone, come è normale, diversi avanti sul piano della raffinatezza compositiva. Anche la prosa viene da qui, o meglio il racconto, la collezione di racconti che porterà al romanzo. Uno dei principali modelli del Decameron, “Il libro dei sette savi” è una collezione di racconti incorniciati in cui un re deve giudicare il destino di una donna (sua moglie? non ricordo) presunta traditrice: i suoi sette consiglieri dovevano raccontargli uno al giorno una storia a favore e una contro la donna, di modo tale che lui potesse giudicare… ce ne erano anche altre di raccolte di racconti incorniciate, per non parlare, come giustamente osservavi tu, delle implicazioni filosofiche alla base della concezione dantesca dell’universo. Una delle cose più belle del mondo, la letteratura moderna europea, la dobbiamo a quest’innesto, che ha dato nuova linfa a quella antica, che l’ha cambiata, spingendola a guardare in avanti. Grazie di questi post “gazza andalusa”.

  2. eccone un’altra:

    Villancico VI

    No puedo apartarme
    de los amores, madre,
    no puedo apartarme.

    Amor tiene aquesto
    con su lindo gesto,
    que prende muy presto
    y suelta muy tarde:
    no puedo apartarme.

  3. La poesia araba ha radici ancora più antiche. Non sono affatto una specialista, ma ho appreso, come persona curiosa, che la produzione lirica era assai viva già nell’Arabia beduina pre-islamica. Le poesie dell’epoca preislamica, probabilmente tramandate oralmente, furono poi trascritte nei secoli successivi. Ne riporto di seguito una, di Imru l’Quais, il poeta preislamico più importante, che visse nella prima metà del VI secolo. Francesco Gabrieli, grande arabista, ci racconta nella sua Letteratura araba (1967): “Un detto attribuito al Profeta, poco amico dei poeti, dichiara Imru l-Qais loro duce sulla via dell’inferno e conferma con questo primato a rovescio il primato cronologico e artistico che ha questa singolare figura, la prima storicamente afferrabile dell’antica letteratura araba”. E Flora Tudini così ci parla di quest’antica lirica, certamente una delle antenate di quella di Al-Ándalus: “La poesia del deserto canta i rapporti fra i due sessi nell’ambito della vita nomade: incontri ai pozzi, nella guardia delle greggi, convegni fra donne, idilli sotto il cielo stellato, addii per la partenza della tribù dell’amante”. Questa è una delle liriche di Imru l-Qais:

    Ho goduto dell’amore senza fretta
    Con una donna candida e irraggiungibile;
    Ho aggirato le guardie e urtato la sua gente
    Pronta a uccidermi,
    Sono arrivato mentre lei toglieva le sue vesti:
    Ha esclamato tutta sorpresa: «Non hai via di scampo».
    Siamo usciti e lei tirava dietro di noi,
    Sulle nostre orme, un lungo manto di lino
    Ricamato e ornato di perle.
    Appena si è girata
    Ho sentito emanare un profumo soave
    Simile alla fragranza di un garofano:
    Donna smagliante, candida e leggera,
    Di vita sottile,
    Dal seno levigato come uno specchio.
    È arretrata ritrosa svelando una guancia liscia
    E occhi grandi e selvatici da gazzella.
    Ella illumina il buio della notte
    Come se fosse la lucerna accesa
    Di un eremita.

    Poi, in epoca islamica, in Spagna, ma anche altre terre musulmane, fiorì, certamente ispirata dal sufismo, anche una poesia che pone al centro la rinuncia, l’irraggiungibilità preziosissima dell’amata e tutti gli altri motivi che si ritroveranno fra i provenzali, poi nello Stilnovo e via dicendo: motivi che disgraziatamente hanno messo radici nei nostri cervelli e nei nostri cuori, persino in quelli dei ragazzi – e delle ragazze – di oggi, facendo percepire l’oggetto d’amore che fugge (pur se si tratta di una persona cattivissima), come più pregiato e meritevole di dedizione di quello che si lascia raggiungere… (sto scherzando, ma non troppo). Parte della pazzia d’amore di oggi nasce probabilmente lì.
    Al-Ándalus, nei tempi del dominio musulmano, doveva apparire come una terra in cui, nonostante le fratture politiche, c’era una temperie culturale comune a quella di tante regioni arabe o comunque musulmane.
    Certo, poi sono stati infiniti gli intrecci, le sovrapposizioni, i percorsi: motivi di derivazione araba, musulmana, cristiana, classica, gitana… Donne poetesse, ma per lo più uomini poeti (fino a che le donne dovevano fare per la conservazione della specie tanti e tanti figli, non avevano molta possibilità di competere con l’altro sesso: è per questo che mi pare in gran parte una sciocchezza l’idea che l’ingegno femminile sia stato tenuto in secondo piano dalla deliberata, diabolica prepotenza patriarcale).
    Non so se davvero la poesia provenzale sia stata più raffinata di quella che era fiorita in Al-Ándalus e nel mondo arabo. Per quel poco che conosco, mi pare che non esista un censimento unitario di tutti i poeti arabo-andalusi. Ma forse mi sbaglio.
    Quanto alle storie “a cornice”, esistevano anche nella tradizione classica: basti pensare, ad esempio, all’Asino d’oro di Apuleio, ma anche all’Odissea o all’Eneide. Però nelle Mille e una notte, in cui confluirono testi dal IX al XV secolo, questa struttura è certamente assai più densa, ripetuta e complicata. Dice tuttavia Francesco Gabrieli che la struttura originaria a cornice delle Mille e una notte è di origine indo-iranica, più che araba. Poi si aggiunsero storie di area araba, soprattutto irakene ed egiziane.

    Sarebbe bello che qualche giovane valoroso cavaliere italiano venisse a sbrogliare queste matasse arruffate, e riportasse nel nostro paese, in questi anni così infelici, grigi e un po’ volgari, i risultati dei suoi luminosi studi.
    Io ormai sono troppo vecchia, posso cercare solo di aprire per altri qualche problematico sentiero, non certo di percorrerlo.

    maria laura

  4. [...] Ricordo che in coda al mio articolo sulla poesia andalusa, nella coda di commenti ho accennato a Imru l’Quais. Imru l’Quais apparteneva a una nobile famiglia medio-orientale, i Kinda. Suo padre, un re locale [...]

  5. [...] ho parlato la scorsa volta. Fu contemporaneo di Ibn Hazm, che ho presentato rapidamente in un mio vecchio articolo. Ibn-Zeidun fu certamente tra coloro che, pur se con qualche incrinatura e ribellione, celebrarono [...]

  6. Cara Maria Laura, permettimi di correggerti … dopo molte ricerche – anche io sono un estimatore del Collare della Colomba che avevo letto nella versione spagnola – esiste una traduzione italiana dall’arabo:

    IL COLLARE DELLA COLOMBA – Sull’amore e gli amanti. Gius Laterza e Figli Editori Bari 1949

    Ciao Valter fodeco@virgilio.it

  7. ti ringrazio molto della segnalazione. Certo, mi pare che ne siano passati di anni… Chissà se è stata ripubblicata. L’impressione che ho – ma, lo ripeto, non sono una specialista, sono solo una curiosa – è che gli studi di arabistica su poeti e culture letterarie antiche difficilmente in Italia siano andati oltre gli anni Settanta. Mi pare che le case editrici che oggi pubblicano letteratura araba si rivolgano quasi esclusivamente ad autori contemporanei o al massimo a scritti filosofici e religiosi.Può darsi però che ci sia un isolato canzoniere di qualche poeta arabo. Se qualcuno che capita sui miei articoletti fosse a conoscenza di pubblicazioni italiane recenti di poesia araba e arabo-andalusa e me ne informasse come ha fatto Valter, gli sarei davvero grata.

  8. Maria Laura io il volume l’ho comunque trovato non più di 7-8 anni fa. E’ stato ristampato nel 1983.

    Ciao

  9. Ho visto, mi pare sia stato tradotto da Francesco Gabrieli. O no? Ne ho trovata ora in internet un’edizione del 2008, non so se il traduttore sia lo stesso. questo è il link: http://www.hoepli.it/libro/il-collare-della-colomba.asp?ib=9788877107374&pc=000010001001026
    ciao

    Sarebbe forse utile che chi avesse notizie di traduzioni in italiano di queste opere di antichi poeti arabi le segnalasse. Grazie ancora.

  10. Si, l’edizione non è la stessa, ma il traduttore è Francesco Gabrieli

    Valter

  11. Great information.Thank you for your sharing

  12. thanks a lot!

  13. laura, sarebbe bello leggerli in lingua originale, perché è proprio il melange tra arabo e antico spagnolo (il “volgare” della penisola iberica) il bello di queste jarchas mozarabes (perdona il mancato accento). ma grazie comunque, erano anni che non li leggevo, e sono di una leggerezza! mi hai riportato al mio erasmus granadino.

  14. Sto cercando, con calma, di raccogliere i testi originali, quelli in arabo Sto anche studiando, con ritmi più lenti rispetto a quelli che avrebbe un giovane e prendendo lezioni che non sono di livello ottimo, arabo classico. Purtroppo a Cadice l’arabo classico non viene insegnato ne La escuela de idiomas (queste scuole pubbliche per tutti sono ottime, in Spagna). Però smetto di parlare di me e ti chiedo: nel tuo erasmus a Granada ti sei occupato di poesia arabo-andalusa? Dimmi che hai fatto, sono curiosissima.

  15. cara maria laura, semplicemente, per interesse mio personale, mi occupo di poesia in generale. ma quando sono andata in erasmus, era il mio terzo anno di università, mi sono ritrovata a studiare, in italia, letteratura spagnola, con la mia professoressa marta carballés, che ci ha fatto leggere alcune jarchas. a granada non le ho mai studiate, però naturalmente l’atmosfera che si respira lì è quella giusta ;) quando ritrovo gli appunti, ti posto qualche testo. sono passati sei anni…
    buon lavoro a cadice.