round robin

Deve essere colpa del buco dello zoo 

In racconti (e ultimi round) on Maggio 26, 2008 at 10:58 am

racconto di Egidio Amendola

Il sole filtrava dalle imposte e luccicava sulle spalle nude di colei che, canticchiando un motivetto orchestrale ungherese, si abbottonava il camice bianco davanti allo specchio sorridendo per il suo aspetto solare in tinta con la stagione. Uno splendido mese di maggio come non si vedeva da tempo, pensò legandosi i capelli dietro la nuca con lo sguardo sempre fisso allo specchio, proprio una bella giornata. Si affacciò alla finestra tirando su la veneziana fino al limite alto e guardò il parco sottostante, dove i colori dei fiori danzavano in mille riflessi in quella loro naturale reazione alla luminosità mattutina. Un raggio polveroso invase la sua figura di donna matura, quella stanza piena di sue fotografie e la laurea in psichiatria attaccata al muro. Mary Fisher, bella forse più del sole, prese la cartelletta del Colosseum Psychiatric Ospital e si diresse alle scale che, passando per la reception, portavano ai grandi portoni di ingresso e quindi ai ciottoli luminosi del selciato. Il parco, che circondava con i suoi alberi antichi, le sue siepi e i suoi fiori tutto il complesso edificio, si estendeva a perdita d’occhio nella campagna circostante. Le luci e i riflessi la invasero fin dentro l’anima e, per un momento, quella sinfonia ungherese la orchestrò in un respiro profondo alimentato dal candore del sole sul suo corpo in fiore, riscaldandolo senza mai sfiorarla. Si sentiva bene, cinta in un abbraccio dalla natura stessa, meravigliosa, libera, serena, un volo antico di farfalle e nuvole. Imbracciò la cartella con vigore ritrovato, fece una specie di saltino sbilenco, quasi a mo’ di rincorsa, e si avviò dove i suoi pazienti depressi sfuggivano al sole per ripararsi in quel gioco di ombre cinesi e arabeschi contorti chiusi nel buio delle loro anime. Alla prima panchina trovò Harry Chambers, con la vestaglia sgualcita come le rughe sul suo volto, scuro in viso e determinato e testardo come il legno del suo bastone. Il signor Chambers la odiava, o almeno di questo lei era convinta per il tono arcigno con cui si intrometteva e la apostrofava ogni volta che ne avesse l’occasione. A Mary non importava, erano tutti malati, matti, nel gergo comune, e non si poteva certo aspettare che fossero tutti felici e sereni come era lei.
- Che diavolo ridi scema! Torna sulla terra, sono quaggiù… ma tu guarda!
- Buuuuuongiornissimo signor Chambers! Come va oggi? Non si sente felice con questa meravigliosa natura in fiore?
- Ragazza, tu sei matta, fattelo dire, e comunque non sono obbligato a darti retta!
- Su, signor Chambers, per una volta, si confidi, ma guardi che meraviglia queste fronde dai mille riflessi! Si lasci trasportare dall’immaginazione!
- Donna, per l’ultima volta, porta quel tuo culo rotondo fuori dalla mia portata, è l’unica cosa di buono che mi attiva l’immaginazione, come dici tu! Fanculo le fronde degli alberi di merda, io gioco con il dottor Sanderson con i Rothschild! Lasciami in pace…
- Un giorno perderò le speranze con lei signor Chambers… questo lo sa, vero?
- Dio ti abbia in gloria donna, adesso vattene serenamente e felicemente al diavolo! Ho settantaquattro anni, gli ultimi ventitre li ho passati su questa cazzo di panchina, mille inverni, mille estati, mille volte le tue stronzate! Quando ti passerà?
- Non saprei, deve essere colpa del buco dello zoo, come dico sempre!
Non rise a quella sua buffa espressione a cui i bambini e alcuni altri malati sorridevano sempre. Beh, di sicuro l’ostilità di Harry Chambers non era il massimo per cominciare il suo giro visite in quella giornata tanto bella. Due guerre mondiali sono decisamente troppe per una mente umana, pensò tra sé Mary, e il povero signor Chambers aveva certo dei motivi validi per non aver lasciato all’esercito quel suo caratteraccio marziale che lo aveva consumato lentamente. Alle cinque di ogni mattina Harry Chambers si alzava di scatto urlando come un ossesso di cose militari su trincee, bombe, nidi di aquile e ci voleva una dose intera di Valium per sconfiggere il nemico e rimetterlo a dormire. Molto spesso, su quella panchina, quando nessuno lo vedeva, il colonnello Chambers piangeva pensando alle tombe, alla morte, alle sue cicatrici e al sangue sulle sue mani ossute.
Ma Mary non si fece coinvolgere troppo, tirando dritta verso la panchina vicino alle viole dove, solitamente, passava il tempo Mr. Sullivan. Lo trovò come al solito a giocherellare con il suo quarto di dollaro che faceva sparire tra le dita in un batter di ciglia. Sullivan aveva dato di matto dopo aver fatto a pezzi la sua partner, Julie, in un numero andato male e che, da quel momento, diceva di avere sempre al suo fianco. Mary si avvicinò con estrema cautela, senza interromperlo, ma lui la precedette, come al solito.
- Ciao Mary… vieni avanti…
- Signor Sullivan, come va oggi? Me lo farebbe un sorriso?
- Certo cara, reduce dal reduce?
- Eggià… il signor Chambers è sempre lo stesso…
- Chi te lo fa fare?
- Beh, è il mio lavoro Mr. Sullivan.
- Ah già… dimenticavo… il tuo lavoro…
- Come sta Julie oggi?
- Non si sentiva stamane, è rimasta a letto…
- Oh… mi spiace, questo ci porta soli soletti a fare due chiacchiere!
- Non saprei Mary, Julie è piuttosto gelosa, non devo insegnarti io come sono fatte le donne… ingoiano, ma non ci credono mai fino in fondo, il sospetto le domina sempre…
- Su forza, non faccia il triste in questa giornata meravigliosa, guardi che meraviglia queste fronde dai mille riflessi! Si lasci trasportare dall’immaginazione!
- Già, mi ricordano vagamente le luci del palcoscenico… ormai mi avranno dimenticato!
- Beh, sono passati più di cinque anni… ma niente può fermare un grande ritorno, se solo volesse, magari, ecco, con una nuova partner… potrei candidarmi io!
- Oh, grazie Mary, molto gentile, ci hai provato, ma non potrei mai abbandonare Julie.
- Non vuole proprio prendere in considerazione la…
- No, cara, proprio no.
Mary lasciò cadere le spalle e, sorriso ancora al prestigiatore in declino, si allontanò da lui alla ricerca del prossimo paziente. Non si sentiva molto clinica e utile, tutti i suoi assistiti sembravano esserle indifferenti, come se avesse perso il suo carattere, la sua influenza, la sua autorità. Ebbe la strana sensazione che la trattassero da loro pari, ma entrambi erano molto ostili e chiusi. Si strinse nelle spalle, ritrovò la grinta e procedette verso il parco delle rose bianche, dove stava sempre Mr. Marlowe. Guardò la cartella clinica, il signor Marlowe era un playboy incallito che aveva finito per innamorarsi di una donna uccisasi perché incinta e non aveva retto il suo rifiuto a sposarla, nonostante in fondo l’amasse. L’orgoglio, già, l’amore certe volte non bastava a fregare l’orgoglio, e il povero signor Marlowe, che in segreto aveva scelto già il nome della figlia, Bianca, non resse mai il suicidio di lei a causa della vergogna cattolica. Lo avevano portato qui al Colosseum quando, durante i funerali dell’amata in Chiesa, era intervenuto in vestaglia e a polsi sanguinanti gridando al prete che Dio era un maledetto assassino e loro, i suoi ministri, indulgevano portando la sua parola di disperazione tra le menti deboli del gregge impaurito. Da allora passava il tempo ad accarezzare le rose perso in un silenzio che non era di nessuna utilità per diagnosi e terapie, ma che non dava dubbi sul suo stato di malato mentale grave.
- Buongiornissimo Mr. Marlowe, guardi che meraviglia queste fronde dai mille riflessi! Si lasci trasportare dall’immaginazione! Ehmm quest’anno la primavera è cominciata tardi vero? Deve essere colpa del buco dello zoo!
Nulla. Il signor Marlowe continuava con occhi vitrei e spenti ad accarezzare le rose, a pulirle con quel suo fazzoletto di seta laddove erano sporche e a specchiarsi nelle gocce di rugiada che le adornavano di nuovi riflessi senza età. Mary sapeva che ogni tentativo era vano, lui non parlava con nessuno, mai. Era lì, se non lo avessero tirato via di sera gli infermieri, per portarlo nelle sue stanze a piangere guardando le rose dalla finestra, sarebbe rimasto attaccato a quei fiori per l’eternità. Mary si sentì vuota e triste, cercò di tener stretto il sorriso, ma a vedere lì quell’uomo, quella dolcezza sprecata, proprio non ci riuscì. Si voltò a malincuore e si allontanò come ogni giorno degli ultimi tre anni. Cosa c’era di sbagliato nel suo metodo? Perché i pazienti non le parlavano più? Qualcosa cambiava e lei, dottoressa a pieni voti, non riusciva a capire. Mary continuò il giro visite per tutta la mattina senza molti risultati. Era come se avessero perso fiducia in lei, ma al tempo stesso, avessero cominciato a volerle bene. Giunse perplessa nella sua stanza e si buttò sul letto, all’ombra dello schedario, nel ricordo della biblioteca, nel riflesso antico della sedia in pelle. Sembrava tutto così uguale, eppure qualcosa era cambiato. Stava li a metà tra il sonno e i pensieri quando qualcuno bussò alla porta.
- Avanti è aperto.
Era il primario del Colosseum, il dottor Sanderson, nonché suo superiore e collega stimatissimo. Con lui c’era il nuovo assistente con cui non aveva mai avuto modo di parlare. Pensò che finalmente ne avrebbe avuto la possibilità e non esitò a fissarlo in attesa che Sanderson li presentasse. Mary era sempre contenta di vedere qualcuno nuovo al Colosseum.
- Mary, ciao, questo è James Easton, il nuovo dottore, le ho detto di te e spero che vi troverete in armonia e lavorerete bene insieme.
- Oh, piacere Mr. Easton, contentissima di fare la sua conoscenza!
- Questo è lo spirito giusto cara! Che te ne pare James?
- Staremo benissimo signor Sanderson, Mary sembra una donna eccezionale!
- Puoi dirlo forte James! Mary, senti, vorrei parlarti un momento del tuo giro visite…
Mary Fisher si rabbuiò. Sapeva che nell’ultimo periodo non aveva reso molto e, la cosa tragica, era che non riusciva a darsene una spiegazione. Guardò Sanderson con un’aria vaga, quasi implorandolo di aiutarla a capire.
- Ti va di dirmi cosa succede Mary, come ti senti?
- Io… non lo so Adam, mi sforzo di parlare con i pazienti, di capirli, ma è come se avessi un black out totale, li capisco, sono parte di loro come non mai, ma è come se non riuscissi a tradurre tutto ciò in parole, in diagnosi… non so cosa mi succede.
- Capisco… come dici sempre tu Mary, deve essere colpa del buco dello zoo!
Mary sorrise mentre il dottor Sanderson prendeva appunti senza distogliere gli occhi da lei, da quella sua figura di donna ben proporzionata che gli anni dopo i quaranta sembravano non riuscire ad intaccare.
- Adam, cosa vai scrivendo?
Il dottor Sanderson le sorrise.
- Sto scrivendo un libro Mary, parla dell’ospedale e dei suoi protagonisti, ci sei anche tu sai, la dottoressa integerrima con un gran senso del dovere e un amore e una dedizione per i suoi pazienti senza pari nel mondo! Credo che lo intitolerò con la tua frase preferita, se per te va bene, deve essere colpa del buco dello zoo!
- Oh, che bella cosa! Certo ne sarei entusiasta! Sono ansiosa di leggerlo!
- …Mary, senti, ti va se ti affianco James per un po’ di tempo? Magari puoi parlargli di cosa ti capita, cosa senti, confidarti insomma, e al tempo stesso puoi mostrargli i nostri pazienti, parlare con loro… ti farà bene, hai sempre lavorato tanto senza tregua…
- Oh, io, immagino di si, senza dubbio, potrei dare una mano a Mr. Easton.
- Sei stata troppo con i pazienti Mary, senza sosta, penso ti serva un amico e una vita privata che non hai mai avuto. Non hai mai pensato di sposarti? Vivere fuori dall’ospedale? Dei figli…
- Oh, non potrei mai abbandonare i miei pazienti, non potrei mai tornare a casa pensando che alcuni di loro piangono nella notte o fanno brutti sogni o che guardano alle sbarre delle finestre come a una gabbia per la loro mente…
- Capisco, bene, continuo il mio giro visite con James, tu riposa un po’, ripasseremo più tardi, se per te va bene…
- Oh, si certo, avevo giusto un po’ di sonno…
- Ti meriti tutto il riposo possibile, non crucciarti per il momento di difficoltà, capita a tutti sai, hai solo bisogno di dormire e staccare per un po’, sono sicuro che parlare con James ti aiuterà a rimetterti in forma! La mente vacilla se non ha modo di svagarsi ogni tanto…
- Io, immagino di si, grazie Adam, buon giro visite… salve Mr. Easton.
- Puoi chiamarmi James, Mary, siamo colleghi dopotutto no?
- Oh si, grazie…

[...]

Ma.. ma.. si chiede Nick Robin.. che succede. Dev’essere un corto circuito, un calo di intensità, “è saltata in tutto l’isolato, oh Cristo…”. E la fine del racconto? Che ne sarà di Mary, del signor Sanderson… maledetta connessione maledetta elettricità arghhh! Per la fine del racconto il nostro Robin non potrà che aspettare l’8 giugno e trovarlo lì stampato sulla confezione dell’annessa mirabile maglietta…