Dovevate vedermi, con gli avambracci legati alla sbarra orizzontale, i pioli di ferro infissi tra palmi e polsi. Sudavo sangue come un porco, perché prima di condurmi quassù mi avevano per dispetto fatto passare in mezzo a un roveto, e così avevo la fronte graffiata dalle spine, come una corona di ferite. Dovevate vedermi: il perizoma che cingeva le maniglie dell’amore, che tanto avevano contribuito alla nascita della mia leggenda (anche le donne di Gerusalemme dicevano che copulavo come un nume), mi era stato tolto per mettermi, in piena corsa, un pannolino da incontinenti, perché io, appeso sulla croce da ormai quattro ore, mi continuavo a cagare addosso, e la merda, un po’ liquida, scivolando giù dallo sfintere e dalle cosce, sgocciolava sulle teste dei legionari facendoli incazzare, facendoli vibrare impietose cartelle sulle mie rotule. Ma magari si fossero incazzati per benino. Magari mi avessero inferto una spadata o un colpo di lancia e ciao, finita. L’avrebbero fatto più tardi, a freddo, e senza esiti mortali, come potete intuire, perché invece che al cuore mi venne aperta una spaccatura superficiale tra le prima e la seconda costola.
Dovevate vedermi: le gambe, in quella posizione innaturale, un po’ piegate, con un unico chiodo a serrare in unione pecorina la pianta e il collo dei piedi, mi davano un tale delirio doloroso che porcoddio, porcodiddio, continuavo a biascicare, a sillabare, e poi a urlare con volume sempre più alto. - Non bestemmiare -, piangeva mia madre raggomitolata di sotto, vestita come una vedova, - Non bestemmiare o ti do uno schiaffo.
Turbato da quelle minacce, io mi fermavo un attimo, poi riprendevo di nuovo a voce bassa per ritornare all’esplosione di invettive un paio di minuti più tardi. Andammo avanti così per tutta la mattina e buona parte del pomeriggio. Ma il culmine della maledizione fu attorno alle 17, 17 e 30. Io ero lì che ansimavo come un mantice, che non riuscivo neanche a comunicare al padre tutto quello che pensavo di lui, quando a un certo punto un boato scosse la terra, e il sole si fece improvvisamente nero. - Costui è davvero il figlio di dio -, gridarono i poliziotti e i semplici curiosi pervenuti alla mia esecuzione. Ci fu un fuggi-fuggi generale, senza una direzione precisa, un caos biblico che mi ricordava il singolare episodio della distruzione di Sodoma e Gomorra. Soltanto un piccolo botolo, per nulla intimorito dall’atmosfera, si avvicinò trotterellando al mio tormento e, senza guardarsi neppure intorno, alzò la zampina posteriore destra liberando la vescica alla base del palo verticale.
Angelo Calvisi, autore de Il Geometra sbagliato
mirabile blasfemia scritturale!!! ma questo è uno di quei racconti ispirati ai versi dell’apocalisse o sbaglio??
molto forte!