di Noam Chomsky e John Perkins
Dobbiamo mantenere il diritto a bombardare i negri: è una questione di colore sulla cartina. La cartina dell’impero non è tutta dello stesso colore, e non è necessario che lo sia, non deve esserlo. Un impero moderno, basato sullo strapotere militare prima che politico-economico non deve esibire platealmente i suoi possedimenti, non deve scarabocchiare il mappamondo col pennarello rosso bianco e blu, non deve riempire di strisce e di stellette di plastica la cartina del pezzo di terra (un bel pezzo di terra) che intende dominare. Sarebbe una cafonata oltretutto. Certo gli americani non sono esattamente tutti dei gentlemen Jim, Noam Chomsky nel suo Presidente Bush a precisa domanda risponde addirittura che si stupirebbe se “Bush come individuo capisse realmente le parole che usa”. E nel paese dell’aquila anche per dei falchi come William Krystol e Robert Kagan Chomsky non sciorina aggettivi propriamente da rapaci (“credo che nessuno possa prendere sul serio Kagan. E’ una caricatura”). La (s)fortuna delle amministrazioni repubblicane che detengono il potere a Washinton dai tempi di Reagan a quelli di G.W. Bush (con l’evidente eccezione dei mandati clintoniani) è che l’idea e l’organizzazione dell’impero non hanno dovuto costruirsela, se la sono trovata già pronta: l’impero americano è la riedizione di quello britannico. Da un punto di vista tecnico – ci dice Chomsky – i britannici non occuparono tutti i paesi, anzi, li dotarono di quella che fu brillantemente definita una facciata araba: uno stato con ornamenti superficiali di indipendenza e democrazia ma in realtà diretto dalla Gran Bretagna. È precisante quello che gli americani stanno facendo in Iraq e in Afghanistan, che hanno già fatto, tra gli altri, in Indonesia, Ecuador, Panama, Arabia Saudita. Noam Chomsky, la cui voce in America è tollerata semplicemente perché inascoltata (il New York Times non pubblicherebbe un suo intervento neanche in forma di domanda nella posta dei lettori) sostiene fermamente che “gli USA sono un grande Stato terrorista a livello internazionale”, basato su un perpetuo stato di terrore che porta i cittadini a credere a verità grottesche semplicemente perché ignoranti del mondo esterno e imbevuti sin dalla nascita del nettare della paura distillato quotidianamente dai media. Gli americani dell’amministrazione Reagan temevano di poter essere attaccati da un giorno all’altro dal Nicaragua (dal Nicaragua!), gli americani all’epoca dell’amministrazione G.W. Bush credevano veramente di poter essere attaccati da Saddam Hussein (incapaci di distinguerlo da Osama Bin Laden o da qualunque altro cattivone con la barba lunga pronto a distruggerli per un’oscura vocazione diabolica). Lo spostamento dell’attenzione dell’opinione pubblica dai temi della previdenza sociale - cui naturalmente questa tenderebbe - alla paura per il nemico brutto cattivo e sempre dietro il prossimo angolo sono gli strumenti che Chomsky ci addita e con cui l’oligarchia politico-economico-culturale americana riuscirebbe a mantenere da anni il potere. Gli stessi fatti politici risultano curiosamente orientati: si rifletta - pensando all’attualità – alla strana coincidenza che vede la condanna a morte di Saddam Hussein pronunciata proprio nella settimana antecedente il voto di mid-term.
Il limite del piccolo, sentito, libro intervista, è quello comune a molti di certi pamphlet di denuncia che gravitano tra il complottismo politico, l’attacco alla corporatocrazia e l’area anarchico insurrezionalista – anche quando discretamente argomentati come questo – il limite, dicevo, è che ci si trova esattamente quello che ci si aspetta di trovare, e niente di più. Il tutto ben confezionato da Rizzoli per 9 euro, troppi.
Un altro libro che spiega perchè gli americani devono mantenere il diritto a bombardare i negri (la frase, piuttosto emblematica, campeggia nel diario di Lloyd George, statista inglese) è Confessioni di un sicario dell’economia, di John Perkins (Minimum fax, pag. 309). Questo libro, leggibile come un romanzo, è l’autobiografia di un insider, un economic hit men di fatto arruolato nel 1971 dalla MAIN per mezzo di una affascinante donna bruna: “Siamo una specie rara, che fa un lavoro sporco. Nessuno deve sapere in che cosa sei coinvolto, neanche tua moglie. Sarò molto franca con te, ti insegnerò tutto il possibile nelle prossime settimane. A quel punto dovrai scegliere. La tua decisione sarà definitiva. Una volta che sei dentro, ci sei per tutta la vita”. John accettò. Il lavoro consisteva – e di fatto consiste – nel convincere, in qualità di economisti di grosse compagnie (tipo Enron), i governanti dei paesi ‘in via di sviluppo’ a servirsi di prestiti e fondi della Banca mondiale e dell’FMI. I fondi vengono accordati grazie alle mirabolanti (e clamorosamente pompate) previsioni di crescita economica del paese ad opera dei sicari stessi. I soldi vengono poi impiegati nella costruzione di servizi e infrastrutture commissionati (that’s exactly the point) a imprese USA. Il governo del paese non sa o finge di non sapere che non riuscirà mai a colmare quel debito perché le stime sulla sua crescita sono deliranti. Così diventerà in eterno un debitore degli Stati Uniti, ovvero una nuova stellina e due striscette di plastica (da non appicciacare sulla mappa però, sennò che XX° secolo sarebbe?). Quando i sicari dell’economia non funzionano – colpa di governanti stranamente restii a spacciare la propria terra per sempre – entrano i gioco gli sciacalli della CIA (si pensi a Jaime Roldos, il primo presidente democraticamente eletto dell’Ecuador, o ad Omar Torrijos colpevole di voler ostinatamente proteggere i diritti del suo paese sul Canale cui questo da il nome e che lo taglia in due, entrambi morti in misteriosi ‘incidenti’ aerei), e quando anche questi falliscono tocca allo Zio Sam. Ecco com’è che va il mondo. John Perkins è uscito dal giro negli anni ’80, e più volte ha iniziato a raccontare questa storia ma più volte e in vari modi è stato dissuaso. Dopo l’uscita del libro negli Stati Uniti è partito un vero proprio tiro al piattello nei confronti del suo nome: hanno provato a screditarlo in tutti i modi. Il libro - che vale eccome il prezzo di copertina - dotato di un apparato di note degno di un saggio, è diventato un caso nazionale ed è stato tradotto in diverse lingue. L’impressione è che se l’autore avesse avuto più coraggio una quindicina d’anni fa forse oggi vivremmo in un mondo sottilmente più cosciente. Si capisce il motivo per cui gli Usa votano contro a tante risoluzioni dell’ONU, si capisce come mai al New York Times salti in mente di sparare titoli del tipo: Perché il mondo non è d’accordo? e si capisce anche perché, anche l’impero di oggi, deve mantenere il diritto di bombardare i negri.
recensione (datata) di Federico di Vita


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