“Entra, entra, ti stavo aspettando. Scusa i colori, sono molto forti, molto molto forti”.
La testa reclina sul braccio sinistro, il braccio posato sul tavolo, una maglia a righe. La fiamma dei capelli rossi a scomparire il viso, mi aspetta così, con un bicchiere.
“Vieni vieni, ma fermo, io sono immobile. Vieni, guarda, di qua c’è un cumulo di fieno, una capanna, un prato”.
“È l’Inghilterra?”
“È l’Inghilterra… non è l’Inghilterra: è un compromiso. Comunque entra, passa di qua”.
Ora siamo in un bar, c’è una boccetta di vetro con un tappo rosso sul bancone, fa un guizzo di luce: olio agliato.
“Posso prenderne? No?”
“Non c’è”.
“È finito?”.
“Non c’è nessuna boccetta sul bancone. Nessun bancone e nessuna maglia a righe”.
Mi ritrovo dove ballano il flamenco. C’è una finestra dentro una casa e dentro un uomo, un ragazzo, porge qualcosa che non prendo. Una pianola e delle carte, una è un quattro di bastoni.
“Perché sei qui?”.
“Vorrei leggerti il racconto per Andrea, ma forse è meglio un’altra volta…”.
“Ti sembra questo il luogo? Non va bene, qui non va bene, non si vede nulla”.
C’è poca luce, è vero. E tutto è poco definito, certe volte. Sul tavolo resta del cibo, triangoli gialli, forse pezzi di tortilla. Fuori c’è una spiaggia con una ragazza: fa una capriola, ride. È la sua amica Deborah, sta bene anche se ha freddo, è delicata come uno specchio. Vedo un lampadario. Faccio su e giù tra una scacchiera di alberi dentro ad un piazzale muovendo solo un dito.
“Ehmmmm… vedi… è un compromiso… anche questo però…”.
“Parli bene, ma non è italiano compromiso: è spagnolo”.
Inclina la testa, mi fissa un po’, porta un dito alla tempia: “Compromesso. Lo vedi, c’era”.
“Non è proprio uguale… ma sì sì… c’era”.
“Vieni qua… che ci fai con la conchiglia?”.
“È per il racconto… ma non mi fai parlare…”.
“Sto ferma, parla, parla…”.
No, sta ferma non parla ma si muove: “dove vai?”.
Mentre li sposta capisco che qui si trovano senza confondersi tutti i luoghi della terra. Basta aspettare, o tornare, penserà lei a plasmarli. È il posto della sua fantasia? Non lo so. Ora c’è una scalinata in Vaticano, un balcone, è sufficiente una leggerissima pressione. Sotto al balcone c’e un piccione messo in croce sopra ai sampietrini, a Roma. Poi siamo sotto alle gocce di luce filtrate da una tenda di un mercato marocchino.
“Guarda di qua… guarda di qua, sto qua!”.
È ferma con le braccia aperte e il suo caschetto biondo gonfiato dal vento, fa mezzo sorriso, è su un terrazzo.
“Vòltati. Aspetta, aspetta, aspetta…”.
“Posso toccarti?”.
“Ahhh! Lascia stare, qui non puoi toccarmi, lascia stare”.
E basta lo scorrere leggero di due dita che svanisce nel vetro dei riflessi sopra a un lago da cui affiora un carrello rovesciato, o in un bosco di mangrovie, dove in fondo, tra le radici, si scorge una tenda, azzurra. Torna l’altra donna, la stessa di prima, ride, ha un’aureola nel cielo di capelli, sorride ancora, non parla: colora un foglio, si volta. Siede sotto a un portone.
“Te la ricordi?”
“Sì che me la ricordo, ma non serve dire a tutti il nome, salutala”.
Poggia la schiena a un palo di legno, sempre con la maglia a righe, guarda per terra le ombre in bianco e nero. Ci sono riflessi sull’acqua, crisi di fragole verdi, fitte vegetazioni. Tra il continuo scorrere dei luoghi una ragazza ha un orologio al posto della testa, si vede una cassetta dal nastro arricciato, un casco di banane su una tovaglia bianca e rossa, basta aspettare, basta aspettare. Cambiano i bordi, si aggiungono sfumature, si levano sfumature, a volte cambiano di nuovo i bordi. Meglio più seppia, più chiare, meglio senza il bianco. E adesso c’è tanta luce gialla e il tramonto sui tetti di Siviglia:
“È ora l’altra volta: dai, leggimi ‘sta storia”.
Una mattina la incontrai per caso, a Santo Stefano Rotondo. Erano passati anni. She walks in beauty, like the night, col suo seguito di mamma tra le ali. Come un’onda azzurra mi cresceva in petto. La bambina le tirava la gonna con qualcosa in mano. Lei mi guidava nel cerchio di colonne, e poi dentro a un altro cerchio, come una chiocciola. La piccola ci seguiva, cercava di chiamarci… io mi perdevo nel fascio blu che usciva dai suoi occhi mentre mi parlava dei dipinti. Un taglio di luce sul marmo faceva pensare al mare. “Guarda le lettere sugli affreschi, sotto c’è la didascalia, non è latino…”. Viola, la bambina, mi spostò con una mano e una volta tra di noi aprì la sua: “Mamma, – disse – mi hanno portato una conchiglia che dentro si sente il rumore del mare, ho il cuore pieno d’acqua…”. Da un paio d’anni erano rimaste sole, della bambina proprio non sapevo. Avevo altri progetti ma rimanemmo a Roma.
Federico di Vita
Una spirale vorticante di memorie che montano come onde, impresse fuggevolmente su illusorii supporti di carta digitale, ma… ci noto un pizzico di Garcia Lorca, o mi sbaglio? Molto bello comunque, continuate così, farete grandi cose!
l’ho letto, federico, questo racconto. quando me l’hai spedito la seconda volta. te lo avrei detto di persona che mi piace, ma ora te lo lascio scritto, visto che l’hai resto pubblico. mi piace. l’ho detto.
vi ringrazio, a me comincia a non piacermi invece: andrebbe sciolto questo racconto. dovrei mettermi a cercare delle trame poi… in ogni modo sono a londra, e questo è dedicato all’inghilterra. f