round robin

Il buio 

In racconti (e ultimi round) on Aprile 26, 2008 at 5:58 pm

Facevano dieci anni dal giorno in cui l’avevo buttato fuori casa, stanca del suo comportamento da screanzato. Per dieci anni avevo cresciuto da sola i nostri figli. Tante volte mi ero agitata per loro, gli avevo lavato le ginocchia sbucciate, e intanto le loro braccia si facevano forti. Frugandoli, nell’ora del sonno, all’attaccatura dei capelli, mi accorgevo che la fioritura degli esili peluzzi della prima età pian piano si irrobustiva. Dieci anni a domandarmi se li trattavo troppo da grandi o troppo da piccoli.
In momenti di grazia desideravo molto farglieli vedere: eravamo una coppia confusionaria, forse neppure una coppia, ma guarda che cosa siamo stati capaci di fare! Chissà perché, questo pensiero si dissolveva ogni volta, prima che potesse diventare progetto.
E’ passato, così, tanto tempo. Nel decimo anniversario del nostro distacco, però, il desiderio si è fatto da solo decisione, con naturalezza. L’ho detto ai figli: l’avrei chiamato. Ma non si illudessero troppo: forse non sarebbe voluto venire. La solita paura che potessero inutilmente soffrire mi ha indotto a frenarli nella speranza, pur se in fondo ero convinta che sarebbe accorso. Anche lui doveva aver atteso questo momento con un’ansia gioiosa e dolente.
Ormai la decisione era presa: si trattava solo di sapere dove fosse, dove potessi cercarlo. M’era giunta notizia – non ricordavo quando né da chi – che viveva da tempo con un’altra donna. M’era parso ovvio: da solo non sarebbe riuscito a farcela. Lei doveva aver avuto molta più pazienza di me: o forse, rassegnazione. Chissà se si era un po’ incivilito, con gli anni.
Ho chiesto a mio figlio maggiore di informarsi presso il fratello o la sorella di lui: lo avevano sempre appoggiato in tutte le sciocchezze che combinava e dovevano sicuramente conoscere il numero di telefono della donna con cui viveva. L’hanno dato a mio figlio e così ne sono venuta in possesso anch’io.
Chiamo, mi viene a rispondere la donna. Dico chi sono e che cerco di lui: come se fosse passato un giorno e non dieci anni da quando se ne è andato.
Mi chiede: – Perché lo cerchi ora? Non te lo vuoi mica riprendere? L’hai cacciato tu, non ti sei mai curata di lui, in tutti questi anni.
Ed io: – Non ci penso neppure a riprendermelo. Voglio soltanto fargli vedere i figli. Si sono fatti grandi. E’ giusto che si incontrino -. E intanto prende forma un piano, dentro di me: io e i ragazzi ci daremo subito da fare per tirare su dai tavoli libri e carte, per lucidare la casa, per preparare qualcosa di buono da mangiare.
La rassicuro: – Ti prometto, ti giuro, sono leale come non lo sono mai stata: non metterò in atto alcun tentativo di seduzione. (Rido piano fra me.) Ma dimmi, come va con lui? Com’è andata, in questi anni?
- È un disastro. Lo è sempre stato. Non ha educazione.
- Lo so, lo so. Ora passamelo, però. Chissà se ha voglia di vederli. Di me non preoccuparti affatto, non c’è motivo. Non essere stupida.
Sento che lei ha posato il microfono sulla mensola e si inoltra nella loro casa per chiamarlo. Mi pare di vedere al di là del cavo tutto quel buio in cui lui dev’essere sprofondato. Mi giunge attraverso il filo la voce di lei, debole, leggera, che pare litigare piano piano con se stessa. Non percepisco neppure la traccia più lieve della voce di lui. Lo cerco nei sentieri di tenebra. Nulla. Capisco che lui non c’è, è morto da un’infinità di tempo. Lei è solo un fantasma paziente che gli ho messo al fianco. Frugo fra carte e pastiglie per trovare l’interruttore della lampada.

Maria Laura Bufano

  1. E’ pieno di luce!

  2. Grazie, Brigida. Non riesco a essere molto allegra quando scrivo, e se lo fossi… non avrei tempo di scrivere. Però sono contenta per il fatto che hai trovato in questa storia di buio l’altra che sarebbe stata – e non ha potuto essere – di luce.